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sabato 22 dicembre 2018

Un vecchio Super 8


C’è un vecchio filmino da qualche parte in un armadio, insieme ad altre bobine infilate in una scatola da scarpe. Se ci penso, mi immagino le lingue delle pellicole che fuoriescono appena dall’involucro, la maggior parte nere, alcune mostrano delle figure più chiare, quadratini che sembrano tutti uguali ma che impercettibilmente diversi, proiettati in velocità danno il senso del movimento. In quel vecchio filmino c’è la ripresa di un Natale lontano nel tempo: sembra ieri quando ci pensi, sembra che sia stato solo l’anno scorso o due, tre, cinque anni fa. Invece è un Natale dei primissimi Anni ’70, quando si cominciava a portare i pantaloni a zampa e a indossare camicie fiorate. No, non mio padre: lui in quel filmato non c’è perché reggeva la telecamera Pathé, un aggeggio piuttosto pesante con l’oculare di gomma e il galletto stampigliato su entrambi i lati, però ricordo com’era vestito. Indossava un abito grigio con una cravatta rossa a disegni dorati, la massima concessione estetica allo spirito natalizio.

Io sono a quattro zampe sul tappeto – uno di quei tappeti pelosissimi che andavano di moda allora – sotto l’albero di Natale, e scarto i doni che nella notte mi ha portato Gesù Bambino: Babbo Natale non si era ancora materializzato, avrebbe atteso qualche anno ancora, fiondandosi sull’onda delle pubblicità della Coca Cola e sui programmi delle televisioni commerciali. Eccomi lì, a sei anni, compitare le parole su uno dei libri dell’enciclopedia che mi è stata regalata – sono i famigerati Quindici, li sfoglierò a lungo durante la mia infanzia, imparando a costruire, a sognare, a viaggiare con la mia fantasia di figlio unico. “Sa…” ma la parola è ostica, me la sono scelta proprio bella, “Sa-ara”. “Bravo, Sahara”, giunge la voce fuori campo di mio padre “è il deserto più grande del mondo”. Intanto compare la mano di mia madre, che con la scusa di mettermi a posto il ciuffo e il cravattino, invece mi accarezza dolcemente. Appare anche lei nell’inquadratura, con un vestito blu. Com’erano belli quegli anni, quando la festa ci si vestiva appunto “della festa”.

Poi c’è uno scatto avanti: sono sempre sul tappeto e sto manovrando una macchinina rossa con delle righe gialle, è una Chevrolet Daytona e funziona a batterie. Infilando una scheda perforata si muove lungo un tragitto predefinito, che è quello di un famoso circuito: Montecarlo, Indianapolis, Monza. La seguo zigzagare sul pavimento di palladiana, passare tra un vaso di fiori e la piantana di una lampada. È un Natale felice, intarsio i ricordi con vecchie fotografie di gente che ho amato e che non c’è più: mio nonno con il cappello, mia nonna con il paletot dal collo di pelliccia che mi piaceva tanto restare ad accarezzare. C’erano anche loro in quel Natale dei primi Anni ’70 a fare festa con noi.

Basta… Il tempo non è un nastro che si può riavvolgere. Questa nostalgia non solo mi bagna le palpebre di lacrime, mi sommerge come un’onda, mi strazia. Avevo idea di andare a cercare quel vecchio Super 8 e proiettarlo a Natale ma ora non se ne farà più niente. Mi siederò semplicemente a tavola con i miei, con gli zii, con i cugini e i loro bimbi. E il piccolo D. gattonerà sul tappeto rasato che usa adesso.

2011


FOTOGRAFIA © BLOGSAVENUE

sabato 24 dicembre 2016

Mattina di Natale

 

E dunque è la mattina di Natale. Il vecchio avaro Mr Scrooge si è risvegliato dopo una notte di incubi e spalanca la finestra sulle vie innevate, lieto finalmente dopo il grande spavento della notte:

“Si vestì, col meglio che aveva, e uscì per la via. La gente si riversava fuori, com'egli l'aveva vista con lo Spirito del Natale presente. Camminando con le mani dietro, Scrooge guardava a tutti con un sorriso di soddisfazione. Era così allegro, così irresistibile nella sua allegria, che tre o quattro capi ameni lo salutarono: «Buon giorno, signore! Buon Natale!» E Scrooge affermò spesso in seguito che di tutti i suoni giocondi uditi in vita sua, i più giocondi, senz'altro, erano stati quelli”. (Charles Dickens, Canto di Natale")

Anche i bambini si sono risvegliati e con gli occhi improvvisamente vispi si sono riversati con ansia a cercare i pacchetti colorati sotto l’albero, li scartano, ridono esaltati davanti al nuovo giocattolo; gli innamorati si sono baciati scambiandosi i loro doni… Le campane suonano annunciando la Nascita nell’umile grotta. I saluti si spandono nell’aria come fiori: Auguri! Buon Natale! Buone feste! Le mani si stringono, i baci si schioccano sulle guance. E nelle cucine i profumi iniziano a salire: le patate arrosto, le tacchinelle ripiene, il brodo di cappone. Le luci degli alberi e dei presepi scintillano più vivide in questa giornata, i parenti cominciano a radunarsi, portano i loro doni, le loro bottiglie, i panettoni per il pranzo.

Un avviso per i meno cinici: non leggete il pezzo qui sotto, potrebbe rovinarvi la sorpresa del pomeriggio, rivelarvi come potrebbe essere… È tratto da “Natale” di Marco Lodoli:

“Anche quest'anno è andato tutto bene. Io ho avuto un paio di cravatte, un libro, l'ennesimo rasoio elettrico. I bambini hanno cominciato a giocare sul tappeto con i loro attrezzi elettronici, mentre mia moglie faceva girare gli aperitivi. A tavola, come al solito, abbiamo un po’ litigato parlando di politica, esattamente come ogni anno. La più grande delle mie nipoti, ha quasi diciott'anni ed è ribelle e arrabbiata come lo ero io, vorrebbe un mondo in cui tutti fossimo in pace, senza poveri, senza esclusi. Questa vita è ingiusta, ha detto, butta via la gente, la fa morire. Nessuno dovrebbe morire, ha gridato. Per riportare un po’ d'allegria a tavola, mio cognato ha raccontato come sempre due barzellette. Una era la stessa dello scorso Natale, ma nessuno l’ha interrotto. Dopo il panettone e il caffè, ci siamo sistemati sui divani per continuare a chiacchierare e bere un cognac. E dopo mezz’ora le parole sono iniziate a mancare ed è scesa la malinconia che segue la festa, qualche bambino sbadigliava tra i fogli accartocciati dei regali, e allora io ho acceso la televisione”.

Be’. Che altro dire? Ma “Buon Natale!”

 

2009

 

Larsson

ILLUSTRAZIONE DI CARL LARSSON

sabato 3 dicembre 2016

Quel turco di Babbo Natale

 

Babbo Natale, per gli anglosassoni Santa Claus, non è come vuole una leggenda metropolitana il parto dei pubblicitari della Coca Cola negli Anni Trenta che portò alle famose immagini di Haddon Sundbloom riprodotte ovunque: non è in effetti altri che San Nicola, di cui il 6 dicembre ricorre la venerazione.

Per inciso, la Coca Cola non fece altro che appropriarsi a fini promozionali della poesia di un oscuro autore newyorkese, "La notte di Natale", scritta nel 1823: San Nicola vi è raffigurato come un uomo tarchiato dagli occhi scintillanti e dalla barba bianca, con dei vestiti rossi bordati di pelliccia e lucidi stivali neri. La fantasia di un illustratore, Thomas Nast, creò l'immagine iconografica tuttora in auge. L'idea dello scrittore portò invece a spostare la tradizionale venuta di Santa Claus dal 6 dicembre al 25.

Dunque, spazzato via l'equivoco, la slitta con conseguente serie di renne e di casa in Lapponia, a Rovaniemi per la precisione, Babbo Natale è San Nicola, che fu vescovo di Mira, città della Turchia identificata con l'odierna Demre. Il santo era un taumaturgo, ovvero compiva miracolose guarigioni, spesso di bambini. La sua figura si fuse qua e là nell'Europa con miti antichi ed oscuri, come lo Spazzacamino tedesco, e adottandone altri in qualità di assistenti, ad esempio i folletti o il truce Pietro il Nero olandese o il Cavalier Rupprecht, un uomo dalla faccia paurosa tinta di nero.

Il San Nicola più tradizionale, quello che si attaglia in maniera più precisa, è il Saint Nicholas svizzero, abbigliato come un vescovo con lunga veste bianca, mantello rosso, cappello a punta e bastone pastorale. Il Père Noël francese è una via di mezzo tra San Nicola e Babbo Natale: alto e magro, ha una veste vescovile rossa, copricapo di pelo e rumorosi zoccoli di legno.

Che sia un ciccione vestito di rosso, un vescovo che si circonda di personaggi inquietanti, una bambina con una corona di luci, una vecchietta che vola a cavallo di una scopa o Gesù Bambino, si può concludere che, se ci sono tanti modi di rappresentare un simbolo, unico e comune a tutto il mondo è il gesto d'affetto, il dono.

2008

San Nicola

sabato 22 dicembre 2012

Natale 1932

 

- Buongiorno, Herr Günter, ha ancora un piccolo abete per me?

- Certo, Fräu Hildegard, sa che da me trova sempre l’albero giusto per ravvivare il suo Natale. Questo va bene? O gliene devo procurare uno diverso?

- No, guardi, va benissimo: la mia casa è piccola e io sono vecchia. Lo sa che ogni volta che l’anno finisce provo questa sensazione strana: come se la morte si avvicinasse di un altro passo, come se facesse un salto. Ed è per questo che provo anche compassione per il genere umano...

- Eh, non la vedo bella neppure per noi tedeschi in questa fine d’anno, signora cara. Non sono più i tempi dell’inflazione vertiginosa: dieci anni fa questo albero di Natale l’avrebbe pagato un milione di miliardi di marchi. Adesso nubi molto più minacciose si profilano all’orizzonte.

- Lo so, lo so che lei è sempre informato sulla politica. È socialdemocratico, se ricordo bene...

- Sì, signora, siamo stati l’argine fino a che si è potuto, ma adesso il fiume rischia di tracimare. Ora che Von Papen si è dimesso, non ho fiducia che il generale Schleicher riesca a formare un governo di coalizione.

- E allora chi ci governerà?

- Dio ce ne scampi, Fräu Hildegard, ma ho l’impressione che Hitler riuscirà alla fine a vincere le elezioni e a prendere il potere. Magari si servirà proprio di Von Papen, sfruttando l’amicizia di questi con il presidente Hindenburg e l’inimiciza con Schleicher. Ha già provato a negoziare lo scorso novembre. E comunque, se non ci riuscirà, Hitler troverà uno stratagemma per mettere le mani sul cancellierato.

- Quell’uomo mi fa paura.

- Non lo dica a me: me lo sogno di notte ed è un incubo inspiegabile: finisce sempre con grandi camini che fumano e mi sveglio tutto sudato.

- C’è qualcosa di inquietante nel suo sguardo, ha occhi cattivi.

- Ha ragione: io ho avuto l’occasione di leggere un suo scritto, qualche anno fa. Farneticante: parla di sterminii, di espansioni territoriali, si definisce Superuomo. Ha capito, adesso?

- Distruggerà la Germania...

- Lo temo anch’io, e non solo la Germania...

Be’, Fräu Hildegard, non stia lì a prendere freddo. Vada a casa ad addobbare il suo albero davanti al camino. E buon Natale...

- Buon Natale, Herr Günter, si riguardi.

 

HANS BALUSCHEK, “BEIM WEIHNACHTSBAUMVERKAUF”