sabato 26 novembre 2011

Lettera non spedita (IV)

 

Carissima Paola,

posso racimolare tutto il coraggio che ho perché ho deciso che questa lettera non te la spedirò mai: la terrò per me considerandola un punto fermo, un trampolino di lancio, il momento in cui salvi gli archivi del computer in un floppy-disk ben sapendo che se dovrai cancellare tutto quello che avrai fatto, in futuro dovrai ritornare a questo punto.

Scusa se sono così elaborato, è uno stilema, così come lo è il rivolgermi a te pur sapendo che mai leggerai questa mia lettera. E dunque cominciamo, eliminati i convenevoli.

Chi sei oggi tu per me? E, di riflesso, chi sono oggi io per te? Se ci incontrassimo per strada, per caso, o in qualche locale, se ci riconoscessimo, cosa potremmo dirci? Cosa avremmo da dirci?

Andiamo per ordine: tu sei stata la mia vita per qualche tempo e, probabilmente, neppure lo sapevi. Eri la fonte delle poesie, protagonista dei sogni, dei desideri, delle illusioni; come i sogni sei svanita un giorno, sei uscita dalla mia vita e fu un ritorno alla realtà, non così brutale, a dire il vero. Sei un ricordo piacevole e rimpianto, oggi. Sei un'aspirazione, la gioventù che fugge ed è doloroso il volgersi indietro ma pure inevitabile è il piacere che deriva dal ricordo.

Io per te chi sono oggi? Penserai ancora a me? E in quale modo? Sono domande a cui non so rispondere e mai avrò l'ardire di chiedertelo, se mai ti incontrerò. E se ti incontrassi, di cosa parleremmo? Del lavoro, certo, di come adesso viviamo. Ma del passato cosa potremmo dire, come potremmo giudicarlo? E chi di noi potrebbe portare il discorso su quei tempi? Ci sarebbe poi da dibattere la spinosa questione del perché tutto è finito, le colpe, gli eventi e il rivangare potrebbe essere nocivo al risorgere di un'amicizia.

Non dico che ti vorrei dimenticare, ma solo che vorrei lasciare le cose al caso: se ci incontreremo sarà per caso e non sarò io a cercarti, a fissare un appuntamento. Per ora viviamo come abbiamo fatto fino ad ora: se qualche cosa dovrà succedere tra noi, succederà. Fatalista? Può darsi... Forse sono solo deluso e ho deciso di ricominciare.

 

FOTOGRAFIA © STUDENT BRANDING

sabato 8 ottobre 2011

Il 30 settembre

 

Era il 30 settembre. Avevo appena compiuto ventun anni, lei stava per compiere i venti. Mi aveva telefonato qualche giorno prima: grande fu la sorpresa quando mi passarono la cornetta e mi dissero “È Marta…” Voleva sapere come stessi, riallacciare i rapporti dopo l’estate, la prima che non avessimo trascorso insieme da sette anni. Aveva lasciato nell’aria l’idea di un incontro, un appuntamento che vibrava come un punto di domanda, senza specificare una data, una modalità.

Avrei dovuto avvisarla, fissare in anticipo – l’esperienza è un biglietto della lotteria scaduto che vale milioni ma che non è possibile in alcun modo riscuotere. Avrei dovuto, ma la gioventù coniuga l’incoscienza e la stupidità: così partii in treno, raggiunsi Milano e le telefonai da una cabina di Porta Garibaldi. Non era seccata, forse un po’ stupita. Certamente pensava che lasciassi passare qualche giorno, che non mi precipitassi dal sabato al lunedì. Ero impaziente di vederla, questo fu il mio errore principale, non sapere resistere all’ansia del desiderio, al dolce logorio dell’attesa. Insomma, alla fine mi disse che mi sarebbe venuta a prendere alle dieci all’uscita della metropolitana a Gioia. E lì cominciai a fantasticare su quel gioco di parole, a presagire, a pronosticare su gioia e felicità.

Arrivò un po’ in ritardo, scendendo dalla Mini bianca che le avevo visto guidare al mare. Indossava uno spolverino chiaro che la faceva un po’ signora ma straordinariamente donna con i collant e le scarpe con il tacco. In quel momento era bella come non lo era stata mai – era una dea discesa dall’Olimpo a condividere l’ambrosia con me. Salii in macchina e mi condusse nella piazza dove si affacciava la sua casa, un edificio di inizio secolo intonacato di giallo. Parcheggiò davanti a un ristorante e attraverso un andito scuro raggiungemmo il suo appartamento, al primo piano. Mi fece accomodare in soggiorno: c’erano due poltrone e un divano di pelle color rame posati su un tappeto orientale, i mobili erano lavorati in stile antico: su uno scaffale c’era uno stereo con qualche musicassetta, alle pareti dei quadri. Il suo labrador dormiva sul pavimento.

Dalla finestra aperta entravano i rumori della città: traffico e macchinari. La veduta era da quadro di Sironi: opifici e ciminiere, il sole pallido aumentava la sensazione. Mi parlò di come aveva passato l’estate con i suoi nuovi misteriosi amici: la Grecia e le bevute di ouzo, le brioches comprate all’alba nei panifici di Riccione. Io le dissi di Lignano, di come la compagnia si fosse sciolta e riformata attorno ad un nucleo nuovo, con ragazze belghe e ragazzini italiani. Tutto sembrava strano, diverso da come me l’ero immaginato. Mi ero pentito di essere stato così precipitoso, di essermi mostrato vulnerabile, preso da quell’orgasmo di incontrarla. Sedevo lì e pensavo già di andarmene. Quando mi chiese di restare a pranzo, declinai l’invito adducendo un impegno improrogabile che non avevo. In una parola fuggii.

Con la Mini bianca mi accompagnò alla stazione. La guardavo attenta nella guida, le osservavo le gambe svelte schiacciare frizione, acceleratore e freno e scoprirsi sempre più nella foga. A un incrocio tagliò la strada a un’altra vettura e quasi inchiodò: la donna la volante la apostrofò “Scema!”. Mi sembrò che la magia che si era andata ricreando con quel po’ di erotismo delle sue gambe velate dai collant si fosse improvvisamente infranta su quell’epiteto, al pari di una lucente bolla di sapone che tocca un oggetto e svanisce, o di un palloncino colorato sfuggito dalla mano di un bambino che esplode su un ramo spinoso.

Ci salutammo davanti alla stazione, frettolosamente. Non c’era parcheggio e il mio treno sarebbe partito di lì a pochi minuti. Ci scambiammo i soliti baci sulle guance, poi lei salì in auto e partii. La guardai ancora muoversi nel traffico, vidi la Mini scomparire nel fiume di veicoli che scorreva in Via Vitruvio ed entrai in Centrale.

Non la vidi più.

 

DIPINTO DI JACK VETTRIANO

sabato 1 ottobre 2011

Il pranzo scolastico

 

Sto leggendo un libro che promette “lezioni di scrittura creativa”. Uno dei capitoli invita a cimentarsi in un racconto sul “pranzo scolastico”. Naturalmente, essendo il libro scritto da un’americana, fa riferimento alla tradizione statunitense di portarsi il pranzo da casa: un panino con burro d’arachidi oppure con mortadella, senape e insalata o ancora con marmellata di ciliegie. Come Charlie Brown, quando siede su una panchina guardando la ragazzina dai capelli rossi e smaniando per lei: un morso, un sospiro, un morso, un po’ di autocommiserazione, un morso, un altro sospiro, finché non arrivano Linus o Lucy a chiudere la striscia con una battuta.

“Va bene, accetto la sfida, cara signora Anne che insegni scrittura creativa”. Anche perché la scorsa domenica sono ritornato in quella scuola media, anzi di più, proprio in quella mensa – in realtà la chiamavamo refettorio – e ci ho anche pranzato con una decina di compagni di classe di allora, rinverdendo i ricordi poiché alcuni di loro tornavano lì per la prima volta dopo 33 anni! Tutto cambiato naturalmente: le spartane sedie di laminato plastico finto legno si sono trasformate in sedili di resina verde brillante, le pareti giallo pallido sono ora dipinte per un gran tratto di arancione, è spuntato “l’angolo del self per i ragazzi”, l’austerità antica degli Anni Settanta si è stemperata nella folle girandola dei Duemila. Resistono imperterriti però, come dei fossili di quel tempo, i bicchieri della Duralex, quelli economici e quasi infrangibili: invece che con l’acqua di rubinetto che veniva servita in bottiglioni da due litri, li abbiamo riempiti con Barbera, Chardonnay e acqua minerale da bottiglie in PET. Eh, questi capelli diradati o ingrigiti, queste pancette, queste rughe qualche diritto ce lo daranno…

E lì seduti, mentre pranzavamo e mangiavamo gli affettati, i salatini e i tomini dell’antipasto, le lasagne e il risotto con i funghi del bis di primi, la cima ripiena con contorno di patate arrosto e infine la torta, ci siamo abbandonati anche ai ricordi del pranzo scolastico. La prima cosa: tutti indistintamente odiavamo i bastoncini di pesce – ce li davano il venerdì – tanto da non essere più in grado non solo di mangiarli, ma neppure di sopportarne la vista, da avere l’istinto di sparare al capitano quando appare in televisione per pubblicizzarli. Seconda cosa: tutti apprezzavamo quella che allora chiamavamo “pizza”, ma che in realtà era un panzerotto, o meglio un sofficino – che tra parentesi per ironia della sorte è un prodotto della stessa ditta – che ci veniva servito il giovedì. Il lunedì invariabilmente c’era l’affettato: cinque fette di salame di tipo Milano oppure tre di prosciutto cotto o cinque di coppa o ancora quattro o cinque di tacchino; il martedì era il turno della bistecca di manzo; il mercoledì ci veniva servito il pollo; il sabato, grazie a Dio, tornavamo a casa alle 12. C’era anche qualcosa di contorno: verdure lesse o patate. E c’era naturalmente anche un primo: pasta al sugo, risotto allo zafferano, qualche volta un’altra cosa che tutti abbiamo scoperto di odiare visceralmente: la polenta con un ragù piuttosto oleoso. Per finire un frutto di stagione: una pera, una mela, un’arancia, un paio di mandarini oppure un cachi – io lo so perché odio il cachi, perché ero costretto a mangiarlo allora.

Non erano previsti menù particolari per celiaci, vegetariani o musulmani: della celiachia in quel periodo neanche se ne parlava, i vegetariani erano stravaganti hippies e i musulmani neppure esistevano in Italia; le stranezze maggiori erano un compagno di classe che aveva la madre ebrea e un altro con origini istriane, se proprio c’era qualcuno delicato di stomaco gli portavano la pasta in bianco. Piuttosto, ciò che regnava in quel refettorio – lo chiamo ancora così, anche perché lo gestivano i frati – era una grande disciplina: per ogni mancanza si veniva puniti rimanendo per qualche minuto a guardare il muro. Rovesciavi distrattamente l’acqua sulla tovaglia: al muro! Facevi cadere la forchetta sul pavimento: al muro! Non finivi la tua michetta: al muro! Disturbavi: al muro! Il servizio militare, a noi che lo abbiamo provato, è sembrato meno duro del collegio, e potete credermi se vi dico che è vero. Io ero e sono molto disciplinato, tanto che non ho scontato neppure un giorno di punizione tra gli alpini del Reparto Comando e Trasmissioni Orobica. Invece lì, in quel refettorio, qualche volta il muro l’ho guardato…

Uscendo, abbiamo visto altri “totem”: le lunghe vasche con i rubinetti dove ci si lavava le mani prima di entrare – e ce n’era bisogno, visto che passavamo la ricreazione a giocare a pallone o a rincorrerci nei “quattro cantoni” – e il magazzino dove per cento o duecento lire si poteva acquistare una bottiglia di Royal Crown Cola o di gazzosa o di aranciata. Siamo stati anche a gironzolare per i corridoi e per le aule e ci sembrava che da un momento all’altro dovesse arrivare il compagno mandato in cucina con il cesto per la merenda. Chissà, forse oggi ci sarebbe stata la focaccia dolce o il panino con il salame o con la Nutella, o magari il cubetto di cotognata… Se c’era la tavoletta di cioccolato, qualcuno sarebbe poi passato a raccogliere la stagnola per i ciechi.

 

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FOTOGRAFIA © DANIELE RIVA

sabato 17 settembre 2011

Trieste e una donna

 

Trieste mi porta una ragazza in dote, una "mula" di belle forme, scure curve tagliate e levigate dal mare. Trieste e una donna nel mio ricordo di lacrime amare. Ma che settembre strano è questo mio, acceso di sole e di vento mentre nel cuore mi sento novembre, così solo, così piccolo senza di te. E lei cosa vuoi che possa fare se io nel cuore ho ancora te? C'è come un blocco psicologico: lei mi dà amore, io invece quel poco che ho lo riverso ancora su di te, anzi sul tuo ricordo che ogni giorno sbiadisce un po’ di più.

Trieste e questa ragazza dagli occhi chiari e puri, limpidi, annacquati. Il vento mi porterà via, almeno mi trascinasse via, lontano, dove non ci sono più i pensieri e le donne che tradiscono le promesse. Le donne come te, che poi chiamarle donne non è neanche giusto. La mia "mula" sì che si meriterebbe amore ma io che amore posso darle se il mio cuore l’ho venduto ai tuoi occhi assassini? Potessi almeno scordarti, ma io ti amo ancora.  Che strano sentimento: ti odio e contemporaneamente ti amo alla follia. E lei non l’ha capito o forse non le importa più di tanto oppure è come me: mi ama non riamata.

E il tempo non lo so se è una medicina, mi sembra piuttosto che riapra la ferita appena questa tenta di rimarginarsi, è lì con un coltello e mi tortura. Un mazzo di rose rosse gettate in un cestino: ecco come mi sento senza il tuo sorriso. Se tu volessi, dico, se tu volessi... ma ti ho già detto come ti considero e scopro con terrore che i miei pensieri precipitano in un pozzo senza fondo, è come un labirinto e quando sto per arrivare a te c'è un vetro spesso che non mi impedisce di vedere il tuo scherno ma mi ostruisce il passaggio. Così sarei lo straccio, l'uomo scelto solamente per un capriccio, uno di quei rasoi usa e getta che adoperi finché taglia e poi lo butti via. Ma dell'orgoglio tu che mi dici?

Invece lei è così dolce, soddisfa ogni mia voglia. Sai cosa ti dico? Lei mi ricorda me quando ero insieme a te e mi fa un po’ paura questo paragone, mi terrorizza pensare di trattare lei come ti sei comportata tu con me. Lascerò Trieste e la mia "mula": non voglio passare da santo ad aguzzino, non voglio essere come te.

(1989)

FOTOGRAFIA © ZINN

sabato 13 agosto 2011

Lettera non spedita (III)

 

Carissima Eleonora,

ti ho vista ieri pomeriggio davanti all’Arena. Eri appena scesa dal 2 e controllavi l’orologio, probabilmente avevi un appuntamento: andavi di fretta. Vestita di nero eri ancora più bella, le braccia nude abbronzate, i capelli raccolti come quando andavamo al mare la domenica. Ti guardavo camminare sui tacchi alti, attenta che non si incastrassero nei binari del tram: avevi un modo così signorile, così nobile, di muoverti. Mi hai ricordato cosa mi ha fatto innamorare di te quel giorno di fine maggio: la tua grazia. E la tua bocca dolce, dove un tempo morivano tutti i miei guai.

Sto bevendo un bicchiere di Pinot grigio adesso e il suo sapore mi fa ripensare a quella volta che siamo stati ad Alassio, ri­vedo le luci gialle della sera, i pitosfori, le palme. Rivedo le nostre sere e i nostri luoghi: l’hotel, la gelateria vestita di luci azzurre, il muretto, la spiaggia stretta a ridosso della strada... Forse fu in quei giorni che l’amore tra noi ebbe la sua massima intensità. L’amore a due, intendo. Perché la massima intensità quell’amore ce l’ha adesso, in me solo. È divampato come un fuoco alimentato dal vento appena ti ho rivista. Era una brace che da sempre covava in me ed è bastato un nulla a ridarle vigore.

Tu eri lì, dall’altro lato della strada, a una decina di metri da me, elegante ed altera. Il traffico di automobili e furgoni fluiva per Via Legnano: ho avuto la tentazione di scansare auto per auto, gettarmi verso di te. Ho avuto l’idea di gridare il tuo nome: ti saresti voltata, mi avresti individuato tra la gente in attesa al semaforo. Mi avresti sorriso, probabilmente. O avresti fatto finta di niente, magari solo un fugace cenno di saluto. Ma nulla di tutto ciò: sono rimasto muto, fermo ad aspettare il verde. E magari bastava che ti chiedessi di te, bastava che ti invitassi a bere un caffè per ricordare i bei tempi… Non so se mi sia mancato il coraggio o se mi sia venuta meno la voglia, stregata dai ricordi o dall'impossibilità di risvegliare il passato. 

Tornato a casa ho trovato i miei ricordi boccheggianti come pesci rossi sfuggiti a una boccia di vetro: li ho rimessi nell’acqua e ho scoperto di non amare te, ma il tuo rimpianto.

 

JACK VETTRIANO, “A DAY WITH FATE”

sabato 25 giugno 2011

Maturando

 

È tempo di esami di maturità, giornali e televisioni si sbizzarriscono a indovinare le tracce del tema d’italiano, a divinare quale sarà l’autore scelto per la traduzione di latino, si lanciano nella presentazione di improbabili gadgets e metodi per copiare, dall’orologio con lo schermo LCD alla penna da farcire con i bigliettini. È un rito di passaggio, un’obbligatoria iniziazione che ci porta nella vita adulta. In alcune tribù si viene scarificati, in altre circoncisi, in altre ancora si partecipa a una battuta di caccia. Da noi si passa l’esame di maturità.

Ai miei tempi – eh sì, ora bisogna dire così – non c’era Internet, non c’era tanta tecnologia. I computer erano ai loro primordi: i più tecnologici avevano il Commodore 64 o lo Spectrum ZX Sinclair. Smartphone poteva essere una marca di scarpe o di caramelle, ché tanto i jeans dovevano essere quelli della Levi’s e basta… Inutile parlare di andare a cercarsi le tracce in Rete o di preparare una tesina scopiazzando qua e là tra i vari blog. Eppure, anche noi, nel nostro piccolo avevamo una rete di spionaggio. Non so come, non so per quali vie. Fatto sta che domenica 3 luglio 1983, nel pomeriggio, mentre stavo arrampicandomi sugli specchi dell’Antologia del Novecento italiano, mi chiamò Luca – no, non sul cellulare, era ancora una decina d’anni di là da venire, proprio sul telefono fisso, quelli di un indefinito color caramello pallido, con la cornetta e il disco rotante – e mi disse che, sicuro sicuro, i temi sarebbero stati su Garibaldi e su Gozzano. La sera una bella camomilla e un po’ di svago – avrò visto un film alla tele o avrò giocato a carte con i cugini – e poi a letto per una notte di sogni frammentati. “Notte prima degli esami”, sì, la celebre canzone di Antonello Venditti. Non potevamo cantarla, sarebbe uscita l’anno dopo, quando già andavamo all’Università. La chitarra e il pianoforte però ce li avevamo: li suonavamo prima di andare in classe certe volte la mattina... Sembrava una scena di Saranno famosi, il telefilm che allora andava per la maggiore e tutti noi quanto avremmo voluto far parte di quella School of Arts con il professor Shorofsky, con la signora Berg, con Danny Amatullo e Doris Schwartz come amici...

Vabbè, torniamo a noi: il 4 luglio è non solo la data dell’Indipendenza americana, quando gli yankees si godono la festa e celebrano con i fuochi d’artificio, è anche la data del mio esame di maturità, o meglio della prova di italiano. Raggiunsi Bergamo con la mia Fiat 126 e parcheggiai prima di entrare in Città Alta: la sede per gli esami di Stato non era la nostra scuola, ma il liceo Paolo Sarpi. Salutai i miei compagni, ci mettemmo a discutere del più e del meno (le tracce, of course...) e stranamente mi è rimasto impresso che Paolo mi chiese qualcosa della mia cintura elasticizzata blu. Entrammo in palestra: banchi singoli. Sei ore e temi che naturalmente non solo non erano stati previsti ma che neppure erano di mio gradimento: Leopardi visto da De Sanctis e la prima guerra mondiale Cosa si fa in questi casi? Ci si butta sulla traccia d’attualità. Era brevissima, il che non aiuta, perché non ti permette di seguire uno schema, così come ci aveva abituato il nostro professore d’italiano con le sue tracce arzigogolate che praticamente erano già metà dello svolgimento. D’altro canto, permetteva di spaziare, di prenderla larga, di variare e, eventualmente, di giustificare in tal modo di fronte alla commissione una certa distanza dalla via maestra. Mi presi mezz’ora per decidere, alla fine iniziai. Il tema era: “L’uomo cittadino del proprio tempo”. Ci vuole una bella fantasia per dare una traccia simile. La presi larga: cominciai dalla definizione di cittadino, e ancora ringrazio il mio fidato Devoto-Oli per l’aiuto, parlai della cittadinanza degli antichi Romani, di alienazione, di diritti e doveri e profetizzai qualcosa a proposito dell’avvento delle tecnologie – insomma, neanche lo sapevo, ma stavo parlando dei “nativi digitali”. Avevamo tempo fino alle 15 (6 ore!) alle 11 avevo già bell’e finito. Rilessi il tema e lo copiai, poi aspettai che qualcuno si decidesse ad uscire – non volevo essere il primo! Una ragazza si alzò e consegnò, poi un’altra. Allora mi decisi. A mezzogiorno ero fuori a respirare l’aria di luglio. Attesi qualche mio compagno di classe, poi tornai a casa.

E il giorno dopo, 5 luglio, ero ancora lì. Latino. Seneca, impegnativo, ma dallo stile pulito. Poteva andare peggio. Un brano tratto dalla Consolatio ad Helviam sul sapiente e sui suoi rapporti con la sorte: ”Bona condicione geniti sumus, si eam non deseruerimus. Id egit rerum natura ut ad bene vivendum non magno apparatu opus esset: unusquisque facere se beatum potest”.  A differenza della prova d’italiano lì non c’era incertezza, bastava solo tradurre. Chiamiamola una prova di tecnica. E tre ore dopo uscivo con il mio Calonghi-Badellino rosso sotto il braccio.

Adesso c’era da aspettare quasi venti giorni per gli orali: il mio era fissato per la mattina del 23 luglio, ed ero il secondo in assoluto di tutta la classe, avendo i “saggi” sorteggiato la lettera iniziale del mio cognome. E furono due settimane di un caldo assurdo, con temperature altissime e un’afa spettacolare: mi capitò di andare a studiare in cantina per restare un poco al fresco. Chi è quel furbo che ha detto “Potevi andare in qualche centro commerciale...” L’aria condizionata allora non era contemplata: ventilatore e ventaglio. Fu una full immersion negli interi programmi di greco e di italiano, la materia assegnatami e quella scelta da me – le altre due erano fisica e filosofia. Dopo quelle due settimane letteralmente sudate sui libri venne anche sabato 23 luglio. Bergamo, Paolo Sarpi. Tradussi a vista il brano di Isocrate che mi fu proposto (bella forza, sapevo quasi a memoria tutto il volume delle sue Orazioni) e quando mi chiesero di parlare di qualcosa che mi piaceva, pontificai dei lirici greci, in particolare di Archiloco. Il commissario osservava, poi all’improvviso, come un gufo che si risvegli dal sonno, chiese “E Saffo?”. “Saffo, la Decima Musa...” e via di questo passo finché non mi fermò e disse “Basta, grazie”. Passai sulla sedia di italiano e pensavo che avrei avuto bisogno di almeno un anno di riposo tra un’interrogazione e l’altra. Guardai i miei compagni che sulle sedie dietro di me osservavano e facevano cenni di incoraggiamento. In quei pochi secondi dovevo trovare la concentrazione e cambiare tono. Il commissario a bruciapelo: “Lei che cosa pensa di Montale?” Che era un brav’uomo? Che mi piacciono le sue poesie? Che scriveva da dio? Mi mantenni sul vago e parlai della “teologia negativa”, dell’evoluzione del suo stile, del fatto che l’Accademia Svedese si era finalmente accorta della sua grandezza e che otto anni prima gli aveva tributato un doveroso Nobel. “E Leopardi?” – Brav’uomo anche lui, pensavo, anche se un po’ triste – “Vedo che lei non ha scelto il tema su Leopardi. Perché?” Carogna… “Guardi, ho apprezzato subito la traccia sull’uomo cittadino del proprio tempo…” “Comunque ha scritto proprio un bel tema. Complimenti… Vada, vada… La sua maturità è finita, vada pure a divertirsi” e mi porse la mano da stringere.

Il giorno dopo ero già al mare, sdraiato sulla spiaggia a sciogliere le tensioni. Mi sentivo come un sacco vuoto, come se tutte le nozioni che avevo immagazzinato fossero volate via nell’aria. Conobbi una ragazza di Udine. Anche lei aveva appena terminato la maturità. Legammo subito. Quando le comunicarono la votazione – per telefono – la ribattezzai subito Miss 57. Poche ore dopo divenni Mister 48.

 

Fotografia © Domenico Di Giacomo

sabato 21 maggio 2011

Un giorno di giugno del 1978


“Amati nomi, ore bruciate.” 
  LIBERO DE LIBERO

Era un giorno di giugno. Il 1978. Il pullman della scuola ci portava via per sempre da quei campi spelacchiati da tanto correre dietro a un pallone, da quella palestra dove giocavamo a pallacanestro, da quelle mezzore perdute a stringere le manopole del calciobalilla, da quei corridoi profumati di lavanda dove si aprivano le porte delle aule. L'esame di licenza media sarebbe stato l'ultimo atto per noi in quel posto. Eppure neanche ci pensavamo in quel momento, felici per aver terminato il compito, per essere finalmente pronti a iniziare tre lunghi mesi di vacanze spensierate. Si parlava dei  Mondiali d'Argentina: qualcuno diceva che "se siamo arrivati in semifinale, dobbiamo baciare i piedi a Kempes per quel gol alla Germania", "Però l'Olanda" diceva un altro "ha un gioco che fa impressione, avete visto Neeskens come tiene il campo?". E intanto paragonavamo quei grandi nomi alle nostre movenze sulla sabbia, con le scarpe da tennis di tutti i giorni e il vestito solito, i blue-jeans, la maglietta, il pullover: rincorrevamo a frotte il pallone, non lo passavamo quasi mai, l'epiteto "veneziano" era all'ordine di ogni azione. Tutto era finito, ma non ce ne rendevamo conto. Come se domani il nostro posto fosse ancora lì, come se a settembre le nostre strade fossero dirette ancora in quel luogo: invece molti sarebbero andati a lavorare, altri avrebbero intrapreso il biennio di un istituto tecnico, qualcuno si sarebbe arruolato tra i geometri e i ragionieri, pochi altri avrebbero scalato le vette del liceo scientifico e del liceo classico. E soprattutto non ci saremmo rivisti mai più, se non a distanza di anni, invecchiati, fortemente nostalgici per quei giorni che allora scivolavano via frizzanti e dolci come la gazzosa, come la Royal Crown Cola che si poteva comprare alla macchinetta della mensa.

Era già ieri quel giorno di giugno del 1978, era uno di quei momenti che costellano le nostre vite come se si piantasse uno spillo con la bandierina sul grafico dei giorni, degli anni. Aspettavamo che il pullman finalmente partisse e ci riportasse a casa, fuori altri ragazzi giocavano con un frisbee nel piazzale d'asfalto: attendevano che arrivasse il loro pullman, diretto su un altro tragitto ad altri paesi del circondario. Forse quel nostro atteggiamento non era altro che una forma di difesa: un anno dopo avrei potuto chiamarlo già carpe diem, un vivere dell'attimo per non pensare al futuro, per ignorare quel peso nel cuore che ci diceva che ancora una volta ci toccava ricominciare con altra gente e nuovi timori, con la paura di non farcela, di non riuscire a superare la prova. Io, per esempio, nei primissimi giorni di quel triennio alle medie, avevo avuto i miei problemi: una volta ero tornato indietro mentre già andavo a prendere il pullman, ai miei genitori dissi che stavo male, ma loro sapevano bene che cosa avessi. Mi consolarono, mi confortarono, e poi acconsentii quando mio padre si propose di accompagnarmi in macchina a scuola prima di andare al lavoro.

Il pullman partì. Nelle sue soste cominciavano a scendere gli amici: li si salutava così, come sempre. E non li avremmo rivisti per lunghissimi anni. Ci saremmo ritrovati soltanto uomini fatti, davanti a una tavola imbandita: invece della gazzosa, il vino dolce e amaro dei ricordi.


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Fotografia © Collegio Sant’Antonio