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sabato 28 settembre 2019

Una donna sola


Davanti alla sua casa vigila un pino atlantico come una sentinella nella sua uniforme grigio-azzurra. Un'acacia dal muro di cinta allunga la sua chioma come una giraffa che tenda il collo per brucare teneri germogli. Bassi cespugli tozzi e corpulenti fanno corona al vialetto di cotto. La sua casa è bassa, si estende su un solo piano nell'erba ben rasata. Il camino sovrasta le tegole come uno spillo puntato su una bacheca di sughero e le imposte di legno laccato sono chiuse per la maggior parte del giorno: sembrano occhi, La porta è alla loro sinistra: se fosse in mezzo alle due finestre potrebbe essere il naso; così invece dà l'impressione di un dipinto di Picasso. Dietro la casa c'è solo il cielo: ogni sera vi si inscena lo spettacolo del tramonto.

Lei è una donna giovane e volitiva, ama vestire con abiti attillati che mettono in mostra le forme curate del suo corpo. Raccoglie sempre i capelli ramati sulla nuca fermandoli con uno spillone di cuoio. Quando la sera li scioglie davanti allo specchio, guardandoli scivolare sulle spalle nude ama paragonarli a onde. Si compiace del fatto che solo a se stessa consente di vedersi con i capelli sciolti, come un piccolo segreto. Preparandosi per la notte, guarda fuori: le luci del vialetto di accesso, che lascia accese fino all'alba, le danno sicurezza. Sta lì con la maglietta e i calzoncini e rimira i globi luminosi e i loro aloni. D'estate vi sfarfallano insetti e falene, d'inverno talvolta roteano i fiocchi di neve.

È rimasta sola, tradita da un amore sbagliato che aveva ritenuto quello giusto, quello per l'eternità. Si ingannava. La solitudine è il pegno che paga a quel suo giovanile errore. Con il passare del tempo si è abituata a quella solitudine, non lo avrebbe mai ritenuto possibile. Ne aveva orrore! La rifuggiva con numerose amicizie - troppe, si dice adesso, e troppo occasionali. Eccola lì sola, che guarda dalla finestra aperta il giardino illuminato nella calda notte estiva, i capelli sciolti sulle spalle e la maglietta degli U2. Alla tenue luce dei globi legge prima di andare a dormire. Legge i tormenti di un'altra donna, le sue inquietudini. Legge il Diario di Katherine Mansfield e confronta la sua vita con quella della scrittrice neozelandese. La comprende, la disapprova, si immedesima, partecipa.

La sua casa è illuminata a festa. Sopra il tetto splende la luna.

1994


sabato 25 maggio 2019

Vittorio


Martedì 21 maggio, San Vittorio. Non è un incipit originale: confesso di averlo copiato dalla Signorina Felicita di Guido Gozzano. In fondo, il meccanismo è lo stesso: leggendo il nome del santo del giorno sul calendario, l’ho associato subito all’immagine di un amico scomparso ormai da troppi anni, portato via da un male di quelli che vengono definiti “incurabili”.

Quel nome, come un tappo tolto da una bottiglia scatena l’aroma del vino, ha dato la stura ai ricordi: Vittorio che un pomeriggio d’inverno quando ero bambino, durante le vacanze di Natale,  incontrò per strada me e mio padre che andavamo a prendere il treno per Bergamo e, saputo che ci stavamo recando in città per vedere l’ultimo film di Bud Spencer e Terence Hill, “Più forte ragazzi”, non volle sentire altro e ci accompagnò lui stesso al cinema con la sua Cinquecento blu chiaro. Fu un pomeriggio indimenticabile di cazzotti e risate e amicizia.

E ancora Vittorio che una sera che tornavo in licenza quando ero militare incontrai a Peschiera del Garda dove mi ero fermato per una sosta e mi portò a mangiare una pizza in un locale galleggiante sul lago mentre le luci della costa si riflettevano tutto intorno a noi. Ero un giovane uomo allora e parlammo, noi soli, di cose molto profonde: delle donne e dell’amore, di come la vita sa fregarti…

Sembrava presagire quella sera sul Garda: anni dopo lo incontrai alla stazione di Sesto San Giovanni, sulla banchina aspettava come me il treno che ci avrebbe riportato a casa. Capii che era malato dalla luce dei suoi occhi, come se volesse dirmelo e non osasse. Si sforzò quel tardo pomeriggio di essere affabile, di essere il simpatico amico più grande che mi aveva insegnato a risolvere i rebus. Ma io avevo intuito, io avevo capito e tenevo le lacrime ben strette, quelle stesse lacrime che ora si sfogano e rigano le mie gote mentre ricordo, quelle stesse lacrime che versai dietro un paio di occhiali da sole il mattino in cui lo salutai per sempre, venti anni fa, in un piccolo cimitero di campagna.

21 maggio 2019



DIPINTO DI JOHN LAUTERMILCH


sabato 20 ottobre 2018

Il vecchio e i cachi


Il vecchio avrà novant'anni. Ha una testolina avvolta da una corona di capelli candidi che lo fanno somigliare a un pulcino spiumato, una barba sfatta e un corpo esile e impacciato che riveste di abiti che hanno visto, come il proprietario, tempi migliori. I calzoni sono oramai sbiaditi, il loro verde s'è fatto colore da camice ospedaliero; il maglione a rombi è un residuato degli Anni '70 e le tarme, anno dopo anno, vi banchettano alacremente.

È qualche giorno che lo osservo: si avvicina furtivo, ma in realtà deve essere la sua andatura naturale, fatta di passettini malfermi, e si apposta sotto il grande albero di cachi vicino alla strada. Il giardino appartiene a una casa rimasta disabitata dopo la scomparsa dei suoi abitanti; di tanto in tanto viene un figlio o una nuora a dare aria alle stanze.

Ma conosce gli orari, il vecchio... È lì sotto la pianta e rimane fermo come se osservasse il traffico per passare il tempo. Quando all'improvviso si fa il vuoto nella strada, allora con fatica si alza sulle gambette doloranti e appesantite e con un enorme sforzo si aggrappa ai rami più bassi, li tira a sé come una pingue rete da pesca, e dopo qualche tentativo riesce ad appropriarsi di uno o due di quei frutti arancioni, ancora acerbi. Li soppesa, li posa un attimo soltanto sul muretto, li ripulisce dalle foglie che sono rimaste attaccate al picciolo e si incammina lento con il suo tesoro in una mano.

Giorno dopo giorno, dopo giorno, per tutto il tempo di maturazione dei cachi. Oggi ha dovuto faticare più del solito: i rami bassi li ha ormai spogliati e ne ha dovuto attaccare uno più in alto. Però è stato fortunato: i frutti erano tutti uniti e formavano un bel gruppetto, ne ha portati via quattro. Se n'è andato zampettando come al solito, ma la sua andatura aveva un non so che di gioioso grazie a quel bottino insperato. Me lo sono immaginato tornare a casa dalla moglie, una vecchierella altrettanto esile e malmessa, come un criceto con le sue provviste per l'inverno. Quei quattro cachi acerbi e duri, che dovrà aspettare maturino per poterli mangiare e che, se avesse chiesto ai figli dei proprietari della casa, avrebbe avuto in abbondanza e senza fatica: anche quest'anno li lasceranno marcire sull'albero ormai spoglio, preda dei merli e degli stornelli... Come in una favola di Esopo...


Cachi

FOTOGRAFIA © YUKLE


sabato 14 aprile 2018

Casa contadina

Era una casa contadina, in una corte di paese. La chiamavano "la curt di scighèzz",il cortile delle falci. Era lì che abitavano i miei prozii, la sorella di mio nonno e suo marito. Il freddo di un giorno che portava febbraio alla fine era nell'aria e io ci arrivavo con la strafottenza dei miei diciott'anni e con la mia macchina nuova.

Entrai. La luce si fece buio e dopo un po' gli occhi si abituarono alla penombra: c'era una tinozza piena d'acqua, per lavare il bucato e naturalmente anche per farci il bagno; il pavimento di cotto scheggiato era bagnato sulle sue ruvide ombre di coccio. Dalle travi pendevano grappoli di pannocchie. Al centro della stanza una stufa ardeva legna, accanto erano ammonticchiati i ciocchi da ardere. Sul tavolo una bottiglia di vino, quel Barbera che stavo bevendo e che lasciava scuro il bordo del bicchiere che mi era stato riempito e messo davanti.

Appese alle pareti, accanto alla finestra, due gabbie: in quella metallica c'era un canarino giallo; in quella di bambù un merlo maschio con la sua bella livrea nera. In un angolo ronzava un vecchio frigorifero Minerva; sulla madia un vecchio televisore in bianco e nero. Sulla credenza le fotografie incorniciate: la figlia suora in un giardino di Torino, il figlio ora sposato, tutti più giovani, tutti con il vestito delle grandi occasioni. Più in alto, una mensola con il caffè nella sua scatola di latta e la bottiglia della grappa.

Lo zio, con il cappello e il gilè, le pantofole ai piedi, si scaldava nel parlare di concimi e trattori, di legna da comprare e di scope fatte con i rami di salice, di un contratto contadino negoziato per una notte intera. Lo faceva con quel dialetto brianzolo che intendo perfettamente ma che non parlo, neppure adesso, a distanza di tanti anni da quel giorno di febbraio.

La zia, lì vicino, rideva e lo frenava. Forse era così la felicità, mi venne da pensare vedendo la sua allegria. O forse no: i figli lontani, la solitudine, gli acciacchi. Meno male che ogni tanto arrivavano i nipotini ad allietare i nonni.

Poco oltre l'ingresso l'attaccapanni a muro: vi erano appese la tuta da lavoro, una sciarpa e una camicia insieme a tutti i dolori di una vita di campagna da indossare sopra i ricordi per uscire. Su un soppalco le scarpe, tutte in fila, e le mezze damigiane. Sulla porta il calendario, con tutti i santi da pregare e le lune per l'orto e per il vino. Uscimmo, era ora che concludessi la mia visita.

Fuori, nella piccola aia davanti all'uscio, il vecchio carretto pieno di legna e granturco e il trattore nuovo, il rimorchio che il vecchio trovava difficile da usare. Si poteva capirlo, abituato ad arare con l'asino e l'aratro. Incassato nel muro uno specchio rovinato rimandava i riflessi di quella vita contadina, i due piani con i balconi e i ballatoi che sovrastavano la casa, le travi di legno, vecchi zoccoli sfasciati, altre centinaia di pannocchie intrecciate a mazzi, sacchetti di concime e fertilizzanti, ceppi, piante grasse.

Più in là c'era la stalla: l'asino era rimasto solo, abbandonato dalle vacche. A fargli compagnia rimanevano l'erpice e i bastoni, aratri, zappe, paglia, qualche sedia rotta. Il progresso aveva rovinato anche lui, povero ciuco.

Quando salii in macchina, dopo aver già messo in moto, il vecchio mi fermò e riprese a parlare. Non voleva restare solo: il pomeriggio d'inverno era troppo lungo per lui. Mi sembrava di essere appena uscito da un libro di Pavese, di essere lì con il padre di Talino in "Paesi tuoi", con il Valino in "La luna e i falò". Lo salutai ancora e gli dissi "Torno presto, Carlìn, torno presto..."


1983


Heyyward

MARK STEWART, “SALOTTO DI CASA HEYWARD”



sabato 26 agosto 2017

Il vecchio contadino


Il vecchio si chiama Piero, ma tutti lo conoscono come Luigi. Ha il suo pezzo di terra dietro la casa, un tratto in salita baciato dal sole e dall'aria del lago; dietro si distende il bosco dove ogni tanto va ancora a cacciare. È un ometto curvo, dotato però di una forza straordinaria e di una grinta che gli anni - quasi novanta - non hanno intaccato di un millimetro. Sotto i baffi indecisi tra il bianco e il rossiccio si apre una bocca che taglia il silenzio con i suoi giudizi precisi e affilati, con parole che non vengono sprecate, ma vanno diritte al centro del bersaglio.

Ora sta cavando i porri con la vanga, al sole tiepido di primavera. "Li prenda", mi dice mescolando italiano e dialetto, senza troppo insistere, "tanto li devo togliere comunque per le nuove coltivazioni, altrimenti li devo buttare via". Capisco che devo accettare, per non offenderlo, e lodo la grossezza ed il profumo di quei porri che ora sta pulendo con il falcetto: dà un taglio netto al culmine delle foglie, poi con un movimento circolare e aggraziato leva le barbe delle radici. Quando li ha mondati tutti, ne fa un grosso mazzo e li lega con un ramo di salice. Mentre me li porge, sorride.

Davanti a un bicchiere di vino rosso, e poi a un altro e a un altro ancora, fumando di tanto in tanto il suo mezzo toscano, mi ha raccontato dei suoi vecchi e nuovi dolori. Il tempo scorreva lento, sulla strada oltre l'orto passavano le automobili e le motorette della domenica pomeriggio. Lontano potevo vedere la breva sollevare minuscole onde sullo specchio grigio-azzurro del lago.

Luigi ha fatto la guerra di Russia, e prima ancora è stato nel fango dell'Albania, della Grecia e del Montenegro. Ha visto i muli sprofondare nella melma, le navi italiane bombardate tra Brindisi e Durazzo, le trincee scavate nel gesso in riva al Don, gli amici sfiniti fermarsi a morire nel ghiaccio. Nelle isbe della steppa ucraina ha conteso agli odiati tedeschi quel poco di calore nella notte e negli orti esultava per una vecchia buccia di patata o per un torsolo di cavolo. A Nikolajewka, dopo giorni di marcia nel gelo, è riuscito a passare di là del ponte della ferrovia e a ritrovare la libertà, la strada per l'Italia, a prezzo di sacrifici inenarrabili.

E con la pace ha trovato una moglie e poi i figli e un lavoro alla fornace. Gli anni sono trascorsi e ora la moglie è morta e sui figli non può più comandare, non capisce neppure come ragionino, non sa capacitarsi di tutte quelle liti per la casa e i terreni.

Però quando è qui, nel suo campo sulla collina dalla terra buona e scura, con i boschi dietro e lo scintillio del lago davanti, seduto tra il cielo e l'acqua come adesso, mentre fuma e guarda le piante crescere al sole di primavera, ritrova la felicità, quello che vagheggiava negli interminabili giorni nel gelo ucraino, tutto quello per cui ha resistito e continuato a marciare, passo dopo passo, chilometro dopo chilometro, verso il ritorno.

Guarda il rosmarino che ha piantato a ridosso del vecchio muro di pietra soltanto stamattina: "Farà alla svelta a coprire il muro: cresce in fretta il rosmarino..."


2009


Snug

ALEX JAKDOKIMOW, “THE SNUG”



sabato 13 agosto 2016

Una storia americana

 

Il treno tagliava come una lama la prateria ghiacciata che un sole di me­tallo velava con una sottile bruma al punto da sembrare anch'esso una sfera di ghiaccio. Seduta sulla comoda poltrona di prima classe foderata di velluto rosso, Cadiz guardò fuori e si strinse ancora di più nell'ampio cappotto nero. Nono­stante il riscaldamento interno del vagone, sentiva il gelo penetrarle nelle ossa. La ragazza stava ripensando alla sera prima, così inusuale nella sua vita, come la tessera di un puzzle che non si incastri con le altre.

In un bar di Vancouver aveva incontrato per puro caso - casuale l'ora, casuale la scelta del bar, casuale la sua presenza - Mickey. “Mickey, come Mickey Mouse” si era presentato quel ragazzo dagli occhi di ghiaccio che sembrava uscito da un film d'avventure.

“Ma perché Cadiz? È il tuo vero nome?”. Cadiz non aveva voluto spiegar­gli la triste storia del suo nome, le sere perdute a vendere nel Nevada la sua esuberante gioventù; la fuga da casa, da quella tranquilla casa di Oskaloosa, nello Iowa, si era trasformata in prostituzione d'alto bordo: bei vestiti, gioielli, profumi, una Chevrolet... Era stato un cliente avanti negli anni a chiamarla così perché gli ricordava le estati spagnole della sua gioventù, le corride dove incontrava Hemingway, le ragazze della solare città di Cadice.

Il suo vero nome era Lynn, Lynn Vozinsky. Non era riuscita a dirglielo subito. Mickey era qualche cosa di diverso, con lui Cadiz l'aveva fatto per amore. Non riusciva a capacitarsi che potesse esistere ancora l'amore nel mondo e che Mickey potesse infondergliene così tanto nel cuore. Era dai suoi sedici anni che non si innamorava: al ballo della scuola aveva baciato Sonny Parker, il bello del college. Sei mesi. Sei mesi prima di lasciare Oskaloosa e i suoi campi di grano.

Cadiz guardava dal finestrino: Vancouver era ormai lontana, già si intravedeva Seattle prona nella baia. Un'inestinguibile sete d'amore aveva preso Ca­diz, non l'amore fisico, il sesso che era il suo lavoro e che aveva ormai a noia: l'amore vero, quello che vince anche i cuori dei saggi e li trascina nella passione. Cadiz voleva davvero vivere una storia alla “Via col vento“: quante volte aveva sognato e pianto al posto di Vivien Leigh.

Una speranza. Scese dal treno con una speranza, certa che le avrebbe permesso di continuare a vivere. “Chiamami Lynn: è il mio nome ed è solo per te“, così aveva salutato Mickey e in cuor suo sapeva che un giorno o l'altro si sarebbero incontrati di nuovo.

19 ottobre 1990

 

Sally Storch

SALLY STORCH, “NIGHT STORIES”

sabato 25 giugno 2016

Il marinaio immobile

 

Il cielo è quello tipico delle località del mare al primo mattino - le nuvole sospinte verso la costa, la foschia sottile che avvolge i moli come un fruscio prima di svanire nei vapori dell'alba per lasciare il posto all'aria carica di sale. Lei dorme ancora tra le lenzuola bianche, giace prona schiacciando il seno sul materasso, le gambe appena piegate, i capelli sparsi fanno pensare a un'attinia che si muova nella corrente di un fondale. Io invece, seduto al tavolino guardo dalla finestra l'alba che irrompe, il taffetà cangiante del mare, pescherecci lontani che si apprestano a rientrare.

È questo il mio Tropico, questa la mia avventura: sono il marinaio immobile che scopre la grazia nelle luci che tremolano evanescenti, nelle fiamme che guizzano sulle onde. Così, quando la notte intuisco la costa nel buio, sento la gioia venire fino a me, una felicità umile e gentile, una commozione dolce e divina che mi avviluppa al caldo, che nelle coltri dell'oscurità mi fa sentire sicuro e libero di andare, anche se so che non partirò: ne sono comunque permeato, illuminato da questa certezza. Altri andranno ad affrontare il maelstrom, a perdersi nei ghiacci delle banchise, a inseguire i loro fantasmi sulle baleniere, a sporcarsi di carbone su inaffondabili Titanic, oppure perderanno l'ago della bussola nelle tempeste magnetiche.

A me basta questo cielo paglierino che ora riflette i suoi stendardi di nuvole nella superficie del caffè, la tazza un lago dove i pensieri navigano sdruciti per approdare poi sicuri alle rive. A me basta questo presente di giorni uguali scanditi solo dallo scorrere della stagione e condividere la vita con lei che adesso naviga lontano nei sogni e che presto si sveglierà per chiedere nuovo amore. È dolce ricordare da un porto sicuro le tempeste passate.

 

Daines

DIPINTO DI SHERREE VALENTINE DAINES

sabato 28 novembre 2015

La ragazza della porta accanto

 

Dai vetri la ragazza della porta accanto guarda l’inverno cadere: l’alba è una rasoiata che recide il collo dei sogni come la falce che passa sui papaveri nel prato. Il suo letto ha lenzuola a fiorellini e un posto freddo dalla parte destra. Siede con le mani sotto le cosce, sente il calore tra pelle e cotone, lo serba come un ricordo nel cuore senza neppure rendersene conto. Socchiude gli occhi e si abbandona ancora: fuggire nei sogni le sembra sia il solo modo che ha per sopravvivere.

E la ragazza della porta accanto con le sue mani di velluto stringe il suo vuoto, la sua desolazione, sognando palme verticali e mari azzurri dove potrebbe nuotare con il costume giallo comperato nell’ultima vacanza in Portogallo. Amava arrotolarlo sulle gambe quando la spiaggia era ancora deserta, porgere al sole la sua nudità come un’offerta ad un antico dio.

Il suo corpo è un nido di miele, lo sfiora ogni mattina con le dita pensando al cavaliere dell’Algarve, alle sue mani forti che le scesero sul seno quando la issò sul cavallo. Ma si fa tardi e deve correre al lavoro: si veste in fretta, si infila nel cappotto, nel cappellino, nei guanti ed esce pasticciando con le chiavi.

1998

 

girlinbed

HOBBIE, “PINK GIRL IN BED”

sabato 3 gennaio 2015

Enologia

Il treno correva nella pianura gelata, un bel tepore a bordo invogliava al sonno. Due uomini parlavano di vini, di damigiane, di imbottigliamenti. Luca si lasciava dondolare dolcemente dal movimento ondulatorio del vagone, cominciò a pensare alle donne che aveva amato, incontrato, conosciuto e provò a paragonarle a dei vini.

Maria era un dolcissimo Moscato d’Asti, quelli che hanno una gradazione alcolica alquanto moderata, intorno ai sette gradi, e che di solito costano un paio di migliaia di lire, non di più. Per esserne ebbri bisogna scolarne intere bottiglie: è più probabile invece che diano il voltastomaco.

Paola era piuttosto un vino novello, un Beaujolais fresco e frizzante, un poco amarognolo, ma questo sapore, questo retrogusto più che altro gli deriva dall’essere ancora acerbo, ne è comunque la caratteristica che lo rende piacevole. Dà una gran gioia pensare che è il primo vino ottenuto dalla nuova vendemmia ad essere bevuto, fa ricordare recenti giorni d’estate.

Anna era certamente un corposo Barbera delle Langhe, forte da far girare la testa, da stordire già solo col profumo, pesante da buttar giù: un bicchiere basta ad annebbiare la vista, a dominare la mente. E in effetti Anna dominava, era lei a tirare le redini di quell’amore, a dettare legge.

Elvia era invece un vino greco, quello degli antichi, aromatizzato con cannella e altre spezie mediterranee o con la resina, un vino da gustare mangiando formaggio di capra e declamando poesie. A Elvia piaceva ascoltare, chiedeva spesso di raccontarle qualcosa, di recitare una poesia ed ascoltava come una bambina assorta presta attenzione ad una fiaba, con occhi stupiti e bocca spalancata.

Lucia era un vino da tavola: normale, senza troppa fantasia, né troppo forte né troppo poco, insomma giusto. Lucia faceva un vanto di questa sua normalità senza eccessi e senza troppi vizi; sarebbe stata certo la donna giusta da sposare per una tranquilla vita di coppia e con due bambini: uno splendido quadro familiare forse un po’ noioso.

E lo Champagne? Lo Champagne chi era? Quale donna avrebbe potuto incarnare la classe, l’eleganza, il gusto secco e frizzante, il valore dello Champagne? Forse era Daniela ad essere paragonabile ad esso, esuberante e delicata. Ma Daniela era forse più un buon Prosecco di Valdobbiadene o un Ferrari Brut che un Moët & Chandon. Certo, charme ne aveva, ma un fascino più italiano che francese.

Il treno continuava a correre per la pianura gelata; i due uomini che parlavano di vino si preparavano a scendere. Luca si addormentò.

(1991)

 

Perez

FABIAN PEREZ, “TESS IV”

sabato 20 dicembre 2014

Angelo

 

Angelo ha quasi novant’anni. I capelli candidi e soffici sembrano quasi piume in sintonia con il suo nome. Ha un sorriso che disarma e gli acciacchi stemperati nell’ironia. Siamo rimasti un poco a parlare su una panchina del centro commerciale dove spesso va a passare il tempo – prende un caffè dal distributore automatico e si siede, intanto che lo sorbisce lentamente guarda passare i carrelli e la folla carica di borse della spesa.

Ci eravamo conosciuti anni fa ad una gita: gli piaceva raccontare dei risvolti storici dei monumenti che ammiravamo, ha sempre avuto questa dote di affabulatore, la capacità di non annoiare, di sapere dove fermarsi. Adesso che ormai siamo vicini a Natale mi racconta dei regali che chiedono i suoi bisnipoti, tutti nomi difficili da pronunciare, tecnologici, americanizzati. Così finisce con il narrare di quando lui era ragazzo – i tempi di Mussolini, naturalmente, quando non potevi fiatare, non potevi andare in giro a criticare il Duce perché aveva l’amante e chiedeva di santificare il matrimonio. Sono racconti che già conosco, perché li sentivo dai miei nonni – le corti di paese in fondo si assomigliano un po’ tutte, con i loro contratti di mezzadria, con le stalle, le vacche, l’asino. Ecco, mi dice, allora ci si aiutava tra vicini, non come adesso che neanche ci si conosce più, ci si scambiava favori, cibo.

E arriva finalmente al Natale, deplora questa moda del Santa Claus bianco rosso e panzone americano. Da noi venivano i Magi e – pensa un po’ come eravamo ingenui, la notte di Natale lasciavamo fuori, sul davanzale della finestra, una ciotola d’acqua per i cammelli. E la mattina trovavamo nella calza mandarini, noci, nocciole, carrube… Ah, che tempi… Ci contentavamo di poco. Ed erano tempi più belli di adesso…

Si è fatto tardi per me, ho un appuntamento importante che mi attende in un ufficio del centro: devo salutare Angelo, a malincuore. Stringo la sua mano nodosa, e vado via per i corridoi del centro commerciale pensando alle carrube… Quest’anno, quasi quasi…

 

Natale

FOTOGRAFIA © FORWALLPAPER

sabato 4 ottobre 2014

Ragazza seduta in treno


La ragazza siede pensierosa. Ha il muso che ricorda un topolino, ma non è brutta, anzi. Indossa un tailleur nero alla moda. Le gambe sono fasciate da collant scuri. La mise si adatta bene al biondo dei capelli, evidentemente non naturale.

Ha le gambe accavallate. Sta pensando che il suo seno è troppo grosso, imbarazzante quasi. E ricorda quasi con rabbia i giorni in cui si guardava allo specchio e pregava che le sue piccole mammelle crescessero. Ora invece, quando si guarda allo specchio, nota ogni giorno di più - o almeno così a lei sembra - che il suo seno fatica a reggersi da solo, che un po’ cade. E non ha ancora trent’anni. È per questo che ama strizzarlo in un reggiseno, sentirlo compresso e al sicuro, come un gioiello in una cassaforte. Quando cambia posizione alle gambe, una macchia rossa compare dove la gamba sinistra poggiava sulla destra, qualche centimetro sopra il ginocchio. Sembra non accorgersene. Ora tiene le gambe parallele, strette strette, e le ginocchia sporgono in fuori come promontori gemelli, ne hanno quasi l’aspetto roccioso nella grana dei collant, che le ditte produttrici chiamano “denari”.

Adesso sta pensando alla sabbia, al fastidio che dà quando si incolla alla pelle, quando penetra sotto il costume e si incolla al corpo come una specie di malta, s’infila nelle pieghe. E si figura il sollievo di una doccia, la mano saponata guantata di crine che lava via le impurità, il getto che dall’alto massaggia il suo corpo, i capelli imbevuti, il collo che ne riceve beneficio, i muscoli della schiena che si tirano e la fanno sentire bene.

Torna ad accavallare le gambe: la sinistra poggia sulla destra, nel movimento la gonna corta è risalita un po’ sulle cosce; con un rapido gesto delle mani la risistema. Il pensiero che stava seguendo si è perso, come in un gomitolo che abbia molti capi, tutti dello stesso colore.

Così adesso sta pensando a certi sguardi pieni di concupiscenza che gli uomini le rivolgono: alcuni  sono molesti come mosconi nei caldi pomeriggi d’estate, ti si appiccicano come una seconda pelle, una tutina elasticizzata; altri sono carezzevoli e dolci come un vento primaverile, fanno piacere come la mano di un amante che scivola leggera sul viso, che lentamente si impossessa di tutto il corpo. Ha sempre apprezzato di essere guardata così, come una dea, come un’incarnazione di Afrodite. Non come un oggetto di sesso.
Con una mano si tocca le labbra, soprappensiero. Solo adesso si accorge del panorama che scorre dietro il finestrino impolverato: vi presta attenzione per un po’, vede fabbriche, magazzini di periferia, alberi che si susseguono, binari e poi case, passaggi a livello, un campo da golf, strade percorse da automobili.

Torna a seguire i suoi pensieri. Si sente sicura con il suo seno ingombrante ben represso nel reggiseno nero di una misura inferiore.

 

1998

 

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EDWARD HOPPER, “COMPARTMENT C, CAR 293”

sabato 23 agosto 2014

Domenica pomeriggio

 

Durante la bella stagione, la domenica pomeriggio amo sedermi in terrazza, all’ombra, e osservare la gente che passa per la strada. La mia casa è sulla via che taglia in due il paese, è dunque una strada di scorrimento che consente di raggiungere poi lungo le tante traverse altri luoghi.

Così vedo la vedova che va al camposanto: sul cestino della bicicletta ha i fiori da portare al marito defunto - li ha appena colti nel suo giardino, oppure li ha comprati dalla fiorista che c'è all’ingresso del paese e che tiene aperto anche di domenica. E poi le tante famigliole che, sempre in bicicletta, intraprendono la gita sull’alzaia: variamente composte quanto al numero dei figli, ma generalmente con il padre a tirare il gruppo e la madre a chiuderlo, come una chioccia. E ancora i cicloamatori che sfrecciano via sulle loro biciclette da corsa o da montagna in un sibilare di copertoni: mi fanno pensare spesso a un’opera futurista di Boccioni, quell’inno alla velocità che è tutto un susseguirsi di raggi e di ruote. Ci sono poi gli sfaccendato che si dirigono lentamente verso i bar: fumando quasi abulici, camminano come se non avessero una meta o come se non sapessero in che modo impiegare il loro tempo. In realtà so che li aspetta un pomeriggio di giochi di carte - la briscola chiamata, lo scopone scientifico - o di biliardo, mentre la televisione sospesa passa gli avvenimenti sportivi della giornata e le birre e i bianchini si alternano sui tavoli. E poi i ragazzini che si avviano festosi, a piedi o in bicicletta, chi verso l’oratorio, chi verso altri luoghi di divertimento o di raccolta, dove fioriscono le prime cotte e i primi amori come virgulti di piante ancora deboli nella loro prima primavera.

Io sono lì, sospeso a tre metri d’altezza, e nutro l’illusione di avere condiviso quelle loro esistenze, di avere fatto parte, anche se solo per pochi istanti, di quelle vite, la domenica pomeriggio.

 

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JAKE WINKLE, “WIMBORNE MINSTER”

sabato 26 aprile 2014

Il maestro

 

Don Angelo è segnato dalla malattia: ha la voce flebile e una debolezza nel fisico, già salire le scale per lui è un problema. Ma è un filosofo, il mio antico maestro, e come tale prende la vita. È anche sacerdote, e in Dio trova la forza.

Abita un locale di una vecchia cascina, con il camino e un soffitto tondeggiante che mi ha ricordato i trulli pugliesi: nella stanza ha sistemato un piccolo letto per evitare di salire le scale, il tavolo è ingombro di libri e fogli di appunti, così come sopra il camino sono ammassati altri libri, accanto alle immagini della Madonna e del Sacro Cuore. Sulla credenza un piccolo televisore e tre brocche di rame; ai lati due sedie in stile Impero e un enorme calderone di rame , “Fa acqua da tutte le parti - dice lui - ma costerebbe troppo stagnarlo”.

Abbiamo ricordato i tempi in cui ci insegnava la gioia delle Lettere, abbiamo ricostruito come un puzzle quei giorni ormai lontani, tessera dopo tessera, fino ad ottenere un quadro quasi completo. E abbiamo parlato di libri, i libri che anch’egli accatasta per terra, non essendovi sugli scaffali più posto per ospitarli. Ha apprezzato la mia predilezione per il Novecento e per il romanzo americano: Faulkner, Hemingway, Fitzgerald, Steinbeck.

“Leggo i libri che vengono premiati adesso: sì, c’è eleganza, estetica come diciamo noi filosofi, ma non c’è contenuto, non c’è sugo” ha detto. Poi mi ha esortato a scrivere, narrativa, poesia. Mi ha lusingato il complimento che mi ha fatto: “Già allora scrivevi bene, univi armonia e profondità”. E mi ha congedato regalandomi tre volumi di storia della filosofia. “Così, quando c’è qualche disputa, vai a rileggerti i testi dei filosofi”.

E allora, comincio: Aristotele, Etica Nicomachea: “Ogni arte e ogni ricerca, e similmente ogni azione e ogni proposito sembrano mirare a qualche bene...”

1994

 

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JAN LIEVENS, “IL PRINCIPE CARLO LUIGI CON IL SUO MAESTRO”

sabato 25 gennaio 2014

Pendolari

 

Il sole nasce sui blue-jeans di Anna stamattina, in quest’alba d’inverno che non sembra sorgere mai mentre i treni attraversano la stazione e l’odore del freddo penetra le sciarpe, intride i cappotti, le giacche alla moda, si avviluppa alle ossa come un tralcio di vite. Nei suoi occhi c’è ancora la voglia di sonno, un residuo ricordo delle lenzuola che abbiamo abbandonato in fretta al suono della sveglia, prova a scuoterlo via dalle frange della sua sciarpa cremisi, dalla borsa comprata in saldo la settimana scorsa.

Io ho il caffè sulle papille, è l’aroma del risveglio appiccicato al palato, la strada ingoiata come un’aspirina per anestetizzarmi dal giorno, per ritrovarmi più avanti con le carte davanti in un ufficio asettico illuminato dai neon. Intanto spingiamo i nostri passi sull’asfalto ruvido, calpestando le foglie ormai brunite, strappate all’autunno e sopravvissute ai poco solerti netturbini comunali, alla macchina che lava le strade, ai giardinieri con i soffiatori. Così trasciniamo anche i nostri affanni d’amore, come i titoli di giornale strappati alla locandina blu dell’edicola.

Saliamo sul treno che ci porterà nella metropoli e ci dividerà per diverse linee della metropolitana: non sappiamo se dietro l’ultima fermata ci accoglierà l’inverno cittadino o un volo di colombi nell’azzurro di una parvenza di primavera.

 

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FOTOGRAMMA DA “STAZIONE TERMINI” DI VITTORIO DE SICA, 1953

sabato 4 gennaio 2014

Mediterranea

 

Marta è proprio una donna mediterranea: il suo sguardo è volitivo e forte, carico di sensualità. Esce dall'acqua e i capelli le si arricciano in gorgoniche spire mentre il suo corpo si riempie di luce per i riflessi di sole che baciano lo specchio di mare della cala. Si siede su una lastra sabbiosa che affiora dalla spiaggia, appoggia le mani più indietro che può e si reclina ad accogliere l'abbraccio del sole; i suoi capelli si asciugano e si lasciano vincere dalla forza di gravità.

Il pomeriggio langue e si trascina via. Marta torna a casa e si fa una doccia: le piace lavare via il sale, massaggiare la pelle con la schiuma profumata. Quando esce dalla cabina della doccia è già calata la sera, una sera calda e odorosa di mare. Marta rimane a osservarla sul balcone, appoggiata all'antica balaustra di pietra che conserva il calore del sole. Un vento leggero, quasi inconsistente, scuote a tratti la chioma arruffata della palma nel giardino; le falene girano impazzite intorno all'esile lume.
   
Marta torna in casa, toglie dal frigo la cena e ne sbocconcella senza voglia. "Se m'innamoro, non mangio" pensa automaticamente. Si vede nello specchio e non può fare a meno di notare quanto sia bella; certi giorni invece nello specchio non trova che imperfezioni: il labbro troppo grosso, il seno troppo piccolo, una ruga d'espressione, gli occhi distanti.

Questa sera invece si trova proprio bella, tonificata. "I bagni di mare irrobustiscono, rassodano" si dice "dovrò approfittarne finché c'è la bella stagione". Si sbuccia una mela e la mangia pensando che fa bene alla pelle, poi torna sul balcone a guardare la gente passeggiare senza meta, le luci delle automobili che intasano le vie del centro.

L'orologio della torre batte mezzanotte. Marta chiude il libro che sta leggendo, spegne il lume e rientra. si spoglia davanti allo specchio alla luce della luna e pensa che domani si spoglierà per il suo amore, chissà se lui la troverà ugualmente bella. Poi si corica abbracciando il cuscino e si sente il petto gonfio d'amore.

 

4 gennaio 1995

 

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FABIAN PEREZ, “SABA AT THE BALCONY VI”

sabato 28 settembre 2013

Una coppia

 

La fenditura delle labbra dipinte d’un rossetto color terra è la bocca di una grotta per ripararsi dalla pioggia, lui vi entra e la sente tutta sua, stringendola a sé diventa suo anche il seno, un imbarazzo morbido che permea la sua carne, che si fa la sua carne e uomo e donna adesso sono una creatura che non ha sesso e che li ha entrambi.

Nel portone buio filtra un raggio di lattea luce proveniente da un lampione, i fiati sono evidenti, promanano da corpi accaldati. Non piove più, sottobraccio lui la stringe ancora mentre vanno via e si appartengono.

Lei gli sta raccontando che vorrebbe tanto abitare in una casa tra i monti, quelle di legno con le finestre delle ante dipinte a strisce bianche e rosse, con i canali di rame e i fermaneve tra i coppi d’ardesia, con cascate di gerani ai davanzali, con un camino e, in giardino, una catasta di legna ed un pozzo, oppure una fontanella. Gli sta disegnando la vita che trascorrerebbero lì: avrebbero un gatto, forse un cane - un pastore tedesco o un dalmata, lui a spaccare la legna quando occorre, la staccionata potrebbe dipingerla lei, magari mentre lui d’estate, seduto in veranda, scrive il suo nuovo romanzo. E poi lei certamente si metterebbe a dipingere: i ghiacciai, le vette, coprirebbe le tele con il verde dei pini, con i rossi e i gialli dei tramonti. «Chiudi gli occhi» gli dice «prova a immaginare solo un istante».

Lui tace. Pensa che lei sia come il vento, che cambi l’umore come il tempo e le stagioni, che il suo amore sia come una foglia sul ramo e forse presto si staccherà, sicuramente si staccherà il giorno in cui lui finalmente non sarà più stregato dalla sua bellezza. Il suo cuore ha cadenze strane, fasi lunari, gli viene da pensare: chissà se sono così tutte le donne? Un giorno giura di amarlo alla follia, fa progetti di vita in posti lontani, lo copre di baci e di carezze, lo invita all’amore; un altro è fredda e distante come una stella, giunge quasi ad insultarlo; il giorno seguente è zucchero e miele, si emoziona per la luna o per un tramonto.

Crede di conoscerla ma in effetti - quasi rabbrividisce al pensiero - non conosce che il suo corpo, quel corpo che genera calore nel cappotto, che sente al suo fianco destro, avvinghiato come un animale marino allo scoglio o al pilone di un pontile. Conosce bene il suo copro: potrebbe farne una mappa dettagliata: le colline gemelle dei seni, l’avvallamento del grembo, il fiore esotico del sesso, le gambe da ballerina. Ma il resto, quanto al resto ci vorrebbero migliaia di geografi e anni di lavoro... come adesso che parla di una casa in montagna, un maso magari.

Ora lei sta sorridendo, lo guarda e sorride: sembra che tutta l’anima le sia sul volto, quasi potesse leggergli nei pensieri. Sorride e gli ruba un altro pezzo di cuore con la sua semplicità (o non è che sia invece una delle sue personalità?), sorride e lo strega con i suoi sguardi ingenui (o fintamente ingenui?) eppure così smaliziati. “Mi legge nel cuore” pensa “siamo così uniti eppure così lontani, così uguali e così diversi: sorride delle mie debolezze, delle mie ansie, delle mie malinconie. C’è un muro tra di noi, c’è sempre stato, anche quando i nostri corpi diventano una cosa sola. Non è ipocrisia come talora di e lei riempiendosi la bocca di una parola ad effetto. È che siamo due pianeti su orbite diverse, due navi che percorrono rotte verso porti assai distanti tra loro”.

«Sapessi...» dice lei come un vanto, come un mistero, come un misconosciuto segreto, interrompendo i suoi pensieri. «Sapessi...» ripete e non prosegue: lascia lì quei puntini di sospensione come una vestale il fuoco sacro, li calca fino a farli diventare l’intera frase, sono pause musicali che durano ormai d intere battute. Poi scoppia in un’argentina risata a rivelare il gioco: «Sapessi che voglia ho di avere un bambino! Ci pensavo prima mentre ti raccontavo della casa in montagna: un gatto, un cane e... perché non un bambino?»

Lui tace. La bacia. La saluta e la lascia davanti casa. Lei è entrata, si è spogliata e si guarda allo specchio: ritrovai suoi difetti noti solo a lei, alcuni addirittura solo alla sua immaginazione. Si protende,si sorride, guarda il seno che si gonfia e la curva del ventre. Lo accarezza e dice: «È già dentro quel bambino...»

2 febbraio 1998

 

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JACK VETTRIANO, “DRIFTERS”

sabato 31 agosto 2013

Un appuntamento

 

«Dunque me ne stavo lì con le mani in mano in quel salone tutto illuminato, con la musica e i ballerini che mi vorticavano intorno. Ascoltavo il fruscio delle gonne nel valzer e il colpo secco dei tacchi e meditavo di andare a farmi un goccetto al bar, quando d'improvviso, come sbucata dal nulla, una ragazza mi invitò a ballare.

Era una bionda minuta, con i lunghi capelli sule spalle e un filo di trucco a correggere forse qualche leggera imperfezione dei tratti, sapete come fanno le donne, no? Il suo corpo era splendido, ben fatto, nella normalità... voglio dire: non aveva seni enormi o fianchi esagerati, o inesistenti che sembrasse un uomo. Una bella ragazza, insomma, e mi chiede di ballare. Io ero lì che mi annoiavo e, invece di dirle che non so proprio ballare, accettai. Forse neppure lei era tanto capace, così sorvolò sui miei difetti e danzammo tutta la sera.

Non ci crederete, quando andò via mi fissò un appuntamento, sì: fu proprio lei a fissarlo, “Vediamoci sul lungofiume domani sera, vuoi? Ti va bene per le nove?"»

Alle otto e tre quarti, finito di cenare in un ristorante sotto i portici, era tornato a casa che era quasi buio, aveva preso una birra dal frigorifero e si era disteso vestito sulle coperte a guardare la televisione. Dopo un po' la spense. Forse provava davvero rimorso per aver abbandonato quella ragazza, sentiva un po' di compassione per quella creatura docile e indifesa, permeata di dolcezza, forse anche di ingenuità, che aspettava invano appoggiata al parapetto, magari le veniva anche la tentazione di buttarsi giù. Pensò anche di scendere a vedere se fosse là, invece si alzò a prendere un'altra birra e tornò a sdraiarsi.

Se la immaginava parlare con un’amica, dirle “Gli uomini sono tutti dei mascalzoni” e giù a raccontarle la storia di quel damerino impomatato che in quel salone sembrava far tappezzeria ma che forse stava là perché on sapeva ballare troppo bene e che proprio per quello le aveva fatto tenerezza...

«Le donne!» disse «E magari mi aspettava là sulla panchina con l’idea di andare in qualche posto, in qualche camera a fare l’amore... Sì, perché la bellezza fisica, vedete, passa velocemente, viene recisa come un fiore di papavero quando si fa la messe... Magari voleva fare qualcosa intanto che è giovane, godersela, spassarsela. Perché, credete a me, alle donne non resta altro da fare che sdraiarsi sulla schiena, credetemi».

Così almeno ci raccontò una sera al Café Liszt, seduto davanti a una mezza dozzina di bicchieri da vodka vuoti, a pochi metri da luogo in cui la ragazza gli aveva dato appuntamento, quasi trent’anni prima.

23 ottobre 1995

 

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CASSANDRA RONNING, “GREECE, MAN IN CAFÉ”

sabato 13 luglio 2013

La loquace

 

Parlava di quella sua voglia d’antico, seguendo forse con Gozzano il rimpianto e l’abbandono. Deprecava i mercatini con antichità troppo recenti, falsi compresi, e gli anacronismi di certe monete che del resto basta guardare solamente per capire: bordi lisci, lettere troppo precise, per non parlare del metallo. Gli antichi erano invece artigianali: usavano martelli e pinze e forza di braccia, oggi invece la quasi perfezione delle macchine crea la modernità.

Diceva con un po’ d’enfasi di un suo viaggio in Egitto, disturbata dai clic delle macchine fotografiche: avrebbe voluto vivere nel Settecento senza tanto progresso, in clima preindustriale, magari nella Francia dei lumi o nella Germania dei filosofi. In Italia... in Italia no. E invece ecco i computer e le fibre ottiche, i laser e gli elettrodomestici. Semplificano la vita complicandotela ancora di più. E noi stolti a crederci evoluti quando ne usciamo volgari e imbecilli, e cafoni irrispettosi senza più né morale né senso estetico o etico.

Sul divano di velluto allungò le gambe e appoggiò il tallone evidenziato dalla lunetta delle calze di nylon sul bracciolo. Chissà perché in quel lasso di tempo in cui ella tacque mi venne da pensare a un barbuto profeta che con la tunica vaghi per la città gridando “Egli è qui!” con il portamento di uno stilita.

Come supplicando un ascolto o perlomeno un dormiveglia quasi attento, riprese a parlare di qualcosa che c’entrava con Narciso: una formella o un dipinto, credo. E poi dell’idra. No, non del mostro di Lerna che Eracle combatté: l’idra, quell’insetto che galleggia sull’acqua, pare quasi un idrovolante.

«Piove!» esclamò improvvisa, poi un po’ più sommessa disse «Cade la pioggia» e io distratto solo allora capii e guardai fuori il cielo da chiaro fattosi scuro e sentii l’acqua scrosciare, e nel naso l’odore dell’umido che saliva dalla strada, come se insieme a me si fossero all’unisono ridestati i sensi, più vivi e più allenati.

Guardai che cosa facesse lei: distesa sul divano, taceva, Si era addormentata.

4 ottobre 1994

 

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JACK VETTRIANO, “ALONG CAME A SPIDER”

sabato 8 dicembre 2012

Antani

 

L’altro giorno stavo aspettando il tram numero 18 in Via Buonarroti. Ero, in pratica, sull’isola pedonale in mezzo alla strada. Un furbacchione, o almeno uno che si credeva tale, rallentò e dal finestrino abbassato mi rivolse la parola: “La supercazzola brematurata ha lo scappellamento a destra o a sinistra?”. Riconosciuto all’istante lo scherzo di “Amici miei”, probabilmente tornato in auge per il risibile film appena uscito che ambienta la storia nella Firenze del ‘400, ebbi la prontezza di rispondere come avrebbe risposto il conte Mascetti: “Antani, come se foss’antani”.

Intanto il “furbetto” aveva passato l’incrocio con il semaforo arancione e una pattuglia di vigili lo bloccò in Piazza Piemonte. Ma giungeva il tram, e ci dovetti salire. Mi appostai sul lato destro, in modo da avere la visuale di quello che stava accadendo all’uomo in automobile – avrà avuto una quarantina d’anni, la barba sfatta, un maglioncino viola alla moda, probabilmente un avvocato. Una vigilessa gli stava elevando la contravvenzione. Passando, dal tram gli sorrisi. Lui ricambiò il sorriso con un’alzata di spalle. La zingarata era forse finita male, ma era riuscita…

 

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UGO TOGNAZZI (IL CONTE MASCETTI) IN AMICI MIEI, 1975

sabato 10 marzo 2012

La gazza

 

L’altro giorno è passato da casa S. con i soliti baffi tristi e la giacca verde che gli ho regalato dieci anni fa. Il suo passo sofferente da malato di schiena cronico, affaticato dal troppo vangare, rastrellare e sarchiare, potare e seminare… Eravamo in giardino a parlare del più e del meno, delle solite cose, quando ha allargato lo sguardo come fa sempre quasi per abbracciare la natura, i boschi che ama, le cascine sperdute.

Ha visto il nido della gazza sul carpino. Ora che i rami sono ancora nudi rimane scoperto, esposto a circa tre quarti della pianta, un cuneo inserito sulla forcella di un ramo. «Ha il tetto, vedi?» mi ha detto S. indicando con il suo dito tozzo e calloso, «è un nido di gazza». «Se me lo dicevi prima…» ha quasi sospirato, come se gli avessi recato un affronto imperdonabile. Poi ha infilato una serie di verbi – più che il Giulio Cesare del “veni, vidi, vici” sembrava un indigeno di qualche tribù primitiva: «Venivo, la catturavo, la mettevo in gabbia, la vendevo». eccolo lì il solito motore, il denaro. Sacrificare la libertà di un magnifico animale per un paio di banconote. E per fare cosa poi? Bersele al bar, comprarci un pieno di benzina?

Come potevo spiegargli che vedere le gazze entrare tra le foglie verdi nel pieno dell’estate mi riempie di gioia, che il loro volo bianco e nero nel cielo mi riconcilia con la vita e mi fa pensare alla libertà, all’infinito potere della fantasia, alla bellezza del creato? Come potevo dirgli che il loro riso beffardo mi ricorda la poesia di Quasimodo: “già l'airone s'avanza verso l'acqua / e fiuta lento il fango tra le spine, / ride la gazza, nera sugli aranci”. Non avrebbe capito.

Speriamo che la gazza torni a fare il nido sui carpini, Tanto io a S. non glielo dico…

 

WILHELM VON WRIGHT, “PICA PICA”