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sabato 7 ottobre 2017

Un lampo


Me ne stavo andando tranquillo per Corso Vittorio Emanuele, guardando le vetrine e godendomi la brezza tiepida di primavera, odorosa di nuovi fiori anche nel centro di Milano. All'improvviso, tra la gente noncurante del primo pomeriggio che passeggiava come me, tra i turisti giapponesi con la macchina fotografica a tracolla e quelli americani in maglietta e sandali, tra gli impiegati delle banche che rientravano dalla pausa pranzo, apparve come un lampo.

O piuttosto è meglio dire che nella mia testa, nel mio cuore, nella mia anima, in qualche parte di me preposta alla funzione del ricordo e della memoria, in qualche sperduta e remota sinapsi, si accese una lampadina - potei sentire quasi lo scatto dell'interruttore, la piccola leva che apre le porte del tempo e consente di valicarle per un attimo solo.

Ed era lei che aveva acceso l'interruttore, quella donna che avevo incrociato qualche istante prima, nella gente anonima del Corso: era lei che camminava sul filo del ricordo, e che mi aveva condotto a percorrere in equilibrio instabile quella lama sottile ed affilata: una donna con le scarpe basse ed il cappotto chiaro, i capelli castani dai riflessi dorati sciolti sulle spalle, una borsetta di pelle nera a tracolla. Lei, la giovane donna che mi aveva rubato il cuore in un'estate lontana, che mi aveva portato fuori dall'adolescenza sul passo di un amore leggiadro e travolgente.

Ma quel lampo, proprio come una saetta nel cielo notturno di un temporale d'estate illumina per un tempo troppo breve la realtà circostante, fu infinitesimo: lo spiraglio aperto come una breccia nelle mura sterminate del tempo, la tentazione di voltarmi e fermare la donna, di verificare se davvero fosse lei, di rinverdire i ricordi seduti al tavolino di uno dei tanti caffè disseminati sotto i portici.

Dominai quel capriccio, con la ragione mi convinsi che non poteva essere lei, lì a Milano, in quel preciso momento; che la coincidenza era assolutamente improbabile, qualsiasi matematico mi avrebbe potuto dimostrare con estrema facilità che la combinazione statisticamente avrebbe potuto calcolarsi in miliardesimi.

Fu così che, razionalmente, ebbi la meglio sul desiderio, sull'illusione. Fu così che frenai i destrieri bianchi della fantasia, già smaniosi di lanciarsi in un galoppo sfrenato nelle lande del sogno: non era lei, neanche le somigliava. O no?

2009


Milano

FOTOGRAFIA © ABOUT MILAN

sabato 2 settembre 2017

I lettori di poesie

Per scrivere una lettera commerciale occorre essere chiari, lineari, esporre i fatti essenziali e in un linguaggio quanto più possibile scarno ma preciso. Inutile gonfiarla con ridondanti barocchismi, costruire arzigogoli di periodi che si incastrano e si ingarbugliano in se stessi, abbandonarsi a un’enfatica retorica fuori luogo.

Così è la poesia: deve soltanto indicare la strada al lettore, porgergli gli elementi essenziali alla sua comprensione, un po’ come certi problemi matematici che spetta all’allievo poi risolvere e dimostrare. Prendiamo “Mattina” di Giuseppe Ungaretti: “M’illumino / d’immenso”. Tocca a noi che la leggiamo ricostruire tutto quello che ruota attorno ai versi, la giornata di sole, il cielo che si allarga in un orizzonte infinito, la luce che colpisce il volto e via di seguito fino a scoprire la sensazione che ha originato quei sintetici versi.

O ancora come quei detersivi concentrati che si vendono adesso: la poesia è quel denso liquido blu nella bustina, l’acqua che si aggiunge nel recipiente per diluirlo è l’esperienza del lettore: sono i suoi giorni passati, le sue vicissitudini, lo stato d’animo del momento, i ricordi, il carattere. Cito spesso il Premio Nobel messicano Octavio Paz: “Ogni lettore è un altro poeta; ogni testo poetico un altro testo”. Leggendo una poesia, oltre a udirne il suono e a figurarci le immagini che essa presenta, eseguiamo un esercizio poetico: siamo noi stessi poeti, adeguando a quelle immagini le nostre immagini. Se si dice “mare” è magari quello della nostra ultima villeggiatura, se si dice “amore” è la nostra amata/il nostro amato a cui pensiamo. È ancora Octavio Paz a parlare: “Il testo poetico deve provocare il lettore: costringerlo a udire, a udirsi”. Così entriamo nella poesia, indagando nel nostro profondo, e la rivestiamo con le nostre emozioni. E probabilmente, più l’emozione si avvicina alla nostra, più giudichiamo bella la poesia…

2010


Deineka

ALEXANDER DEINEKA, “GIOVANE DONNA CHE LEGGE”


sabato 1 luglio 2017

La bellezza


"La bellezza smentisce la tristezza," scrisse un giorno Ghiannis Ritsos "il coraggio, la follia di sperare, il rischio radicale è in fondo la lotteria dei poeti, questi eterni inconsolabili consolatori del mondo".

Ma cos'è la bellezza? Un dizionario potrebbe rispondere "ciò che è fonte di piacere estetico" oppure "ciò che suscita un'attrazione fisica e spirituale". Un filosofo potrebbe identificarla con la perfezione universale o con l'idea di Dio - Aristotele, per esempio, citato da Diogene Laerzio. Un esteta come Oscar Wilde direbbe che è il simbolo dei simboli, una categoria fine a se stessa che si lascia contemplare dagli eletti. Altri potrebbero legarla a una "manifestazione di arcane leggi della natura", è il caso di Goethe; o ancora alla verità, come per Keats, o alla bontà, come nell'indissolubile legame degli antichi Greci tra etica ed estetica, sfociato nel mito dell'eroe bello e buono, καλός κ΄αγαθός.

Bello è allora ciò che è sublime? C'è una bellezza oggettiva negli occhi e nelle orecchie degli uomini e delle donne? Se dico che la musica più bella è l'Aria sulla quarta corda di Bach, una ragazzina non potrebbe smentirmi dicendo che per lei bella è la musica dei Tokio Hotel? E un fanatico di heavy metal non direbbe che belle sono le canzoni degli Iron Maiden? "La bellezza delle cose esiste nella mente che le contempla" diceva il filosofo scozzese David Hume. Non diciamo noi stessi abusando di un luogo comune, che "non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace?". La bellezza è, ancora una volta, l'emozione.

2008


La nascita di venere

SANDRO BOTTICELLI, “LA NASCITA DI VENERE”



sabato 15 aprile 2017

Lo stupore

 

“E tornò a casa pieno di stupore per l’accaduto”.


È il Vangelo di Luca (24,12): si parla di Pietro, che è andato a verificare il racconto delle pie donne, preso per vaneggiamento dai discepoli. Il discepolo di Gesù ha trovato il sepolcro vuoto e le bende lasciate a terra. Torna a casa pieno di stupore.

Stupore. È quello che va sempre più mancando ai nostri tempi, in cui lo scientismo tecnologico tende a diffondersi come una piovra e vorrebbe misurare il mondo fin nei suoi più piccoli micron e vorrebbe spiegare tutto sulla base del visibile, annientando la poesia del mistero. Forse solo i bambini si lasciano cogliere dallo stupore. Ma poi crescono e sono già scafati a dieci anni. Le storie di bullismo nelle scuole ne sono la testimonianza più evidente.

E allora, persa l’ingenuità un po’ naif degli antichi, ecco che per stupirsi occorrono i paradisi artificiali, i rave, le folli corse in auto. Più che lo stupore, la disperazione delle vite vuote.

 

24 marzo 2008, Lunedì dell’Angelo

 

Burnand

EUGÈNE BURNARD, “PIETRO E GIOVANNI COORONO AL SEPOLCRO”

sabato 25 febbraio 2017

Presso l’Adda

 

A Imbersago, Brianza lecchese, nel piazzale dove ci si imbarca sul traghetto di disegno leonardesco che attraversa il fiume Adda, c’è una lapide sul muro con incisa una poesia di Salvatore Quasimodo, quella che comincia così: “Striscia l'Adda al tuo fianco nel meriggio / e segui l'ombra a rovescio del cielo.  / Qui, dove curve pecore risalgono / con il capo affondato dentro l'erba,  / saltava l'acqua a taglio della ruota, / e s'udiva la mola del frantoio  / e il tonfo dell'uliva nella vasca”. Una scelta davvero azzeccata: ci si mette lì un po’ di profilo e, leggendola, si possono tradurre quelle parole in immagini, come se fosse un film. Ecco il cielo riflettersi nell’acqua e le nuvole che fanno a gara con i germani nello sguazzare; ecco i boschi della sponda dove ancora raramente capita di incontrare le greggi, soprattutto d’inverno, e di notare i loro bioccoli lanosi appesi a qualche spina di roveto. Se non c’è la mola del frantoio, è possibile trovare qualche manufatto per lo scolo delle acque; di certo per tutta la bella stagione c’è il sambuco, dapprima odoroso con i suoi fiori bianchi, poi adornato delle sue belle bacche scure; le canne palustri agitano al vento le loro chiome, riempiendo vasti tratti in prossimità della riva.

Adesso è normale apprezzare questa tranquillità, questo scenario di pace: quando Quasimodo scrisse questa poesia, la guerra era ancora un freschissimo ricordo, probabilmente si era conclusa da poco. Ma da qualche parte, presso l’Adda, il poeta siciliano trova risposte alle sue domande: la vita a primavera riemerge, le piante rinverdiscono, porgono il loro saluto alla terra in un emblema della lotta dell’umano al disumano, così diverso dall’«erba maligna» che «tra tombe di macerie solleva il suo fiore». E in questa rigogliosa natura anche il poeta adesso ritrova la sua certezza, mentre con la mano fa schermo agli occhi, abbacinati dai riflessi dell’Adda.

 

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FOTOGRAFIA © DANIELE RIVA

sabato 4 febbraio 2017

Tradizioni

 

Questa mattina, invece delle solite fette biscottate con un velo di marmellata, ho accompagnato il mio caffè americano appena macchiato di latte con una fetta di panettone. Già, perché oggi è San Biagio e a Milano e in gran parte della Lombardia è tradizione propiziarsi la salute della gola mangiando panettone e recitando un Gloria. Almeno, questa è la versione moderna di quella tradizione: un tempo si intingeva nel latte del pane messo da parte a Natale, divenuto nel frattempo secco e tenuto al riparo nella credenza. Un’assicurazione taumaturgica, possiamo dire, così come la benedizione della gola con le candele del 2 febbraio, Presentazione di Gesù al Tempio, ma ormai per tutti la Candelora, che se fa bello dall’inverno siamo fora, se plora o tira vento invece ci siamo dentro.

Ho sempre amato queste piccole tradizioni, che siano appunto taumaturgiche o apotropaiche, come il fatto di avere in casa del sale quando inizia l’anno, per propiziare affari e salute. Anche le lenticchie mangiate tra San Silvestro e Capodanno naturalmente hanno l’identica funzione per attirare il denaro, vista la forma tonda come monetine dei legumi. O il fatto di bruciare l’anno vecchio o un suo fantoccio tra Sant’Antonio e la fine di gennaio, una liberazione che apre alla nuova stagione del raccolto. Punteggiano il calendario un po’come i proverbi che mescolano superstizione, saggezza contadina e ingenue rime per divinare il tempo atmosferico. Così per San Giovanni si raccoglie la camomilla da seccare poi per le tisane dei lunghi inverni, e ancora si colgono i malli verdi delle noci, ancora morbidi, per farci il nocino. O ancora nei più terribili temporali estivi, per ingraziarsi il cielo, si brucia un ramoscello dell’ulivo benedetto a Pasqua. E ancora le tradizioni di fine anno: la cassoeula della settimana di Ognissanti e la trippa della vigilia di Natale – quest’ultima è forse l’unica cosa che aborro tra tutte queste. E restano anche nel parlato modi di dire che risalgono a tempi remoti, come “fare San Martino” per dire “traslocare”: i primi di novembre, alla fine della stagione, era il periodo in cui scadevano i contratti di mezzadria e, se non rinnovati, i contadini dovevano prendere le loro masserizie e trasferirsi da un’altra parte. 

Sono consapevole che tutte queste cose svaniranno con il tempo, ingoiate dal progresso, dal cambiamento non solo delle abitudini di vita ma anche dalla trasformazione di una società contadina in una tecnologicamente avanzata. Però mi fanno sentire bene, mi ricordano da dove vengo, mi richiamano quelle radici che sono alla base di ciò che sono adesso, mi rammentano i racconti dei nonni, ricreano quella civiltà contadina di polenta e granturco, di verdure dell’orto e frutti della terra, di vanghe e zappe e letame, che ha poi fatto i conti con le macchine, con la rivoluzione industriale. Ecco perché questa mattina ho intinto la mia fetta di panettone nel caffelatte: aveva il sapore del tempo anche se non era il pane di Natale. Gloria Patri et Filio et Spiritui Sancto sicut erat in principio, et nunc et semper et in sæcula sæculorum. Amen…

 

San Biagio

sabato 5 novembre 2016

Arano

 

Arano. Ho visto un trattore emerso dalle nebbie nei campi lungo il fiume rivoltare le zolle in maniera regolare, come seguendo un disegno: in realtà non faceva altro che percorrere il solco battuto prima, aderiva alla forma insolita della stradina che costeggia il campo. Dal belvedere del santuario, lo spettacolo era apprezzabile in tutta la sua geometrica precisione: la terra smossa era scura, sembrava fumare anch'essa come l'acqua appena al di là.

E mi è sovvenuta alla memoria da tempi scolastici ormai dimenticati, forse le elementari, forse le medie, "Arano", la poesia di Giovanni Pascoli, tratta da "Myricae". Al campo, dove roggio nel filare / qualche pampano brilla, e dalle fratte / sembra la nebbia mattinal fumare…”

Sullo sfondo nebbioso del mattino d'autunno, quelle terzine dantesche si sono materializzate, sono diventate vive, sebbene il progresso tecnologico abbia allontanato gli uomini dai campi e li abbia forniti di mezzi più efficaci dell'aratro e dei buoi. Sentivo quel grigiore pascoliano, ma sentivo anche quella malinconia sottesa nell'animo. Il realismo si trasformava in un intimo sentimento e lì ho capito Pascoli, ho incominciato ad apprezzare quei versi che ho sempre giudicato ingenui e di maniera, ho intravisto sotto la superficie la vena che scorreva. E la speranza di quelle foglie di vite rosseggianti (i pàmpani) e di quel trillo degli uccelli che pregustano il loro "raccolto" di lombrichi sono diventati la mia speranza, in questa mattina grigia di novembre.

2008

 

Aratura

FOTOGRAFIA © HELENA (LICENZA CREATIVE COMMONS)

sabato 3 settembre 2016

La poesia di Charlie Brown

 

“Cos’hai lì, Charlie Brown?” chiede la scorbutica Lucy vedendolo arrivare con un foglio in mano e lui risponde: “Ho scritto una poesia”. “Davvero? Leggila”. “Va bene… non è molto lunga”. E Charlie Brown la legge:

Certi giorni crediamo di sapere tutto
Certi giorni crediamo di non sapere nulla
Certi giorni crediamo di sapere qualcosa
Certi giorni non sappiamo neppure la nostra età…

Charlie Brown sorride imbarazzato, in attesa del giudizio di Lucy, che non tarda: “È la più brutta poesia che abbia mai sentito! Una poesia deve avere sentimento! La tua poesia non commuoverebbe nessuno! La tua poesia non farebbe piangere nessuno! La tua poesia non…” e si interrompe perché si leva alto il WAAH di Snoopy, che continua a commuoversi mentre Charlie Brown gli rilegge i versi.

Ecco, sulla poesia mi è capitato spesso di udire pregiudizi simili a quelli di Lucy: anzi, sono giudizi (errati) di persone che probabilmente tarano il mondo sulla loro vita. La poesia invece è personalissima: può toccare le corde più intime di una persona e farla vibrare lasciando invece altri assolutamente impermeabili ad essa. E sono quelli che magari si inteneriscono davanti alla poesia “facile”: Prévert, Neruda per esempio. Sono quelli che considerano magari poesia i testi delle canzoni, che invece poesia non lo saranno che in rarissimi casi. Io, non ho timore di ammetterlo, ammiro la sensibilità di Snoopy: con la sua fantasia di cane un po’ folle, è la vera incarnazione del poeta.

 

2013

 

sabato 20 agosto 2016

Ozio d’agosto

 

Giovedì d'agosto Siedo su questa veranda, al tavolo di resina, senza nulla da fare, senza appuntamenti pressanti che mi chiamino, senza incombenze a cui pensare. Siedo semplicemente, le gambe allungate, il corpo abbandonato a una comodità spensierata. Posso dire che sono finalmente rilassato, che lo stress lavorativo si è dissolto come una coltre di neve al sole, che le batterie si stanno ricaricando.

È meraviglioso questo ozio d’agosto: ha il sapore antico delle estati di una volta, quelle dei tempi delle scuole elementari e medie, quelle dei tempi del liceo anche, in misura minore. Ha il sapore di quando non c’erano i telefonini e neppure i computer, di quando i social network consistevano nello scendere in piazza a parlare con gli amici. Ma ad agosto, molti erano al mare o in montagna, e la piazza era deserta. E allora era proprio questo ozio a dilagare, soprattutto nei lunghi pomeriggi, soprattutto quando non c’erano le Olimpiadi o i mondiali di atletica o gli europei di nuoto in televisione. Un ozio dolce e spesso, un po’ come l’aria umida che quasi si può tagliare a fette e nasconde sotto un velo di foschia le colline. Una noia che si riveste di una mielosa apatia.

Così siedo su questa veranda, al tavolo di resina bianca, e guardo le donne tornare dal mercato con le borse piene di frutta e di verdura, di formaggi, i sacchettini leggeri con le magliette comprate al banco tutto a 10 euro. Parlano tra loro, ridono, si raccontano le cose. Con lentezza, con il passo languido di agosto a percorrere il lato in ombra della strada. I bambini vociano, giocano, si allontanano correndo finché un richiamo non li riporta indietro - sembra che abbiano un invisibile elastico che li trattenga.

È mezzogiorno passato ormai. E un suono noto interrompe il mio ozio come la sveglia che taglia il collo ai sogni. Il campanellino di Whatsapp che organizzerà il mio pomeriggio...

 

Merry

MARGARET MERRY, “AN ANDALUCIAN PATIO”

sabato 7 maggio 2016

La chitarra

 

Il pomeriggio alle due io e Anna ci ritrovavamo nella saletta dell’albergo che ospitava il televisore. A quell’ora c’eravamo noi due soli, altri amici preferivano riposare o erano già scesi in spiaggia. Ci sedevamo sulle poltroncine rivestite di un tessuto scozzese a base rossa e guardavamo “Saranno famosi”. Restavamo in silenzio, in quella sala abbastanza fresca mentre dalla strada giungevano rumori di gente che si dirigeva in spiaggia.

Lasciavamo che le avventure di Leroy, Doris, Danny Amatullo (il mio preferito) ci prendessero, respiravamo l’atmosfera di quella scuola di New York come se ne facessimo parte, come se toccasse anche a noi organizzare spettacoli, seguire i corsi del professor Shorofsky, dover danzare sotto l’amorevole attenzione della coreografa Lydia.

Poi cominciava la sigla di coda, “Fame”, e ci trovavamo d’improvviso nel nostro mondo, come ridestati da un sogno. Anna prendeva la chitarra e cominciava a pizzicarne le corde, fermava un giro maldestro di accordi: erano gli Eagles di Hotel California e Desperado oppure il Bob Dylan di Blowin’ in the wind, o ancora la semplicissima Canzone del sole di Battisti.

Un pomeriggio intero, finito l’episodio, girammo a lungo per la cittadina in cerca di un ragazzo che le aveva promesso di accordare per sera lo strumento. Stava dalle parti della marina, ma lì ci dissero che forse era al porto, da lì ci indirizzarono a un bar sulla spiaggia dove immancabilmente sarebbe passato. Come Godot lo aspettammo invano e ci trovammo davanti a un falò dopo aver cenato cin un panino e un’aranciata. Anna suonava la chitarra scordata improvvisando accordi e note. Le faville salivano nel buio e io attendevo solo il momento di baciarla.

*

Quel che successe dopo, l’ho rimosso, l’ho dimenticato con facilità, come un ombrello quando è uscito il sole. Del resto succede spesso così con le amicizie estive, nate sotto un ombrellone e proseguite nei locali. Non so perché non le telefonai più, ignoro se in qualche modo la offesi o se la sfiduciai o la stancai: so soltanto che quella nostra corrispondenza all’improvviso cessò e non tentai più di riallacciare quel filo spezzato con Anna.

Eppure quella sera, mentre suonava la chitarra e le ombre disegnate dal falò danzavano sul suo viso, sul suo corpo, la chiave che portava alla sua porta mi sembrava a portata di mano. Ma solo oggi che ho avuto per caso sue notizie, che ho saputo che Anna è un architetto di grido, ripensando a quelle giornate di mare, ho compreso di averla delusa e ferita. Mi accorgo solo oggi di essere fuggito, di averla abbandonata per viltà.

Ora è tardi per poter rimediare: probabilmente avrà annodato il filo a un altro capo, più forte del mio.

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FOTOGRAFIA © MRWALLPAPER

sabato 19 marzo 2016

Ritorno a Lignano Pineta

 

Sono tornato a Lignano Pineta, una fugace sosta di un’ora in attesa di raggiungere l’hotel prenotato a Sabbiadoro, pernottarvi e quindi ripartire per Trieste. Di certo qualche forza avrà guidato i nostri passi fino là, perché avremmo potuto sostare prima, in autostrada o sulla tre corsie che corre da Latisana a Lignano. E poi quel senso unico istituito da poco, quel fermarsi per vedere che strada prendere. Sceso per primo, ho faticato a comprendere che - proprio come Colombo - io toccavo terra, quasi per caso raggiungevo la mia India personale: quel punto. Era dove scambiammo il primo “Ciao” ed è proprio da lì che nacque tutto.

C’era un alone di magia. Non so se fossero le strade assolate, il rigoglio di maggio, la luce del primo pomeriggio. O l’aria così pulita, dove si avvertiva l’aroma della resina e un vago sentore di mare. C’era persino uno scoiattolo che si aggirava nel giardino di una seconda casa non ancora abitata.

Ho condotto Enrico, Mario e Paolo alla passeggiata a mare, ho raccontato la storia spiegando il tempo perduto, parlando di Anna. Li ho usati come un puntello per sostenere i miei ricordi. È stato piacevole guardare il mare e la spiaggia dall’alto, esporsi al sole e alla brezza.

Poi siamo entrati per un caffè all’Hotel ***: è stato completamente rinnovato, è mutata la gestione, ci sono volti nuovi e sconosciuti alla reception. Il bar ha ora un pavimento a scacchi bianchi e neri e un piano vi campeggia per le serate musicali. Ho visto anche la saletta dove guardavamo le partite dei mondiali di Spagna alla televisione.

Da lì siamo risaliti fino all’enoteca “La Pigna”: Fragolino non ne possono più vendere, abbiamo bevuto del Tocai e di nuovo siamo tornati sui nostri passi, fino quasi al centro, al “treno” di negozi.

Camminavo per le strade di Pineta, riasfaltate e con nuovi marciapiedi con un senso vietato a metà di Raggio delle Capelonghe che allora non c’era. Camminavo sull’Arco della Luna e cantavo “Era d’estate, tanto tempo fa…”, cantavo “Es un sentimento nuevo che mi tiene alta la vita” e rivedevo quella corsa in tandem nella sera, Anna che cantava a squarciagola dietro me “Il senso del possesso che fu prealessandrino…”

“È la mia adolescenza che mi insegue in questa strada, come un fantasma” ho detto agli amici che erano con me. Mario ha chiesto “Perché non ci torni quest’estate?”. Già, perché non ci torno?

All’Arco del Libeccio, appena dietro l’Hotel ***, ho ritrovato il “Noleggio bici” dove prendemmo il tandem, dove affittavamo il risciò. “Occhio però che se passa qualche minuto ci fa pagare tutta l’ora, io lo conosco…” Quel tizio era lì, Anna no… Ho compreso allora che la mia è più che nostalgia: è una sorta di “saudade” per il passato.

 

sabato 13 febbraio 2016

Della nostalgia

 

“Sino a quel momento, il tempo ha avuto per lei le sembianze del presente che avanza e inghiotte il futuro; ne temeva la velocità (se c’era in vista qualcosa di spiacevole) oppure si ribellava di fronte alla sua lentezza (se c’era in vista qualcosa di bello). Adesso il tempo le appare in maniera del tutto diversa; non è più il presente vittorioso che s’impossessa del futuro; è il presente vinto, prigioniero, travolto dal passato. Vede un giovane che si stacca dalla sua vita e se ne va, per sempre inaccessibile. Ipnotizzata, non può che contemplare questo brandello della sua vita che si allontana, non può che contemplarlo e soffrire. Prova una sensazione del tutto nuova che si chiama nostalgia”. Il romanzo da cui è tratto questo stralcio è L’ignoranza di Milan Kundera: il protagonista Josef, esule in Danimarca dopo l’invasione sovietica della Cecoslovacchia, caduto finalmente il regime comunista, è tornato in patria e sta leggendo dopo molti anni il diario che teneva al liceo. All’improvviso emerge il ritratto di una ragazza appena lasciata dal fidanzato: nella vita di lei entra prepotente per la prima volta la nostalgia.

Nostalgia, letteralmente dal greco “dolore per il ritorno”. Ma più che il ritorno in un luogo – e allora è la patria perduta, è l’Itaca agognata da Odisseo – è il ritorno in un tempo passato, impossibile e dunque proprio per questo doloroso. È il rimpianto che si fonde con il desiderio, la malinconia con la dolcezza. Ancora le parole di Kundera, nello stesso romanzo, possono spiegarne il motivo: “Perché la nostalgia non intensifica l’attività della memoria, non risveglia ricordi, basta a se stessa, alla propria esistenza, assorbita com’è dalla sofferenza”. La nostalgia è dunque un piacere masochistico, come si può leggere in questo paragrafo da Seni di Ramón Gomez de la Serna: “I seni della vedova divennero più splendidi che mai, perché dimentichi del desiderio nel tempo in cui erano in uso, ora ch’erano in disuso, conoscevano quel che di più intenso c’è nel piacere: la nostalgia”.

“La nostalgia è una seducente bugiarda” disse in un’intervista a Newsweek nel 1971 il diplomatico americano George Wildman Ball. Ci dà quello che chiediamo, ci nasconde dettagli e ne ingigantisce altri. Perché “La nostalgia già non è quello che era” come nota il romanziere statunitense Peter De Vries: come certi regimi riscrive il passato, sfuocando qua e là, ritoccando i colori dove necessario, costruendo una storia alternativa e “ufficiale” a quella reale.

Insomma, alla fine la nostalgia è come un farmaco: in piccole dosi può essere un curativo alle ansie e alle angosce dei nostri giorni, una gustosa pasticca dolceamara che ci fa riprovare le emozioni di un tempo e ci intenerisce il cuore – quando portavo le espadrillas, quando la sera andavamo in pineta, quando ballavamo ascoltando alla radio gli Spandau Ballet – ma in dosi massicce diventa un veleno.

2011

 

nostalgia-mirjana-gotovac

MIRIANA GOTOVAC, “NOSTALGIA”

sabato 9 gennaio 2016

Ode alla moka

 

Lo storico stabilimento Bialetti di Crusinallo di Omegna, in provincia di Vercelli, ha chiuso i battenti ormai da anni. Produceva le caffettiere per la moka, quelle che recano sull’alluminio lucido l’omino con i baffi, carissimo amico di chi si ricorda ancora i tempi di Carosello: era uno dei sodali di Miguel Son Mi e di Carmencita, di Calimero e di Joe Condor.

Il problema è che ora va di moda il caffè “come al bar”, che poi è un’emerita sciocchezza, perché se vuoi il caffè del bar è al bar che devi andare a berlo. Quello che puoi ottenere in casa con la macchinetta e le cialde è solo un’imitazione, alla quale manca comunque l’atmosfera del bar con quell’odore nell’aria di centinaia di caffè e di altre bevande, con il rumore della macchina dell’espresso e delle pagine dei giornali sfogliate, con il chiacchiericcio di sottofondo e il clangore dei cucchiaini nelle tazzine.

Ma non è questo il problema: il “caffè come al bar” continua per la sua strada con George Clooney come testimonial. Il problema è la moka. La moka è poesia e i miei amici napoletani lo possono capire più di tutti. È il rito della preparazione: l’acqua fino al limite della valvola, poi il serbatoio dove si pone la preziosa miscela macinata – e lì le varie scuole di pensiero: si pressa, non si pressa, ci si fanno dei buchini con uno stuzzicadenti. Quando la si pone sul gas comincia la poesia dell’attesa, finché non si sente il caffè gorgogliare e, mentre la moka si riempie, l’aroma si spande per la cucina, avvolge le narici con il suo profumo dorato, il colore della schiuma che si viene formando sulla superficie.

Ah, il caffè è pronto… E allora versiamolo nelle tazzine, sì, quelle di porcellana della festa, quelle con il bordino dorato, questa in fondo è un’ode alla moka. Avete messo lo zucchero direttamente nella caffettiera? Ho visto in un film di Mario Martone, “L’amore molesto”, che alcuni fanno così. No? Allora, se volete mettetecene quanto vi pare. Bevetelo anche amaro, se vi piace così, se siete dei puristi. Per me mezzo cucchiaino basta…

Moka

sabato 7 novembre 2015

Sinfonia in grigio veneziano

 

Era un giorno di novembre, grigio. Una pioggia sottile e fredda cadeva da un cielo grigio sui canali, si rifletteva nell’acqua stagnante della marea, dipingeva una Venezia grigia ad acquerello dove anche le cupole e i campanili si stemperavano - uniche macchie di colore, ma sbiadite anch’esse, gli stendardi delle mostre e le righe azzurre dei pali d’attracco.

Avevo visitato la Scuola di San Rocco prima di risalire per il dedalo di calli e rii fino a Piazza San Marco a gettare altri sospiri oltre quelli del ponte. Le pietre del piazzale erano lucide, come se qualcuno vi avesse rovesciato un’autobotte di vernice impregnante. C’erano pochi turisti a quell’ora, la gente si muoveva imbacuccata negli impermeabili sotto gli ombrelli. I colombi imperterriti becchettavano come se niente fosse, volavano via a frotte nel grigiore dove l’isola di San Giorgio svaniva in una nuvola di pioggia.

Ero grigio anch’io, grigio il giaccone di Gore-Tex, grigio il cappellino di lana, grigio soprattutto dentro. Era tantissimo tempo fa, non mi ero ancora affacciato a questa consapevolezza del vivere che adesso, più maturo, mi fa accettare le cose. Forse ero soltanto giovane, quella era la mia malattia che mi faceva atteggiare ad un Werther di seconda mano. Era una malinconia cattiva quella che mi pervadeva, una tristezza che avrebbe anche potuto divorarmi. Quel giorno lasciai Venezia in treno, guardando la laguna dissolversi grigia nella luce che svaniva in un tramonto senza sfumature arancioni. Sarei tornato l’anno dopo, a luglio, con un altro sentimento a gonfiarmi il cuore nella luce sfolgorante del sole, con una maglietta rossa sui soliti blue-jeans. Cos’era cambiato? Che cosa mi aveva cambiato? Nulla: avevo conosciuto l’amore...

 

Venezia

FOTOGRAFIA © TUMBLR

sabato 31 ottobre 2015

Aspettando il Grande Cocomero

 

Il mio sogno americano è sempre vivo e vegeto, ma non amo Halloween. O meglio, non amo l’Halloween importato dagli States e diventato mania sociale per le nuove generazioni. Provengo dalla cultura di chi non ha mai festeggiato da bambino con “dolcetto o scherzetto”, un’usanza mutuata da film e telefilm americani e diffusasi da noi, a quanto ricordo, solo dagli Anni ‘90. È la solita zucca che ormai viene tutti gli anni, a differenza del Great Pumpkin atteso invano da Linus in tante strisce dei Peanuts – la festa era talmente ignota da noi che i traduttori del fumetto, negli Anni ‘60 si sono lasciati ingannare e l’hanno definito Grande Cocomero. Ora, dopo tanti anni di assuefazione la festa straniera è entrata profondamente nella nostra società.

Ma non c’è nulla di nuovo sotto il sole: la carnevalata di travestirsi da streghe, da fantasmi, da mummie è il lato moderno delle danses macabres medievali in cui gli scheletri si lanciavano in forsennate sarabande.

Anche le celebri zucche non sono una novità: mio padre mi riferisce che tale uso c’era nelle nostre campagne e ne ha un ricordo ancora vivido; nel Mantovano ancora oggi c’è la tradizione delle “lumere”, zucche intagliate e illuminate, con i bambini che girano di casa in casa a chiedere i “dolci dei morti”. In molte zone della Sicilia sono i defunti a portare i doni e non la Santa Lucia, il Gesù Bambino o i Magi della tradizione cristiana o il Babbo Natale commerciale e consumistico.

Alla fine sempre lì si finisce: al consumismo. Tutto diventa un mezzo per vendere tanto che ieri sera ho visto addirittura il dolce di Halloween, una specie di panettone marrone con fantasmini di cioccolato e zucche glassate. Gli ipermercati, le cartolerie, i negozi di giocattoli sono pieni di oggetti a tema, è spuntata persino la borsa per andare di casa in casa a chiedere “dolcetto o scherzetto”.

Non amo Halloween, lo ribadisco. Lo accetto come un dato di fatto, un’evoluzione della società per influenza culturale americana. Ci passerò sopra, e andrò al cimitero a fare visita ai miei cari che non ci sono più e soprattutto a coltivare il fiore del ricordo.

2013

 

sabato 29 agosto 2015

Peanuts

 

Sono stato Schroeder, quando picchiavo sui tasti del mio pianoforte giocattolo e accanto avevo Stefania che divideva con me i giochi - la mia Lucy.

Sono stato Linus quando credevo di poter mettere una stella caduta dentro un secchiello. E ancora più avanti, quando presi come coperta il ricordo di una ragazza e la sua nostalgia.

Sono stato Charlie Brown, tutte le volte che esitavo e maledicevo la mia timidezza. Non trovavo il coraggio di fare le cose, di entrare in un bar, di dire una frase a una ragazza. E mi crogiolavo nella mia solitudine.

Sono stato Snoopy, sono ancora Snoopy, quando mi affido al sogno, alla dolcissima follia dell'immaginazione, alla fiaccola della poesia…

 

2013

 

Peanuts

IMMAGINE © CHARLES M. SCHULZ

sabato 22 agosto 2015

Ode all’immaginazione

 

«Non sono montanaro di nascita, ma sono giunto alla montagna per passione. Il mio input avventuroso è dato senza dubbio dalla curiosità, una irriducibile curiosità, via via sempre più associata alla fantasia, al sogno, al bisogno insopprimibile di dare a tutto una concreta realtà. Fare dell'alpinismo estremo per me non è stata una fuga dal campare quotidiano e neppure è stata una ribellione alle miserie di una società ben poco stimolante, a quel tempo; è stato invece, e soprattutto, un bisogno ostinato e irriducibile di raggiungere e sempre più raggiungere. Le mie imprese hanno cominciato a esistere nel momento stesso in cui prendevano forma nella mia mente. Tradurle poi nella realtà non è stato che un seguito logico di quella prima scintilla, di quella prima invenzione. È quando immagini che vivi intensamente, come è soltanto quando credi che inventi per davvero. Lassù mi sono sentito sempre più vivo, libero, vero. Ho anche potuto soddisfare il bisogno innato che ogni uomo ha di misurarsi e di provarsi, di conoscere e di sapere. Fin dall'inizio l'alpinismo è stato per me avventura e l'avventura ho sempre voluto viverla a misura d'uomo e nel rispetto della tradizione».

Doveva essere per forza un uomo capace di solitudine, abituato agli spazi sconfinati dove nessuna voce umana si ode, e se per caso la si dovesse udire riecheggia per chilometri. Un uomo che non si accontenta di vivere giorni piatti e tutti uguali, ma che si lancia all’inseguimento della vita. E lo era, Walter Bonatti, che scrisse queste parole sulle sue esperienze di alpinista. Capace di vincere K2, Bianco, Cervino, Karakorum, il Gasherbrum, il Kilimangiaro, il Ruwenzori, i monti delle Ande e della Patagonia.

C’è una frase che mi ha particolarmente colpito: “È quando immagini che vivi intensamente, come è soltanto quando credi che inventi per davvero”. È quello che serve a tutti noi, senza avere bisogno di scalare montagne estreme o di scendere negli abissi, di lanciarci a capofitto da un ponte legati con l’elastico o di buttarci da un aereo con il paracadute. È la capacità di immaginare che ci fa progredire, che ci eleva, che ci conduce un passo più in là sulla strada della conoscenza: attraverso di essa, non solo ci redimiamo dalla realtà, come scrisse Nicolás Gómez-Dávila, ma evadiamo da essa abbracciando l’universo.

2013

 

sabato 1 agosto 2015

La poesia

 

Il primo libro di poesie che acquistai fu "Vita d’un uomo", la raccolta di Ungaretti. Le mie prime poesie dunque nacquero in quello stile e con quella metrica. A dire il vero, specialmente in età più avanzata, Ungaretti abbandonò i versicoli e scrisse ad esempio "Ultimi cori per la Terra Promessa". Fu "Nostalgia" a folgorarmi: la copiai in un quaderno e cominciai a pensarvi, forse perché così estranea al mondo della guerra che costituiva gran parte delle poesie raccolte. Era quella signorina in un canto di ponte a intrigarmi, quell'uomo dall'altra parte, la solitudine che invece di dividere unisce.

L'occasione che mi spinse a scrivere fu invece un'agenda che mi venne regalata all'inizio dell'anno: cominciai a vergarvi i miei versi, avevo poco più di 15 anni. Era un'altra epoca, anche della mia vita: le mie poesie di allora fanno sorridere per l'ingenuità, però non me ne vergogno, sono come le fotografie di allora...

Qualche anno dopo mi appassionai ai sonetti e ai madrigali, mi intrigava il gioco obbligato della rima, l'incasellare le sillabe nei versi rispettando gli accenti. Il mio scopo era in effetti quello di nascondere la rima, fare in modo che non risultasse banale, che passasse quasi inosservata. Quando trovai in Gozzano la rima "Nietzsche" - "camicie" vidi la luce. 

Montale fu in seguito il modello cui tendevo, sia per il ritmo metrico, sia per l'uso di parole ricercate: “Debole sistro al vento di perduta cicala” è inarrivabile: come pensare a quell'antico strumento musicale? Eppure quando ne vidi un’immagine sull‘enciclopedia, capii che non poteva essere che quello il suono delle cicale: lo sfregamento di una lamina di metallo.

Ungaretti diceva che non leggeva Montale per "non sporcare la sua poesia". Invece leggere opere di altri poeti è  fondamentale: si impara sempre qualcosa, sia sulla metrica, sia sul modo di esprimere le proprie sensazioni. Alla fine credo di avere sviluppato uno stile mio, basato sulla musicalità dell’endecasillabo, anche se non sono un fondamentalista e, se gioca a mio favore, piego gli accenti del verso e persino la misura alla linearità del discorso.

La poesia non è altro che scrivere con il cuore, estrinsecare un'emozione o un sentimento che altrimenti andrebbero sprecati. Per questo scrivo poesie: per sfogare quello che ho dentro, per riuscire a comprenderlo. Vederlo sulla carta mi conforta, mi fa meno paura.

Agosto 2001

 

Man in the moon

CATRIN WELZ-STEIN, “THE MAN IN THE MOON”

sabato 25 luglio 2015

Fotografie di Lecco

 

Sono stato a Lecco e il lago era splendido: da lontano sembrava avere il colore di un acciaio temperato, da vicino era verde come una pietra preziosa. Soffiava una leggera brezza che ne increspava la superficie e faceva ondeggiare le barche ormeggiate in porto. I gabbiani stridevano, i piccioni elemosinavano cibo ai pescatori, le anatre galleggiavano tranquille in piccoli gruppetti.

Ho scattato alcune fotografie al lago, alle barche e alla zona della città antistante Piazza Cermenati. Le nuvole bianche sparse nell’azzurro come bioccoli di lana mi hanno suggerito inquadrature particolari: così ho ritratto la statua al centro della piazza affiancata da una grossa nuvola, in modo da far risaltare il contrasto fra le dimensioni sullo sfondo uniforme e brillante del cielo; ho dato una degna cornice al campanile di San Nicolò, così simile a un minareto. Ho pensato che, mostrata a una persona che non è mai stata a Lecco tale fotografia e chiestogli dove fosse stata scattata, questi avrebbe potuto rispondere Mostar, o Ankara, o Istanbul...

Sono queste le fotografie che mi piacciono, non quelle meramente turistiche, lo scatto in un luogo per dire poi ai conoscenti: “Io ero là”, come fanno i giapponesi davanti al Duomo di Milano, che si fanno immortalare da un compagno di viaggio con la cattedrale sullo sfondo. No: le fotografie che preferisco sono quelle che sanno dare un’emozione, un senso di stupore, quelle insomma che possono essere - immodestamente – considerate poesia.

Luglio 2001

 

Lecco

FOTOGRAFIA © DANIELE RIVA

sabato 27 giugno 2015

Sotto un cielo incerto

 

In quelle mattine al mare restavo sulla spiaggia a guardare le alghe trascinate a riva dalla marea sotto un cielo incerto, respiravo a pieni polmoni l’aria incrostata di iodio e di salsedine. Le nuvole si ammassavano l’una sull’altra mentre il sole dell’alba provava ad attraversarle donando loro dei riflessi dorati, rivestendole di broccati veneziani. E nello specchio d’acqua si raddoppiavano, tanto da non sapere quasi più quale fosse il cielo e quale la terra.

Sedevo sulla veloce barchetta rossa del salvataggio e riordinavo i miei pensieri: provavo a far combaciare le varie tessere della mia vita in un puzzle che sembrava complicato: mi sentivo come se la soluzione fosse una complicatissima formula matematica, come se l’unica via d’uscita fosse la quadratura del cerchio o la trasformazione alchemica dell’oro.

Ora molto tempo è trascorso. Eppure stamattina, attraversando il giardino sotto il cielo incerto di prima estate ho riprovato quell’emozione, come un dejà vu. Non c’era il mare, non c’era la barca del bagnino: soltanto nuvole che si inseguivano nel chiarore dell’alba e un tratto di terra arida dove spuntavano certe erbacce a ombrello. Mi sono sentito per qualche istante il ragazzo di quegli anni. Poi, con una punta di tenerezza, ho riflettuto che la soluzione che andavo cercando in quei mattini di un giugno lontano era molto semplice e si è imposta da sé, come spesso accade nella vita. Ho ripreso i miei passi e sono andato fischiettando a cogliere i lamponi ormai maturi.

 

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FOTOGRAFIA © DANIELE RIVA