I.
sabato 15 giugno 2019
Decadenza
sabato 4 agosto 2018
Wile E. Coyote dopo aver catturato Beep Beep
Sta scendendo la notte sul deserto. Qua e là tra i cactus e i cespugli ballerini svolazzano via piume azzurre, altre blu si impigliano ai saguari. Restano solo le braci del fuoco, i due rami a Y su cui è stato posto lo spiedo. In quella luce rossastra Wile E. Coyote ripulisce l’ultimo cosciotto con i denti aguzzi.
“Non è nemmeno buono” sta pensando, “carne dura, coriacea. Eh be’, tutte quelle corse hanno bruciato il grasso, hanno lasciato solo muscoli”. Appoggiato a uno scatolone dell’ACME, sta riflettendo che quello che più desideriamo, quello cui pensiamo notte e giorno, non sempre vale la pena, che il desiderio soddisfatto ha perso gran parte del suo fascino. Lo dicono anche i poeti. Lo dice Montale: “In attendere è gioia più compita”. Lo dicono i filosofi come Lessing: “L’attesa del piacere è essa stessa piacere”. Forse di più, direbbe Wile E. Coyote, se conoscesse Lessing.
Così, ora che restano solo ossa del roadrunner, e qualche piuma colorata, il coyote si sorprende a guardare le stelle e riesce finalmente a formulare la domanda che gli gira in testa da ore senza riuscire ad essere compiuta: “E adesso, adesso che finalmente l’ho catturato, adesso che l’ho cucinato e mangiato, adesso che cosa farò?
sabato 20 maggio 2017
Altri libri
Anni fa Stefano Bartezzaghi, cultore dei giochi di parole e dell’enigmistica, aveva proposto un divertissement letterario: inventare trame di libri modificando appena il loro titolo. Per esempio, “Il castello” di Kafka diventa “Il mastello”: l’agrimensore K deve prendere possesso del suo nuovo ufficio, ma nessuno gli dice dove deve andare, finisce per innamorarsi di una simbolica lavandaia che stende i panni in cortile. Il libro in cui Bartezzaghi proponeva questi giochi si intitolava “Sfiga all’OK Corral”.
Io ho immaginato “Giulietta e Romeno”, una coppia multirazziale che vive le sue difficili vicende quotidiane nella Verona leghista dei nostri giorni: Giulietta è una precaria che si barcamena tra il call center e la pizzeria dove lavora come cameriera nei turni serali; è innamorata di Dorinel, un muratore di Timisoara emigrato in Italia, noto a tutti come il “Romeno”. L’amore è contrastato dalla famiglia di lei, che la vorrebbe sposata a un giovane del posto, magari con un bel lavoro in banca. Anche la famiglia di lui non vede di buon occhio il matrimonio, lo vorrebbe sposato a una ragazza romena con il costume tradizionale. La tragedia avviene quando la copia è aggredita da un gruppo di naziskin: Giulietta stuprata, Dorinel ucciso a botte. Per il dolore Giulietta si uccide gettandosi dagli spalti dell’Arena.
Il gioco ha migliaia di possibilità, lasciate alla fantasia e all’immaginazione. Certo, sarebbe meglio che vi fosse una certa attinenza con il libro originale. Qualche altro esempio:
IL BULINO DEL PO: Monumentale storia di una famiglia di orafi incisori della Bassa Padana che attraversa un secolo di vita italiana. (Riccardo Bacchelli, Il mulino del Po)
IL PRETE BULLO: Vita di un “prete da strada” alle prese con gli emarginati e gli sfruttatori: guida una motocicletta potente indossando un giubbotto di pelle nera. Tenero con i deboli e arrogante con i potenti. (Goffredo Parise, Il prete bello)
LA COGNIZIONE DEL COLORE: Un artista sudamericano - ma forse brianzolo - quasi impazzisce perché comprende l’intensità del colore di quella terra sudamericana - ma che forse è la Brianza. (Carlo Emilio Gadda, La cognizione del dolore)
NOVIZIA DI UN SEQUESTRO: Un’efferata banda di sequestratori accoglie una giovane donna e la svezza al crimine. (Gabriel Garcia Marquez, Notizia di un sequestro)
SETE A TEBE: Tebe, assediata, rimane senz’acqua, preda delle epidemie dilaganti. Le ultime ore della città prima della resa. Una tragedia. (Eschilo, Sette a Tebe)
2009
JUAN GRIS, “IL LIBRO APERTO”
sabato 23 aprile 2016
La Casetta della Strega
Hänsel
Foresta Nera, Germania
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La Casetta della Strega
Foresta Nera
Non lasciatevi trarre in inganno dalla meravigliosa bellezza del posto. In realtà quella che sembra una casetta tutta da sgranocchiare, dalle pareti di focaccia al tetto di torta, alle finestre di zucchero trasparente con buona pace della glicemia e delle carie, è soltanto uno specchietto per le allodole. Questo locale è una trappola per acchiappare i turisti. Infatti arriva quasi subito l’anziana proprietaria che con fare mellifluo ma sempre più convincente vi invita ad entrare, un po’ come quei tizi che a Venezia all’ora di pranzo e cena vi esortano a mettere piede nei loro locali. Una volta dentro, passato lo stupore per la bellezza esterna e un po’ fiabesca della location, vi portano subito il benvenuto dello chef: latte e frittelle con zucchero, mele e noci. Infine vi assegnano una comodissima camera, con dei letti davvero confortevoli – bisogna ammetterlo, quello che è giusto è giusto. Il problema è che la proprietaria non vuole più lasciarti andare: e mangia questo e mangia quello, e assaggia un pezzettino di quest’altro. Sembra addirittura di stare all’ingrasso. Occhio, se ci capitate: la vecchia è proprio una strega ed è molto appiccicosa.
° Servizio
°°° Cibo
L’Osteria del Pescecane
sabato 12 marzo 2016
Avventura a Tokyo
La mia stanza qui a Tokyo è di dodici metri quadrati. Mi sento inscatolato. Come una sardina. Il sonno però è abbastanza tranquillo, forse perché sono praticamente imbalsamato. ‘O Faraone Vincenzamon. Il jet-lag comunque si fa sentire e mi sveglio che sono le 5 di mattina. Mi disimballo e mi vesto praticamente come una marionetta tanto i movimenti sono condizionati dalla stanza. Come sarà la vita fuori? Mi avventuro con il mio inglese migliorabile e una gran voglia di caffè. Caffè, quello vero, quello fatto con la napoletana…
Nella hall c’è un cameriere che parla un po’ di italiano, avendo lavorato qualche tempo a Milano. Gli chiedo ridendo dove posso trovare del vero caffè e con efficienza nipponica mi dice che c’è un tizio che ha un chioschetto al parco dell’Università di Tsukuba, non distante da qui. Mi indica la strada da seguire, è facile, del resto si intravedono gli alberi. Lo trovo. Pasquale Capone detto ‘O Giappunese mi racconta la sua storia. Come Colombo è emigrato dalla parte sbagliata del globo: credeva di andare in America e invece si è ritrovato qui, a Tokyo. Stessi grattacieli, lingue e scritture diverse. Ma tanto a lui che gli importa? Non conosce l’inglese e neanche il giapponese… Ma ha imparato quel tanto che basta per vendere il suo caffè. E i giapponesi apprezzano il caffè italiano. Sorseggio il liquido scuro nella tazza e mi sembra di essere in Paradiso, altro che a Tokyo. Posillipo, il Vesuvio… Ma non è solo a gestire il chioschetto: arriva anche un siciliano, Salvatore Ficarra, che si porta appresso una borsa a rotelle per la spesa, c’è dentro la granita di caffè, mi dice.
Pasquale Capone e Salvatore Ficarra sono i due lati di una stessa moneta, quella dell’italiano che si trova a suo agio ovunque nel mondo e vi porta il suo bagaglio di umanità e di arte dell’arrangiarsi. Non mi meraviglierei di trovare altri così. Invece, salutato il siciliano, dopo il caffè e la granita, entro in un negozietto gestito da giapponesi e mi compero dei biscotti. Speravo ci fosse non dico una massaia di Portici con le sue sfogliatelle, ma almeno un parigino con dei croissant. Invece c’è un’altra napoletana, che mi si attacca al braccio e mi spinge in un negozio dove vendono kimono. Ne esamina qualcuno, con un’aria da intenditrice assolutamente fuori luogo. “Dotto’, grazie, grazie assai” dice, e intanto getta occhiate nella strada dove la polizia sta ammanettando Salvatore Ficarra. “Ma io ve lo ricambio ‘stu favore, dotto’, state sicuro”. Mi mette in mano un foglietto con un numero di telefono. Se vi trovate nei guai, chiamate qui” dice facendomi inquietare in maniera impressionante. “Quassi cosa”… Con la coda dell’occhio vedo che anche Pasquale Capone viene arrestato e un poliziotto viene verso il negozio.
Assunta Capone è una cozza. No, non intendo dire che è brutta. Può piacere. È una cozza perché si avvinghia e non mi molla. Riesco a infilarmi in un taxi e mi faccio condurre all’hotel. Ma… il tassista è Salvatore Ficarra. “Dottore” mi fa”, non si preoccupi, sono dei servizi segreti: è da quando è arrivato in Giappone che la sorveglio. Mi sono infiltrato nella gang e con l’aiuto della polizia nipponica siamo riusciti a sventare un complotto ordito ai danni della sua persona”. Prosegue: “Lei deve sapere che Assunta e Pasquale Capone sono…” ma si zittisce all’improvviso perché Assunta è riuscita a infilarsi anche dentro il taxi. E non so più di chi fidarmi, può anche darsi che il sedicente Ficarra sia ricercato dalla polizia di mezzo mondo e pure dal commissario Montalbano (in effetti, ora che ci penso, non mi ha mostrato nessun tesserino). E in tutto questo bailamme si sono fatte le dieci e ho appuntamento alle 11 a Yushima, sul Kasuga Dori. Cosa faccio? Chiedo al tassista-latitante di portarmi là? Oppure dovrei scendere? E ‘sta pazza me la porto dietro come garanzia? Gesummaria, che dilemma! Prendo dallo zainetto la Sig-Sauer che porto ben mimetizzata tra le mappe e i succhi di frutta, ha il silenziatore già innestato. Sparo prima ad Assunta, poi a Ficarra. Non se ne accorgono nemmeno.
Sono le 11. Sono a Yushima, sul Kasuga Dori. È l’ora del mio appuntamento. Ecco l’uomo che mi attende. Indossa come sempre il suo gessato e gli occhialini con la montatura d’oro. Hiroshi Kawasaki, è il potente capo di “Entropia”, una setta segreta affiliata alla Yakuza. Deve darmi il nome del mio prossimo “contatto” da eliminare. Come quando clicchi con il tasto destro su Cestino e poi su “Svuota”. Questo è il mio lavoro. Quel nome che Kawasaki ha scritto su un foglietto che poi ha bruciato nel posacenere è quello di un noto manager giapponese. Sta a Chiba, una cinquantina di km da Tokyo…
…
“Adesso basta, ragazzi. Ragazzi, per favore! Un minimo di dignità!”
Buongiorno. Lascia che ti spieghi, caro lettore: io sono il “deus ex machina”, l’espediente che permette di portare avanti una storia. “Deus” nel vero senso della parola. Perché questo è il Paradiso, è bello ma spesso ci si annoia, e allora i ragazzi si inventano giochi di ruolo per divertirsi un po’ e passare il tempo. È per questo che non muoiono mai. Dunque. San Salvatore, San Vincenzo, Sant’Assunta e San Pasquale si sono inventati questo giochetto ambientato a Tokyo. Ah, vi lascio indovinare chi ha scelto per sé il ruolo del capo di Entropia…
23-28 febbraio 2010
(rielaborato dal gioco collettivo di scrittura realizzato per Enakapata)
FOTOGRAFIA © RED BUBBLE
sabato 25 aprile 2015
L’appostamento
1.
“Che ore sono?”
“Manca un quarto a mezzanotte, Jack… non è che se me lo domandi ogni cinque minuti il turno finisce più in fretta. Lo so che vuoi tornare a casa dalla tua mogliettina…”
“Sei il solito insensibile, Vincent. No, è che gli appostamenti mi sfiancano e poi non succede nulla e Jimmy Tredita non si è fatto vedere neanche stasera.”
“Eh, Jackie, Jackie, si vede proprio che tu sei giovane e sei sposato. Se avessi qualche anno di più come me e il pelo sullo stomaco che mi hanno lasciato due matrimoni e tante nottate come questa a fumare e a lasciare gli occhi dentro un cannocchiale, non ti lamenteresti. Anzi, ringrazieresti tutti i santi – tu sei irlandese, vero? – ringrazieresti San Patrizio che ti permette di vedere quella carne fresca al di là della strada. Una ballerina, una ragazza di venticinque anni con addosso solo una sottoveste rosa che lascia le finestre aperte e le luci accese per farsi vedere da tutto il quartiere, e tu mi chiedi che ore sono!”
2.
Tutte le sere. Tutte le sere che verso mezzanotte spalanco le finestre e lascio entrare la brezza. Tutte le sere che mi metto qui in sottoveste a girare seminuda per casa, a sculettare e a dimenarmi, a inventare un mezzo passo di danza. Tutte le sere, da una settimana almeno, da quando ho scoperto che nel palazzo dall’altra parte della strada c’è un bel ragazzo che mi osserva con il cannocchiale. Un gran bel figo, non c’è che dire. Un biondino, chissà quanto sarà alto e chissà come bacia bene! Tutte le sere… e aspetto che finalmente si svegli e mi venga a trovare. Ma lui niente. Continua a restare là a guardarmi. Adesso però mi tolgo anche la sottoveste e vedrai se non scende, il biondino!
Dietro il cannocchiale il detective Jack O’Riordan spalanca gli occhi e dice “Vincent, non ci credo: la troietta si è spogliata completamente e fa cenni verso di noi… Sta lì nuda e continua a dire qualcosa. Leggi un po’ le labbra, tu che sei più esperto”
“Dunque, dice: «Vieni giù, bel biondino»… Ehi, Jack, hai mai pensato di farti un’amante?”
2013 – scritto appositamente per “Nom de plume”

EDWARD HOPPER, “NIGHT WINDOWS”
sabato 8 febbraio 2014
Ex libris
Un’amica di Facebook mi ha proposto questo gioco intellettuale: stilare una lista dei venti libri che ci hanno segnato la vita, associandoli ai ricordi che generano in noi. E questi sono i miei:
- Henryk Sienkiewicz, QUO VADIS? – Niente di che, ma fu uno dei primi libri letti di cui ho memoria, insieme a “La capanna dello zio Tom” di Harriet Beecher Stowe, “L’isola del tesoro” di Stevenson” e “Il giro del mondo in 80 giorni” di Verne.
- Italo Calvino, IL BARONE RAMPANTE – Il migliore della collezione Einaudi Ragazzi, quelli bianchi con due righine rosse, preso a esempio di tutti quei libri che lessi tra i dieci e i quattordici anni: “Tempi memorabili” di Cassola, “Lessico famigliare” di Natalia Ginzburg, “Il dottor Oss” di Verne”, “Marcovaldo” di Calvino.
- La BIBBIA – C’è tutto: storia, geografia, religione; inoltre è consultabile come un consigliere personale aprendola a caso.. Il ricordo è la preparazione alla Cresima nello studio del viceparroco, ammassati in cinque o sei sulle sedie davanti alla scrivania ingombra di libri d’arte e di archeologia.
- Omero, ODISSEA - Il mondo della mitologia che mi si aprì davanti un giorno di fine settembre, quando iniziai il ginnasio. Tradurre dal greco era faticoso, ma scoprire le peripezie di quell’uomo cui tutti “remavano contro”, la sua volontà di tornare a casa erano affascinanti e commoventi.
- Giuseppe Ungaretti, VITA DI UN UOMO – Se ho iniziato a scrivere poesie è per quel libro: a 14 anni mi folgorò sulla via dei versi, mi mostrò l’essenza stessa della poesia, l’unione di parole che significavano un’intima emozione, che descrivevano sensazioni che fino allora mi sembravano inesprimibili.
- Lucio Anneo Seneca, LETTERE A LUCILIO – Una filosofia portatile, come la Bibbia da consultare aprendola a caso. Due volumi in cofanetto della BUR, acquistati al tavolo dei “remainders” di una libreria e logorati dall’uso.
- Oscar Wilde, IL RITRATTO DI DORIAN GRAY – La bellezza esiste, nulla più, ma mi colpì il messaggio sull’essere e sull’apparire, sull’impossibilità di essere quel che non si è.
- Carlo Cassola, FAUSTO E ANNA – Il romanzo non mi è piaciuto granché, ma il libro ha assunto un significato particolare in quanto oggetto. Conobbi il mio primo amore grazie ad esso, lo stavamo leggendo entrambi e mi servì da grimaldello per attaccare discorso con lei. “Galeotto fu ‘l libro”...
- I LIRICI GRECI – Una poesia lontana nel tempo che mi ammaliò con quelle ragazze ornate di ramoscelli di mirto, dal sandalo screziato, che giocano a palla; con quei generali che bevono davanti a un cratere di vino, con quell’Amore chiomadoro al quale canto dolci canzoni...
- Giuseppe Berto, ANONIMO VENEZIANO – La sceneggiatura dell’omonimo film di Enrico Maria Salerno: Venezia è la mia città ideale, in quel libro è protagonista con un altra delle mie preferenze, l’Adagio dal Concerto in Re minore per oboe e archi di Anonimo Veneziano, forse Alessandro o Benedetto Marcello.
- Giorgio Saviane, EUTANASIA DI UN AMORE – Un amore che mi è piaciuto perché eccezionale, eccitante, divertente, tempestoso, alla fine impossibile: l’uccisione di un amore troppo passionale ed esclusivo per approdare a un amore più universale.
- Jorge Luis Borges, FINZIONI – Il maestro cui si abbeverò Umberto Eco, il libro avuto in omaggio con “Epoca” ai tempi del militare e scoperto meraviglioso con i suoi “giardini che si biforcano”, con Pierre Menard, l’autore che riscrisse il Don Chisciotte parola per parola, con la sua Biblioteca. Divorato una sera in branda al chiarore blu delle luci di guerra.
- Dante Alighieri, LA DIVINA COMMEDIA – Scoperta tardi, riletta dopo le noiose lezioni del liceo, dove il professore di italiano non era capace di avvincere. Poesia allo stato puro.
- Charles Dickens, CANTO DI NATALE – Perché instilla la speranza che tutti possano un giorno cambiare. E perché il Natale mi piace tanto. Lo rileggo quasi ogni anno in prossimità del 25 dicembre.
- Mario Rigoni Stern, IL SERGENTE NELLA NEVE – L’epopea di Rigoni Stern e dell’ARMIR in terra di Russia durante l’inverno del 1942-43 fu una moderna Odissea: una guerra sbagliata, un comando che manda i suoi uomini allo sbaraglio nel gelo con le scarpe di cartone e vecchi fucili. Ma comandati si va e nell’inferno bianco si scopre l’umanità. Letto e riletto.
- Eugenio Montale, TUTTE LE POESIE – Amo lo stile di Montale, le sue immagini. Un cospicuo volume di oltre 1000 pagine dove perdermi a inseguire la poesia. Comprato con lo sconto Mondadori del 30% ormai molti anni fa,,,
- Erodoto, STORIE – Il fascino che emana la storia, il sapere che la vita non era fatta solo di battaglie e di eventi notevoli, ma anche di piccole capanne, di gente che viveva in villaggi dalle bizzarre consuetudini, che nel vasto mondo ci sono luoghi di rara bellezza o di incredibile magia.
- Joseph Conrad, LA LINEA D’OMBRA – Un’atmosfera tra l’esotico e l’onirico. Come scrisse lo stesso Conrad “Il passaggio dalla gioventù, fervida e spensierata, al periodo più consapevole e patetico dell’età più matura.
- Dino Buzzati, TUTTI I RACCONTI – Perché il mondo della fantasia e quello dei sogni sono territori vastissimi e inesplorati, perché la realtà ha mille facce e noi neppure ce ne rendiamo conto.
- IL VOCABOLARIO – C’è tutto. E come scrisse Gesualdo Bufalino, è il libro che mi porterei su un’isola deserta...
Novembre 2009
sabato 17 novembre 2012
L’urso Knut
Doppo aviri indagato sulla morte del purpo Paul, il celebre indovino del Mondiale, Montalbano aviva oramà una fama internazionale di sbirro dei casi strambi assà. Soprattutto in Germania.
Aieri se ne stava assittato nel sò ufficio a farsi una penni... a ragiunari sulle carte che avrebbi dovuto firmari quanno gli parve che fosse addumata una bumma. Satò sulla seggia e vidi Catarella entrari praticamente appuiato all’anta della porta che ancora sbatacchiava. “Ah dottori dottori, ci sta al tilefono il signor Bestiabella che la cerca per un urso”. Bestiabella? E chi era mai? “Passamelo, Catarella, grazie”. “Subito, dottori”.
Era il portavoce del ministro degli Esteri tedesco, Guido Westervelle, un figlio di immigrati siciliani, che gli spiegò più in dialetto che in italiano, che era morto l’urso Knut, il peluche bianco dello zoo di Berlino idolatrato dai bambini e po’ messo in disparte quann’era crisciuto. “Sospettiamo sia morto di malinconia” gli disse Hans Mannino – questo era il nome del portavoce. “Prendo il primo volo per Berlino” disse Montalbano, che sapiva che accusì avrebbi avuto di sicuro una sciarratina con Livia, la sò zita che doviva arrivari il giorno appresso da Genova.
Hans Mannino raccattò Montalbano all’aeroporto di Tegel e lo condusse allo Zoo su una veloce Mercedes nera. Il commissario si vrigognò non poco al pensiero della Tipo scassata che guidava a Vigàta. Knut era macari là, nella scena del crimine: galleggiava nella piscina del recinto. Era enurmi pensò Montalbano, che rammentava le immagini del peluche viste anni narré al telegiornali. Si fece dari un raffio dall’addetto e tirò a riva il corpaccione del povero urso. Stava tastando la pelliccia con la mano dritta quanno squillò il cellulari. Bih, chi camurria! Era Livia. “Salvo, sono all’aeroporto”. Livia! Se n’era dimenticato!
“Livia, mi dispiace, è che sono impegnato in un’indagine…”
“…”
“Facciamo accusì, ti manno Fazio, po’ appena posso ti raggiungo a Marinella”
“Potevi anche avvertirmi”
“Lo so, scusami, è che ho tante cose per la testa”
“Sicuramente avrai anche la tua amica Ingrid”
“Ma che dici, Livia? Sto travagghiando a un caso internazionali. Appena posso, arrivo. Ah, non prioccuparti: Adelina non c’è, è andata a trovare sò soro, starà via qualichi jorno”.
Montalbano astutò il tilefono, scosse la capa, avvisò a Fazio di correri all'aeroporto di Palermo e si rimise a taliari l’urso. Vide un minuscolo pertuso rosso vicino all’occhio mancino. Esecuzione mafiosa… No, in Germania… Taliò intorno, poi trovò un filamento verde: un pezzo di tessuto loden. “Vinditta” sentenziò allora Montalbano. “Ve l’arricordati la storia dell’urso Bruno? Il 26 giugno del 2006 venne ammazzato in Baviera. era un urso italiano che dall’Adamello era salito in Germania in cerca di mangiari, come molti altri italiani prima di lui”
“Certo, mi ricordo” disse Mannino, “è stato imbalsamato, lo si può vedere nel castello di Nymphenburg”
“In Trentino se la sono legata al dito: avivano prumisso vinditta. Ora l’hanno avuta: lo vede quel pertuso minuscolo vicino all’occhio mancino? Sciaura di mandurle amare, signo che è stato iniettato cianuro”.
“Faremo le analisi, commissario. Grazie mille.”
“Prego. Fanno 100.000 euro, e si sbrighi, ché devo andare all’aeroporto. La mia zita mi aspetta e quanno aspetta diventa nirbusa”.
20 marzo 2011
sabato 18 agosto 2012
Venerdì notte
da “Nighthawks” di Edward Hopper
La rossa si chiama Samantha e adora i papaveri. Non è un caso che indossi un vestito scarlatto. Lavora come segretaria in un ufficio della Fifth Avenue. Una volta che ero da quelle parti l’ho vista scendere da un autobus e infilare il portone in stile Liberty inseguita dagli sguardi di una dozzina di uomini di ogni età. Due ragazzi stavano commentando qualcosa a proposito delle sue capacità amatorie. Mocciosi… però avevano certo ragione: Samantha ha quel modo di agitare il bacino che è una poesia d’amore, un invito, una proposta. Poi… poi le cose stanno come stanno e non c’è verso.
L’uomo alla sua destra è Timothy McIllroy, il suo capo. Ha 42 anni ed è sposato con Mary Beth, una grassa casalinga dell’Idaho. Chiaro che non si faccia vedere per locali con lei. Però è una pasta d’uomo, appena può passa alla Congregazione per dare una mano o almeno un sostegno economico a padre O’Leary. Guardatelo come liscia nervosamente il bancone di mogano: sa che a casa lo aspetta una scenata con Mary Beth, sa che annuserà il profumo intenso di Samantha, gli rimane sempre sull’abito. E riuscirà a convincerla solo dopo un diluvio di parole.
L’uomo solo seduto all’altro lato del bancone si chiama Peter Mahoney, è un commesso viaggiatore di spazzole e ogni venerdì è qui a New York, dice che è di Boston ma l’accento del sud che ogni tanto spunta fuori lo tradisce. Probabilmente quel suo parlare strascicato che corregge subito è retaggio di un’infanzia trascorsa in Alabama o in Georgia. Comunque sia, ogni settimana dell’anno lui è qui, di venerdì.
Tra poco Timothy McIllroy pagherà i bourbon e saluterà Samantha Camminerà lento per le strade buie e lentamente guiderà verso casa. Parcheggerà la Ford T sul vialetto e affronterà l’ennesima discussione con Mary Beth. Quando sarà uscito, Peter e Samantha aspetteranno ancora cinque minuti e poi se ne andranno via a braccetto, come fanno ogni venerdì, verso il motel dove lui alloggia.
“E tu, tu come le sai tutte queste cose?” sento già da un po’ le vostre voci pronte a pormi questa domanda – morite dalla voglia, vi strozzate quasi dalla curiosità. Ma, perbacco, signori! Ma, caspita, signore! Io, io so tutto, io sono il barista…
EDWARD HOPPER, “NIGHTHAWKS”
sabato 23 ottobre 2010
Colpa della polpa
Ormai lo sapete tutti, la notizia è di pubblico dominio. Il polpo Paul, il mitico indovino divenuto celebre nel corso dei mondiali di calcio in Sudafrica per le sue azzeccatissime previsioni, è stato trovato morto nella sua preziosa vasca di cristallo. Il custode dell’acquario di Oberhausen lo ha rinvenuto riverso senza vita nell’acqua. Secondo le agenzie di stampa, il povero Paul è morto per cause naturali.
Ma il nostro inviato a Oberhausen, il pesce pagliaccio Nemo, ci può svelare tutti i retroscena. Subito i responsabili dell’acquario hanno sospettato che la morte dell’indovino non fosse poi così chiaramente naturale. Dopo animate consultazioni, passati in rassegna tutti i grandi detective, Annelore Locascio, un’impiegata di origini italiane ha suggerito di convocare il Commissario Montalbano. Questi, che era per una volta in vacanza a Boccadasse con la smorfiosa Livia, già non ne poteva più e ha colto al volo l’occasione di raggiungere Oberhausen – avrebbe investigato pure sulla tortura delle mosche pur di abbandonare l’opprimente e gelosissima fidanzata.
“Montalbano sono!”.
“Piacere, sono il direttore dell’acquario. Come le ho accennato per telefono, vorremmo indagare sulla morte di Paul”
“Paul... il purpo?”
“Sì, il povero Paul”.
Montalbano si cataminò, girò attorno alla teca in cui giaceva ancora il catafero del purpo, tuppiò sul vetro, come se sperasse che Paul si potesse arrisbigliari, poi principiò a spiare qualche dimanda:
“Olandesi in giro non se ne sono visti?”
“No, commissario. Avevamo pensato anche noi che si volessero vendicare per la previsione della finale”
“I tedeschi invece?”
“No, i tedeschi lo amavano, tutti. Dopo il 4-1 all’Inghilterra, poi... lo adoravano”
“Sicuro che non c‘è in giro qualche pezzo di cacio, sa, quello con la crosta rossa?”
“No, glielo assicuro”
“Eh, ma gli olandesi sono i principali indiziati... Comunque, patate? Pomidori? Piselli? Non avete trovato del sugo?”
“No, ma che dice?”
“Pensavo... No, sa, una bella saltata in tegame”
“Il polpo è lì”
“E Ahmadinejad?”
“Come Ahmadinejad?”
“No, siccome tempo addietro aviva sproloquiato sulla decadenza di noi occidentali, sulle nostre scaramanzie... Non avete trovato in giro un sicario iraniano? Qualichiduno con la varba longa e il fari sospetto?”
All’improvviso il ciriveddro di Montalbano si addrumò come una lampadina, il suo fiuto di segugio gli diciva che qualichicosa lì era fora posto. Notò una teca accanto a quella del purpo Paul, precisa intifica, ma vacante.
“E questa che cos’è? La secunda casa di Paul?”
“No, è un’altra vasca: fino a ieri c’era un esemplare femmina di Octopus Vulgaris”
“No, mi faccia capire pirchì, si spieghi meglio”
“C’era Mary, un polpo femmina. L’abbiamo trasferita all’acquario di Genova”
“Genova... Macari lei!”
“Come anche lei?”
“No, guardi, non si preoccupi. Stavo pensando alla mia fidanzata”.
Montalbano prese una seggia e si assittò davanti alla vasca. Taliò il purpo dentro gli occhi. Lo sguardo languido da cefalopode era ancora più triste, spento. “Epperforza, è morto” gli sussurrò nella testa la vocina di Montalbano Secondo. “Non adesso, sto indagando”. Taliò a longo il purpo e si fici persuaso.
“Il vostro purpo Paul si è ammazzato”
“Ma che dice?”
“Suicidio d’amuri fu”
“D’amore?”
“Paul e Mary erano come un’anima sola. Quando aieri avete trasferito Mary, a Paul non gli importava più di vivere. Accussì si è suicidato battendo il capo sullo spigolo della roccia. Non si nota perché le vucche, sì, i tentacoli sono tutti ‘nzemmula, ma l’ematoma esterno lo denota. L’ha fatto per la so’ zita. Mi spiegai? E adesso mi può indicare il miglior ristorante italiano nei dintorni?”
“C’è la Forchetta d’oro”
“Ha per caso il nummero di tilefono?”
“Sì, guardi, è scritto sul pieghevole: è convenzionato con l’acquario”
...
“Pronto, la Forchetta d’oro? Montalbano sono. Posso prenotari per pranzo tra una mezzorata? Va bene. Ce l’aviti il purpo in umido?”
