sabato 7 dicembre 2019
Un pugno di sabbia
sabato 24 agosto 2019
Una fotografia
“Noi siamo nati per un’altra gioia”
ANDRÉ GIDE, La porta stretta
Però com’eri bella tu. Soltanto adesso me ne accorgo, adesso che tanto tempo è passato e il calendario è un fiume in piena. Nel ricordo diventi ancora più bella e io ancora più stupido e impacciato. Non so se darmi dell’idiota o se incolpare gli eventi, addossare le colpe alla mano lunga del Fato, alle catene del caso, all’incidenza della probabilità. “La prima che hai detto” mi sembra di sentirtelo dire e poi ridere con quel modo che avevi di inclinare il capo all’indietro e di scuotere l’onda dei capelli. “La prima che hai detto”, ma sapessi come sono cambiato e che cosa ho passato...
Di quelle sere con te mi resta il ricordo dolce e amaro, sento in bocca il sapore di qualcosa che forse era soltanto la nostra incoscienza, l’acerbo frutto della giovinezza. Mi inebrio della dolcezza che mi dava stringerti a me, guardarti con aria sognante o solo stanca, abbandonata tra le mie braccia mentre cadeva la notte. Adesso è come una febbre pensarti: un bruciore che arde sulla pelle e scotta nella mente, il fuoco tenuto costantemente acceso dalle Vestali negli antichi templi latini, la fiamma perenne dedicata ai caduti per la Patria nel Mausoleo di Largo Gemelli.
Non è rimpianto, non è neppure nostalgia. È un sentimento che fatico ad analizzare: forse una rassegnata resa all’ineluttabilità degli eventi, un comprendere che le cose non potevano andare diversamente, che ciò che potremmo chiamare destino o contingenza non è stato altro che il naturale corso delle cose. Era un amore puro, nel quale credevamo, e si è consumato in se stesso, si è esaurito così, spontaneamente, come una candela posta sotto una campana di vetro. Non come una pianta che si inaridisce e secca, ma proprio come un fuoco che si spegne per mancanza di ossigeno.
Separammo le nostre strade, cambiai città, amici, prospettive. Le nostre relazioni si limitavano a cartoline, a qualche telefonata di cortesia, ad appuntamenti da programmare che sapevamo bene non avremmo messo mai in calendario. Il tempo cominciò a scorrere più veloce, i giorni, i mesi, gli anni si accumularono come pietre. Oggi, cercando una mia vecchia foto da bambino in cui sono vestito da astronauta per Carnevale, da un fascio di istantanee è uscita la tua immagine, i colori leggermente sbiaditi: indossi quell’abito chiaro che tanto mi piaceva, stretto in vita da una cintura di cuoio e nei tuoi occhi brilla la scintilla dell’amore. Come Juan Ramón Jiménez anch’io posso dire: “In seguito la primavera più non eri tu, più non eri tu!”. Però com’eri bella, e com’era bella la nostra gioventù...
Marzo 2011
FOTOGRAFIA © BRIAN C. CHILLEMI
sabato 9 marzo 2019
La coperta di Linus
È la tua voce che sento, la tua bella voce appena un po’ nasale. Mi invita da lontano e io non riesco a distinguere se tale distanza sia spaziale o temporale, se tu mi chiami dalle isole Andamane o da un giorno perduto nell’estate di qualche anno fa, se tu mi stia aspettando o se invece mi aspettavi e l’occasione è oramai perduta. Sono Odisseo ora e la tua voce è quella melodiosa di una Sirena: io legato all’albero maestro, i miei compagni alacri ai remi, al timone, alle corde, con la cera versata nelle orecchie per non poterti udire, per non impazzire d’amore come invece faccio io. E tu chiami e chiami e canti e mi inviti e sussurri il mio nome...
Mi sveglio. Comprendo che questi sogni sono una specie di coperta di Linus per la mia timida insicurezza. Una coperta troppo corta però, che mi riscalda solo in minima parte, che mi lascia indifeso, allo scoperto di sguardi. Poteva andarmi peggio, potevo essere Charlie Brown... Sono le quattro, l’alba è ancora lontana. Nel buio un vago chiarore disegna ombre e riflessi, la luna si diverte a giocare con lo specchio, quello specchio vuoto d’amore che un tempo accoglieva le voluttuose cascate dei tuoi capelli, i nostri visi vicini, i baci, le scintille della passione. Ora non mi restano che questi sogni ricorrenti, non mi resta che il tuo ricordo: l’altro giorno si è presentato improvviso dalle parti di Via Vitruvio. Voltavi le spalle ai marmi bianchi della Stazione Centrale, alle tende rosse dell’Hotel Gallia: eri bellissima ed elegante, vestita come quel giorno che partimmo per Venezia all’inseguimento dei pittori manieristi nei musei della città lagunare. Il cielo era di piombo fuso, identico. Ma dovevo lavorare, la mia tracolla nera mi batteva sull’anca, mi ricordava pressante che dovevo andare in ufficio, che c’erano pratiche e atti ad attendermi sulla scrivania. Ho rivolto anche un gesto di saluto, fugace, vergognandomi un po’. Ma il tuo ricordo è rimasto con me tutta la mattina, mi ha scortato sui documenti, mi distraeva, mi faceva commettere errori.
E dunque non sei più che ricordo. Il sogno in effetti altro non è che una elaborazione di ricordi e desideri. Sei come quei fiori che si conservano nelle scatole e lentamente seccano per poi sfarinare lasciando una minuta polvere. Il velluto dei petali diventa carta e poi cenere. Non ho che scaglie di te, frammenti che ricostruiscono com’eri. Ma l’amore non vive in terra arida e sterile, vuole una terra buona perché il suo fiore possa sbocciare e fiorire. Forse è seme, di certo non è seccume. Mi volto sul fianco, magari riesco a riprendere sonno. Magari riesco anche a sognarti e se le tue labbra sfioreranno le mie, mi accontenterò di quella languida illusione.
2011
IMMAGINE © SCHULZ/PEANUTS
sabato 2 marzo 2019
Italia-Argentina
Stiamo tornando dalla spiaggia un po' in anticipo: di solito torniamo dopo le sei e ora sono le cinque appena passate. È che tra poco comincia Italia-Argentina per i campionati del mondo di calcio e faremo un tifo sfrenato davanti al televisore.
Non è che l'Italia giochi poi così bene: i giocatori sono in silenzio stampa e hanno eletto portavoce Dino Zoff, che forse è l'uomo meno loquace del mondo, e hanno ottenuto solo tre pareggi nella fase eliminatoria di Vigo e La Coruña, con Polonia, Perù e Camerun; così la nostra nazionale è finita nel girone difficile, direi quasi impossibile, con Argentina e Brasile. Ma tant'è, speriamo sempre nel genio italico.
Con me ci sono Anna e Maria Sole e stiamo ascoltando la radio: ora cantano i Secret Service, "A Flash in the Night". Io ho la mia sacca a righe bianche e azzurre con il telo da spiaggia, la crema abbronzante, "Eutanasia di un amore" di Giorgio Saviane e "La Settimana Enigmistica". Anna ha la solita borsa di paglia con tutto l'occorrente per la spiaggia e il barattolo di crema Nivea, oltre a "La ragazza di Bube" di Cassola e a un bikini azzurro di ricambio. Maria Sole porta il pallone da pallavolo e le bocce.
Ora alla radio cantano i Quarterflash, "Harden my Heart" e siamo quasi arrivati all'hotel. Altra gente torna in fretta dalla spiaggia per l'incontro di calcio. E già alcune persone sono sedute nella saletta del televisore. Stanno per essere eseguiti gli inni. Gentile ha la faccia di un mastino, dovrà marcare Maradona, che molti definiscono il nuovo astro del calcio mondiale. Forse ce la faremo. Mi siedo tra Anna e Maria Sole sulle poltroncine rivestite di tela scozzese a base vermiglia in seconda fila. Un brivido mi percorre il corpo mentre la banda spagnola suona "Fratelli d'Italia". Finalmente la partita comincia. Sembriamo tonici, nonostante l'importanza dell'incontro. Si levano urla e imprecazioni quando Paolo Rossi si mangia un gol già fatto e gli viene quasi da piangere.
Poi segna Tardelli e Anna mi abbraccia, nell'euforia generale non riusciamo a vedere i replay: una staffilata dal limite che ha fulminato il portiere argentino. Restiamo lì a sperare che le iniziative dei biancocelesti si esauriscano, ma quando Cabrini manda in rete la palla respinta dal portiere su tiro di Rossi sembra fatta davvero. Anche perché gli argentini perdono la testa e Gallego si fa espellere. Peccato che non riusciamo ad approfittarne e che Bruno Conti fallisca il 3-0. Abbiamo visto tutti la palla in rete mentre ancora era attaccata al suo piede. Invece no...
Manca poco alla fine quando l'arbitro romeno Rainea assegna una punizione dal limite inesistente a favore dell'Argentina. "Attenti a Passarella, è un ottimo tiratore" dice qualcuno. È proprio Daniel Passarella che si incarica del tiro. Bum! Fa secco Zoff e temiamo la beffa. Resistiamo cinque minuti insieme agli "azzurri" e tiriamo un sospiro di sollievo al fischio finale. Sono quasi le sette, aspettiamo di andare a lavarci commentando le azioni decisive.
Siamo seduti ai tavolini del bar, Maria Sole gioca con le frange della tovaglietta plastificata a scacchi bianchi e rossi, beviamo Coca-Cola ghiacciata e guardiamo nella strada la gente che torna dalla spiaggia. A loro della partita non interessava poi molto. E infatti sono quasi tutti tedeschi e austriaci. "Stasera che si fa?" chiede Anna con la sua bella voce un po' nasale. "Decidi tu, come sempre: sei così brava a inventare qualcosa" le dice Maria Sole, masticando la fetta di limone che era nella Coca-Cola. "Ci penserò" replica Anna, "Potremmo andare al Luna Park, se vi va bene." Io e Maria Sole annuiamo senza parlare e allora lei rompe gli indugi: "Vado a lavarmi. Ciao. Ci vediamo più tardi".
Salgo nella mia camera e mi faccio la doccia. Resto a lungo indeciso sulla maglietta da mettere con i blue-jeans Levi's. Poi scelgo una polo rossa. Rossa come l'amore, dico tra me e me pensando ad Anna.
FOTOGRAFIA © LIUKAJ0823
sabato 12 gennaio 2019
Il gioco del ricordo
Chi scrisse che anche l'Olimpo è deserto senza amore? Kleist, mi pare. Be’, aveva ragione. Leggi certe frasi e le trovi belle, interessanti, però non sai se sono vere. Ora che lei se ne è andata, posso testimoniare che la frase di Kleist è vera.
Nella grande sala che fu teatro del nostro amore c’è il vuoto: non c'è più il caminetto caldo per passare ore insieme davanti al fuoco a leggere o a parlare, non c’è più il pianoforte, non ci sono più la colonna di marmo che lei amava tanto, i dipinti dell'Ottocento, le stampe. Non ci sono più, anche se sono ancora lì: sono ombre prive di senso, vuote. E il vuoto è in me.
Mi sembra di vederla ancora lì con il vestito bianco che prediligeva, seduta a tentare la tastiera del pianoforte, suonare i Lieder tedeschi o il “Sogno d'amore” di Liszt. La vedo accomodare i fiori nel grande vaso di cristallo, è lì con le forbici a recidere i gambi troppo lunghi; sono rose, rose che le ho regalato io. E come brillano i suoi orecchini, ora anche il camino è acceso, in uno scintillio di faville riverbera sulle pareti, sulle tele. Ed ecco che balliamo, suonano i violini; fuori il vento impazza, sibila tra le persiane, ma qui dentro è una festa di colori: c’è lei. Si danzi, si balli: c’è lei. Si libi, si brindi: c'è lei!
Tutto è svanito, tutto è spento: il gioco del ricordo è finito senza lasciare cenere. La stanza è ritornata come prima: scialba, buia, anche il pianoforte sembra più piccolo, polveroso. Solo la malinconia e la tristezza pungono di più.
1994

IMMAGINE © PAINTING AND FRAME
sabato 27 ottobre 2018
Lo scenario
La finestra di questa stanza dove amo scrivere mostra una casa bassa, a un solo piano, immersa nel verde di pini, magnolie e palme. Dietro si stagliano alti pioppi su uno sfondo di cielo. Oggi è azzurro e piccole nuvole bianche galleggiano all'orizzonte. Amo dipingere questo scenario, sempre lo stesso, ma sempre diverso nel corso dei giorni e delle stagioni. L'acquerello ne cattura l'essenza, i colori d'autunno, la neve, il rifiorire di primavera, il rigoglio dell'estate. Ne coglie albe e tramonti e pomeriggi assolati e mattini dorati.
Adesso, per la combinazione della luce, nel vetro della finestra vedo riflesso il mio viso. Sono invecchiato. Non sono più il ragazzo che ero, se mi volto indietro capisco che il tempo è passato: credo di scorgere lei, che come un magnete mi attirava a sé con la sua dolcezza, e invece non è che un punto sempre più lontano sullo scorrere degli anni.
Eppure è solo ieri che rimanemmo a scandire le ore della notte attendendo che i fuochi d'artificio riempissero il cielo di fiori colorati, che le nostre bocche si unissero in un primo bacio. La sua presenza al mio fianco era nuova, il suo vestito a fiori tra le luci delle vetrine e i tavolini dei bar all'aperto era un orgoglio che mi riempiva il cuore, camminare al suo fianco, tenerla per mano, abbracciarla su una panchina. È solo ieri che ci giurammo amore scavalcando le transenne della spiaggia e la nostra gioventù. Solo ieri che ci dicemmo "Il futuro non conta, staremo insieme".
Ma il futuro, ahimè, contava: il tempo scivolò leggero sotto i ponti e lei veniva nei miei sogni a tentarmi con il suo ricordo: ripeteva discorsi, ne faceva di nuovi, si spogliava e sorrideva, lasciava che mi commuovessi, che mi svegliassi attonito per quel vetro spesso che rimaneva tra noi due, per quel silenzio che regnava nella stanza, per quel letto vuoto dove dormivo solo.
Una bava di vento scuote appena i pioppi, accarezza le foglie della magnolia che risplendono lucide al sole d'estate. Le finestre della casa di fronte riflettono il piccolo cortile lastricato, una tenda si muove nella brezza. Adesso lei come si comporterà, mi chiedo. Di lei che sarà stato? Chissà se ride e scherza, se ha trovato un nuovo compagno di vita, se dei figli hanno rallegrato la sua vita. Avrà assaporato mai quella felicità intensa che provammo in quei giorni? E io? Io continuo a praticare il mio gioco: come Gozzano, rimpiango la vita che poteva essere e non è...
2010
FOTOGRAFIA © DR
sabato 13 ottobre 2018
La villa
Ora che lentamente gli alberi si spogliano disegnando tappeti dorati sul terreno, dalle finestre di casa esposte a meridione posso scorgere l'altana di una villa signorile costruita agli inizi del Novecento o forse sul finire del secolo prima: i decori in stile liberty ne sono testimonianza.
È un'apparizione che ogni autunno mi sorprende, per poi svanire nel rigoglio di aprile, quando le foglie ornano tigli, carpini e noccioli formando una coltre verde che fa piombare nel dimenticatoio la villa. Se mi ricordo della sua esistenza, è quando vi passo davanti sulla stradina ombrosa e fresca e ne intravedo i vecchi muri oltre la cancellata arrugginita e il lungo viale immerso nel folto giardino quasi come una cicatrice tra le piante.
Guardo quella grande casa in queste giornate d'autunno e ricordo un'altra villa signorile dove andavo a ripetizione di greco dalla giovane figlia di un medico che era stato un elemento locale di spicco del regime fascista. Mi ero sempre meravigliato di quanto giovane fosse la figlia e quanto anziano il padre: allora lei non era neppure trentenne, il genitore era sull'ottantina.
Arrivavo con la mia bicicletta, suonavo con timore al campanello e aspettavo che mi aprissero il largo cancello, poi entravo nel piccolo giardino all'italiana, sempre ben curato: in attesa che la ragazza scendesse mi sedevo su una panchina di granito consunta dal tempo e annerita dai muschi e dai licheni, osservavo le siepi di martellina e gli altissimi pini, le magnolie che profumavano con i loro fiori bianchi e carnosi quell'ombra che sapeva di muffa.
Mi sentivo catapultato in una poesia di Gozzano: quel posto poteva essere Villa Amarena, dove la Signorina Felicita conduceva la sua esistenza nel sogno di un'attesa vana o la romantica scena dove Carlotta e Speranza a metà Ottocento parlavano rapite dei loro amori. Poteva essere la casa dove Totò Merumeni si chiudeva a lasciarsi vivere, a meditare sull'arte e a scrivere poesie...
Poi la ragazza che mi doveva dare lezioni di greco arrivava con la sua gonna svolazzante o con un vestito estivo a fiori e mi conduceva nel regno segreto, in quelle stanze che odoravano sorprendentemente di cera e di lavanda, ci accomodavamo al grande tavolo dello studio e iniziavamo a tradurre in quella lingua ostica e affascinante, soffermandoci a valutare un aoristo o un ottativo.
Adesso guardo quell'altra villa dalla finestra, una tazza di caffè nella mano e tutti i miei ricordi aggrovigliati nel cuore. Cerco di rammentare il nome di quella ragazza, ma ne rivedo solo le fattezze, il viso bello e rotondo; ne risento la voce correggermi con dolcezza, salutarmi quando inforcavo la bicicletta per ritornare a casa. Mi sento come un altro personaggio di Gozzano, il sopravvissuto che "fissa a lungo la fotografia / di quel sé stesso già così lontano: / «Sì, mi ricordo... Frivolo... mondano... / vent'anni appena... Che malinconia!...»
JOHN SINGER SARGENT, “VILLA DI MARLIA, LUCCA”
sabato 15 settembre 2018
Primo giorno di scuola
È il primo giorno di scuola in molte regioni. Ricordo il mio primo giorno al liceo classico, o meglio al ginnasio: era il venti settembre del 1978. “Sei vecchio! Sei vecchio!” sento voci alzarsi da chi sta leggendo questo mio scritto. Non sono vecchio... era un’altra epoca. Infatti quello era il primo anno in cui le scuole cominciavano a settembre: le lezioni prima di allora iniziavano invariabilmente per tutti il primo giorno di ottobre. E non era quella l’unica differenza: per esempio, non c’erano i cellulari né Internet (“E come facevi a copiare durante i compiti in classe?” la solita vocina chiede; non ti preoccupare, c’erano mezzi molto efficienti e più difficili da scoprire, tipo scrivere in miniatura tutte le regole grammaticali greche in parti nascoste del vocabolario, e il Liddell-Scott aveva una magnifica appendice sui nomi geografici che sembrava fatta proprio apposta). Poi la televisione: trasmetteva a colori regolarmente da un anno o poco più e c’erano solo pochi canali, i due della RAI, la Svizzera, Capodistria, Telemontecarlo, qualche tivù privata agli albori. E non c’erano i videogiochi (“Oddio, e come passavate il tempo?”, passava, passava, te lo assicuro... e meglio di adesso: libri, amici, passeggiate, partite a pallone, a tennis, le ragazze...)
Comunque, è il mio primo giorno alle superiori, il 20 settembre 1978: prendo il treno e raggiungo Bergamo, a piedi risalgo dalla stazione verso l’istituto, un po’ intimorito dall’essere per la prima volta solo in città, ma anche imbaldanzito per esserlo. Arrivo all’ingresso, dove già ci sono decine e decine di studenti. Indosso un paio di jeans e una camicia bianca, sopra ho un gilè verde scuro lavorato a maglia (non fare quella faccia: stavano quasi finendo, ma erano pur sempre gli Anni ’70). Ho una borsa anch’essa verde scuro di velluto a costine. Una borsa, sì: la moda degli zaini che uniforma ormai tutti gli studenti allora non c’era e ognuno aveva qualche cosa di originale: chi la borsa, chi la tracolla militare, i ragazzi di II e III liceo classico, già maggiorenni o quasi, osavano addirittura delle ventiquattro ore. Molti avevano la borsa che regalavano i negozi di articoli sportivi: praticamente un cubo di tela plastificata con le maniglie. Goggi Sport, essendo a Bergamo, andava per la maggiore. Quel primo giorno però non c’erano ancora libri a gonfiarla: solo qualche quaderno e un diario. Avviso ai naviganti del nuovo millennio: la Smemoranda non esisteva, c’era un normale diario, oppure qualcosa con i fumetti. Non ricordo bene come fosse, è andato perso nel corso degli anni; so che la scuola ci fornì di un piccolo libretto con tanto spazio vuoto e qualche pensiero: comunque, pochissimi lo usavano, preferendo diversificarsi e non appartenere alla massa – tutto il contrario di adesso, lo so.
Dunque, entrai nell’istituto, chiesi al bidello – un omone quasi obeso e dall’aspetto buono come il pane – dove potessi trovare la quarta ginnasio e lui mi indirizzò al secondo piano. Salii le scale con la sensazione timorosa e curiosa che prova Alice nel Paese delle Meraviglie. In cima alle scale, sulla destra, si apriva un’aula: sul cartellino c’era scritto “Classe IV Ginnasio”. La mia. Avrei scoperto dopo l’intelligenza della disposizione: le aule erano disposte in ordine crescente, solo i bagni intervallavano la I e la II liceo classico. Nello stesso atrio c’erano anche un paio di classi dello scientifico. La porta, una spessa lastra di vetro o simile materiale satinato, era aperta: entrai e potei fare conoscenza con i miei primi compagni di classe. Mi sedetti in silenzio in un banco vuoto; dall’ampia vetrata si vedevano i tetti della città, qualche campanile svettava. Rimasi a guardare fuori finché non arrivò un ragazzo a sedersi nel posto vuoto accanto al mio. “Francesco” si presentò. “Daniele”, risposi. “Di dove sei, da dove vieni” e suonò subito la campanella. Arrivò la professoressa di Lettere, una signora ormai sul limite della pensione – era il suo ultimo anno, infatti – precisa identica a una zia di mia madre. Si sedette, ci salutò, disse qualcosa a proposito del nuovo corso che avrebbero preso le nostre vite e cominciò un lungo appello. Fu così che venni a sapere i nomi dei miei compagni: molti di loro avrebbero condiviso cinque anni della mia vita, altri si sarebbero persi per strada già nei primi giorni e nei miei primi mesi, anche Francesco, che fu costretto a trasferirsi a Torino per impegni di lavoro del padre. E Luca, che era da solo nel banco dietro di noi, scalò avanti. Non ci saremmo più separati fino alla maturità, condividendo compiti, appunti, penne, discutendo dei nostri affari, delle nostre ragazze, aiutandoci durante i compiti in classe, che a Bergamo si chiamavano, chissà perché, “esperimenti”.
Questo dunque fu il primo giorno al ginnasio, senza conoscere nessuno, in una città che è sì la mia, ma che non conoscevo allora così bene. Quando, a mezzogiorno e mezzo, salii sul treno che mi avrebbe condotto a casa, avevo gli orari delle lezioni dell’indomani e una litania che già mi ronzava in testa: rosa, rosae, rosae, rosam, rosa, rosa... rosae, rosarum, rosis, rosas, rosae, rosis...
FOTOGRAFIA © L’ECO DI BERGAMO
sabato 18 agosto 2018
Un cuore di panna
Mangio un “cuore di panna” per ritrovare il gusto della mia gioventù. Come il sapore della madeleinette intinta nel tè rammenta a Marcel Proust i giorni dell’infanzia trascorsi nella casa di Combray. È un periodo più avanzato quello che io vado cercando, quello dell’adolescenza: i giorni del liceo, della compagnia del treno, i pomeriggi passati a studiare, a scrivere poesie o su un campo da tennis. Gli amici del mare, i lunghi pomeriggi di spiaggia a giocare a bocce e a pallavolo, a nuotare, a passeggiare sul bagnasciuga. Alla fine qualcuno diceva: “Andiamo al bar”. Era già la bella stagione e prendevo un “cuore di panna”. Forse inconsciamente speravo di vivere una storia romantica come quella che mostrava la pubblicità del cornetto Algida: baci, tenerezze, amore e mare.
Così, dopo aver mangiato la granella e lo sciroppo di cioccolato, ecco che morso dopo morso la panna viene a contatto con le papille e il ricordo prorompe: la stanza, i mobili scompaiono e d’improvviso mi trovo fuori da quel campo da tennis, con la racchetta e la borsa, appoggiato alla Vespa di Danny con il cornetto e uno sguardo attento alle ragazze che pattinano sulla pista. Saliamo sull’ET3 Primavera bianca e andiamo a una festa: si suona musica dance, si balla. Io, come sempre, mi siedo sul divano, faccio conversazione con Claudia, con Benedetta. Beviamo quella mistura rossa che sa leggermente di alcool, sospetto che il colore sia dato dal ginger. Poi esco in giardino, mi siedo sul dondolo, aspetto che venga il momento di andare via…
O ancora spuntano come funghi gli ombrelloni verdi e il pavimento diventa sabbia, laggiù è ormeggiata la barca rossa del salvataggio e il bagnino aspetta all’ombra con una maglia a righe. Sono qui sulla sdraio e accanto a me siede Paola: mangiamo i nostri cornetti e lei con le dita di un piede disegna un cuore sulla sabbia… Nel ricordo tutto è vivido: il dolce rumore delle onde, i pattìni che galleggiano al largo come ninfee in uno stagno, il sole che splende altissimo, la tela sbiadita dell’ombrellone, i raggi di metallo, la sua borsa di paglia appesa, i suoi shorts color kaki, la canottiera, le ciabatte bianche, la mia Lacoste rossa, i pantaloncini, il tavolino rotondo arancione infilato nel sostegno in plastica, la radio che suona. E riconosco anche la canzone: “A flash in the night” dei Secret Service. Vividi sono anche il viso di Paola, il sorriso, il suo corpo, le sue gambe affusolate, i capelli raccolti a coda, il bikini turchese.
Non resta ormai che la punta del cono, una croccante cialda ripiena di cioccolato. La mangio, l’estate fuori continua a splendere, rigogliosa nel verde di agosto. Ancora non si notano i primi segni dai quali è possibile riconoscere l’arrivo dell’autunno: non ci sono foglie gialle né si è fatta più fredda la brezza; le cicale continuano a frinire tra l’erba alta, le rondini compiono la loro sarabanda nel cielo. Presto la bella stagione finirà, ma l’anno prossimo ritornerà. La gioventù invece se n’è andata per sempre…
PUBBLICITÀ DEL “CORNETTO ALGIDA” - 1977
sabato 7 luglio 2018
Signora
Con il cappotto nero da signora e i collant scuri che velano le belle gambe affusolate, Alessandra è in ritardo per il regionale delle otto e diciotto per Milano. Non corre – una signora non corre mai – ma affretta il passo sul lungo viale che porta alla stazione. Il semaforo è rosso già da un pezzo, le sbarre del passaggio a livello sono abbassate. Ne aveva sentito lo scampanellare quando stava chiudendo la portiera dell’auto.
Ha accompagnato i figli a scuola: il maggiore alle elementari, il piccolo all’asilo. Quando è arrivata alla stazione, naturalmente non è riuscita a trovare parcheggio. Sempre così. I posti migliori se li accaparrano quelli che prendono i primi treni del mattino. Ѐ riuscita a lasciare la Ford Mondeo a un chilometro dalla stazione, nello spiazzo davanti a un gruppo di villette: c’era il cartello “Riservato ai condomini”, ma in quel momento la sua priorità era riuscire a salire su quel maledetto regionale delle otto e diciotto. E mancavano solo cinque minuti...
Tornavo dall’edicola con i miei giornali quando l’ho incrociata. Ciao. Ciao. I suoi capelli nel passo affrettato erano diventati una medusa rossa che si agitava al vento freddo d’inverno, i tacchi a stiletto delle sue scarpe producevano un ritmico suono sull’asfalto consunto del marciapiedi, il treno si annunciava in arrivo con un fischio prolungato.
Mi sono voltato per vedere se Alessandra sarebbe riuscita a salire sul treno per Milano. Nel ricordo era ancora la ragazza con i blue-jeans slavati e le scarpe da tennis, con la maglietta estiva a maniche corte e la chitarra classica, si cantava tutti insieme attorno al fuoco o in un pomeriggio lungo di domenica. Si parlava di cinema e di letteratura su un vecchio treno dalle panche di legno. Si scherzava certe sere in pizzeria, con la luna intinta nei bicchieri di birra. Ma si sa che il ricordo è una lente deformante: ingigantisce a dismisura i dettagli della nostalgia, alimenta leggende e speranze, fa di illusioni sogni e di sogni realtà...
Alessandra è salita sul regionale delle otto e diciotto appena in tempo, subito dopo si sono chiuse le porte automatiche. Non aveva a tracolla la chitarra, ma una borsa da manager.
2010

DIPINTO DI ANDRE KOHN
sabato 2 giugno 2018
Il filo del passato

JACK VETTRIANO, “AE FOND KISS”
sabato 21 ottobre 2017
In Via Francesco Crispi
Risalgo i miei ricordi oggi, ripercorrendo questa strada che dalla stazione porta alla scuola dove in anni ormai lontani frequentai il liceo. È un viaggio nello spazio, su questa strada lastricata in modo differente da allora, tra alberi che non sono gli alti ippocastani, tra negozi che non potevano neppure esistere. Ed è un viaggio nel tempo, un retrocedere nella memoria: quella ragazza che attende al semaforo di Piazza Guglielmo Marconi potrebbe essere Marta, che studiava alle Magistrali e prendeva il mio stesso treno.
Così ogni vetrina, ogni portone, mi dice qualche cosa di nuovo, ogni chiesa immutata, ogni palazzo, come quello che ora è stato violentato dall'insegna ad archi gialli di Mac Donald's. Il tempo è passato. Tanto tempo, tanta acqua sulle pietre di questa città, tanti giorni di sole. Ma il presepio da cartolina rimane appollaiato dietro Porta Nuova con le sue cupole e le sue case di stile veneziano.
La signora dell'edicola all'incrocio con Via Paleocapa non c'è più: a darmi il resto c'è un ragazzo. E pizzerie da asporto e gelaterie hanno preso il posto delle librerie. La mia memoria sa ricostruire ancora questo puzzle: sembra prendere maggiore confidenza con la città ad ogni passo. Sa dirmi cose che neanche credevo di ricordare, lo scherzo di Carnevale alla "Boutique del pane", la neve che cadeva nei giorni in cui si consumava il colpo di stato polacco e la compagna di Wroclaw pensava agli amici lontani e mi parlava accorata camminando per Viale Papa Giovanni XXIII dalle parti di Santa Maria delle Grazie.
Questi mutamenti intervenuti, l'edicola scomparsa nel passaggio tra Porta Nuova e il Sentierone, il parco giochi sorto dove una ruspa chissà quando ha demolito vecchi muri, il palazzo comunale lucidato a nuovo, mi dicono con una sorta di dolcezza, con un lieve pudore, che se il mondo è cambiato, se la città è cambiata, anch'io naturalmente non sono più il ragazzo che ero, quello che camminava con la borsa piena di libri e molti più capelli sulla testa. Senza astio, mi pongono davanti agli occhi tutte le speranze e le illusioni che coltivavo allora, i sogni che mi accompagnavano mentre percorrevo questa stessa via. Non mi dicono "Confronta", non esigono un'analisi: mi dicono soltanto che tutto passa, che il tempo scorre inesorabile come un fiume.
Ma non lo sanno che li ho fregati, perché, quasi arrivato alla Rotonda dei Mille, in Via Francesco Crispi, come allora, adesso io sto pensando a lei.
2008
FOTOGRAFIA © L’ECO DI BERGAMO
sabato 30 settembre 2017
La falena
Dopo giorni spazzati da un vento quasi autunnale e bagnati da una pioggia monotona e grigia, giorni inusuali per il mese di giugno, è finalmente scoppiata l’estate e subito il caldo, umido e appiccicaticcio, ha preso possesso delle nostre stanze come un ospite che giunga ad un hotel. Non si respira. Apro la finestra per vedere se qualche refolo di vento possa alleviare l’afa.
Toc. Dal bordo superiore dell’anta è caduto qualcosa con un tonfo sordo: è una falena. L’ho riconosciuta per quei suoi colori anonimi, adatti per la notte, quando, in assenza di luce, non servirebbero le vesti sgargianti di altre farfalle, come la Rhodocera Rhamni o la Zygaena Carnidica, l’una gialla, l’altra rossa e verde, o il famoso Papilio tanto caro a Gozzano, arabescato di nero e giallo con due vezzosi occhi rossi sul bordo inferiore delle ali.
Dovrei raccoglierla quella falena, metterla in un luogo buio e fresco. Ci vorrebbe una cartolina… Nel portacarte sulla scrivania ce ne sono diverse. Una cartolina di Gubbio, chi l’avrà scritta? L’inchiostro è sbiadito, a tratti svanisce, parte dell’indirizzo già non è più visibile, si può ricostruire seguendo il tratto di pressione della penna a sfera. Oh, l’ha scritta lei!
Raccolgo la falena rimuginando sulla cartolina, l’emozione del ricordo quasi mi travolge, come se un colpo violento mi fosse stato sferrato in viso, barcollo un istante solo. Colloco la falena tra le ortensie, in un angolo fresco e buio del giardino.
Torno ad osservare la cartolina: “Qui è bellissimo!” dice la scrittura inclinata sulla sinistra, “Bacioni” e segue quel nome che fu un universo nei giorni di anni che allora definivo “d’oro”, forse presagendo un rimpianto quasi oraziano.
E come sbiadisce e svanisce la scrittura di lei, così sbiadisce e svanisce in me il suo ricordo: lasciato al sole di troppe estati, lentamente mi si cancella dall’anima.
1994
sabato 5 agosto 2017
Un caldo assurdo
Fa un caldo assurdo. Ci sono 35 gradi e un’umidità da sud-est asiatico. Ricordo un’altra sera calda così, molti anni fa, in una località di mare. Sedevo al tavolino di un bar con gli amici. Davanti avevo un enorme bicchiere di vetro con una granita al lampone e grondavo di sudore, i capelli che allora portavo più lunghi si arricciavano sul collo e sulla fronte. Tra una partita e l’altra a scala quaranta discorrevamo di noi e delle nostre vite, ci ragguagliavamo sulle amicizie comuni. Succede così a chi si ritrova soltanto una volta l’anno. La sera era caduta presto, era già agosto come adesso, e una mezza luna velata dall’afa splendeva giallastra in un cielo che aveva anch’esso il sapore del caldo.
Il mio ingenuo sogno d’amore si era infranto ormai da qualche giorno, giaceva a pezzi da qualche parte sul litorale, dove avevo visto la mano di lui sospingere dolcemente la schiena di lei ad un passaggio, come se volesse in quel modo sottolinearne la proprietà – allora almeno lo interpretai così, in realtà ora lo vedo come un gesto romantico, una cura, ma si sa che agli occhi innamorati ogni cosa appare sotto una lente deformante.
Il risultato fu però che divenni abulico, che spesso mi distraevo e gli amici dovevamo invitarmi al gioco: «Cesare, Tocca a te». Il fatto era che l’avevo assediata a lungo, che l’avevo rincorsa come s’insegue un sogno, pedinando il suo vestito azzurro lungo le vie della sera, perdendola e ritrovandola. Il fatto era che io non conoscevo di lei che l’esteriorità che mi proponeva. Come quella volta che, attraversando il sentiero nella pineta senza secondi fini, in mezzo a quei residence isolati, con sorpresa di entrambi lei pose la mia mano sul suo seno. Eppure, nessuno parlava al suo cuore come facevo io, anche quando restavo zitto mentre guardavamo le stelle la notte in spiaggia. E ora mi ritrovavo ad amare di meno, ad amare come un uccello in gabbia, che canta selvaggio solo perché straziato, ricordando i voli sulle rose e sui verdi prati. Mi ritrovavo come Catullo ad amare di più ma a voler bene di meno…
Fa un caldo assurdo stasera. Ci sono 35 gradi e i ricordi di certo non giovano. Accenderò il ventilatore.
FOTOGRAFIA © COUNTRY LIVING
sabato 21 gennaio 2017
Piano-bar Liceo
Al nostro liceo le lezioni cominciavano alle 8 e 20. Ma noi che arrivavamo in città con il pullman o con il treno, giungendo dalle valli, dal lago o dalla pianura, già prima delle otto eravamo nell’atrio. Io, ad esempio, partivo con l’unico treno utile delle 6 e 57 e alle 7 e 25 ero già fuori dalla stazione, nel lungo viale di ippocastani con le cupole e le torri sospese a mezz’aria nel panorama. La prendevo comoda con i miei amici del treno – salutavamo subito i chimici di Via Paleocapa, poi le ragazze dell’Istituto Magistrale di Via Angelo Maj. Rimanevamo io e chi andava allo scientifico di Via Masone. A Porta Nuova ci salutavamo e le nostre strade divergevano.
Così, prima delle otto, eravamo lì nell’atrio a chiacchierare, a scherzare, a fare passare il tempo; qualcuno andava a messa nella cappella della scuola, altri si perdevano a fumare come nella canzone di Venditti. Ma ci fu un periodo – di preciso non ricordo, certamente in seconda o terza liceo classico, visto che c’erano Angelo e Gianluigi – che potevamo accedere al salone delle assemblee al piano terra. E lì, meraviglia delle meraviglie, c’era un pianoforte!
Gianluigi sapeva suonarlo – era organista nella chiesa del suo paese e si vantava di suonare all’organo anche Renato Zero! – e così si sedeva sullo sgabello, sollevava il coperchio e cominciava a muovere le dita affusolate sui tasti. Fuori poteva essere inverno, scendere la nebbia o la pioggia, ma lì dentro d’improvviso scoppiava l’allegria. Erano brani di Lucio Battisti o di Claudio Baglioni, era Beethoven o i Queen, poteva anche essere Guccini o l’ultimo successo sanremese. Quei venti minuti in attesa della campanella volavano con spensieratezza. C’era anche quella di III B dello scientifico a cui facevamo tutti segretamente il filo, e facevamo gli “splendidi” anche per lei. Una volta esagerai, presi un foglio di quelli perforati dal quaderno che usavo per gli appunti, vi scrissi in grande “Per favore non sparate sul pianista” e lo appoggiai sul piano. Non ci fu il fragore di un saloon del vecchio west ma un’esplosione di risate.
Poi inevitabilmente, la campana suonava come una sentenza, Gianluigi chiudeva il coperchio del pianoforte, prendevamo le nostre borse e ci avviavamo verso le scale per entrare in aula e cominciare un lungo e noioso mattino, sperando di essere pronti per i compiti in classe – chiamati in gergo locale “esperimenti” – e le interrogazioni.
ILLUSTRAZIONE © SOSUA NEWS
sabato 8 ottobre 2016
Schneider Weisse
Quell’estate mi sentivo come un pugile suonato: avevo perso i contatti, mutato gli orizzonti. L’anno trascorso lontano per il militare in realtà significava averne persi due, dall’estate prima di partire a questa nuova nuova, passando per il magone delle brevi licenze di giugno e di luglio osservando i papaveri rossi in autostrada e sognando il mare. E anche lei se n’era andata, apparteneva a un’altra vita, a quella di prima. E anche gli Anni ’80 che finivano stavano portando dalle giacche colorate al grigiore uniforme del nuovo decennio.
Trascinavo per la città di mare la mia solitudine, gli amici erano tutti via: di qualcuno sapevo che era in Grecia, altri in Spagna, ma la maggior parte di loro ignoravo dove fossero. Passavo serate al cinema all’aperto o mi ubriacavo di romantica malinconia guardando la luna alzarsi dal mare e tingerlo d’argento, poi passeggiavo a lungo in compagnia dei miei ricordi mentre gli ombrelloni chiusi montavano la guardia alla spiaggia.
Una sera sedevo al solito bar, scorsi la lista della birre e ordinai una Schneider Weisse, in memoria delle sere passate al Café Liszt di Merano. La cameriera che me la portò ardì di domandare «Come mai ha scelto questa birra? Qui la chiedono solo i tedeschi». Le raccontai che avevo da pochi mesi finito l’anno di militare a Merano e che là qualche volta la chiedevo invece della solita Radler o della vodka-lemon. Le dissi che la luna nel Passirio non era poi così diversa da quella che ora si specchiava nel mare vicino a noi.
Eravamo in pochi quella sera che ormai diventava notte, ai tavolini all’aperto di quel bar. Alla conversazione si unì un tale sulla quarantina, che disse di venire da Latina e di essere un giornalista. Chiese cortesemente «Posso?», appoggiò il suo whisky con ghiaccio e accostò la sua sedia al tavolino. Sorseggiavo lentamente quel liquido ambrato che sotto le luci dei lampioni prendeva tonalità opalescenti: ne sentivo sul palato il sapore fruttato, il gusto di lievito non filtrato, che ricordava vagamente il profumo del glicine. E mi ritrovai senza nemmeno sapere perché a raccontare la mia vita e le mie vicissitudini amorose a un estraneo – be’, per lo meno si era presentato come Angelo.
Mi ero talmente calato in quella parte che solo un paio d’ore prima, uscendo dal cinema all’aperto dove avevo visto “Rain Man”, avrei detto non mia. Così conclusi il mio discorso con un’uscita ad effetto, da guascone o vagabondo navigato: «Ho solo stanze per dormire e notti per sognare». Forse era la Schneider Weisse che parlava per me come un avvocato delle cause perse.
Rimanemmo in silenzio. Anche Angelo inseguiva un suo pensiero che forse gli avevo risvegliato io stesso. In lontananza si sentiva cantare il mare…
sabato 10 settembre 2016
Gli anni del ricordo
"Quegli anni erano più belli nel ricordo che non quando li aveva vissuti":
MILAN KUNDERA, "L'insostenibile leggerezza dell'essere", I, 14
Milan Kundera è probabilmente il mio scrittore preferito del secondo Novecento. I suoi romanzi sono costruiti a intarsio, intersecano storie, si lanciano spesso in digressioni sul vivere e sui suoi sentimenti con lapidarie conclusioni degne di aforismi.
Come questa che ho estrapolato dal suo romanzo più noto, L’insostenibile leggerezza dell’essere. I nostri ricordi sono probabilmente molto più belli della realtà che li ha originati: sono come quelle mele che vendono sulle bancarelle o nei supermercati, così lucide che vi si specchia a rovescio tutto il mondo. Ed è un bene che siano così, i nostri ricordi: sono il nostro paradiso perduto, l’Eden in cui eravamo un giorno e dal quale siamo stati cacciati. Il nostro desiderio che sappiamo impossibile, e che per questo ci strugge, è di ritornare. Questo è il motivo per cui spesso i ricordi si associano alla nostalgia.
In realtà, se una macchina del tempo o una distorsione spazio-temporale di quelle che spesso si vedono nei film ci riportasse al nostro passato, a quell’Eden, quasi sicuramente lo troveremmo più scialbo, i suoi colori ci sembrerebbero meno vividi, la nostra giovinezza un po’ diversa da come la magnifichiamo adesso, ne percepiremmo il disagio che abbiamo rimosso. Così anche la ragazza che amavamo, così i grandi giorni che serbiamo nella memoria. E avrebbe ragione, ancora una volta, quel gran genio di Kundera…
BARBARA FOX, “SHINY RED APPLES”
sabato 11 giugno 2016
La punizione
Solitamente chi sbaglia e viene scoperto, paga. Chi commette un illecito, chi parcheggia in divieto di sosta, chi va contro una norma o un regolamento imposto dallo stato o da qualsiasi comunità. Anch’io ho pagato le mie multe, ho subito i miei castighi. Ma, della mia vita, ricordo queste due occasioni in cui la meritata punizione non arrivò.
La prima: avevo 17 anni, frequentavo la seconda liceo classico e quel mattino tutta la scuola partecipò nei locali della Borsa a una conferenza su Luigi Pirandello. Noiosa assai, barbosa, pallosa. Fuori la città pulsava nel sole di primavera, il cielo era azzurro, i negozi erano aperti e invitanti. Dopo l’intervallo, presi e me ne andai raccogliendo per strada anche un ragazzo di prima liceo. Pur non essendoci lezione, tecnicamente bigiammo, anzi “impiccammo”, come si diceva a Bergamo: erano le 11 e la conferenza sarebbe durata fino alle 12.45, l’ora in cui mi fiondavo in stazione per prendere il treno dell’una; nessuno si sarebbe accorto che mancavo. Prendemmo la vicina funicolare e salimmo in Città Alta, girovagammo per i vicoli medievali, comprammo una focaccia ciascuno e ci sedemmo a mangiarla sulle Mura guardando in basso il formicaio della città muoversi nel sole di maggio. Scendemmo per tempo e all’una, salutato il mio occasionale Pinocchio (dovevo essere io Lucignolo, se l’idea era stata mia), presi il treno e rincasai. Il giorno seguente la professoressa di latino e greco, appena entrata e sistemata sulla cattedra, mi chiamò - era diventata rossa, sintomo inconfondibile che segnalava la sua collera, anche se teneva un tono di voce perfettamente normale. «Ti è piaciuta la conferenza su Pirandello?». Raccolsi tutto il mio candore, rimasi perfettamente calmo e risposi «Sì», senza neppure arrossire. La prof disse «Bene» e lo disse in un modo in cui mi fece capire di sapere perfettamente cosa avevo fatto. La storia finì lì e non fui sospeso, come avevo temuto. Non bigiai più...
Sei anni dopo non ero più un adolescente ma un ragazzo di 23 anni. Ero un soldato semplice dell’esercito italiano da un paio di mesi appena, un alpino - anche se secondo i gradi di caserma ero al posto più basso, “nipote di terza”. Mi trovavo al campo estivo di Ponte di Legno, nei boschi della Val Sozzine, alle pendici dell’Adamello. Quel giorno, erano i primi di luglio del 1988, l’intero campo era in fermento per l’arrivo di Giovanni Paolo II, che avrebbe celebrato messa in quota. Sarebbe atterrato con l’elicottero in un prato non lontano da noi e ci era stato tassativamente ordinato di non salire fino al punto di arrivo. Ma io quel giorno non avevo servizio - ed era un caso raro, perché ai “nipoti di terza” venivano affibbiati quasi ogni giorno. E a perdermi, come nel caso della conferenza di Pirandello, fu la noia, associata a una curiosità di vedere da vicino il pontefice polacco, che ho sempre stimato moltissimo. Così salii lungo il pendio tenendomi chino tra l’erba alta. Non ero solo: arrivato al prato, scoprii che altri quattro o cinque alpini avevano avuto la mia stessa idea. L’elicottero con il papa atterrò, ma non riuscii a vederlo, perché spuntò il maggiore C. con la sua barba da ufficiale e qualche bicchierino già in corpo. Fuggimmo veloci, ci precipitammo lungo la discesa a rotta di collo. All’adunata della sera, il maggiore puntò la sua faccia paonazza verso la truppa radunata nello spiazzo tra i larici dove era stato collocato il pennone con la bandiera. «Avevo detto di non salire dove sarebbe atterrato l’elicottero!» disse con un’ombra di accento piemontese, «ma qualcuno non ha ascoltato le mie parole. Perciò i seguenti stiano puniti, 3 giorni di consegna semplice» e snocciolò i nomi di quelli che erano con me. Non il mio. Mi feci piccolo piccolo per quanto possibile, nascosi ancora di più il viso sotto la tesa del berretto da stupidi. Ma tutto finì lì né certo nessuno dei miei commilitoni fece la spia. Mi domandai perché nella lunga e fredda notte di guardia: forse, conclusi, essendo io da meno di un mese in quella caserma, il mio nome al maggiore C. non era ancora noto. Rigai dritto da lì in avanti, come avevo fatto a scuola dopo quella conferenza su Pirandello. Conclusi il mio anno di militare senza aver mai preso neppure un giorno di consegna.
E da allora ho fatto mio un motto dai Proverbi della Bibbia: «La punizione degli stupidi è la stupidità».
sabato 21 maggio 2016
Adriano
Il treno percorreva la pianura, la solita tratta di ogni giorno, da Bergamo verso ovest, verso il sole. Fuori scintillava la luce del mezzogiorno ormai passato: la corsa partiva alle 13.05 precise dal binario 4. La nostra compagnia era eterogenea, variegata, si era andata formando a poco a poco, conoscenza dopo conoscenza, un amico di amico dopo l’altro.
Ci trovavamo sull’ultimo vagone, tassativamente nella carrozza per non fumatori. Di solito si rideva e si scherzava, si parlava di calcio o di donne, di moto, di auto, della musica del momento: era il periodo di transizione tra la discomusic degli Anni ’70 e la new wave degli Anni ’80. Tra gli italiani andavano per la maggiore Alberto Fortis, Rino Gaetano e Lucio Battisti. C’erano anche ragazze nella compagnia: si faceva un po’ la corte, con loro si parlava anche di film o di quello che avevamo visto alla televisione, dei posti che visitavamo la domenica. L’unica cosa che ci eravamo tacitamente vietati era di discorrere di scuola, di quello che avevamo fatto la mattina, dei compiti che avremmo dovuto fare nel pomeriggio. Quel momento era una specie di zona franca, un’oasi dove ricaricare le batterie e riposare la mente.
Ma quel giorno qualcuno lanciò il sasso: era un ragazzo di un paio d’anni più vecchio, ce n’erano due o tre che facevano la quarta geometri o la scuola di chimica dell’Esperia. La domenica successiva si votava per le politiche e loro, che avevano già compiuto i diciotto anni, si sarebbero recati alle urne per la prima volta. Chi aveva preso la parola si chiamava Adriano, era un piccoletto riccioluto con i bicipiti sviluppati dai pesi e una passione smodata per i Rolling Stones: «Ma voi domenica per chi votate?» chiese, poi gettò uno sguardo a noi e si corresse prontamente aggiungendo un «o per chi votereste?». Giuseppe si accarezzò i baffetti e disse di non fare mistero, che la sua famiglia era sempre stata comunista e che perciò anche lui avrebbe votato per il PCI. Davide disse di essere ancora indeciso, ma che probabilmente avrebbe scelto il Partito Liberale, sebbene i suoi avrebbero votato Democrazia Cristiana. «E voi che non votate?” chiese Adriano. Laura e Donatella si appellarono alla segretezza del voto ma poi si dissero orientate eventualmente verso i socialisti o i socialdemocratici. Emanuele e Nicola si dissero democristiani. Io mi dichiarai, cosa che poi più volte avrei ripetuto come una boutade nel corso degli anni, “agnostico” o “politicamente ateo”, schifato da quel sistema dei partiti. «Vedi, ti do ragione» mi disse Adriano, avvicinandomisi e battendomi una mano sulla spalla «questo sistema è superato e un giorno imploderà su se stesso. Per questo stavolta ho deciso di dare fiducia al Partito Radicale: voterò Pannella».
Questo ricordo è rimasto per anni sepolto nei meandri nella mia memoria: si è presentato all’improvviso quando, aprendo Facebook il pomeriggio del 19 maggio 2016, ho appreso della morte di Giacinto Pannella, detto Marco, come era indicato sulle schede elettorali. Un partito e un personaggio che non ho mai votato, ma che sapeva farsi sentire e ritagliarsi i suoi spazi. Aveva attirato giovani come Adriano in quelle politiche del 3 giugno 1981 e in elezioni successive, aveva condotto le sue battaglie anche con atteggiamenti provocatori. La domanda successiva che mi sono posto è stata però più privata: se Davide, Emanuele e Nicola mi capita ancora di incontrarli, che fine hanno fatto Laura e Donatella e Giuseppe? E soprattutto, che ne sarà stato di Adriano, con la sua tracolla militare sulla quale aveva scritto con la biro nera “I was born in a crossfire hurricane”?
19-20 maggio 2016
sabato 14 maggio 2016
I tre giorni
Per molto tempo, al compimento del diciottesimo anno un obbligo ha pesato su tutti i maschi italiani: la visita di leva, più familiarmente nota come “i tre giorni”. In una data fissata i nati nel trimestre si dovevano presentare alla sede del Distretto per sottoporsi ad alcuni esami medici e psicologi di idoneità in vista del servizio militare obbligatorio da prestare alla patria. Era per molti una sorta di iniziazione: ci si svincolava da madri e padri e forse per la prima volta nella vita ce la si doveva cavare da soli – sì: anche agli esami e alle interrogazioni, al lavoro di apprendista o di artigiano ci si presentava da soli, ma qui si trattava di porsi come individuo davanti allo stato, così come sarebbe stato poi per il conseguimento della patente di guida, di lì a poco.
Arrivava una cartolina-precetto azzurra (se non ricordo male, ma poteva anche essere verdolina) in cui si invitava l’iscritto Tal dei Tali a presentarsi presso il Consiglio di Leva per essere sottoposto a visita. Aveva anche due tagliandi valevoli come biglietti del treno già pagati (il Distretto intendeva che tu ti dovevi presentare e rimanere a dormire per quei tre giorni, ma in realtà tutti quanti tornammo a casa pagandoci di tasca nostra i quattro biglietti mancanti).
Fu così che una mattina di autunno mi arrivò la famigerata ma comunque attesa cartolina. Dovevo presentarmi a Como, piuttosto lontana sede del mio Distretto, alle ore 8.30 di un mattino di novembre – venerdì, sabato e quindi lunedì . Ero studente di liceo classico: il giovedì comunicai alla professoressa di latino e greco che sarei stato assente fino al martedì successivo per la visita di leva. Non ero il primo, naturalmente, né sarei stato l’ultimo. Ne prese atto e mi disse “Auguri”.
Mi alzavo presto, per andare a scuola: il treno per Bergamo partiva alle 6.57. Il treno per Milano invece faceva coincidenza e partiva due minuti dopo: vi salii con molti ragazzi della mia età del mio paese e di quelli vicini. Eravamo un’allegra comitiva di coscritti, anche se un po’ preoccupati di quello a cui avremmo dovuto sottoporci. Ritrovai anche alcuni miei compagni delle medie che non vedevo da anni. A Monza scendemmo e salimmo sul treno per Como. Poco prima delle otto passavamo accanto alla Basilica di Sant’Abbondio, già si annunciava la stazione. Scendemmo e raggiungemmo in un’unica frotta il Distretto. Lì ci selezionarono con un minimo di disciplina. Per tre giorni saremmo stati pagati dall’esercito, gli appartenevamo.
Delle visite non ho un chiaro ricordo: di certo la schermografia, un’occhiatina ai “gioielli di famiglia”, una bella guardatina ai denti, un po’ come si fa con i cavalli , la lettura del tabellone oculistico e qualche scartoffia da compilare vuoi per i precedenti sanitari vuoi per accertare eventuali tare psicologiche se non peggio. Di certo è che nel primo pomeriggio ci lasciavano liberi di tornare a casa con il nostro treno senza biglietto pagato.
Prima di venire via l’ultimo giorno, però, ci diedero il foglio di congedo provvisorio – che significava che eravamo abili e arruolati e che presto, salvo rinvii per motivi di studio o cause di forza maggiore (l’alluvione della Valtellina lasciò a casa tutta la provincia di Sondrio l’anno in cui poi fui infine chiamato a Merano) saremmo stati precettati per il servizio militare. Invece, chi non era abile veniva considerato “Rivedibile” o inviato all’Ospedale Militare di Baggio per accertamenti. A tutti pagarono la diaria, che in gergo veniva detta la “deca”: per i tre giorni mi diedero seimila lire in biglietti nuovi di zecca da duemila lire, quelli con Galileo Galilei e i monumenti di Piazza dei Miracoli a Pisa da un lato e l’osservatorio astronomico di Arcetri dall’altro, fior di stampa e con i numeri di serie consecutivi. Li conservo ancora come una reliquia dei miei diciott’anni: chissà che non abbiano anche un valore numismatico…

