Visualizzazione post con etichetta letture. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta letture. Mostra tutti i post

sabato 29 aprile 2017

Una ragazza tenue

 

È il 28 settembre del 1916. Giuseppe Ungaretti si trova a Locvizza, sul Carso, impegnato nelle battaglie di trincea della Prima Guerra Mondiale. Per sfuggire all'orrore, scrive poesie. L’ispirazione questa sera gli viene dal ricordo: i versi lo portano lontano dal campo di battaglia, dagli attendamenti, dalle gallerie scavate nella roccia. Con la memoria torna a Parigi, dove era arrivato dalla natia Alessandria d'Egitto alla fine del 1912 per seguire dei corsi al College de France e alla Sorbona e dove aveva conosciuto artisti d'avanguardia: Apollinaire, Picasso, Braque, Modigliani, De Chirico, Léger. Su una cartolina di franchigia stropicciata che aveva nel tascapane scrive: “Quando / la notte è a svanire / poco prima  /  di primavera / e di rado / qualcuno passa  / Su Parigi s'addensa / un oscuro colore / di pianto”

Ungaretti nel 1912 aveva 24 anni. In quella cerchia d'artisti c'era una ragazzina sedicenne, Marthe Roux, che si dilettava di pittura e frequentava con la sorella Louise la congrega della Closerie de Lilas, lo stesso caffè dove anni dopo sarà solito scrivere Hemingway. È una notte di fine febbraio, a Montparnasse. L'alba non è molto lontana, il cielo è cupo, nebbioso. Sotto il ponte la Senna scorre grigia, porta via i lumi riflessi nelle sue acque. Il giovane Ungaretti osserva quella ragazza taciturna, sa che Apollinaire vi ha posto gli occhi addosso e gliela contende. Il poeta aggiunge una seconda strofa: “In un canto / di ponte / contemplo / l'illimitato silenzio / di una ragazza / tenue” .

Marthe è un fiore d'alpe tenue e opaco: e lui sente il malessere della ragazza simile al proprio in quella notte da bohémien, ma non fa nulla, rimane lì sul ponte mentre la Senna scorre e si porta via i suoi pensieri: “Le nostre / malattie / si fondono / E come portati via / si rimane.

* * * * *

"Cara Marthe" le scriverà dal fronte nel 1918, "se non sono un libertino, non sono ancora arrivato all'armonia degli angeli; la nostra relazione è stata assolutamente pura, ma io volevo avervi totalmente..."

E quarant'anni dopo, nel 1958, ricorderà di nuovo la ragazza di "Nostalgia": "Ho ancora le vostre foto. Che illusione meravigliosa è stata per me".

2008

 

Cortés

DIPINTO DI EDOUARD CORTÉS

sabato 8 aprile 2017

Il diavolo in corpo

 

A metà dicembre del 1920, in una fredda giornata parigina, Picasso e Brancusi seguivano il feretro bianco di un amico, morto ventenne di febbre tifoidea. Jean Cocteau invece non ne ebbe la forza, chiuso nella disperazione, lui che aveva vegliato il ragazzo e che al suo capezzale nella clinica di Rue Piccinni si era sentito dire “Udite una cosa terribile: fra tre giorni sarò fucilato dai soldati di Dio”.

Quel ventenne era Raymond Radiguet, autore di un romanzo, “Il diavolo in corpo”, scritto a soli diciotto anni e pubblicato da Grasset con un battage pubblicitario assolutamente nuovo per l’epoca. L’opera, parzialmente autobiografica, ebbe un successo clamoroso, anche grazie alle narrazioni scabrose: racconta infatti di un amore anticonformista tra un adolescente e una donna il cui marito è al fronte, durante la Prima guerra mondiale. Radiguet è conscio della delicatezza del tema: “Devo aspettarmi dei rimproveri” così comincia “Ma che posso farci? È colpa mia se compii dodici anni qualche mese prima che la guerra fosse dichiarata? (…) Era destino che mi comportassi come un bambino in un’avventura che avrebbe messo in difficoltà persino un adulto?” E l’inquietudine, lo smarrimento, la rivolta morale di quei giovani diventano parte della storia; Radiguet ne parla con sincerità disarmante, con uno stile puro e incantevole, con una lucidità inaspettata in un ragazzo: “La mia lungimiranza era solo una forma più pericolosa della mia ingenuità. Mi giudicavo meno ingenuo, ma lo ero sotto un’altra forma, poiché nessuna età sfugge all’ingenuità. Nemmeno la vecchiaia. Questa presunta lungimiranza mi annebbiava tutto, mi faceva dubitare di Marthe. O meglio, dubitavo di me stesso, perché non mi ritenevo degno di lei”.

Non si sa chi abbia il “diavolo in corpo”, se sia l’irruente ragazzo o la donna infelice di un matrimonio che non voleva, più probabilmente entrambi: “Per la prima volta, mi sentiva pronunciare la parola «morale». Quella parola capitò a meraviglia, giacché anche lei, così poco cattiva, doveva pur attraversare crisi di coscienza, come me, sulla moralità del nostro amore”. Alla fine il protagonista troverà nel “richiamo all’ordine” la soluzione al tabù della differenza d’età e alla riprovazione dell’amare la donna di un soldato in guerra: “L’ordine, alla lunga si dispone spontaneamente attorno alle cose” si legge nelle righe finali del romanzo, concluso da una tragedia ma vivificato dalla speranza.

2009

 

Le diable au corps
1947
Real. : Claude Autant-Lara
Gérard PHILIPE

Collection Christophel

UNA SCENA DA “LE DIABLE AU CORPS” DI AUTANT-LARA, 1947

sabato 11 marzo 2017

Viaggio intorno alla mia camera

 

Un viaggio dove non si va da nessuna parte, o meglio dove rimanendo fermi si vola dappertutto, si evade dalla prigione della propria vita ispezionando il proprio io come se fosse un mondo… È “Viaggio intorno alla mia camera”, un esile volumetto di un centinaio di pagine scritto tra il 1790 e il 1794 da Xavier de Maistre, fratello minore del più celebre Joseph, filosofo e diplomatico savoiardo, che darà alle stampe il testo nel 1795.

E dunque Xavier de Maistre, ventiseienne aiutante maggiore di battaglione, del reggimento di fanteria La Marina, poco prima del carnevale del 1790 ha una vertenza d’onore a Torino con l’ufficiale Patono de Meyran con il quale va a duello, vincendolo. Il duello gli costa però una punizione: viene confinato agli arresti domiciliari nella sua stanza alla cittadella militare del capoluogo piemontese. Xavier, che qualche anno prima, pochi mesi dopo il lancio del primo aerostato da parte dei fratelli Montgolfier, aveva sperimentato l’ebbrezza del volo compiendo un’ascensione di duemila metri in mongolfiera, trova la libertà nella dicotomia tra anima e corpo: lascia il proprio corpo nella stanza e dà libero sfogo all’immaginazione con quella che Saint-Beuve definì una “grazia sorridente” e che altro non è se non l’afflato della poesia, la consapevolezza che la sensibilità può spalancare le porte di un mondo incantato nel quale trovare la felicità a dispetto delle contingenze materiali.

De Maistre ripercorre, anticipando Robbe-Grillet, tutti gli oggetti della stanza – la poltrona, il letto, stampe e quadri, lo specchio, la scrivania, la sedia – usandoli come trampolino per l’evasione fittizia verso quel paese fantastico che diverrà la terra della libertà, tanto che, allo scoccare dei 42 giorni, così dirà: “Incantevole paese dell’immaginazione, che l’Essere benefico per eccellenza ha concesso agli uomini per consolarli della realtà, ti debbo lasciare. – Oggi stesso, certe persone da cui dipendo hanno la pretesa di ridarmi la libertà: – come se me l’avessero tolta! come se avessero potere di rubarmela un solo istante, e d’impedirmi di percorrere a mio piacimento il vasto spazio sempre aperto, dinanzi a me! – Mi hanno vietato una città, un punto; ma mi hanno lasciato l’universo intero; l’immensità e l’eternità sono ai miei ordini”.

2009

 

Kersting

GEORG FRIEDRICH KERSTING, “UOMO CHE LEGGE ALLA LUCE DI UNA LAMPADA”

sabato 18 febbraio 2017

Anima e corpo

 

“Dopo il pranzo Nataša, pregata dal principe Andrej, andò al clavicembalo e si mise a cantare. Il principe Andrej stava ritto a una finestra, parlando con le signore, e tendeva l’orecchio a lei. A mezzo di una di quelle frasi musicali, il principe Andrej ammutolì, e sentì, sorpreso, che in gola gli saliva il pianto, cosa di cui non si sarebbe creduto capace. Posò lo sguardo su Nataša che cantava, e nell’intimo dell’essere gli avvenne qualcosa di nuovo e di felice. Si sentiva felice e, nello stesso tempo, si sentiva triste. Non aveva, assolutamente, nessuna ragione di piangere, eppure stava sul punto di rompere a piangere. Di che cosa? Dell’amore d’un tempo? Della piccola principessa? Delle delusioni patite?… Delle speranze nell’avvenire?… Sì e no. Più d’ogni altra cosa, quello di cui gli veniva voglia di piangere, era (nell’improvvisa, viva coscienza che gliela svelava) la tremenda contraddizione fra un che d’infinito, di sublime e d’indefinibile, che c’era in lui, e un che di angusto e di corporeo, che costituiva l’essere suo, e anche l’essere di lei. Questa contraddizione lo struggeva e lo faceva esultare mentre lei veniva cantando”.

È un brano di Guerra e pace di Lev Tolstoj, esattamente dal capitolo XIX della terza parte del secondo libro: nel classico modo di raccontare tolstojano i personaggi si scaldano e si accendono di qualcosa che trascende le vicende umane. Così il principe Andrej Bolkonskij, ferito ad Austerlitz e colpito poco tempo prima dalla morte di parto della moglie Lisa, ha una rivelazione in una serata mondana a casa dei Rostov, mentre la bella Nataša canta accompagnandosi al clavicembalo. Felicità e tristezza fuse insieme, un’emozione fortissima che gli impedirà poi di dormire e che ancora non è in grado di chiamare amore per Nataša. Ma quella sera il principe Andrej prova qualcosa che tutti noi probabilmente abbiamo provato – che sia stato l’amore o una sera in riva al mare o una notte in un rifugio montano a guardare le stelle – e cioè la sensazione di avere un qualcosa che travalica il nostro corpo, chiamiamolo anima oppure essere o ancora spirito. Quella sensazione che ci fa capire di come l’infinito possa raccogliersi nel piccolo, di come sia vera l’affermazione delle Upanishad che “l’anima tua è l’intero mondo”.

 

2011

 

andrei

UNA SCENA DA “GUERRA E PACE”, 2016 © BBC

sabato 17 dicembre 2016

Edipo re

 

La storia di Edipo è quella di un uomo che lotta invano per sfuggire al suo destino, condannato ancora prima della sua nascita, costretto a vagare con il fardello della sua colpa per il mondo.

”Edipo re” di Sofocle era considerato già nell’antichità un vero e proprio capolavoro: Aristotele nella “Poetica” lo giudicò capace di suscitare contemporaneamente terrore e pietà. Il tragediografo greco lo scrisse nel periodo della sua tarda maturità, già ottantenne, tra il 414 e il 411 a. C.

La trama è notissima: il re di Tebe Laio viene a sapere da un oracolo che il figlio che potrebbe nascergli dalla moglie Giocasta sarà il suo uccisore; quando l'erede infine nasce, per sventare il disegno degli dei, Laio lo fa abbandonare sul Monte Citerone con i piedi feriti - di lì viene il nome Edipo, "piedi gonfi". Il bambino viene affidato al re di Corinto, Polibo, che lo alleva a corte come un figlio; un altro oracolo predice a Edipo, ormai adulto, che ucciderà il padre e sposerà la madre, dalla quale avrà dei figli. Convinto di essere l'erede di Polibo, Edipo abbandona Corinto per raggiungere la Focide: sul cammino incontra Laio e in una futile lite per il passaggio lo uccide. A Tebe sconfigge la Sfinge rispondendo al suo famoso enigma, liberando la città ed ottenendo il premio per chi avesse eliminato il mostro: la mano di Giocasta. Edipo inconsapevolmente sposa la madre ed ha con lei quattro figli. Un terzo oracolo, allo scoppio di un'epidemia, rivela che la malattia è dovuta alla presenza in città dell'uccisore di Laio. L'indagine porta il nuovo re a scoprire di essere proprio lui l'assassino e l'autore dell'incesto: per punirsi si acceca e fugge a Colono, per condurvi il resto della sua sciagurata esistenza.

La fortuna dell'"Edipo re" sta nella sua attualità: il senso del destino, la ricerca delle proprie radici, l'infelicità umana sono temi comuni a tutte le epoche. Il modo di procedere di Sofocle nella ricerca del colpevole può poi ricordare anche la tecnica dei moderni gialli: il fatto che il detective sia l'assassino dà quel tocco inarrivabile di originalità. La conclusione, l'accecamento che Edipo si infligge, è un vero e proprio "coup de théatre": sta al lettore valutare se sia un modo per non vedere più la realtà o, al contrario, il solo modo per vedere, dall'interno e per sempre, tutto l'orrore. La figura di Edipo è poi duplice: è sì il colpevole, ma è anche la vittima innocente, in quanto tutto quello che compie deriva dal destino, dall'onnipotenza degli dei; egli è solo lo strumento di cui il fato si serve per portare a compimento i suoi disegni.

"Mai nessuno giudichi felice un uomo
prima del giorno della morte,
prima che la sua vita sia trascorsa priva di dolore".

Così commenta nelle ultime battute della tragedia il Corifeo, mentre Edipo, cieco, si avvia verso l'esilio a Colono in una scena epica: se fossimo al cinema, sarebbe l'eroe sconfitto che si staglia curvo e solitario in un rosso tramonto.

10 settembre 2008

 

Brodowski

ANTONI BRODOWSKI, “EDIPO E ANTIGONE”

sabato 19 novembre 2016

Un buon consiglio

 

C’è una striscia dei Peanuts, pubblicata il 24 luglio 1962, in cui Linus passa trascinando la sua coperta e Snoopy è pronto a morderla e portarla via. Linus lo ammonisce “Non fare qualcosa di cui potresti pentirti”. Snoopy desiste, ci riflette e pensa “È un buon consiglio”.

È davvero un buon consiglio, ottimo direi. Eppure, molte volte lo abbiamo disatteso, troppe volte siamo precipitati nell’abisso del rimpianto, perché abbiamo scelto la strada sbagliata quando la via principale divergeva come nella poesia di Frost – quella battuta, probabilmente, quella seguita da tutti mentre noi avremmo preferito imboccare il sentiero più solitario. O perché invece non abbiamo compiuto quel passo che avrebbe cambiato la nostra vita o ci avrebbe spinto nell’abbraccio dell’amore. O ancora invece perché quel passo lo abbiamo invece compiuto e i risultati sono risultati diversi o addirittura all’opposto di quello che avevamo immaginato e desiderato.

E questo capita perché molto spesso ci affidiamo all’istinto più che alla ponderazione e ci lanciamo come acrobati forse coraggiosi o forse impavidi e quindi incoscienti, fidando nell’attrezzo, nelle nostre capacità, nel partner e nella rete di sicurezza. Il fatto è che non si può tornare indietro e quel che è fatto è fatto. Se fossimo saggi, capiremmo almeno questo e seguiremmo un altro buon consiglio, quello del Maestro di Khalil Gibran: «Amico mio, non essere come quello che siede presso il suo camino e guarda il fuoco che si spegne per poi soffiare, vanamente, sulle morte ceneri. Non rinunciare alla speranza, non abbandonarti alla disperazione a causa di ciò che è passato, giacché rimpiangere l'irrecuperabile è la peggiore delle umane debolezze».

 

Un buon consiglio

sabato 12 novembre 2016

Gli incontri di Marco Aurelio

 

Al mattino comincia col dire a te stesso: incontrerò un indiscreto, un ingrato, un prepotente, un impostore, un invidioso, un individualista. Il loro comportamento deriva ogni volta dall'ignoranza di ciò che è bene e ciò che è male. Quanto a me, poiché riflettendo sulla natura del bene e del male ho concluso che si tratta rispettivamente di ciò che è bello o brutto in senso morale, e, riflettendo sulla natura di chi sbaglia, ho concluso che si tratta di un mio parente, non perché derivi dallo stesso sangue o dallo stesso seme, ma in quanto compartecipe dell'intelletto e di una particella divina, ebbene, io non posso ricevere danno da nessuno di essi, perché nessuno potrà coinvolgermi in turpitudini, e nemmeno posso adirarmi con un parente né odiarlo. Infatti siamo nati per la collaborazione, come i piedi, le mani, le palpebre, i denti superiori e inferiori. Pertanto agire l'uno contro l'altro è contro natura: e adirarsi e respingere sdegnosamente qualcuno è agire contro di lui.

I tempi sono molto cambiati dal II secolo dopo Cristo, quando l'imperatore Marco Aurelio scriveva queste riflessioni rivolte a se stesso nel secondo libro dei "Pensieri" o "Ricordi", secondo la traduzione dal greco. Ma le persone sono rimaste le stesse, anche se hanno modificato il loro abbigliamento, la pettinatura, addirittura il linguaggio, e se invece delle lance, delle meridiane e delle bighe ora si servono di telefonini, orologi e automobili. Come allora portano nel mondo le loro esigenze e le loro clientele, le bassezze e i vizi, le insensibilità.

È bello questo pensiero di Marco Aurelio, è un invito all'autocontrollo, alla tolleranza, alla considerazione che "tutti siamo sulla stessa barca", semplici ingranaggi di un mondo in movimento: il ciabattino, il soldato, la popolana e anche l'imperatore...

Un filosofo di tale levatura, che aveva per maestri gli stoici Sesto di Cheronea, Cinna Catulo e Claudio Massimo, non poteva essere un dittatore e infatti non lo fu, ma, al contrario, stabilì un costante miglioramento della legislazione per rendere più equa la vita dei cittadini dello sterminato impero romano. La sensibilità e l'intelligenza dimostrata in questo precetto furono la linea guida del suo ventennale impero. A noi che non siamo imperatori, farebbe solo bene ricordarlo ogni mattino, quando usciamo di casa e iniziamo a incontrare gli "altri": manteniamo la calma e rispettiamoci, il mondo non potrà essere che migliore.

 

Marco Aurelio

FRAMMENTO DI STATUA DI BRONZO DI MARCO AURELIO, PARIGI, LOUVRE

sabato 29 ottobre 2016

Lo scudo

 

Qualcuno dei Sai si vanta del mio scudo, che presso un cespuglio
- arma gloriosa - lasciai non volendo.
Ma salvai la mia vita. Quello scudo, che importa?
Vada in malora. Un altro ne acquisterò, non meno bello.
ARCHILOCO

Lo scudo ho gettato nell’onde di un fiume che bello scorreva.
ANACREONTE

Lo scudo era uno degli armamenti fondamentali del soldato nei tempi antichi: faceva da baluardo e da difesa e veniva conservato con cura. Il militare greco era un cittadino chiamato al momento della guerra: lo si denominava oplita, da όπλον, lo scudo, appunto. Solo gli Spartani avevano un esercito a tempo pieno: delegavano agli schiavi iloti e agli artigiani del circondario, i "perieci", ogni altra attività. Il loro valoroso comportamento alle Termopili, dove con soli trecento uomini fermarono l’imponente esercito persiano di Serse prima di esserne travolti per un tradimento, si spiega con questa mentalità guerriera inculcata già ai bambini.

Lo scudo dunque era d’importanza vitale perché, essendo il soldato inserito in una falange, con esso difendeva non solo se stesso, ma anche il compagno alla sua destra. Gettare lo scudo, come affermano di avere fatto il poeta-soldato Archiloco e il gaudente Anacreonte, veniva considerato dagli eroi omerici e soprattutto dagli Spartani, la più grave infamia che un combattente potesse commettere: non era più un’arma, ma diventava un simbolo, era l’appartenenza a una società.

Archiloco lo priva di questa importanza: ne vede solo l’utilità immediata, l’ingombro nella ritirata, lo abbandona per fuggire e salvarsi. Se gliene servirà un altro, se lo comprerà. Non è spartano: Sparta non ha poeti, solo soldati. È un decaduto nobile di Paro e combatte per vivere: è un mercenario. Questo gesto che sembra antieroico è in realtà solo un atto di sopravvivenza, tanto che Archiloco morirà nella difesa di Taso.

Anacreonte invece, si mostra più spregiudicato: se Archiloco lo ha deposto in un cespuglio per poterlo magari ritrovare, lui invece lo lascia in balia della corrente.  Quello che conta nella sua vita sono il vino e l’amore, le chiacchiere davanti a una tazza di quello buono: “Recaci acqua, ragazzo; recaci vino; recaci corone di fiori, ma recali subito… con Eros devo fare pugilato”. Anche Anacreonte non era spartano, ma veniva da Teo, nella Ionia, ed era esule a Samo, ad Atene e in Tessaglia, dovunque vi fosse una corte regale. Non gliene può fregare di meno di quell’oggetto.

2008

Forngrekisk_sköld,_Nordisk_familjebok

sabato 22 ottobre 2016

Rispetto e dignità

 

“Da una scala di legno annerito pende una bandiera francese: è l’unica, e la stacco con cura, la ripiego e la metto nel tascone della giubba. (La ritroverò a casa mia questa bandiera, tra vecchie carte, lettere e oggetti strani agli altri. Un giorno i ragazzi giocavano, e la diedi a loro perché la riportassero a sventolare sopra una collina di prati fioriti)”.

Cos’è il rispetto? Cos’è la considerazione che anche gli “altri” hanno le loro ragioni? Mario Rigoni Stern ne aveva gerle nella sua vita di montanaro. Certo, chi va in montagna sa quanto dura è la vita lassù: conosce il valore delle cose, sa che un aiuto dato non sarà mai sprecato e che al momento buono sarà ripagato. Sa che, se anche non sarà ripagato, questo non è importante.

Rigoni Stern nel 1971 scrive Quota Albania e ricorda quell’episodio della bandiera francese raccolta dalle parti di Séez. L’Italia aveva invaso la Francia pochi giorni prima e già era stato stipulato l’armistizio. Ma in quei giorni al caporale Rigoni Stern capitò di entrare affamato in una casa di legno abbandonata dagli abitanti: mangiò del formaggio e del pane e lasciò un biglietto di scuse in un cassetto della credenza. Anche la sua ad Asiago era una casa di legno, una casa di montagna, ricostruita dal nonno, profugo anch’egli con tutta la sua famiglia, proprio come quei francesi, nel 1916.

Rispetto, pietà, umanità: non per questo Rigoni Stern fu un soldato peggiore, anzi riuscì a riportare a casa dalla Russia gran parte della sua squadra. Nel Sergente nella neve non poteva perciò non notare la differenza con i soldati tedeschi e rumeni, e ancor più con le SS. La cattiveria, il disprezzo, la crudeltà non erano nei cuori degli italiani, che i russi aiutavano, quando potevano, e lo testimonia lo stesso scrittore di Asiago: gli diedero patate e pane, lo sfamarono in un’isba dove c’erano anche soldati russi.

Rispetto, allora, condivisione e dignità: ancora in Quota Albania racconta del trasferimento di prigionieri greci: “Quel mattino mi trovavo anch’io da quelle parti, e con altri feci da scorta a quaranta prigionieri che accompagnammo giù al comando. Anche loro erano magri, malridotti nelle divise, carichi di pidocchi e con le barbe lunghe e ispide. Ma dentro i loro occhi scuri e profondi e nel loro silenzio, avevano dignità”.

2008

 

Bandiera

FOTOGRAFIA © FIONA TWIG

sabato 8 agosto 2015

Marcovaldo

 

Ho rimesso mano a "Marcovaldo", che ho letto alle medie - sì, è lo stesso volume, conservato da allora, quello tutto bianco con tre righe rosse della collana Einaudi "Letture per la scuola media": c'è anche un bel disegno astratto in bianco e nero di Paul Klee. Tutto qui? - mi direte - fai solo estetica, parli di copertine e di vecchi ricordi, ti lasci andare come fai talora alla nostalgia per un tempo che non tornerà...

D'accordo, allora. È un Calvino per ragazzi, tanto che i racconti furono pensati proprio per quella fascia d'età, ma ciò non toglie che siano bellissimi, che Marcovaldo anticipi con la sua ingenuità strampalata Palomar, altro personaggio che ho amato, negli anni Ottanta. In Marcovaldo c'è tutto: anticipa anche Fantozzi con la Sbav, che altro non è che la madre della Megaditta di Paolo Villaggio. C'è l'ambientalismo, perché la città non nominata è un grigio alveare di cemento e scritte pubblicitarie. Memorabile è il racconto in cui la luna si mescola al lampeggiante GNAC della Spaak-COGNAC. E spettacolare risulta il contrasto tra una società industriale e moderna e i nomi medievali dei personaggi: Marcovaldo, la moglie Domitilla, la figlia Isolina, il caporeparto Viligelmo, Fiordiligi, la signora Diomira, il signor Rizieri, il dottor Godifredo.

È stato uno spasso ripercorrere tanti anni dopo, con occhi ormai maturi le strade di Marcovaldo: le sue preoccupazioni per la crisi economica ma anche il sogno, la libertà di camminare per le strade deserte di agosto proprio sulla linea di mezzeria, salvo poi ripiombare a terra per lo spavento di un'auto passata a grande velocità. È stato uno spasso mettersi al fianco di quell'uomo buffo  - e qualche volta anche dentro di lui, dentro il suo cuore, perché "Aveva questo Marcovaldo un occhio poco adatto alla vita di città: cartelli, semafori, vetrine, insegne luminose, manifesti, per studiati che fossero a colpire l'attenzione, mai fermavano il suo sguardo che pareva scorrere sulle sabbie del deserto. Invece, una foglia che ingiallisse su un ramo, una piuma che si impigliasse ad una tegola, non gli sfuggivano mai: non c'era tafano sul dorso d'un cavallo, pertugio di tarlo in una tavola, buccia di fico spiaccicata sul marciapiede che Marcovaldo non notasse"...

2012

 

Marcovaldo