Visualizzazione post con etichetta storia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta storia. Mostra tutti i post

sabato 10 giugno 2017

Dichiarazione di guerra


“Il Paese non è affatto pronto. I carri armati sono tutti leggeri e solo 70 sono medi. Le artiglierie sono quelle del ’15-’18, molti pezzi sono bottino di guerra austriaco. La contraerea è inesistente, le munizioni coprono un dodicesimo delle necessità e carburante ce n’è soltanto per otto mesi”. Così c’era scritto nell’ultimo rapporto del generale Rodolfo Graziani a Mussolini. Badoglio, dal canto suo, riteneva altamente insufficiente l’equipaggiamento delle nostre truppe. Ciano, dieci mesi prima, aveva scritto: “In questo momento la guerra sarebbe una pazzia, solo fra tre anni le possibilità di vittoria per l’Italia potrebbero essere dell’80 per cento”.

Insomma, per l’Italia l’ideale sarebbe stato mettersi alla finestra e rimanere neutrale come la Spagna del Generalissimo Franco. Invece alle 16.30 del 10 giugno 1940 il Ministro degli Esteri Galeazzo Ciano comunica all’ambasciatore francese, convocato a Palazzo Chigi, che “l’Italia si considera in stato di guerra con la Francia a partire da domani 11 giugno”. E in serata Mussolini dal balcone di Palazzo Venezia proclama con la solita enfasi e le studiate pause all’Italia e al mondo: “Un'ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria. L'ora delle decisioni irrevocabili. La dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia. Scendiamo in campo contro le democrazie plutocratiche e reazionarie dell'Occidente, che, in ogni tempo, hanno ostacolato la marcia, e spesso insidiato l'esistenza medesima del popolo italiano” per concludere, con parole che risuonano amare e dolorose a noi che conosciamo gli eventi seguiti a quella follia: “La parola d'ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti. Essa già trasvola ed accende i cuori dalle Alpi all'Oceano Indiano: vincere! E vinceremo!, per dare finalmente un lungo periodo di pace con la giustizia all'Italia, all'Europa, al mondo”.

Molti decenni sono passati da quella giornata e Italia e Francia sono ora paesi amici, che cooperano all’interno dell’Unione Europea. Hanno anche costituito una brigata mista di alpini della Taurinense e chasseurs des Alpes della 27a divisione. Ma quella “pugnalata alla schiena” che il regime piazzò su un paese dominato dall’invasore nazista, con l’esercito in rotta e un governo fantoccio già pronto a guidarlo per conto dell’oppressore, forse non sarà sanata che dai secoli. Quei 14 giorni di guerra resteranno per sempre una viltà inspiegabile. Io, che amo giocare con i “se” della storia", mi sono talvolta chiesto che cosa sarebbe successo se quel 10 giugno quel balcone fosse rimasto chiuso, se l’Italia fosse rimasta neutrale. Magari sarebbe finita allo stesso modo e inevitabile era per i rapporti di forza la discesa in campo con il Reich. Magari avremmo risparmiato migliaia e migliaia di vite, cancellando gli orrori dei bombardamenti, le carneficine della ritirata di Russia e di Cefalonia, le stragi perpetrate ovunque dalle SS. Ma la storia è quella che è stata e purtroppo non si può farla con i “se”.


Guerra

sabato 25 marzo 2017

Il furto della Gioconda

 

La notte tra domenica 20 e lunedì 21 agosto 1911, il dipinto più famoso del mondo, la Gioconda di Leonardo da Vinci  venne rubato dal Louvre di Parigi. Il furto del secolo. A prelevare il pannello di pioppo di 77 cm x 53 e a nasconderlo sotto il cappotto prima di eclissarsi nella notte parigina fu tale Vincenzo Peruggia, un decoratore e imbianchino italiano emigrato in Francia dalla provincia di Varese. Secondo alcune fonti, si era nascosto in un armadio per le scope durante l’orario di apertura ed era poi sgattaiolato fuori; secondo altre si presentò alle 7 del mattino vestito con l’uniforme bianca degli inservienti del museo, che il 21 era chiuso. Comunque sia, il compito gli fu facilitato dall’aver lavorato alla messa in opera della teca che custodiva il dipinto, posto allora nel Salon Carré, e dall’aver conosciuto in tal modo le abitudini delle guardie: uscì mentre una di esse era andata a farsi riempire un secchio d’acqua e se ne andò in taxi. Il mattino del 22 agosto il pittore Louis Béroud si presentò presto al Louvre per eseguire uno schizzo preparatorio per l’opera che intendeva dipingere, Mona Lisa au Louvre, e trovò il muro vuoto. Chiese allora ai guardiani, che gli dissero che forse era nell’atelier fotografico. Non c’era…

Iniziarono immediatamente le indagini della polizia parigina. Prima di arrivare a Vincenzo Peruggia, molti furono i sospettati: persino il poeta Guillaume Apollinaire, che fu arrestato e passò qualche giorno in prigione, e Pablo Picasso, tirato in ballo da Apollinaire, che venne a lungo interrogato dalla Gendarmerie: i due avevano manifestato l’intenzione di svuotare i musei distruggendo le opere in essi esposti per sostituirle con le proprie. Era una boutade da artisti megalomani, nulla più. E ancora le autorità francesi seguirono un’altra pista; pensarono anche che si trattasse di un affronto dei boches, gli odiatissimi tedeschi. Non era vero, naturalmente. Il Louvre rimase chiuso per un’intera settimana per agevolare le indagini: quando riapri, al posto dell’illustre Monna Lisa era appeso un ritratto eseguito da Raffaello Sanzio, quello del letterato Baldassarre Castiglione..

La polizia parigina finalmente bussò anche alla porta di Vincenzo Peruggia: la Gioconda era nascosta sotto il letto, ma nessuno pensò di perquisire l’appartamento, si accontentarono dell’alibi – naturalmente falso – fornito dall’imbianchino. Rimase lì per quasi due anni, fino a quando Peruggia si trasferì a Firenze. E lì il ladro divenne impaziente, contattò il proprietario di una galleria d’arte, Adolfo Geri, e gli disse che voleva restituire il dipinto alla sua patria, l’Italia. Si diceva un convinto patriota e pensava che un’opera di tal fatta dovesse essere esposta in un museo italiano. Ma un fatale errore era alla base delle sue convinzioni: la Gioconda fu dipinta in Francia e non, come credeva lui e come credono tuttora molti italiani, sottratta a un museo durante le spoliazioni effettuate dalle truppe di Napoleone. Geri mise in contatto Peruggia con il direttore degli Uffizi, Giovanni Poggi. L’incontro avvenne all’Hotel Tripoli, in Via de’ Cerretani: Peruggia chiese 500.000 lire per le spese sostenute, Poggi chiese invece di poter autenticare l’opera. Nel frattempo, l’imbianchino andò a spasso per Firenze: fu lì che la polizia, allertata da Geri e Poggi, lo arrestò.

Il processo non andò poi tanto male per Vincenzo Peruggia: lo dichiararono “mentalmente minorato” e fu condannato a una pena di un anno e quindici giorni di prigione, poi ridotta di cinque mesi. Ma attirò le simpatie di molti, che vedevano nel suo furto un gesto romantico: lui stesso alimentò quell’immagine dichiarando di aver trascorso due anni meravigliosi guardando la Gioconda appesa sopra il tavolo della cucina.

Il dipinto invece cominciò il suo pellegrinaggio per tornare al Louvre: rimase esposto agli Uffizi, poi a Roma, a Palazzo Farnese, ambasciata di Francia, e alla Galleria Borghese in occasione del Natale 1913. Poi fu messo su un treno e inviato a Modane, dove le autorità francesi ne ripresero possesso. Fece tappa a Bordeaux e a Tolosa; il presidente della Repubblica in persona, insieme ai rappresentanti del governo, lo accolse nel Salon Carrè: Monna Lisa era finalmente tornata a casa.

 

Mona_Lisa_stolen-1911 (1)

.

FOTOGRAFIE © MUSEO DEL LOUVRE

sabato 26 novembre 2016

La verità su Guangxu

 

Guangxu fu il decimo imperatore della dinastia Qing, che governò la Cina dalla metà del XVII secolo all'inizio del XX. Fu incoronato nel 1875, ma in realtà a guidare la Cina fu sua madre Cixi, visto che il povero Guangxu aveva solo quattro anni. Al compimento dei diciotto anni, nel 1889, ebbe i pieni poteri, sebbene l'influenza dell'imperatrice fosse comunque fortissima. Dieci anni dopo, iniziata la riforma politica, culturale e sociale che avrebbe dovuto ammodernare il paese e portare alla sua industrializzazione, nota come Riforma dei Cento Giorni, subì il colpo di stato da parte della madre e finì agli arresti. Morì in una "prigione dorata" nel 1908, a trentasette anni.

Un secolo dopo la sua scomparsa, alcuni ricercatori cinesi sembrano avere risolto l'enigma della morte di Guangxu, predecessore dell'ultimo imperatore della dinastia Qing, quel Pu Yi reso celebre da Bernardo Bertolucci. La verità su Guangxu è che l'imperatore che voleva portare la Cina nel XX secolo venne avvelenato.

I registri ufficiali segnalano che il 14 novembre 1908 Guangxu morì di morte naturale: il suo stato di salute era fragile dopo dieci anni di "arresti domiciliari", ma non c'era dubbio già allora che il potere conservatore cinese e la stessa Cixi avevano buoni motivi per assassinarlo. Le analisi condotte dall'Istituto cinese per l'energia atomica e dal laboratorio di medicina legale della polizia di Pechino rivelano tracce elevate di arsenico nelle ossa, nei capelli e nelle vesti dell'imperatore.

Se il come è chiaro, il perché facile da supporre, non altrettanto chiaro è il chi. Se i tempi non fossero così remoti, la prima sospettata ad essere condotta in commissariato per gli interrogatori di rito sarebbe certamente Cixi, insieme a uno dei suoi luogotenenti, il capo degli eunuchi Li Lianying. Quando Guangxu lanciò la riforma per evitare la decadenza della Cina, aveva pensato di trasformare l'impero in una monarchia costituzionale sul modello del vicino Giappone: Cixi si sentì ferita nel cuore e nella tradizione e tramò per mettere a punto le sue manovre, tanto da deporre il figlio e conservare un potere esercitato formalmente per quarantacinque anni.

Guangxu fu dunque arrestato per ordine della madre e confinato in un palazzo posto su un'isola lacustre, i suoi consiglieri furono uccisi o fuggirono. E il 14 novembre 1908 fu avvelenato, forse per evitare che riprendesse il potere.

Ma l'enigma non finisce qui: il giorno dopo, 15 novembre, moriva anche l'imperatrice Cixi. E Li Lianying, il suo favorito, fu assassinato qualche mese dopo...

 

Guangxu

GUANGXU – PUBBLICO DOMINIO