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sabato 2 novembre 2019

Una foglia


È il tramonto ormai. Siedo al belvedere del santuario, a questo tavolo di pietra inciso dalle piogge e guardo la strada scorrere laggiù, le automobili e i camion che si susseguono sulla fettuccia d’asfalto tra le case. Quello infatti pare essere da quassù. Più lontano si adagiano i monti, come grigi sauri preistorici che bruchino nel pianoro verde di colline: la Grigna innalza il suo dente aguzzo, il Resegone ha ancora un po’ di neve, Valcava è uno spelacchiato altipiano dove spiccano i ripetitori delle televisioni. Là, da qualche parte c’è il lago con le sue acque azzurre, qui serpeggia l’Adda, invisibile tra i boschi: se ne può intuire il corso dallo spazio vuoto tra le piante. La mia vista è sul nord-ovest: il sole sta scendendo dall’altro lato, oltre la collina, non lo posso vedere, ma ne scorgo i riflessi sulle creste del Resegone, sui vetri di qualche casa che fanno la gibigiana, sulle facciate giù nella vallata.

C’è pace e tranquillità, il tempo sembra immobile, e invece le campane lo scandiscono ogni quarto d’ora. Dai miei pensieri mi distoglie una foglia staccatasi dai rami ancora nudi del platano: è caduta planando sul tavolo di pietra con un rumore secco, di carta. L’azzurro della sera è sembrato dileguare in quel momento, ma forse non è che un altro minimo abbassarsi del sole al tramonto. È bastato per ritornare a pensare allo scorrere dei giorni: ho risentito la voce di Paola dire “Come il vento, scorre come il vento il tempo” mentre dal pugno lasciava scendere un filo di sabbia. Tanti anni fa. Una vita fa.

Una ragazza risale leggera la lunga scalinata che dalla strada porta al Santuario: ogni gradino un’Ave Maria. Chissà per che cosa prega, chissà quali tormenti avrà. I suoi passi cadenzano il mio cuore, salgo con lei rimanendo qui seduto. E invece vorrei volare libero, lassù, nel cielo dove i gabbiani risalgono con eleganza verso il lago dopo aver banchettato a qualche discarica. Si librano, si lasciano portare dalle correnti.

La ragazza ha concluso il suo percorso, ora probabilmente è nella cappella del miracolo, accenderà una candela. Un anziano prete esce dalla chiesa, si avvia verso le stanze dei religiosi. Non c’è che il silenzio: prende vita dal crepuscolo e disegna la tranquillità in questo mio eremo dove salgo ogni tanto per sentirmi in armonia. Mi alzo, prendo delicatamente la foglia dal tavolo e la abbandono al vento, che la porti a disciogliersi nel fiume.

2011

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FOTOGRAFIA © DANIELE RIVA

sabato 6 luglio 2019

Afa

Dalla finestra socchiusa entrava il caldo della prima estate. Il rumore lontano di una trebbiatrice persisteva pesante nell’aria. Sdraiato sul letto, Cesare contemplava il soffitto bianco; immaginava che i propri pensieri fossero acrobati e che volteggiassero intorno al lampadario.

Nella strada passò una motocicletta. L’immobilità assoluta era l’unico modo di vincere l’afa, restare fermi come un sasso sul greto di un fiume, perfettamente immobili. Una mosca volava nella stanza e il suo ronzio si confondeva con il rumore della trebbiatrice lontana. Cesare pensò a Teresa: l’altro giorno, insieme agli altri ragazzi, era stato alla gita lungo il fiume. E c’era anche lei.

Teresa aveva lunghi capelli scuri e un’aria molto furba. Ciò che più gli piaceva in lei era la voce, quella voce calda e dolce. Erano stati insieme tutta la giornata eppure lui non le aveva rivolto neanche una volta la parola, se non nel saluto corale, quando a sera ognuno aveva ripreso la via di casa. E pensare che si era immaginato tante volte il giorno in cui sarebbero stati insieme lui e Teresa in una delle famose gite degli amici. Come quando erano stati in montagna e avevano detto che sarebbe venuta anche Teresa ma poi lei non c’era e lui quante volte aveva pensato a lei quel giorno...   

Cesare meditò sul fatto che non solo con Teresa si era comportato così ma con tutte le ragazze. Proprio tutte no: c’era Lucia, che lui considerava ormai come una sorella, con lei parlava anche per ore. Poi c’era Maria, così sensibile, così simile a lui. Forse era proprio quella compatibilità di carattere che lo aveva spinto a parlarle. Cesare pensò ancora una volta a Teresa, così dolce, così desiderabile. Si voltò su un fianco e fantasticò su come fare per dichiararsi a lei… Con la sua immagine negli occhi e nei pensieri, si addormentò.

(Maggio 1989)



ASHA CAROLYN YOUN, “RAGAZZO CHE DORME”

sabato 16 marzo 2019

Da un poggio


Qui, dall'alto, da questo poggio che è l'ultimo avamposto prima della pianura, si domina uno spicchio di mondo, come se una mappa a tre dimensioni fosse distesa davanti ai miei piedi. Nella calura che vela la visione d'una foschia leggera, addensata sopra le città, disegno gli scenari apocalittici che i guerrieri del riscaldamento globale continuano a propinarci dai media, ora fronteggiati dai teorici della nuova glaciazione: e dunque sullo sfondo ecco il deserto di Milano, dune di sabbia dove corrono i dromedari e i beduini si rinfrancano tra le palme delle oasi; dove sorge Piacenza, scintillerà il mare...

Ma su questa collina verdeggiante, una mammella ubertosa sorta dal corpo fertile della Brianza, fiorisce ancora il sambuco e i gatti sonnecchiano al sole tra le antiche mura. La brezza soffia lungo le vie, porta l'odore muschioso degli anditi, il fresco umido delle cantine. Gazze volano tra le fronde, si inseguono con le code bianche ridendo sguaiate come rane. È in posti così che amo fermarmi a riflettere, a farmi i conti in tasca, come adesso, seduto davanti al panorama in questa larga piazza pavimentata a ciottoli.

Lo so che è umano amare. E che ancora più umano è sbagliare. Umano è anche ricordare. Così io so che ho idealizzato la sua figura, usandola come un salvagente per rimanere a galla nel naufragio dei giorni. L'ho usata come un relitto cui restare aggrappato con tutte le mie forze, come una zattera di fortuna su cui andare alla deriva. Mi sentivo come chi dovesse saltare un ostacolo o chi in quei film d'azione americani passa da un tetto all'altro nella fuga o nell'inseguimento. Prendevo la rincorsa ma risultava sempre troppo corta e rimanevo a penzolare nel vuoto. Per salvarmi ho dovuto tagliare la corda con lei, perderla e tenerla con me sotto forma di ricordo.

Fu un errore, lo ammetto soprattutto con me stesso. Lo so, adesso che da questa collina spazio lontano con lo sguardo e osservo non soltanto i fiumi che tagliano la valle e le città avvolte in una cappa di smog, le autostrade che si snodano, i campanili... Vedo anche il mio passato, i giorni perduti e vigliaccamente conclusi, le fughe davanti alla realtà, le illusioni spacciate per sogni. Mi rattristo, ma non dovrei: rimpiangere è una medaglia al valore che non si è meritata.

Mi alzo, riprendo il sentiero che attraversando filari di viti riporta giù, alle strade trafficate, ai grandi ipermercati, alle zone industriali, alla vita...

2010


FOTOGRAFIA © DANIELE RIVA

sabato 20 gennaio 2018

Fitzgeraldiana


Una sera di giugno, travolto da un'auto, moriva John J. Fisher. Era una sera resa fresca da un forte vento che spazzava dal cielo luminose nuvole violette e faceva cadere i cappelli dalle teste degli uomini e scompigliava i capelli delle donne.

John J. Fisher era nato a Missoula, nel Montana, e là aveva vissuto per ventitré anni, in una casa di legno nei pressi del fiume Blackfoot, aiutando il padre a tenere i conti e i rapporti con i fornitori dell'industria di conserve e frequentando l'Università di Stato. Due mesi dopo la laurea e la grande festa data in suo onore con balli, belle ragazze e fiumi di bourbon, si era trasferito in treno a New York e là, grazie a un sapiente giro di amicizie, trovò un appartamento in affitto nella Quarantaquattresima Strada e lo adattò in modo che gli facesse anche da ufficio per la sua professione di avvocato.

John era aitante e sapeva fare presa su chiunque con la sua simpatia e i suoi modi garbati ed eleganti: già una settimana dopo il suo arrivo a New York metteva così piede in una festa nella Cinquantaseiesima Strada, invitato dall'uomo che gli aveva affittato l'appartamento, Archie Porter, un ricco proprietario che aveva incrementato il suo patrimonio rilevando per poche migliaia di dollari gli immobili di gente sull'orlo del fallimento all'epoca della Grande Depressione. Archie aveva una sensibilità particolare nel contrattare il prezzo d'acquisto e un'abilità incredibile nello stimare, o meglio nel sottostimare senza sopralluoghi il valore degli immobili.

Alle otto Archie Porter arrivò con la sua lussuosa automobile nella Quarantaquattresima Strada e vide subito John J. Fisher venirgli incontro e aprire la portiera. John indossava uno smoking forse troppo corto e Archie lo guardò a lungo con aria divertita finché il giovanotto del Montana non sbottò in un "Allora, andiamo?" che risuonò più dolce che indispettito.
La festa era in un alto palazzo dalle finestre illuminate: c'era un ampio salone con statue in stile rococò e un'orchestrina jazz che suonava in un angolo, su un palco addobbato con gonfi tendaggi color pesca. Nel mezzo della sala, addossato al muro, spiccava il buffet, con il rinfresco e le bottiglie di whisky e di champagne, i bicchieri ancora vuoti e le bocce per il punch, piene di un liquido rosso. In breve la sala si popolò di volti sconosciuti per John ma che Archie Porter riconosceva e si affrettava a riverire presentando anche il giovane avvocato di Missoula. Si diede il via alle danze e furono stappate le bottiglie e riempiti i bicchieri.
All'improvviso una graziosa figura sorprese John: una giovane donna dai lunghi capelli biondi fasciata da un abito nero. La ragazza lasciò una scia di profumo passando davanti ai due uomini per servirsi al buffet. John chiese: "Archie, la conosci quella sirena?". "È la figlia di Anderson, il padrone delle ferramenta: si chiama Annie, Se vuoi, te la presento..." Mezz'ora dopo Annie e John ballavano al centro della sala, i volti accesi dal jazz e dal vino, ed erano la coppia più ammirata di danzatori.

"Lei è molto bella" disse John e il suo sguardo rivelava tutta l'ammirazione che nutriva per Annie, era il segnale più vistoso e impossibile da celare del suo innamoramento. Annie si schermiva, pur essendo ben consapevole della sua bellezza sin dai tempi del college, quando torme di adolescenti le ronzavano attorno come api sul fiore più bello e più ricco di nettare. La sua voce calda era dolcissima: "Venga a trovarmi qualche volta: sto a Manhattan, Pearl Street, proprio a due passi dalla Fraunces Tavern", disse salendo sulla Cord che l'avrebbe condotta via. Salutò ancora con la mano mentre l'auto partiva.
John J, Fisher rimase lì sul bordo della strada, la guardava svanire all'interno dell'auto che rimpiccioliva sempre più avanzando sulla Cinquantaseiesima Strada. "Sono felice" pensò, "Sono felice e innamorato". Non si accorse neppure di morire quando una Ford T nera guidata da un ubriaco lo travolse. "Sono felice" continuava a pensare...


1991


Dupre

KAREN DUPRÉ, “AVEC MOI IV”


sabato 13 maggio 2017

L’importanza della felicità

 

“La felicità non guarisce, ma protegge contro il cadere ammalati” disse il sociologo Ruut Veenhoven dell’Università Erasmus di Rotterdam, forte di uno studio pubblicato nel settembre 2008 sul “Journal of Happiness Studies“. Analizzando trenta ricerche svolte in tutto il mondo su periodi temporali tra uno e sessant’anni, Veenhoven ritenne che gli effetti della felicità siano paragonabili, come incidenza, al fatto se si sia o no fumatori.

Quello stato di benessere potrebbe allungare la vita tra i sette anni e mezzo e i dieci. Le persone felici sono più inclini a controllare il proprio peso e sono moderate nel bere e nel fumare: in generale sono più attente alla loro salute, molto attive, aperte al mondo, più sicure di sé. Di conseguenza, operano scelte migliori. L’infelicità cronica invece è involutiva e produce i suoi effetti alzando la pressione sanguigna e abbassando le risposte del sistema immunitario. I governi, dice Veenhoven, dovrebbero educare alla felicità: non è un caso che la Costituzione americana preveda tra i diritti “the pursuite of Happiness”, la ricerca della felicità.

Del resto i poeti e i filosofi già lo sapevano. Lo sapevano anche i guru indiani e i maestri buddhisti. Ora ci si mettono anche gli economisti, che hanno fondato una branca della loro specialità, l’«edonica»: quantificano e analizzano gli effetti dello stato di felicità che rende la vita piacevole e più ricca, non solo di denaro, spingendo al consumo. Così in più di cento paesi, la voce è inserita tra gli indicatori di crescita economica.

La felicità può essere poi condizionata dall’amicizia e dalle relazioni comunitarie, ma anche da fattori sociali come la libertà, la democrazia e le istituzioni. Come definirla? Gli esperti dicono che è il generale apprezzamento della propria vita nella sua completezza, ovvero uno stato mentale definito il migliore dalla persona interpellata.

“Vivo nell’attimo in cui sono felice” scrisse Edith Wharton in ”L'età dell’innocenza”. Questo è il fine: fare della propria esistenza un lungo periodo felice. “Don’t worry… Be happy”, come cantava Bobby McFerrin nel 1989.

2008

 

Magritte

sabato 6 febbraio 2016

Camminando

 

Credo di avere in me il DNA del camminatore. Qualcosa di atavico, dai tempi in cui per spostarsi occorreva percorrere decine di chilometri, e che è disceso lungo i rami fino ai miei nonni, che mi raccontavano di quel loro lungo peregrinare semplicemente per recarsi al lavoro o al mercato, ricordandomi che possedere una bicicletta in quei primi decenni del secolo scorso era un lusso.

Prendiamo il ramo paterno: il nonno ogni giorno andava a lavorare alla centrale idroelettrica distante sei-sette chilometri; scendeva al fiume e, risalendo, la sera faceva una sosta all’osteria a mezza strada per rifocillarsi con un bicchiere di quello buono. La nonna raggiungeva il mercato, che si svolgeva nel grosso centro più vicino, distante comunque almeno cinque chilometri: tornava carica di borse, con il passo lento e sicuro delle donne di campagna. Addirittura, ancora negli Anni ’70, quando c’era un comodo autobus, continuava ad andare al mercato a piedi.

E perché tacere del ramo materno? La nonna lavorava in una filanda già da ragazza e si sorbiva quotidianamente tra nebbie e gelo o sotto il sole cocente o i temporali d’estate una dozzina di chilometri buoni d’andata e altrettanti di ritorno. Il nonno era più fortunato, era falegname e lavorava nella sua bottega. Ma fu su quella strada che mia nonna percorreva ogni giorno che la incontrò e poi la corteggiò.

Ecco: mi sono chiesto perché amo così tanto camminare – camminare, si badi bene, non correre: c’è la stessa differenza che passa tra chi se ne va semplicemente in bicicletta e chi corre vestito come se fosse al Giro d’Italia o al Tour de France. Cammino con il mio passo, gustandomi il percorso, fermandomi quando qualcosa attira la mia attenzione, quando la poesia mi chiama da uno scorcio o da un cortile o da una strada di città. Sì, perché anche in città, quando il tempo me lo permette – il tempo tiranno, non quello atmosferico – lascio perdere metropolitane e autobus, sebbene nutra un’uguale ammirazione per l’antico fascino del tram, e mi incammino sull’asfalto, sul pavé, sul lastricato, godendomi le voci, i suoni, i profumi, gli odori.

E quando il tempo – sempre il tiranno – allenta la sua presa, di domenica o d’estate, allora vado lungo il fiume a respirare l’aria ripulita, a farmi accarezzare dal vento come le canne palustri, o ancora in collina a perdermi tra i boschi, in quelle cattedrali di alberi che si elevano al cielo. Più raramente mi capita di camminare lungo il mare: quella, sulla sabbia umida della battigia mentre il libeccio soffia verso la costa e le onde vengono a lambire i miei piedi nudi, è certamente l’esperienza che prediligo, ex aequo con lo smarrirsi nel labirintico saliscendi tra i canali di Venezia.

Camminando, come l’aborigeno che mappa il suo territorio e lo canta, mi lascio inondare dalla luce del giorno o intridere dalla nebbia: il paesaggio allora non mi è più ignoto, ne faccio parte, per quanto lontano sia da casa.

 

walking feet blur

sabato 30 gennaio 2016

Il dormiveglia di Sant’Agostino

 

“Così il bagaglio del secolo mi opprimeva piacevolmente, come capita nei sogni. I miei pensieri, le riflessioni su di te somigliavano agli sforzi di un uomo, che malgrado l’intenzione di svegliarsi viene di nuovo sopraffatto dal gorgo profondo del sopore. E come nessuno vuole dormire sempre e tutti ragionevolmente preferiscono al sonno la veglia, eppure spesso, quando un torpore greve pervade le membra, si ritarda il momento di scuotersi il sonno di dosso e, per quanto già dispiaccia, lo si assapora più volentieri, benché sia giunta l’ora di alzarsi; così ero io sì persuaso dalla convenienza di concedermi al tuo amore, anziché cedere alla mia passione; ma se l’uno mi piaceva e vinceva, l’altro mi attraeva e avvinceva”.

Ho trovato meravigliosa questa metafora di Sant’Agostino, tratta dalle “Confessioni” (VIII, 12): il filosofo di Ippona descrive il suo tormentato passaggio alla vita cristiana, al battesimo che riceverà a Milano da Sant’Ambrogio il 24 aprile del 387, notte di Pasqua. Giunto ormai vicino alla decisione, Agostino ancora è trattenuto dal pensiero del matrimonio, dall’attitudine al piacere, e questa sua esitazione è ben raffigurata dallo stato di una persona che resta nel dormiveglia, che non decide di alzarsi, ben sapendo che quella è l’unica soluzione e che naturalmente si dovrà risvegliare e cominciare la giornata.

Agostino era un santo e filosofo e molto travagliata fu la sua via verso la fede: meditata attraverso i vizi e l’adesione al manicheismo, con progetti di matrimonio e addirittura di una “comune”. Ma anche ognuno di noi, e non parlo necessariamente del cammino religioso, spesso rimane in questo dormiveglia, in questo limbo in cui non si decide ma si rimane avvolti nelle coperte, nel comodo e piacevole torpore dell’ultimo sonno, si dice “Ancora un attimo”, si sussurra “Sì, tra poco mi alzo” e intanto, temporeggiando, la vita scorre e le occasioni fuggono…

2009

 

Sleeping Man

ELLEN ALTFEST, “SLEEPING MAN”

sabato 24 ottobre 2015

Una lezione di politica

 

Da qualche tempo la discarica comunale – chiamata con garbato e ipocrita eufemismo “isola ecologica” - del mio paese è stata dotata di accesso condizionato con Carta Regionale dei Servizi, che il volgo chiama invece “tessera sanitaria”. In pratica questo significa che il sistema controlla non solo che chi viene a depositare i rifiuti è un residente ma anche limita gli accessi a un numero definito di macchine, cioè sei.

Messa così, sembra una cosa asettica, pur parlando di rifiuti, che al massimo attinge alla sfera privata dell’individuo, che si sente da un lato leso nella sua privacy e dall'altro controllato dall’occhio vigile e indomito del Grande Fratello di orwelliana memoria.

Ma, in realtà, l’automazione è anche la parabola di molto altro: prima, quando l’accesso era libero e controllato casomai dagli addetti, non c’erano lunghe code per entrare e l'operazione di conferire i rifiuti ingombranti, le macerie, il vetro, le batterie, l’erba rasata e i rami potati era tutto sommato rapida. Adesso ci sono code, mugugni, liti, battibecchi. Ovvero, in questo caso si può dire che le norme e la loro applicazione senza un minimo di buon senso - gli arcigni controllori non consentono alcuna eccezione all’ingresso - generano un caos tipicamente burocratico, statale, mentre l’anarchia di prima, praticata in armonica collaborazione dagli utenti era in grado di smaltire con maggior velocità l’uso della discarica comunale.

Insomma, ci siamo fatti dare una lezione di politica anche dalla spazzatura.

 

sabato 26 settembre 2015

Ma

 

Leggo su Tuttolibri – numero 1845 di sabato 5 gennaio 2013 – l’intervista a Mana Neyestani, disegnatore iraniano incarcerato dal regime e poi rifugiatosi in esilio a Parigi con la moglie:

“Tutto sommato, mi è andata bene. Sono stato in galera tre mesi, ma c’è chi è lì anche da dieci anni. Sono in esilio, ma qui ho libertà di parola. Ho la mia matita e posso usarla. Ho solo questo. Ma non può immaginare quanto sia prezioso”.

Cos’è che mi ha colpito tanto da segnare con un rigo di penna questa frase tra le tante altre che appaiono nel supplemento della Stampa? Sono quei tre MA. L’avversativa che dovremmo sempre usare quando consideriamo la nostra situazione: forse quello che abbiamo al momento non è il massimo, non è ciò che esattamente desideravamo, però sicuramente non ci troviamo nell’opposto, nella negazione totale dei nostri desideri e delle nostre opportunità e il cambiamento è comunque un’opzione ancora praticabile. Quei tre MA sono le scialuppe di salvataggio che permettono a Neyestani di non affondare, come tanti altri MA ci consentono di non vedere nero, ma di scorgere la luce della speranza illuminare la via diversa che – obtorto collo o per propria decisione – si è intrapresa.

2013

 

DISEGNO DI MANA NEYESTANI

sabato 4 aprile 2015

I parcheggi

 

Davanti a me alcuni scontrini di parcheggio. Erano nella vaschetta portaoggetti della mia auto e mi sono capitati tra le mani quando finalmente mi sono deciso a fare un po’ di pulizia.

Il parcheggio è il luogo fisico in cui la visita a una città comincia e finisce: racchiude in sé la speranza dell’attesa, le fantasie su ciò che si potrà osservare, sul bar dove si potrà sorbire un cappuccino o bere un calice di vino bianco accompagnato da gustosi stuzzichini, sul ristorante dove ci si fermerà a pranzare. È il luogo del desiderio, dunque. Ma è anche il punto dove la visita finisce: è già ricordo che si va costruendo; è rimpianto di ciò che non si è potuto vedere o fotografare, del souvenir non comprato, della cartolina non spedita. È anche il luogo dove la memoria ha inizio, allora.

Si arriva baldanzosi, con la macchina fotografica, con la borsa, con lo zainetto. Si prende il tagliando e si pagherà poi con comodo, quando si torna. Oppure si inseriscono subito le monete nella fessura e si stampa lo scontrino che ci darà un tempo limitato. Certo, il primo metodo di pagamento è il migliore. Poi si gira per la città, si fa quel che si deve fare, si vede quel c’è da vedere, si compra quel che c’è da comprare. E infine si torna, con passo più stanco. E stanco è anche il gesto di porre la borsa, lo zaino, la macchina fotografica sul sedile posteriore, di posare i pacchetti nel baule. Un bel respiro, un sospiro, un ultimo sguardo al luogo che abbandoniamo e si sale in auto: cintura di sicurezza, avviamento, marcia e si riparte…

 

ParkLU

sabato 13 dicembre 2014

Aspettando

 

(martedì)

E non ha chiamato neppure oggi. Mi sono alzato e la speranza si è levata con il sole, nuova - come se il lunedì non fosse trascorso invano. Con il passare delle ore però si è fatta come un’eco lontana, come il rumore del mare nelle sere d’estate quando siedi al tavolino di un caffè a bere birra o a mangiare una coppa di gelato, che so, un “Eis-Café” o una “Nafta”, o ancora come la musica di un’orchestrina che arriva soffusa da un giardino o un’opera lirica alla radio in certe mattine piene di sole.

Così mi ha infine preso il nervosismo, sono stato teso e scattavo per un non­nulla, finché non sono caduto in una sorta di avvilimento, che perlomeno è riuscito a calmarmi. Spero di non arrivare al panico...

Poi c’è stato anche il temporale, con chicchi di grandine grossi come biglie di vetro e vento che mi ha portato un bruscolino nell’occhio. C’è voluta più di mezz’ora perché riuscissi a toglierlo, e in quel tempo non ho certo pensato a lei che non mi chiama. Forse per il sollievo mi sono sdraiato sul letto ad ascoltare un album degli Eagles, “Take it easy”. E ho ripensato a lei.

Poco fa mi sono messo nel posto in cui mi ha detto quella famosa frase “Ti faccio sapere qualcosa”, come per esorcizzare i miei timori. Allora era quasi mezzo­giorno e c’era il sole a picco, adesso è sera, c’è la tramontana lasciata dal temporale e nuvole bianche e grigie chiazzano il cielo. Non è la stessa cosa.

(mercoledì)

“Non dari spes sine metu nec metum sine spe” scrisse Baruch Spinoza nella sua “Ethica”. È vero. Posso testimoniarlo in questi giorni di speranza venata d’angoscia: sogno che avvenga quello che desidero e al contempo temo che non avvenga, per qualsiasi motivo.

Ho provato a enumerare le varie ragioni per cui lei non mi ha ancora chiamato, dalla mia errata interpretazione delle sue parole a problemi che affliggano lei, a eventi che le abbiano impedito di svolgere la sua missione. Ciò mi ha fatto stare meglio: la mia aspettativa ha ripreso un po’ di fiducia. Sarà anche lo splendido sole che sfavilla, sole d’estate piena in un cielo azzurro e terso, quello che lasciano i temporali quando se ne vanno.

(giovedì)

La speranza si va lentamente trasformando in illusione, come per una di quelle magie mitologiche: Bauci trasformata in statua di sale o Niobe impietrita. Il prossimo passo è lo sconforto, ma mi auguro che non arrivi mai.

L’approssimarsi di un altro lunedì mi ridà pero carica, quasi avessi potuto comprendere male le sue parole, quasi che in effetti lei intendesse non il lunedì che è alle spalle, ma il prossimo, quello venturo nella quindicina.

Così trascorro giorni quasi uguali, nell’attesa. Ascolto radio e sono tornato al mio vecchio pallino: i dischi degli anni Settanta di Lucio Battisti.

(venerdì)

Con la logica. Con la logica - ho pensato - posso venirne fuori. Ed infatti la mia speranza ha recuperato vigore: lei non mi ha telefonato (“Ti faccio sapere qualcosa”) per dirmi di sì, d’accordo, ma neppure ha telefonato per dirmi di no, cosa che avrebbe sicuramente messo K.O. oltre alle speranze anche il mio morale.

Con la logica dunque ancora mi salvo, come naufrago aggrappato a un salva­gente, e mi sono preparato una valanga di motivi per cui la sua telefonata ha tardato e tarderà ancora.

(1999)

 

Olson

ERIK OLSON, “CHRIS”

sabato 6 dicembre 2014

Lunedì

 

Non so che dire. Questa attesa è frustrante. Il telefono non ha ancora squillato una volta quest’oggi. Ho addirittura temuto che si sia rotto, poi ho controllato: funziona. Non trovo pace: comincio a fare qualcosa, poi smetto, cammino su e giù e non concludo.

Solo sull’amaca, una mezz’oretta dopo il pranzo e il telegiornale, sono riuscito a riordinare i miei pensieri, a valutare la situazione senza comunque venirne a capo. Però mi sentivo bene, la luce del giorno disegnava una tendina arancio sugli occhi chiusi, quasi mi appisolavo...

“Lunedì” ha detto lei, un frammento di discorso cui forse ho assegnato un’eccessiva importanza. “Lunedì” ha detto lei e mentre se ne andava ha aggiunto “Ti faccio sapere qualcosa”, quattro parole che mi hanno reso euforico per tutta la settimana, come una scarica di adrenalina, quella dei centometristi alla partenza della finale olimpica o degli astronauti che posero il piede sulla luna.

Lunedì, le sedici e tre minuti. Il telefono non ha suonato ancora una volta quest’oggi. Neppure un amico che avesse bisogno di qualcosa o i coetanei per una rimpatriata o venditori d’olio, di vino o di enciclopedie. Neppure uno che ha sbagliato numero e chiede di Marta o del capofficina.

Solo il campanello, stamattina: era il postino che mi consegnava un pacco, il cappellino che ho vinto al concorso della birra Bud, color kaki, con visiera carminio e le scritte Bud in bianco su rosso e King of Beers in blu, e una formica con un bicchiere in mano.

Ma lei, lei non chiama. Adesso sarà certamente al lavoro. Dovrà restarci ancora un paio d’ore. Poi, forse chiamerà. “Lunedì”. È lunedì fino alla mezzanotte, anche se penso che non mi telefonerebbe così tardi. Magari verso le otto, o le nove. Magari no.

“Lunedì”. Però non aveva associato lunedì a “Ti faccio sapere qualcosa”, quando se n’è andata. “Lunedì” l’aveva detto prima, parlando dell’argomento che mi sta a cuore. Potrebbe anche darsi che telefonerà domani o mercoledì, o un altro giorno...

Le sedici e undici. Il tempo oggi fatica a passare. Ho letto un po’ tre libri di­versi, un brano da ciascuno: “L’ultima amante di Hachiko” di Banana Yoshimoto, “Op-Center Parallelo Russia” di Tom Clancy, tre capitoli della “Sonata a Kreutzer” di Lev Tolstoj. Come ho fatto a cominciare tre libri in contemporanea? E sulla scrivania c’è “Lo strangolatore” di Manuel Vázquez Montalbán, che ho comprato ieri. Spero non mi venga la tentazione di iniziare a leggere anche quello senza aver finito gli altri.

Avrei anche bisogno di riordinare la biblioteca, di collocare nelle scatole libri che non mi interessano più così da fare spazio, ma oggi fa troppo caldo: trentatré gradi e un’umidità del sessanta per cento. Lascerò i libri accatastati uno sull’altro ancora per un po’ e so già che finirò col non trovare poi il tempo di farlo.

“Lunedì”. C’era un tempo che odiavo il lunedì, quella sua ineluttabile imposizione di ricominciare, quell’abulia che ne permeava gran parte della giornata.

Oggi lo benedirei questo lunedì se mi portasse l’esito sperato, santificherei in qual­che modo tutti i lunedì e me ne infischierei degli scioperi dei treni o dei mezzi pubblici, della neve, della pioggia, del sole a picco, della nebbia. Se lei telefonasse, se lei dicesse sì questo lunedì.

Più tardi

Ho appurato che il telefono funziona: ho fatto il 161 e una voce di donna sul sottofondo della “Danza delle Ore” di Ponchielli mi ha comunicato che erano le diciassette e cinquantatré e trentacinque secondi. Poi ho chiamato il numero di casa dal cellulare ed ha squillato.

Nulla. Non mi ha chiamato e sono le sette e mezza di lunedì. “Lunedì”. Così ho letto qualche pagina della Yoshimoto, dove la protagonista Mao incontra un italiano, che poi è il traduttore del libro, ma che nel romanzo è un critico d’arte-dongiovanni-violentatore, e poi ho ascoltato un po’ di radio. Canzoni datate: “Vecchio frac” di Modugno, “Cirano” di Guccini, “Margherita” di Cocciante, “Generale” di De Gregori, qualche pubblicità e un breve notiziario.

Ma il telefono non ha suonato. Il telefono non suona. L’euforia dei giorni scorsi è da un bel po’ ch’è passata, ora semmai propendo per la delusione, tenendo comunque sempre viva la speranza, come la fiamma sacra delle Vestali.

(1999)

 

Hopper

EDWARD HOPPER, “ROOM IN NEW YORK”, PART.

sabato 9 agosto 2014

Il rimpianto

 

Il rimpianto è il ricordo tristemente amaro di qualche cosa che si è perduto: una persona che si è amata nel corso della nostra vita e che poi per colpa nostra o per le contingenze del vivere ha preso un’altra strada; una cosa che ci stava a cuore e che poi fatalmente è andata distrutta, siamo stati costretti a vendere, si è persa nei labirinti dei giorni; o ancora – e soprattutto! – di una strada che abbiamo scelto invece di seguirne un’altra, di un’occasione che abbiamo lasciato passare convinti che sarebbe un giorno o l’altro ritornata. Quello mi sembra essere il vero significato del rimpianto: in esso si cristallizza tutta quanta la nostalgia, come fa il miele in un vasetto di vetro lasciato troppo a lungo sullo scaffale più alto dell’armadio. Ugualmente la nostalgia può apparire dolce sul principio, dolcissima,un sottile piacere persino, ma alla fine quello che davvero ti lascia è quel retrogusto amaro. Un sapore di errori, di sconfitte, di fallimenti. E forse è  terribilmente vero quello che scrisse Emil M. Cioran, un vero teorizzatore del rimpianto, che lui considerava la sola vera funzione della memoria: “Qualcuno ha detto molto giustamente: «Io sono quello che non ho fatto». Con questo si deve intendere che gli atti che non abbiamo compiuto, per il fatto stesso che vi pensiamo di continuo, sono il solo contenuto del nostro essere. In altri termini, io sono i miei rimpianti”.  Però, alla fine, se io sono i miei rimpianti, sono anche le volte che ho scelto la strada giusta, sono le gioie che ho provato, sono i piaceri, anche quelli semplicissimi come guardare la luce del giorno spegnersi nel cielo allagato dal tramonto.

 

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sabato 31 maggio 2014

Motivi che non si dicono

 

Una cosa che mi diverte fare è aprire una raccolta di massime o un’antologia di aforismi o ancora la Bibbia o la Divina Commedia e leggerne un estratto a caso, come se fosse un oroscopo o un oracolo – non a caso uno di questi florilegi di massime, quello di Baltasar Gracián, si intitola “Oracolo di saggezza”. Quella frase la si può applicare alle proprie contingenze immediate o a una riflessione di carattere generale.

Oggi ho preso in mano le “Massime e pensieri” di Nicolas de Chamfort, pensatore del Settecento francese, piuttosto critico sulla società e sui rapporti tra gli esseri umani e il sistema. Come se tirassi i dadi, ho lasciato scorrere avanti e indietro le pagine, finché il caso ha aperto davanti ai miei occhi la meraviglia della massima n. 152: «Si è felici o infelici per una quantità di motivi che non sono palesi, che non si dicono affatto o che non si possono dire». Mica male davvero… Quante sono le cose che taciamo di noi, quante sono quelle che vorremmo dire e invece teniamo dentro, quante cose dobbiamo affidare al silenzio perché se le dicessimo scateneremmo una guerra tra bande! E la nostra felicità – o la nostra assenza di infelicità per dirla alla Leopardi – o la nostra infelicità dipendono da questi motivi che non possiamo rivelare, che teniamo dentro, mentre al di fuori mostriamo la nostra maschera di ipocrisia o di quieto vivere.

 

sabato 19 aprile 2014

Il valore delle cose

 

"La colonna rallenta e un compagno ne approfitta per slegare ed aprire il telone. Come assetati beviamo l'aria pura del mattino: poter lavarsi il viso, sciacquarsi la bocca per cacciar fuori la polvere naftosa e bere un caffè, sentire l'odore del pane appena sfornato, vedere il sorriso di una ragazza. Ma questo era una volta e non ne sapevamo il valore: ora mi sembra d'essere inutile come una borraccia vuota". È un giorno di novembre del 1941 quello che Mario Rigoni Stern ricorda in Quota Albania: la traversata da Brindisi è stata particolarmente dura, il mare non era calmo e gli aerei britannici bombardavano le navi. Da Durazzo i soldati vengono portati a Tirana su camion militari. Da lì raggiungeranno Korça in aereo. Sul Pindo la Julia è già in combattimento, il Morbegno e il Tirano sono impegnati sui monti albanesi.

Durante una breve sosta Rigoni Stern, che ha vent'anni e viene dalla tranquilla Asiago, riflette sul valore delle cose: l'aria del mattino, un caffè, il pane fresco, le ragazze per le strade. Tutte cose ormai perdute: ora c'è solo la guerra. Invece delle corse con gli sci, delle uscite a caccia in cerca di pernici o urogalli, di albe ad inseguire le tracce della volpe, di scarpinate verso le malghe, per lui ci saranno i muli e le giberne, il rancio e il fango dell'Albania. Quelle piccole cose sono perdute e pensa quasi con rabbia a quando le aveva e non ne valutava esattamente la portata, le dava per scontate. Dice in parole moderne quello che scrisse Shakespeare qualche secolo prima: "Non si apprezza il valore di quel che abbiamo mentre ne godiamo, ma appena lo perdiamo e ci manca, lo sopravvalutiamo e gli troviamo il pregio che il possesso rendeva invisibile, finché era nostro". È una massima che riconosciamo vera soltanto quando è troppo tardi. Eh sì: "non ne sapevamo il valore". Quando il nostro mondo cambia, all'improvviso o impercettibilmente giorno per giorno, arriviamo a riflettere su quei piccoli dettagli, su quelle abitudini semplici che ci sembravano diritti acquisiti, tanto da non considerarne neppure la loro rilevanza nelle nostre vite.

Come la libertà: spesso ci lamentiamo, ma non dobbiamo scordare che è un bene grande, costato sacrifici e privazioni. La respiriamo a pieni polmoni, come se fosse inesauribile. Solo quando viene a mancare, ci rendiamo conto della sua importanza. Come l’aria…

 

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FOTOGRAFIA © ISTITUTO LUCE

sabato 29 marzo 2014

Ciottoli

 

“Umida resistenza, ed i saziati
tonfi dell’eco in ciottoli raggruma
l’acqua, in musi cretosi del suo fondo.”

ALFONSO GATTO,
Poesie 1929-1941, Desiderio di laguna

Dove il fiume scorre più lento, tranquillo nel suo greto antico che alcuni dicono fece da sfondo ad opere di Leonardo – il genio di Vinci dipinse qui certamente “La Vergine delle Rocce – dall’acqua cristallina ecco spuntare i ciottoli. Il velo verde della superficie, che appare come un largo fluire, è solo il riflesso delle sponde: quando ti chini vedi solo quelle pietre levigate, smussate da secoli di carezze e di furie.

Hanno diverse dimensioni e tanti colori: sono grigi, bianchi, verdi, viola, marroni; alcuni sono cosparsi di venature come le mani di un uomo. Ma tutti hanno quel curvo disegno che il tempo ha pazientemente lavorato, giorno dopo giorno, onda dopo onda.

Eccoli lì: puoi farne un argine per contenere l’esuberanza delle piene, un fermacarte da tenere in bella vista sopra la scrivania, un soprammobile contemporaneamente antico e modernissimo, lo puoi trasformare in un gatto o in una coccinella semplicemente dipingendolo con colori acrilici. Puoi lastricarci un vialetto o costruirci una casa, ci puoi giocare come un bambino.

No: soppesali, rigirali tra le mani, osservali e poi lasciali dov’erano. Quando un velo d’acqua li ricoprirà, rifletteranno il cielo.

 

Fondo del fiume a Cornate

FOTOGRAFIA © DANIELE RIVA

sabato 18 gennaio 2014

Scelte

 

Ho incontrato la madre di Paola oggi: è venuta in ufficio per una consulenza fiscale. Le ho chiesto di salutarmi sua figlia e lei mi ha raccontato che adesso Paola sta passando un brutto momento, che rimane sola per tutta la settimana con i due figli piccoli mentre suo marito gioca e la situazione è ormai al limite di rottura. Ma “lui non ha le palle” neppure per andarsene.

E sempre oggi, mi sono imbattuto in Anna, che passeggiava con il figlio per il paese: anche lei ha una storia del genere alle spalle. Anche lei, come Paola, di cui è coetanea, si è imbattuta in uno smidollato – di genere diverso, il suo gioco sono le aule dei tribunali, ma la “droga” è la stessa – ed è riuscita ad evadere da quella prigione che adesso attanaglia Paola. Oggi il sorriso che illuminava il suo volto valeva più delle parole che diceva, sprizzava la libertà ritrovata accanto a un uomo che la rende felice.

Molti bivi ci si presentano, spesso nemmeno ce ne accorgiamo, eppure imbocchiamo una strada dalla quale è complicato se non impossibile tornare indietro: compiamo delle scelte e queste scelte talvolta ci traghettano nel mondo che sognavamo per noi, talvolta ci proiettano invece dentro un incubo dal quale non sappiamo risvegliarci. E poi ci sono altre scelte che non riusciamo a fare o che facciamo troppo tardi. Ci sono scelte che ci lacerano e scelte che ci liberano. Scelte difficili, comunque, ardue come una montagna da scalare. Scelte che spesso ci riempiono di paure e di dubbi. Scelte sospese tra il rabbioso pianto di Paola e il nuovo sorriso di Anna. Scelte che alla fine sono la nostra vita.

 

DURNFORD KING, “TWO WOMEN”

sabato 14 settembre 2013

Un incontro alla stazione

 

Paola si materializzò nella stazione semideserta delle quattro del pomeriggio; nell’afa di quel caldo giorno d’estate sembrava proprio un miraggio.

«Dopo tanto tempo...» Era ancora la stessa, forse il corpo addirittura un po’ più affusolato nonostante i dieci anni trascorsi. Indossava un abitino color verde mela, dello stesso stile e della stessa eleganza che ricordava, come del resto anche in quell’ultima scena che per tanti anni si era portato appresso: quello spolverino bianco che sventolava nella brezza settembrina.

«E così ora che cosa fai? Ti occupi ancora dell’azienda di famiglia?» Anche le parole, i gesti, erano gli stessi di allora, quelli della ragazza adolescente che provava i primi rossori, che pensava a divertirsi e ogni sera inventava qualche cosa di nuovo, qualche posto insolito dove andare. Gli stessi gesti, le stesse parole di quel settembre avanzato in cui per l’ultima volta furono insieme, mentre il cielo già sporco di smog s’incupiva per l’avvicinarsi di un temporale.

«Il tuo treno parte subito o hai tempo?» per lei avrebbe preso anche l’ultimo treno, vi avrebbe pure rinunciato, avrebbe dormito in stazione pur di restare con lei un minuto di più. E invece lei diceva «Mezz’ora» e lui già guardava l’orologio, il grande orologio dai numeri gialli che scattavano impietosi. «E quanto tempo passerà prima che tu torni?» Gli sembrava di aver già detto quelle parole, forse in un altro contesto, forse con un accento più accorato, come se provenissero da un’altra vita: era stato quell’ultimo giorno, nel salotto di lei, arredato come una stanza dell’Ottocento.

Il sole arroventava le pensiline, ne cadeva sotto forma di luce colando come i famosi orologi di Dalí. Due ragazzi abbracciati passarono sbaciucchiandosi, gli ricordarono Paola e lui di quindici anni prima, i due che adesso come estranei si stavano scambiando banalità, imbarazzati quasi di quel loro passato che era sembrato essere l’universo intero. Come attori che recitassero un copione stavano lì a parlare del tempo e del lavoro, a indignarsi per la situazione politica, quasi solo per il fatto di essersi incontrati dopo tanti anni in una stazione - per puro caso - un pomeriggio d’estate davanti al chiosco delle bibite, e due che si incontrano per caso in una stazione devono parlare del tempo, del lavoro e di politica, non certo dei loro amori. Magari, a incontrarsi in spiaggia o in un ristorante è ancora possibile, ma in una stazione! E l’orologio scattò ancora una volta.

«Ora bisogna proprio che vada» disse Paola e lo baciò sulle guance, lo stesso modo affettuoso di salutare che aveva anche allora. «Telefonami, se ti fa piacere». Rimase lì a guardarla, mentre si avvicinava al treno; i tacchi risuonavano forte sull’ammattonato. La vide salire e voltarsi ancora una volta, salutare con la mano. Rispose al saluto e non la vide più. Aspettò che il treno partisse, lo guardò andare via, finché non divenne un puntino sull’orizzonte, poi se ne andò portando nella memoria e nel cuore un’altra scena di addio.

3 maggio 1995

 

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JACK VETTRIANO, “THE RAILWAY STATION”

sabato 7 settembre 2013

Leggendo Pessoa

 

Leggo Pessoa, “Il libro dell’inquietudine”. Una pagina al giorno, senza esagerare, qualche volta anche solo uno dei capitoletti che compongono l'opera. Lo centellino, come una bottiglia di porto posata su un tavolino di quei bar all’aperto che il poeta portoghese frequentava a Lisbona. Come una Bibbia da consultare soltanto per un versetto, come una filosofia portatile, un testo da cui trarre una divinazione.

Così oggi mi capita di soffermarmi su questa affermazione: “Un amore è un istinto sessuale, però non amiamo con l'istinto sessuale, ma con la presupposizione di un altro sentimento. E questa presupposizione è, di fatto, un altro sentimento”. E di conseguenza resto a riflettere sulla mia situazione contingente, sul momento che sto vivendo, sui rapporti che intercorrono tra me e P.

Analizzo questo sentimento che provo. Non ha la stigma dell'amore, o almeno non ancora. È un territorio inesplorato dove picchiare paletti, dove ipotizzare costruzioni: come quelle aree fabbricabili piene di sterpi e di erbe secche che si muovono al vento - l'architetto vi sogna già palazzi, strade, alberi, vede già persone che vivono in quelle case, in quei giardini che esistono solo nella sua mente, nella sua fantasia. Ecco, così è questo sentimento: vive del fascino del possibile, come in un sogno.

E intanto sono, così, semplicemente, languidamente. Lascio scorrere la vita come un fiume placido, in questa tranquilla domenica di fine estate, senza preoccupazioni, senza patemi. Mi lascio anche andare ad una fantasia amorosa, ma come un brivido di febbre che invada il corpo. E penso a lungo a qualche posto dove sarebbe bello andare per una passeggiata pomeridiana sapendo che poi non andrò da nessuna parte.

 

Almada_Negreiros,_Retrato_de_Fernando_Pessoa,_1964

ALMADA NEGREIROS, “RITRATTO DI FERNANDO PESSOA”

sabato 5 gennaio 2013

Nascere

 

È sempre pieno di promesse il nascere – è vero, Ungaretti.

È il fiore in boccio, è la speranza che illumina con i suoi raggi.

Così, in questo anno appena nato, che in poche ore è passato dal sole alle nuvole e poi alla pioggia, guardo le pagine bianche di questo taccuino e mi sorprendo a pensare che ognuna è una promessa, che in quell’apparente nulla in realtà sonnecchiano embrioni di parole che diventeranno frasi compiute, poesie, racconti intessuti di vita e di emozioni.

Perché questo è nascere: venire dal nulla. E rinascere è venire da una parte di sé, rifondarsi su nuove basi, edificare su nuove fondamenta. È ciò che facciamo ogni volta che un nuovo anno si presenta all’orizzonte delle nostre vite: i propositi che formuliamo altro non sono che un tentativo di nascere, di venire da una parte di noi che non amiamo a un nuovo essere.

E se non ci perderemo nel corso dell’anno, se non ci lasceremo distrarre, se sapremo vincere l’ignavia delle abitudini, allora davvero potremo dire di essere nati e vedremo con occhi nuovi quell’alba radiosa.

 

DESCOTT EVANS, “LEAVE MESSAGE”