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sabato 14 settembre 2019

La ragazza

Era da qualche giorno ormai che cercava di abbordare la ragazza. Aveva sedici anni, uno in meno di lui, ed era la figlia maggiore dei proprietari dell’hotel in cui soggiornava. Si chiamava Anna ed era bellissima: lo ammaliava particolarmente quel largo sorriso che le illuminava il viso quando parlava con i clienti, quando s’ingarbugliava in un colloquio in tedesco.
Era il terzo giorno da quando era arrivato e si disse: “Giovanni, ora o mai più”. La stava osservando dal balcone al terzo piano: lei era seduta sul dondolo nella veranda riservata ai clienti e stava risolvendo un cruciverba. Sentì che quella volta si doveva proprio decidere: non voleva convivere con il rimpianto di non avere agito, di avere rinunciato per timidezza.

Come morso da una tarantola, rientrò nella stanza e ne uscì dalla porta - fermo, convinto, come forse mai ancora gli era capitato nella vita - si precipitò per le scale ignorando l’ascensore e in un volo percorse le tre rampe. Non si era preparato neanche una frase da dire per rompere il ghiaccio: si accorse solo al pianterreno di avere ancora in mano il libro che stava leggendo prima di vedere comparire Anna sulla veranda. Nella hall rallentò, si ricompose - a quell’età non si ha il fiatone neppure dopo essersi scapicollati per tre piani - e infine uscì tra i tavolini. Indicò il posto libero sul dondolo e disse “Posso sedermi?”. Non aveva pensato nemmeno un secondo che ai tavolini bianchi non c’era nessuno e avrebbe potuto sedersi ovunque volesse, ma non lì… Anna rispose “Ma certo” con la bella voce e Giovanni si sedette con il suo libro tra le mani e l’orgoglio di avere finalmente aperto una breccia.

In effetti fu lei a prendere l’iniziativa: “Come avrai sentito, mi chiamo Anna” disse, riferendosi al fatto che il suo nome veniva gridato e invocato spesso tra i tavoli della sala da pranzo, dove portava bottiglie di vino o di acqua minerale, o tappi di plastica, posate e tovaglioli. Gli porse la mano, lui la strinse, sorrise e riuscì infine a pronunciare “Io sono Giovanni”.

Erano le due e mezzo del 25 giugno 1982, un pomeriggio afoso con il cielo grigio, perlaceo, coperto e pesante. Ma lui si sentiva leggero, solare, udiva trombe dentro che intonavano l’”Exsultate”.  Si era prefisso uno scopo e l’aveva ottenuto, era riuscito a vincersi, a dominarsi, e ora stava parlando con lei. Erano banali scambi di notizie anagrafiche: dove abitava, la scuola, le idee. Sapere che entrambi frequentassero il liceo classico fu il punto comune che li legò ancora di più.

Anna ora gli parlava del libro che lui aveva appoggiato sul cuscino a righe del dondolo: l’aveva anche lei e lo stava leggendo proprio in quei giorni, ma era alcuni capitoli più indietro. Il pomeriggio passò veloce mentre si raccontavano, mentre si aprivano alle loro affinità che potevano preludere all’amicizia o anche all’amore. Giovanni era già innamorato, lo era segretamente da quando l’aveva vista la prima volta.

Erano quasi le cinque. Anna Abbandonò la “Settimana Enigmistica” dove, conversando, avevano risolto insieme qualche gioco - lui le aveva insegnato gli anagrammi, i cambi di consonante, i lucchetti, le zeppe; lei era più portata per i giochi logici. “Devo andare a comprare un paio di scarpe” gli disse alzandosi, “ci vediamo stasera”. Aggiunse “Esci con noi?”, riferendosi al gruppetto che componeva con il fratello e un’amica che era ospite sua, forse una compagna di classe. Giovanni disse subito di sì, non aspettava altro. “Allora ciao, ci troviamo qui fuori dopo cena”.

La guardò allontanarsi per i portici, verso i negozi del centro. Rimase ad osservare il suo vestito azzurro a fiori finché non divenne un punto indefinito nell’ombra. Poi si alzò e andò nella saletta della televisione: stava per cominciare Austria-Germania Occidentale, partita dei Mondiali di Spagna.  Seduto in una poltrona scozzese, pensava ancora ad Anna. Era innamorato.

2'007

DIPINTO DI LEONID AFREMOV

sabato 11 maggio 2019

Il riconoscimento


Ti conoscevo già da anni, ma fu solo in quel pomeriggio di giugno che ti rivelasti a me improvvisamente. Erano le ore più calde del giorno d'estate e il sole era tornato a splendere dopo una notte e un mattino di pioggia. Mi apparisti nella luce, come una Madonna, ti vidi con occhi diversi; fu come se all'improvviso uno zoom riconoscesse te in una folla immensa, una su centomila, una su un milione, una sui miliardi di abitanti che popolano la Terra. Te sola in uno stadio, te sola in un concerto rock, te sola in una spiaggia che si snoda per chilometri di ombrelloni e sedie a sdraio.

Ti riconobbi come la squaw che realizzai un giorno con il mosaico Quercetti, quelle tessere colorate da inserire negli appositi spazi di un telaio bianco seguendo uno schema di posizioni e di colori. Ricordo che mi piacque tanto che fotografai l'opera ottenuta e ancora adesso conservo nel mio album quel viso dolce incorniciato da trecce corvine, una fascia a cingere la fronte. Me n'ero innamorato a dieci anni, sì. È per questo che l'ho riconosciuta in te: ho riconosciuto l'amore.

E in quella strada assolata lo capii subito: dicesti «Ciao» e sentii il cuore martellare impazzito come un pistone, sentii un calore invadermi istantaneamente, il rossore salirmi alle guance, gli occhi tendersi a comprenderti tutta, come a fotografarti per ricordare, proprio allo stesso modo con cui avevo immortalato la squaw. Eri stata il nulla per anni, eri il nulla un istante prima, una via prima di quella e adesso d'un tratto diventavi l'universo mondo, il sole cui orbita attorno ogni pianeta, la calamita che attira il metallo, la mia Afrodite sorta dalla spuma del mare, l'isola alla quale si aggrappa il naufrago.

Ti riconobbi in quell'istante - forse è quello che chiamano colpo di fulmine, io preferisco pensare a un atto di riconoscimento, a un capire, prendere coscienza. Ti riconobbi e sentii cambiare la mia vita: eri appena passata accanto a me, eri a qualche passo da me, a dieci metri, stavi per svoltare l'angolo e sapevo che il mio fine da quel momento eri tu, che ogni mio pensiero, ogni mia azione era rivolta a te, doveva fare i conti con te, mia squaw.


1997

FOTOGRAFIA DA PINTEREST

sabato 13 aprile 2019

Terrazza sul mare

Le dita di Paola scompaiono nell’onda castano chiara dei capelli profumati di shampoo alla mela e di balsamo - quella lucentezza è anch’essa una sorta di profumo - e come i denti di un rastrello li solcano lasciandoli morbidi e leggeri. Poi scoprono l’orecchio, piccolo, ben disegnato, caratteristica che definisce bene anche i suoi seni. Così facendo rivela l’orecchino che riflette le luci della sera. Il suo sguardo è sicuro, lo è sempre stato, è sempre stata lei a comandare.

Non la troverò mai scossa dal pianto, come la ragazza che addossata a un muro singhiozzava con il viso arrossato. Parlava al telefono e piangeva. Le ho chiesto se andasse tutto bene, se avesse bisogno di aiuto. Ma era solo l’amore… Era l’amore che la faceva lacrimare, che la rivelava fragile agli occhi della gente. Paola no. Paola non piange. Paola è la samaritana che ti prodiga cure, è la bambina curiosa che vuole vederti dentro, come un giorno aveva aperto la sua bambola, come rovesciava i sassi per osservare il brulichio di insetti, il lombrico scoperto che si rinserrava nella terra smossa, lo scarafaggio che correva via veloce sulle zampette esili. È la bambina che prende in mano la chiocciola e attende paziente che tiri fuori le antenne dal guscio per poi darle una foglia di insalata come premio.

Ora Paola è seduta sul grande tappeto, la gonna è risalita e le lascia scoperte le gambe. Stringe al petto un mazzo di rose chiare, cerca un vaso per mettercele, quelle rose carnose e lucenti. Infine lo trova, un vaso di cristallo lavorato a onde: vi pone le rose con un gesto aggraziato e tenero, a metà tra la ballerina e la madre.

Il mare è un frantumarsi e ricomporsi di riflessi, un grande caleidoscopio monocromo: lo si vede oltre il balcone, lontano, nell’azzurro pomeriggio. Qualche vela bianca, qualche wind-surf vi galleggia come una mezza dozzina di farfalle. Poche barche, lasciate sulla spiaggia sembrano gusci vuoti di chiocciole.

Tra poco sarà il tramonto e già il mare cambia di colore, tingendosi di un grigio ardesia. Paola mi dice che ama quest’ora, quando tutto diviene rarefatto. La guardo e studio quel suo modo di parlare, come si pongono le labbra, come la luce plana nei suoi occhi scuri, come il respiro le muove il seno nella canottiera leggera.

So già che un giorno se ne andrà via e mi porterò nella memoria l’eco dei suoi passi, quelli che adesso vibrano elastici sulla passerella di legno, e quel calore dolce sulle labbra dove marchierà l’addio l’ultimo bacio... So che sussulterò nel ritrovare in un cassetto il nastro per legare i capelli o le conchiglie che raccoglie subito dopo l’alba o la matita verde con la gomma mordicchiata nel risolvere un cruciverba.

Ma ora ci apparteniamo, su questa terrazza, dove lei, sorpresa una goccia tra i petali della gardenia, mi fa partecipe di quel mondo riflesso a rovescio: è come sbirciare l’universo da uno spioncino. “In una goccia pensa quante cose possono stare” mi dice, “pensa che l’infinito può racchiudersi in così poco”. La abbraccio forte e mi sento anch’io universo infinito guardando il mondo riflesso nei suoi occhi.

2009


FOTOGRAFIA © GEORGE MEIS

sabato 9 febbraio 2019

La lettera


“Fa' ciò che mi scrivi; fa' tesoro di tutto il tempo che hai. Sarai meno schiavo del domani, se ti sarai reso padrone dell'oggi". Così finiva la lettera e riconobbi le parole di Seneca a Lucilio. Era un gioco che portavamo avanti da tempo quello di concludere le nostre missive con una citazione. Spesso, ormai consegnata alla fantesca la lettera, mi sovveniva un’altra frase che sarebbe stata migliore di quella apposta. E mi crogiolavo in quel rimpianto attendendo per giorni la risposta.
Ora la mossa toccava a me, come in una partita a scacchi. E non è l’amore un gioco in cui attendere pazientemente il proprio turno e poi muovere il pezzo giusto?

La sera era calda e luminosa: la luce della luna si univa a quella tremolante della candela. Stavo leggendo il “Chretien de Troyes” quando il suono degli zoccoli mi aveva avvertito dell’arrivo della lettera. Dal tramonto si passò alla sera mentre leggevo le sue parole e immaginavo la bella mano che teneva la penna e intingeva l’inchiostro nel calamaio per tracciare quella scrittura inclinata e ondulata che rassomigliava a uno splendido mare. Era in quelle onde che mi perdevo, come nelle onde dei suoi capelli se solo lei fosse stata lì con me ad ascoltare il frinire dei grilli: i suoi capelli chiari che profumavano di lavanda, come la carta che ora tenevo in mano come un prezioso reperto.

Cominciai a scrivere: “Carissimo amore mio, l’attesa di ogni tua lettera è un tormento quasi quanto il dolore di non poterti stare accanto. Quando finalmente viene Dominique a portarmi la lettera appena giunta, un fuoco mi pervade, un’emozione intensa che mi accende il petto e raggiunge in breve tutte le membra. Il tagliacarte corre in fretta a lacerare il sigillo di ceralacca e poi la busta, le mani tremano nell’estrarre il foglio, gli occhi saltellano sulla carta fino a trovare le parole, a leggere quei segni a inchiostro viola che si trasformano in parole, frasi, discorsi. Le tue parole, le tue frasi, i tuoi discorsi. E mi figuro sia tu a leggermela, sento la tua voce così bella e dolce pronunciare quei preziosi periodi…”

Alla luce fioca della candela la mano scorreva con grazia, la penna scivolava sulla carta. Apposi la frase finale, un verso di un poeta contemporaneo, De Florian: “Il piacere d’amore non dura che un momento, / la pena d’amore dura tutta una vita”. E presi a carezzarmi i seni, a immaginare le sue piccole mani dolci sulla mia pelle, la sua boccuccia rosa sulla mia… Un giorno o l’altro dovrò dirglielo che sono una donna…

2010


JOSEPH FRANCIS WALKER, “LA LETTERA D’AMORE”

sabato 26 gennaio 2019

Una vecchia storia da raccontare

Quattordicesimo secolo: c'è grande festa nel castello di Brivio per il matrimonio tra il barone Oldrado e Ermellina. I cuochi hanno predisposto un grande banchetto con pietanze raffinate e fiumi di vino, ma la bella sposa è triste: nel suo cuore c'è posto solo per il poeta Tibaldo, al quale si è promessa con il pegno di una viola del pensiero legata da una ciocca dei suoi biondi capelli. Eppure, la vecchia indovina di Pontida aveva profetizzato a Ermellina e Tibaldo che avrebbero finito i loro giorni teneramente abbracciati...

Il tempo passa lentamente. Un anno dopo Oldrado è costretto ad abbandonare l'infelice sposa per andare a combattere i Visconti a fianco delle truppe guelfe: Ermellina lo saluta fredda e distaccata ed il barone parte per la guerra con il cruccio di quella moglie così distante e apatica. Ermellina è sola e, la notte, sente la voce di Tibaldo che le fa la serenata da una barchetta sull'Adda, che forma un lago sotto le mura del castello. La donna, come Odisseo davanti al canto delle Sirene, stoicamente resiste, ma Oldrado continua a essere lontano, impegnato in sanguinose battaglie tra guelfi e ghibellini: Bernabò Visconti avanza e conquista città su città. Una sera, vinta dalla passione e dal rifiorire della primavera, Ermellina non riesce a resistere al richiamo: spalanca la porticina che dà sul lago e si getta nelle braccia di Tibaldo. Da quel momento per lei c'è solo il poeta, c'è solo quel grande amore: si incontrano tutte le notti e si abbandonano al desiderio; con il passare del tempo abbandonano anche la prudenza.

Così una notte, scesa dalla porticina che dà sul fiume, Ermellina con sorpresa ed orrore invece del morbido e gentile braccio di panno del bel Tibaldo trova ad accompagnarla sulla barchetta il duro ferro dell'armatura di Oldrado: è perduta, terrorizzata, ma la rincuora sapere che almeno il suo amante è in salvo. Ahimé, non è così: sbarcati sull'isoletta in mezzo al lago il cupo marito le mostra il corpo senza vita di Tibaldo; al centro del petto, fiorito in una macchia rossa, svetta il manico dorato di un pugnale. Ermellina si getta piangendo sul corpo esanime del poeta e Oldrado la trafigge con la stessa arma. L'onore del barone è salvo, la vendetta consumata: i due corpi vengono gettati nel lago, ancora abbracciati. La profezia della vecchia indovina di Pontida si è avverata. Quella notte stessa Oldrado scompare, nessuno sa più dove sia finito.

Raccontano che, molto tempo dopo, durante lavori di restauro del castello, sotto una lapide consunta spuntò il corpo di un guerriero: da quello che restava del costato spuntava un pugnale con il manico dorato...



sabato 19 gennaio 2019

L’altro lato


Da qualche tempo Giovanni si è appassionato ad ascoltare le vecchie cassette audio della sua collezione. Lui dice che è un modo di riappropriarsi del passato, di recuperare i ricordi con un gusto di archeologo. Sono tutte cassette che ha acquistato o che si è registrato personalmente da 33 giri portatigli dagli amici o assemblando pezzi passati dalle radio. Coprono un arco di tempo che riveste essenzialmente gli anni Ottanta, quelli della sua adolescenza e della prima gioventù. L’altro giorno ha ascoltato “A kind of magic” dei Queen, ieri “Avalon” dei Roxy Music.

Ora sul piccolo stereo Panasonic gira “La voce del padrone” di Battiato, il suo album preferito, che ha ricomprato in compact disc. È l’unica cassetta che gli ha registrato un amico, il compagno di banco dei giorni del liceo. È una Denon DX-1 da sessanta minuti, l’album ne dura solo trenta. Giovanni sta lavorando alla scrivania mentre passano in sequenza le canzoni: ognuna gli ricorda qualcosa di quella splendida estate del 1982. A quel tempo era innamorato di una ragazza, follemente. Si chiamava Paola e, ad esempio, cantarono a squarciagola “Il sentimiento nuevo” andando a spasso in bicicletta nella sera che profumava di pini e di olea fragrans.
Si erano persi di vista, si erano allontanati, ma lei rimaneva l’amore della sua vita, la ragazza che ascoltava con lui “Segnali di vita” guardando il cielo azzurro e il mare lontano. La amava ancora. E non glielo aveva mai detto, non l’aveva nemmeno mai baciata.

La cassetta finisce e, grazie all’autoreverse, che il suo vecchio stereo degli anni Ottanta non aveva, il nastro passa sul lato B: silenzio.
Ora Giovanni è intento al lavoro che sta compiendo, non presta attenzione a quel vuoto di suoni nella stanza: c’è solo un rumore di auto lontane nella strada, intervallato da un tubare di tortore. A questo punto, se fossimo in un film, la macchina da presa, con effetto drammatico, inquadrerebbe, magari zoomando, il nastro che gira. Sarebbe impossibile qui, perché la cassetta del Panasonic di Giovanni è alloggiata in un compartimento nascosto - comunque il nostro interesse è ora tutto su quel nastro che gira, silenzioso…

Trascorrono circa dieci minuti, poi, all’improvviso, una voce riempie il silenzio e Giovanni, che la riconosce subito, sobbalza sulla sedia e si volta verso le casse dello stereo, come se, oltre alla voce, vi fosse anche quella persona, lì, nella stanza dove sta lavorando.
È la voce di Paola, giunta come per miracolo da un giorno d’estate del 1982. Giovanni pensa che è come una fucilata sparatagli nel petto - in realtà non è che il suo cuore, che ha preso a battere a un ritmo più sostenuto, lo stesso batticuore di allora, quando la vedeva comparire, lo stesso di quella prima volta che la vide avanzare nella strada assolata di mezzogiorno.

Ma è una coltellata quella che gli inferiscono le parole, che privano di significato un quarto di secolo della sua esistenza e lo lasciano come un otre vuoto, afflosciato sulla sedia girevole: nel nastro Paola gli dice, con un discorso preciso, al contempo piena di coraggio e di timidezza, che è innamorata di lui e che non sa come esprimere il proprio sentimento.
È la Paola del 1982, neanche un minuto, inciso sul lato B di una cassetta che Giovanni ha creduto vuoto per venticinque anni. È il suo amore che torna dal passato, come un fantasma.

Giovanni piange. Una lacrima gli raggiunge le labbra, ne sente il sapore amaro e salato nel silenzio della stanza. Non cantano più neanche gli uccelli… Il sapore amaro e salato del rimpianto…

2007


sabato 24 novembre 2018

Non eri mia


Non sei mia. Non lo sarai mai. Non lo sei mai stata. Mi è solo parso per un attimo o un’estate che tu lo fossi. Ma non lo eri: tu eri semmai la scialuppa di salvataggio e io il naufrago alla deriva nell’oceano, aggrappato a te con ogni mia forza. Una nave di passaggio mi ha tratto in salvo e tu sei galleggiata via, per sempre.

Eppure in quei giorni riuscire o fallire erano così simili a vivere e morire e colpi di stiletto mi trafiggevano il cuore. Non eri mia. Non so come abbia potuto crederlo, davvero non lo so: forse ero come un’allodola accecata dallo specchietto e vi stavo precipitando contro, mi stavo sfracellando contro quel tuo amore. Qualche cosa che passava di lì mi ha distratto, mi ha salvato facendomi deviare la picchiata.

Non eri mia, eppure l’apparenza deve avermi ingannato; recitavi Prévert: “Noi ci amiamo noi viviamo, noi viviamo noi ci amiamo e non sappiamo cosa sia la vita cosa sia il giorno e non sappiamo cosa sia l’amore”, ti stringevi a me, lasciavi che le mie mani ti cingessero, ti comprendessero, ti abbracciassero tutta. Non eri mia. Uscivi dal mio abbraccio e scomparivi per giorni interi finché all’improvviso nella posta, tra comunicazioni della banca e dépliant pubblicitari, compariva la tua lettera, bianca, profumata.

Guardavo il francobollo verde, leggevo l’annullo postale per sapere dove ti trovassi, con mano incerta laceravo l’orlo superiore della busta rischiando di ferirmi con il tagliacarte per l’emozione. E leggevo la tua scrittura tondeggiante e inclinata sulla sinistra, lasciavo che il “Carissimo”, i “mio caro”, gli “amore mio” mi colassero in gola fino a strozzarmi, gioivo delle ”entusiasmanti novità”, scorrevo avidamente la lettera fino all’agognata chiusa “Incontriamoci…”

Ma non eri mia. Ci incontravamo dove proponevi tu, come sempre avevamo fatto: anche quando uscivamo nei giorni felici eri tu a guidare le danze, a dire “Andiamo in quel bar” o “Proviamo quel nuovo locale”, eri tu a scegliere le strade, le discoteche, i negozi, come una padrona di casa. E ci incontravamo, ci baciavamo, parlavamo del tempo passato da soli, dei nuovi progetti, delle complicazioni insorte, recitavi Prévert: “Amore mio noi ci amiamo noi viviamo noi viviamo noi ci amiamo e non sappiamo cosa sia la vita e non sappiamo cosa sia l’amore”.

Non eri mia. Dopo qualche tempo scomparivi e io aspettavo che ritornassi, che telefonassi, che scrivessi da chissà quale luogo. E tu ritornavi, telefonavi, scrivevi… Finché un giorno te ne andasti in modo diverso, iroso, sbattendo la porta, nera, e qualcosa dentro di me disse “Non torna, non tornerà più”.

Non eri mia. Non lo sei. Non lo sarai mai. del resto non lo sei mai stata. Mi è parso solo per un attimo o un’estate che tu lo fossi, ma non lo eri. Io però continuo a cercare nella posta una tua lettera con il francobollo verde, un verde più intenso, un verde quasi blu, perché da allora sono cambiate anche le tariffe postali.

1992


Vettriano

JACK VETTRIANO, “PENSANDO A TE”



sabato 17 novembre 2018

Al binario 14


Hanno annunciato il ritardo del treno, la voce metallica uscita dalle conchiglie degli altoparlanti ha sancito che “il Regionale 7027 delle ore 16 e 40 per Lecco, Sondrio e Tirano partirà con quaranta minuta circa di ritardo”. E questo contrattempo sparge altro sale sulle nostre ferite, ci congela in questo nuovo tempo che dovremo passare insieme. Ci siamo incontrati per caso entrando dalle vetrate della stazione di Porta Garibaldi, dove si riflettono i grattacieli del centro direzionale: io quei riflessi guardavo, lei portava a spasso la sua solita distrazione, per poco non ci siamo scontrati. “Ciao, Chiara”, “Ciao, Andrea”. Un po’ freddi, e non perché sia novembre e un vento gelido e tagliente sceso dalle Alpi ha invaso la città. Freddi per un indecifrato e non risolto problema tra noi, per un malessere che ha avvelenato il nostro rapporto, che ha inquinato l’amore e lo ha sospeso. Una settimana già che non ci vedevamo e non ci telefonavamo. Neanche un SMS.

Sediamo sul basso bordo dell’aiuola, nella penombra. Sul tabellone i caratteri luminosi ogni tanto danzano e si cancellano: un treno parte, un altro arriva, un altro ancora accumula ritardo. Ma non riusciamo ad estirpare questo nero che ci divora, a buttare sul tavolo la questione. Non sappiamo se potremo rianimare questo amore, se dovremo sopprimerlo. Non sappiamo neppure se la nostra amicizia potrà sopravvivere, in tal caso. Restiamo inerti in questo languore, nell’indolente noia dei minuti che scorrono. Ne mancano almeno trenta alla partenza del treno, non l’hanno neppure ancora portato al binario. Fa freddo adesso, il gelo che ci portiamo dietro si è alleato con quello dell’atmosfera. Ha cominciato a piovere, il vento taglia come una lama. “Andiamo a prendere un caffè al bar?” Annuisce, la aiuto ad alzarsi.

Il bar è caldo, c’è odore di panini alla piastra. Ci facciamo preparare due caffè e li portiamo a un tavolino. Fuori i viaggiatori arrivano alla stazione o la lasciano per imboccare la linea verde della metropolitana o i corridoi che portano in Corso Como, i taxi bianchi partono in continuazione. Anche la luce è fredda, i neon danno un aspetto asettico a questo locale. Ma il discorso non decolla. Chiara continua a guardarmi di sfuggita, cerca qualcosa nella borsa. Fruga e ne tira fuori la trousse del trucco, si ritocca gli occhi, le labbra. Mi sento afflosciato, come un burattino dopo lo spettacolo. Vorrei gridare: “Allora, questo amore è finito? Dimmelo!”. Qui, in mezzo alla gente, le cameriere con il cappellino, i professionisti con le ventiquattro ore, gli studenti con gli zainetti, i senegalesi seduti in un angolo. Non è nel mio stile. Non voglio umiliare né me né lei. Annunciano che il treno è in arrivo al binario 14. “Andiamo” le dico e le mie parole escono sfiduciate, vuote appunto. Scende già il buio, me ne rendo conto quando sbuchiamo dalla scalinata del sottopassaggio. Spiccano le oasi dei “Self bar” pieni di bibite e di merendine.

Il regionale sta arrivando: i suoi occhi bianchi sbucano dalla pioggia, diventano via via più grandi. Quando si ferma, lasciamo sfogare la folla poi saliamo anche noi, troviamo un posto nella vettura di testa. Non è più il momento, non è il posto. Prendo dalla mia cartella il giornale, Chiara si mette le cuffiette bianche dell’iPod nelle orecchie. Il treno parte, emette un fischio prima di infilare la lunga galleria. Tra di noi solo silenzio, un acuto, appuntito silenzio che ci strazia il cuore come un punteruolo da ghiaccio.

2010


FOTOGRAFIA © STANLEY KUBRICK

sabato 3 novembre 2018

Una notte


Stava scendendo la notte, cupa e rumorosa. Le luci del lungomare si mischiavano ai riflessi argentati delle onde, il libeccio li faceva tremolare sconvolgendo le foglie degli eucalipti. Il mare era agitato, si muoveva come un’anima inquieta gemendo e ululando sotto un cielo tagliato in due da una mezzaluna affilata.

Era già buio nella stanza, ma non ci alzammo ad accendere la luce, a illuminare un abat-jour che spandesse la sua velatura soffusa tutto intorno. Restammo lì nella penombra, seduti vicini sul divano di pelle a confessarci, a tormentarci. Con le dita lei torturava gli anelli, li rigirava con un lavorio continuo. Io portavo le mani al viso o le lasciavo vagare intorno alle ginocchia. I nostri racconti si nutrivano di quel dire e sottacere, ma lentamente avevamo costruito qualcosa giorno dopo giorno, mattone su mattone. Quando mi sembrò di intuire che una nota di pianto fosse nella sua voce, che la incrinasse improvvisa come una crepa che si apre nel ghiaccio, mi resi conto subito di ingannarmi: fu una parola a incendiare l’ombra, a spalancare orizzonti che non avevo calcolato, a invadere i campi dei miei pensieri come un esercito veloce e bene armato. “Noi”. Era un discorso lungo e articolato quello che lei faceva in quel momento, forse mi ero distratto. “Noi”, la mente registrò, si riavvolse un attimo, recuperò dall’udito l’ultima frase. “Ora possiamo considerarci noi”. Un dato di fatto, una cellula, una coppia. Uno più uno.

La mia malinconia agitava già bandiere bianche, cedeva senza combattere, si inteneriva. Noi. Cioè noi due. Mi si gettò al collo, mi baciò. Presi a spogliarla con foga, a sentire la sua pelle sotto le mie dita, ad accarezzare quel corpo che profumava di agrumi. Sentivo il mare incattivito mescolarsi ai nostri respiri accelerati. Sentivo le sue mani sulla schiena, la punta delle unghie. Ero dentro di lei adesso, muovevo rapido sulle sue anche e mi chiedevo se fosse gioia o dolore, se fossi caduto in un inferno o in un nuovo paradiso.


Lovers

FOTOGRAFIA DA TUMBLR


sabato 25 agosto 2018

Al mare, quando piove


La mattina mi svegliai avvolto nel grigiore. Ci volle qualche istante in più per capacitarmi, per ricordarmi che mi trovavo in una camera d’hotel. Nuvoloni minacciosi arrivavano da nord-ovest, presto si sarebbe scatenato il fortunale. Scendendo per la colazione incrociai Claudia. Da qualche giorno avevamo legato: in spiaggia eravamo vicini di ombrellone e in breve avevamo realizzato una larga “casa comune” per i nostri due lettini. Quella mattina però il litorale sarebbe certo rimasto deserto.

Claudia, tra un morso e l’altro del suo croissant, chiese: “Oggi che si fa, con questo tempo?”. Giocare a scala 40? Risolvere parole crociate? Chiudersi in camera a guardare il soffitto? “Io una mezza idea ce l’avrei...”

Prese la sua borsa e partimmo. La temperatura si era notevolmente abbassata ed era piacevole viaggiare. Ci immettemmo sull’A4 e in un’ora fummo a Venezia. Lasciammo l’auto al parcheggio di Fusina, l’unico indicato libero dai semafori sul cavalcavia dell’auto­strada, e in vaporetto raggiungemmo San Marco attraverso il Canale della Giudecca. Claudia era stupita nel vedere le navi ormeggiate, così grandi sopra di noi. Sentivo come un groppo in gola. Non tornavo a Venezia da allora, da quel luglio di tre anni prima che aveva segnato una svolta nella mia vita. Lei se ne accorse, forse c’era anche una lacrima nei miei occhi. “Qualche cosa non va” disse con voce infinitamente dolce. Non era una domanda, ma una constatazione che Claudia faceva con femminile intuito. Fu una liberazione per me raccontare a qualcuno - ed era la prima volta che lo facevo - quella storia che mi aveva lasciato l’amaro nel cuore per molto tempo.

Dissi tutto di Bibiana, delle sue dita da pianista che mi avevano stregato, dei suoi modi gentili, della sua dolcezza. “Sì, ti assomigliava, c’eravamo incontrati in un caffè, la sera facevamo lunghe passeggiate in centro, a vedere i negozi. Fu il classico colpo di fulmine. I giorni con lei passarono in fretta poi ci dovemmo separare: i miei impegni e i suoi esigevano strade diverse. Il giorno dell’addio era un mattino nuvoloso come questo. Non facevo altro che piangere e pensare a lei. Il giorno dopo ero a Venezia per presentare una mia mostra: nascosto dietro un paio di occhiali a specchio, vagavo per le calli in cerca di serenità. Le cupole, i monumenti, il sole, rimarginarono la ferita solo superficialmente. Poteva forse sembrare che io fossi allegro ma dentro morivo in continuazione. Solo il tempo a fatica è riuscito a guarirmi ma ora sento che il male è ancora nel mio cuore e cerco qualcuno che lo possa definitivamente estirpare...” Avevo parlato e mi sentivo molto meglio. “Marco, lei deve aver contato molto per te, vero?” commentò Claudia. La vedevo stranamente indecisa, combattuta, come se fosse preda di un’inquietudine.

Il vaporetto attraccò in Piazza San Marco. Turisti giapponesi fotografa­vano la basilica e il Palazzo Ducale. Vidi una smorfia sul viso di Claudia tramutarsi in un sorriso e cominciò a parlare: “Devo dire che anche tu conti molto per me. Sai, sono partita per sfuggire ai miei problemi. Oh, non è che siano problemi molto gravi. Volevo solo vedere se è questa la mia dimensione, valutare l’amore, il senso della vita. I primi giorni mi chiedevo cosa fossi venuta a fare in quel posto, non sapevo cosa fare, cosa dire... poi ho conosciuto te e sono riuscita a tornare serena. Sì, avevo paura di cadere in un altro amore senza senso, tanto per dire che sei innamorata e invece ho trovato un vero amico”. Mi abbracciava e piangeva lacrime di gioia. “Su, non piangere. Se piangi quando sei felice, cosa farai quando le cose non ti andranno bene?”

Pranzammo in una pizzeria nella Salizzada San Lio e ci incamminammo verso Rialto. Si stringeva a me, io avevo il braccio sulle sue spalle, sembravamo due innamorati. Glielo dissi. La sua risposta fu un bacio da innamorata. Sul ponte di Rialto una ragazza suonava la chitarra seduta sul suo sacco a pelo e un capannello di turisti la stava ad ascoltare. Di tanto in tanto qualcuno andava via, qualcun altro arrivava. Seduti sulla spalletta del ponte ci tenevamo per mano. Era tornato il sole e i vaporetti lasciavano scie d’oro sulla laguna. La ragazza cantava “… e tu che con gli occhi di un altro colore mi dici le stesse parole d'amore fra un mese fra un anno scordate le avrai, amore che vieni da me fuggirai, fra un mese fra un anno scordate le avrai, amore che vieni da me fuggirai…”

* * * * * * *

Cose che capitano al mare quando piove. Io invece mi chiudo in camera a immaginare storie e scrivo racconti…


2010


Green

STEFF GREEN, “HONEYMOON IN VENICE”




sabato 21 luglio 2018

La luna


Ventuno luglio. Sono passati tanti anni ormai da quella notte dei televisori accesi sulla Luna. Il revival ha sempre un sapore dolce e amaro di nostalgia. La televisione manda ancora le immagini di allora nelle case italiane. Io ero davvero molto piccolo, nella mia memoria tutto è avvolto nella nebbia: ricordo solo papà che mi ha svegliato e diceva: “Guarda, l’uomo sulla Luna”. Il giorno dopo avevo la febbre e rimasi davanti alla tivù invece di uscire nel sole a giocare. E tutto il giorno la Luna era lì, con me. Non riuscivo ancora a rendermi conto dell’importanza dell’evento. Mi chiedevo perché non ci fossero i cartoni animati: Braccobaldo, Speedy Gonzales, Bugs Bunny.

Ventuno luglio, tanti anni in più. Il bar si sta svuotando lentamente, la Luna forse ha perso il suo fascino. Nella sera d’estate turisti tedeschi fanno chiasso all’aperto: hanno incolonnato bottiglie vuote di Traminer come se fossero un esercito in marcia verso il bordo del tavolo. Una ragazza alta e bruna saluta e se ne va a cercare fortuna nella sera di mare illuminata dalla luna, bassa e tonda. Chissà com’era quella notte la luna... io non me lo ricordo. Il televisore rinnova ancora la gloria di Armstrong, Aldrin e Collins; la ragazza alta e bruna forse non ci pensa nemmeno, non era neppure nata nel 1969: guarda la luna e sogna l’amore.

Esco anch’io a cercare fortuna: è un risveglio per ritrovarmi fuori dall’aria condizionata del bar a ricordarmi di un sogno che ho fatto ma rimane confuso, ogni sforzo è un’ulteriore conferma della sua inutilità. “Come va?” mi chiedo. Un po’ meglio, grazie. Mi sembra che qualcosa potrò fare o almeno tentare: colgo segni di speranza, solitudini che si uniscono non sono che dolori leniti. Il tempo si mantiene buono. Il tempo è un nostro alleato.

La luna piena si alza, sembra quasi che mi guardi e mi schernisca. Non ci sei tu stasera accanto a me e mi sto perdendo in tutto questo blu che mi circonda. La luna è il vortice in cui mi sento attirare. All’angolo c’è Pino che mi aspetta, dobbiamo fare compere stasera. In centro troviamo il nostro negozio, nascosto tra le luci della città. La commessa ha un abito nero che la fascia tutta, sembra quasi nuda. La immaginiamo già nuda io e il mio amico che stasera divide con me la tua assenza. Già, non lo conosci: Pino è l’opposto di me: parla, parla, parla sempre. Certo, forse è anche per via del suo lavoro: scrive su un giornale. Forse tu lo troveresti simpatico, ma non ti piacerebbe, lo so. Gli parlo della ragazza del bar, della storia della luna, mentre lui si prova una camicia. Mi dice che potrebbe fare per me, anche perché è molto più giovane. “Ma chi vuoi prendere in giro? “gli butto lì tra l’acido e il divertito. Pino paga la camicia e comincia a filosofare: “Il fatto è che ti manca una donna. Ma credimi: non è lei, almeno quella lei, la donna giusta per te. Hai solo bisogno di aspettare: vedrai che prima o poi la troverai”.

Prima o poi. Quel “poi” mi preoccupa un po’. Io vorrei parlargli di te, della donna giusta che mi è sfuggita di mano, delle volte che mi sentivo il cuore scoppiare quando credevo di vederti... Ma temo che Pino possa non capire, possa fraintendere la mia sincerità. Nelle mie mani senza amore stringo forte un bicchiere di birra Schneider, bruna, ha il colore dei tuoi capelli. Pino mi guarda e forse intuisce che sto pensando a te. Il cantante del piano-bar non ha pietà: canta “Tanta voglia di lei” con molto trasporto. La luna piena è salita, ora è un grosso bottone attaccato in mezzo al cielo con Armstrong, Aldrin, Collins e tutto il resto. Forse solo la luna stasera sa quanta voglia ho di te.

Luglio 1989



Moon Landing Wallpapers 3

sabato 14 luglio 2018

L’amore e l’amicizia


La spiaggia era il nostro regno, il luogo dove cementavamo l’amicizia e la spingevamo un po’ più in là, verso la strada che conduce all’amore. Lei amava parlare di questa distinzione: si chiedeva se il rapporto tra un uomo e una donna potesse basarsi solo sull’amicizia o se inevitabilmente dovesse scivolare lungo la china dell’amore. Non avevamo risposte: ci limitavamo a percorrerla quella discesa, a rotolarci piano, giorno dopo giorno di quell’estate dorata e intensa. Un’altra domanda avremmo dovuto però formulare: una volta che una bella amicizia si è trasformata in amore, può, finito l’amore, ritornare amicizia?

Restavamo sotto l’ombrellone a leggere e a risolvere cruciverba, a raccontarci, a ridere: l’amicizia appunto, ma già l’amore penetrava dagli interstizi, lo si poteva arguire da certi sguardi, da un certo sfiorarsi apparentemente casuale dei corpi, dalla dolcezza che mettevamo nel rito di spalmare la crema sulla sua schiena. E facevamo lunghe passeggiate sulla battigia, ci confessavamo segreti che non avevamo detto a nessuno: l’amicizia era già superata, il labile confine era distrutto da certi suoi sorrisi che mi ammaliavano, da certi miei sguardi che la attraevano. L’invasione era in atto, sarebbe bastato poco a completarla: un bacio come un lancio di paracadutisti, come una colonna di carri armati in rapida avanzata.

Accadde una sera nella pineta resa fresca da una mareggiata: un brivido la scosse e la tirai a me per riscaldarla. Le nostre bocche erano vicine, le labbra si unirono come calamite di polo opposto. Il tempo sembrò fermarsi: la luna ferma nel cielo rendeva immobile ogni cosa, solo il rumore cattivo del mare si sentiva lontano, monotono, uniforme nel suo sciabordare. Restammo a lungo abbracciati, ormai la città era caduta, l’assedio terminato.

E l’amore fu, amore intenso e vivace che nasceva dalla precedente frequentazione come amici e poggiava su quelle basi, si innalzava su quelle fondamenta che ritenevamo essere granito, basalto, marmo indeformabile e indistruttibile. Ahimè, erano pinnacoli di sabbia, come quelli dei castelli che i ragazzini costruivano in spiaggia. Sabbia friabile, instabile, pronta a lasciarsi erodere dal vento, a farsi trascinare via dalle onde. Il tempo passò, l’autunno e l’inverno subentrarono all’estate e tutto crollò. E lì la domanda che non ci eravamo posti emerse in tutta la sua drammaticità: l’amicizia sopravvive all’amore? Io dissi di sì, ma l’amore forse era ancora in me. Lei disse di no, e dentro certamente le prevaleva il rancore, la rabbia dolorosa che le donne deluse sono in grado di innalzare a punizione. Giungemmo a un compromesso: non dimenticare tutto ciò che di bello c’era stato nella nostra amicizia. E quello alla fine sopravvisse: il ricordo di istanti felici.


2010






sabato 30 giugno 2018

Un ragazzo, una ragazza


L'intraprendenza con cui aveva abbordato la ragazza stupì in primo luogo lui stesso: non se ne sarebbe creduto capace. Invece, abbandonato ogni timore, messa da parte ogni remora, si era buttato a capofitto in quell’impresa che poco tempo prima aveva giudicato disperata.

Ora erano seduti su una panchina nell’esigua veranda che si affacciava sulla strada, dove un viavai di gente diretta verso il lido era pressoché continuo. Il ragazzo sedeva composto, intimorito quasi dal fascino che sprigionava dalla ragazza come un’essenza che stordisce tutto il corpo, non solo le narici. La ragazza reggeva tra le mani un libro di narrativa italiana del Novecento, che aveva chiuso infilandovi un segnalibro in pelle cremisi per conversare con il giovane che - in modo timido e impacciato, secondo lei - le aveva rivolto la parola. Fu proprio quella goffa timidezza che l’aveva incuriosita; fu solo per quello che l’aveva invitato a sedersi, o almeno così in un primo momento le era sembrato. Ora che il ragazzo aveva cominciato a parlare di sé e di cose che, pur sembrando di poco conto, avevano una certa profondità, però la ragazza si sentiva attratta da lui, dal suo modo di parlare, come se il ragazzo - o la sua mente - emanassero un fluido. Ne percepiva tutto l’intimo tormento, con l’immensa dote del suo intuito femminile, riusciva a capirlo, a comprenderne le ragioni e le sofferenze e si sentì come investita da una missione: consolarlo, guarirlo, salvarlo. Ma da cosa ancora non sapeva: sapeva solo di dovergli stare vicino, di parlargli, di raccontarsi sinceramente come lui ora si stava raccontando, senza pudori.

Il sole era velato da una cappa plumbea d’afa ma lì all’ombra dei pini soffiava una brezza leggera. La ragazza si era ripromessa di fare compere quel pomeriggio, di girare nei negozi. Aveva adocchiato una maglietta turchese e un bikini coloratissimo sotto i portici del centro. Si disse che era più importante restare a sentire quel ragazzo.

Fu lei a invitarlo per la sera, intuendo che forse lui non ci sarebbe riuscito: propose al ragazzo di recarsi al cinema all’aperto, dove c’era in programma un film americano. Il ragazzo avrebbe voluto dissimulare la gioia che provava per quell’invito, per quel poter restare ancora con la ra­gazza, ma non vi riuscì e lei lo comprese benissimo.

Il cinema K. era nei pressi della chiesa, all’altra estremità della cittadina, dove si aprivano il vasto parco pubblico e, oltre i villini di più recente costruzione, la campagna. I due ragazzi avevano appuntamento per le otto e mezza davanti al giardino dove si erano incontrati: lui arrivò in anticipo e si guardava attorno ansiosamente quando lei, con un leggero ritardo, arrivò. Vestita di rosso, la sua bellezza fiammeggiava - pensò il ragazzo - sfolgorava come un tramonto d’estate. Guardò il cielo a Occidente e non poté fare a meno di paragonare la bellezza del cielo a quella di lei. Non se n’era ancora reso conto, ma quello che provava non era altro che amore.

Attraversarono i negozi del centro dove le luci si accendevano con i loro aloni crepuscolari e giunsero al cinema: si sistemarono sulle poltrone di ferro verniciate di blu e attesero in silenzio l’inizio della proiezione. Una luna piena e burrosa si stava levando oltre il telone, i lampioni si spensero e iniziò il film. Era la storia di un omicidio e di un processo in cui l’accusato era un innocente.

I ragazzi stavano pensando a cosa dire, a cosa avrebbero fatto una volta usciti dal cinema. Lui si chiedeva se metterle un braccio attorno alle spalle avesse rovinato tutto, esitò a lungo, poi si decise a compiere il gesto. La ragazza si strinse a lui.

Finito il film, uscirono nelle strade ancora affollate di gente, mentre i negozi chiudevano. La sera era diventata fresca e piacevole, perché una leggera brezza soffiava dal mare. Senza quasi accorgersene i due ragazzi si erano ritrovati mano nella mano nell’ampio piazzale davanti alla spiaggia. Gli ombrelloni chiusi e incappucciati erano in fila come soldatini di piombo, i riflessi argentei della luna coloravano le onde. Al largo tremolavano due luci, forse una chiatta o un peschereccio, più in là le luci della costa formavano una col­lana luminosa. Grilli cantavano nella pineta, da dove giungeva un balsamico odore di resina. Il ragazzo confessò che scriveva poesie ed era la prima per­sona a cui lo diceva. Ora lo sapeva che era amore: proprio da questo rivelarsi lo aveva capito, da questo desiderio di non avere segreti per la ragazza. Lei lo guardò in silenzio, poi disse che avrebbe tanto voluto leggerle. Poteva quasi toccare l’anima del ragazzo. Avvicinò le labbra a quelle di lui e si baciarono.


1994

sabato 9 giugno 2018

La felicità della malinconia


Il cielo era ammantato di stelle, "crivellato" come diceva una canzone, lontano una campana suonava le dieci. Anna si riscosse dai suoi pensieri a quei rintocchi quasi festosi in contrasto con il silenzio della notte. Il contatto della lana sulla pelle le dava una strana sensazione, non un prurito né un fastidio, piuttosto un tenero, caldo abbraccio.

Guardò Giovanni: distese le gambe in tutta la loro lunghezza, il ragazzo osservava la gente che rincasava nella strada. "Diamine Giovanni, abbiamo diciott'anni! Ma cosa ci facciamo seduti in questo bar come due vecchietti? Andiamo a divertirci" pensò senza riuscire a rivolgersi all'amico. Fu invece Giovanni subito dopo a dire: "Anna, ti va di andare a vedere il mare?". Lei assentì e Giovanni, imbaldanzito dalla sua risposta affermativa, disse quello che la ragazza avrebbe voluto dire qualche attimo prima: "Mi sembra di essere un pensionato a restare qui tutta la sera".

Un chiarore lontano faceva presagire la presenza della luna che nasceva dal mare, piena e grossa. I due ragazzi si incamminarono sul nastro d'asfalto che attraversava la pineta; sotto i loro piedi potevano sentire gli aghi dei pini che formavano un rado tappeto dopo la mareggiata della notte precedente. "Giovanni, perché non ti trovi una ragazza, qualcuno che possa alleviare la tua solitudine? Insomma, voglio dire: hai diciotto anni..." riuscì a dire Anna guardando negli occhi l'amico. Giovanni rimase silenzioso solo un attimo, che egli però giudicò troppo lungo, poi rispose: "Non so, forse aspetto che sia l'amore a venire da me, sai, il classico colpo di fulmine. O forse è proprio questa condizione che mi piace: la solitudine, la malinconia..."

Già, la felicità della malinconia, pensò Anna e provò un brivido, forse un'invidia inconfessata per il coraggio con cui Giovanni metteva in pratica la sua filosofia. Lei invece aveva incontrato Luca, stavano insieme da due anni ormai; tutto sembrava bellissimo nei primi tempi ma poi un vago malessere aveva intriso la loro storia, che si trascinava ormai solo per inerzia, solo perché nessuno dei due voleva ammetterne il fallimento.

"A diciott'anni non si è maturi" disse Anna "si fanno tante cose per istinto o per emulazione e tante volte si sbaglia e si sbatte il muso contro un muro". Confidandosi erano giunti alla spiaggia. Ora potevano vedere la luna, anzi due lune e quella riflessa nel mare era ancora più bella di quella vera. Due lune grosse e luminose, due perle arabe di rara bellezza. Di tanto in tanto un'onda scompigliava la luna riflessa, che in breve si riformava tonda e perfetta.

In quel momento Anna sentì che con Luca era tutto finito: non l'aveva mai portata a vedere la luna e quello spettacolo meraviglioso l'aveva riempita d'amore, tanto amore inespresso che aveva tenuto dentro e che ora spingeva per uscire. "Baciami, Giovanni" sussurrò in un filo di voce. Un po' perplesso il ragazzo obiettò "E Luca?". "Con Luca è tutto finito: per lui conta di più la pallacanestro, io sono solo un diversivo. E poi non c'è un filo di romanticismo in tutti quei muscoli".

Giovanni esitava. Fu Anna ad appoggiare le sue labbra su quelle di lui. Giovanni la strinse a sé, sentì la durezza dei seni acerbi, ripensò a quanto gli aveva detto prima Anna: "A diciott'anni non si è maturi: si fanno tante cose per istinto". La luna si stava alzando piano piano. Giovanni si sedette per terra e Anna gli posò la testa sul petto: accarezzandole i capelli pensò alla malinconia.


1990


EDVARD MUNCH, “SOMMERNACHT AM STRAND”

sabato 19 maggio 2018

Il filo


La luce gialla di un lampione tinge il lungomare. Un vento caldo soffia da Levante e sembra condurre fino a qui quella mezza luna che galleggia nel cielo come un palloncino sgonfio. Sa di sale e sabbia quel vento, sa della notte che scende e che ci ritrova seduti al bordo della piazza, dove l’ultimo caffè fissa i suoi confini e ruba metri alla spiaggia. Non ombrelloni, ma un verde pergolato ci difende dal buio, o ci nega la vista delle stelle. Pendono come lanterne le lampadine, le candele alla citronella fumano tra i tavoli.

Chi ci vedesse da fuori, chi gettasse uno sguardo distratto oltre la siepe che ci separa dalla strada vedrebbe una coppia felice seduta davanti a due frappè: noterebbe di sfuggita il liquido chiaro nei bicchieri appannati, la cannuccia a righe, l’ombrellino di carta sapientemente appoggiato sul bordo. E invece siamo due anime in pena sorprese nel momento in cui cercano il filo che li lega, quel filo che si è smarrito tra presente e passato, che si è allentato o meglio ancora si è spezzato quando la lontananza l’ha teso un po’ di più.

Così a noi che siamo dentro il bar, che sediamo a quel tavolino e siamo gli interpreti di questo film che è l’amore, che è la vita, alla fine ci manifestiamo come siamo davvero: due che si sono conosciuti, che si sono amati, che si sono allontanati e ora non sono che due estranei. Quel filo lo abbiamo ritrovato questa notte: i due capi erano ormai incompatibili, erano al pari di una spina e di una presa che non possono funzionare, e, come avvocati ad un processo, abbiamo preso atto.

Grandi cirri avanzano dal mare, oscurano la luna, e anche su di noi sembra calato il buio: restiamo muti, senza più dire una parola. I frappè sono finiti, il cameriere ha portato via i bicchieri, ho pagato il conto. Siamo perduti.

Il taxi che si accosta e poi ti porta via nella notte mi trova ormai quasi felice. Il mio saluto rimane nell’aria come un bianco fiore di magnolia. Abbasso la mano, la infilo in tasca e mi incammino nella direzione opposta. Il vento continua a soffiare forte sulle palme.


Caffè

ROBIN CHEERS, “SIDEWALK CAFÉ”


sabato 30 dicembre 2017

Il gioco era quello


Nel gioco io mi chiamavo Guy, lei Karla. Le ore passavano lente come i tram che sentivamo sferragliare nella piazza. Ci pareva di essere personaggi di un romanzo di Kundera, persi in un teorema psicologico, avversati dagli avvenimenti. Fuori poteva anche essere Praga e i carri armati sovietici pronti a sparare sulla folla della rivoluzione. Oppure la vivacità di Parigi, il bianco e nero delle fotografie di Doisneau, di Cartier-Bresson, di Ronis. Bambini con la baguette sotto il braccio, innamorati allacciati sui ponti della Senna, mercatini sui boulevards. O ancora la banale tranquillità della Svizzera, bandiere quadrate e laghi che riflettono un cielo di cobalto.

Sedevamo lì con le nostre facce stropicciate, la luce esterna colava nella stanza come un fluido grigio. Probabilmente tra poco sarebbe scesa la pioggia, se ne avvertiva l’odore di umido e foglie. Ogni tanto dicevamo qualcosa – il gioco era quello – e le parole si disperdevano rimbalzando sui muri, o forse attraversavano le pareti e si scioglievano liquide nell’aria, svanendo per la tromba delle scale, per il balcone dove i pini nani e i vasi di erbe aromatiche contendevano al cielo il poco ossigeno cittadino. Di tanto in tanto ci guardavamo negli occhi – il gioco era quello – con innocenza, con indecenza. Le pupille che si sfioravano erano magneti dello stesso polo, subito si allontanavano per ricercare altrove un punto di vista: il grande dipinto con un vaso di fiori dal quale traboccavano rose e i petali si disperdevano su una tovaglia di stoffa indiana, il soprammobile di ferro battuto che raffigurava un airone, le poltrone di stoffa cremisi, il vaso di cristallo dove smorivano sette tulipani gialli e i riflessi nell’acqua disegnavano piccole iridescenti stelle.

Io, “Guy”, riuscii a dire: «Karla, sei come un rapace notturno che mi impedisce di dormire, sei il grido della nottola che mi sveglia e infrange i miei sogni». Lei, “Karla”, rimase sorpresa, arricciò le labbra prima di rispondere che lo sapeva, che questa è la condizione della vita e che se mi sembrava crudele, ebbene avrei dovuto farmene una ragione. La sua voce era un’armonia anche mentre diceva – il gioco era quello – parole spiacevoli. Il passo successivo era una porta chiusa, un volo di colombi spaventati da una presenza. Ma ancora restavamo lì nella stanza calda. Il mio cappotto, quello di Guy, rimaneva posato sullo schienale di una sedia, ripiegato come una tovaglia da usare di lì a poco. Le mani di Karla sbriciolavano un biscotto rimasto sul piattino, indugiavano come la padrona di casa, si crogiolavano nel tormento di un addio. «Adesso è ora che tu vada» disse dopo un tempo che sembrò interminabile. Il suo viso tradiva l’emozione, una lacrima nasceva sull’orlo della palpebra. Pietà, bontà, dispiacere, rimorso. Chissà che cos’era…

Il cappotto si spiegò come le ali di un corvo, fu sulle spalle. Milano ingrigiva come la Parigi di Doisneau, la pioggia ora scendeva copiosa sugli ombrelli, sulla spalletta del Naviglio. Guy si incamminò con le mani in tasca e il bavero rialzato. Vincitore o vinto? Felice o infelice?


2009


Kertész

ANDRE KERTÉSZ, “CHEZ MONDRIAN”, PARIS, 1926




sabato 9 dicembre 2017

All’imbrunire


Come un'apparizione lei si mostrò sorridente nel suo vestito rosso, più intimidita da me di quanto io non lo fossi da lei. E osai, l'abbracciai cingendole la vita. La sua bellezza era in balia di me, indifesa. In un sussurro sospirò e chiese silenzio, si mise attenta ad ascoltare fuori e si divincolò dall'abbraccio, l'ardore e la furia in noi lentamente scemarono. Eppure tutto era così naturale fino a che il suo braccio sinistro non lasciò il mio braccio destro.

Sul suo volto nel silenzio spuntò un rossore come un nuovo sole a colorare l'alba: fuori non c'era nessuno, solo la sua timidezza. E con un balzo allora lei decisa la superò sapendosi così, con la volontà l'umana debolezza saltò a piè pari con un atto di coraggio. Tornò tra le mie braccia mormorando una frase di scusa e sentivo il suo corpo vivere nel cesto del mio petto, pulsare nel suo seno, prendere vita dalle narici e dalla bocca vivere.

Alla finestra silenziosa, dove prima quel rumore o quell'allucinazione in qualche luogo avvenne o si mostrò, imbruniva; la sera sopra i monti colava come vernice male amalgamata nei colori; nella stanza in compenso la luce naturale sempre più calava ma lei non volle accendere la luce artificiale, neppure un’abat-jour o una candela.

Così non si vedeva quasi nulla più se non una concessione di un quarto di luna quando lei tolse l'abito rosso e scoprì le gambe mentre tentavo di abituare gli occhi al buio come un gatto o qualsiasi rapace notturno, per distinguere in lei almeno il volto. Ogni suo gesto risaltava così dal movimento e nell'intuito si moltiplicava, di lei sapevo quel che ricordavo.


1994


Abbraccio


sabato 24 giugno 2017

Il superstite lupo di mare

Il sole è un ombrellino rosso ormai ad Occidente, laggiù oltre le case, dove lambisce i monti rarefatti dalla calura del giorno d’estate. La gente è rincasata, sento rumore di stoviglie dall’altro lato della strada, bambini giocano in un cortile. Ci si riposa dal viavai della giornata, si cerca il sollievo di quel refolo di vento che infila le finestre.

In questo crepuscolo, in virtù di un anniversario che un tempo era importante e ora che un’altra compagna condivide i miei giorni è assolutamente vano e insignificante, come il Gozzano del Convito “m’è dolce cosa convitar le poche donne che mi sorrisero in cammino”. In realtà adesso è una soltanto la donna che rievoco, P***. Davanti a questo carnato del cielo, seduto con il mento sulle mani, ripercorro tutti i nostri incontri dal primo casuale all’ultimo cercato e dentro i flutti della memoria naufrago. Eccola lì, come in un dipinto di Vettriano, altera e sicura, dirigere l’orchestra delle emozioni e delle cose – era apparsa come una Madonna nel mezzo della strada assolata dopo un repentino temporale, forse era il vestito azzurro a dare quella sensazione, forse l’amore come la bellezza è già insito negli occhi di chi guarda.

Eccola lì turbarsi delle mie incertezze, rendere burrascoso il mare e la mia barchetta in esso a navigare. E ancora quella sera gialla di gelosia e tradimento, bella, bellissima con lui alla rotonda sul mare, allacciati danzavano frantumando i miei specchi – vagai per ore senza riuscire a stemperare la tristezza. Eccola ancora l’ultima volta, sempre elegante ma con un accenno di amaro che non le stava bene – era mutato il panorama, un interno cittadino aveva preso il posto dell’appartamento in una località di mare, era mutata lei due anni dopo quella sera, ero mutato io, rinsecchito il cuore come un coriaceo lupo di mare…

Il sole ormai è caduto all’orizzonte, resta un ultimo bagliore, come il residuo di quell’amore lontano . Molto tempo è trascorso adesso. Naufragare non fa più male ai vecchi marinai...


Jaume Laporta (19)

DIPINTO DI JAUME LAPORTA


sabato 4 marzo 2017

Un mare quieto

 

Seduto sulla postazione rialzata del bagnino, Giovanni continuava a guardare il mare: una distesa di piccole onde che, portate dal leggero grecale, accarezzavano la spiaggia. In realtà, lo sguardo di Giovanni era fisso sul mare, come se i suoi occhi in quel momento fossero un impiccio per i suoi pensieri, che invece vagavano con un ritmo simile a quello delle onde. Il punto era quell’amore che aveva finalmente trovato – o che aveva trovato lui, si diceva spesso meravigliato: non si capacitava, non corrispondeva a quell’idea di amore che si era fatto in tanti anni, non credeva fosse possibile innamorarsi così. Eppure, in quel rapporto spensierato e spontaneo, si muoveva a suo agio, sentiva di incastrarsi perfettamente con Anna: riflettendo, pensò alle tessere di un puzzle o a certi intarsi in legno che diventano praticamente inseparabili.

Quella semplicità, quella giocosa complicità non l’aveva provata neppure con il primo amore, troppo elucubrato, troppo cerebrale forse, intento a interpretare la novità, a cogliere i segnali di quello che poteva sembrare un sogno – in effetti era come un’avventura, aveva significato per lui conoscere anche se stesso oltre che i meccanismi dell’amore, un po’ come fanno gli esploratori o i viaggiatori che si spostano in una città sconosciuta dove si parla una lingua che non si padroneggia. L’incomprensione e l’inesperienza portarono a troncare quel rapporto che lo ferì forse oltremodo. Non trovò strano arrivare poi disilluso, prevenuto, a qualche successivo tentativo: non riusciva a valutare il sentimento, non era in grado di dargli un nome più preciso, più definito. In breve, non era più riuscito a innamorarsi compiutamente, a lasciarsi andare.

Si stava rassegnando ormai, quando si era imbattuto in Anna, in quella che lui aveva definito “donna dall’esuberante timidezza” ben sapendo che lei avrebbe risposto che “la aveva fotografata esattamente”. Quell’empatia toglieva ogni velo, era il segreto della tranquillità che provavano entrambi, uno stato di serenità che li faceva stare bene.

“Il nostro amore” si disse rialzandosi e spolverandosi con le mani la sabbia dai blue-jeans, “è un mare quieto”.

 

sabato 1 ottobre 2016

Come l’estate

 

«Senz’addii mi hai lasciato e senza pianti». Leggo Saba e mi travolge il ricordo, mi assale come una banda la diligenza nei film western: «Io so un amore che ha durato un mese e vero amore fu». Certo che fu vero amore e ripenso a te e a quei giorni passati che volavano svelti come falchi. Fu vero amore, per quanto breve sia stato, per quanto lontano sia nello spazio e nel tempo. E tu sei immutata nella mia memoria, come allora signora del ricordo, padrona della mente. Il cruccio di quei giorni era fermare il tempo: il nostro sogno ricorrente era quello di infilare un enorme chiodo tra le lancette. Sembrava inimmaginabile: eppure, vedi, ci siamo riusciti alla fine, pagando il prezzo della solitudine. Ora è tra le maglie del tempo che ti cerco. È tra le sue maglie che tento di passare. In qualche parte, in qualche luogo deve esserci uno squarcio, un qualche passaggio per ritornare a quell’estate. Devo tornare indietro, evitare tutti gli errori che ho commesso, devo ritornare per non perdere te. La nostalgia come fumo mi soffoca, ma voglio respirarla fino in fondo.

Ipermnestra, una delle cinquanta Danaidi, fu l’unica a non obbedire al padre che ordinò loro di assassinare i mariti. Come lei, forse tu avesti l’ordine di uccidere il nostro amore però non trovasti il coraggio e lo lasciasti in vita limitandoti a restare lontana. Sarebbe stato di certo meglio che come le quarantanove sorelle tu non avessi guardato in faccia la pietà: avresti soppresso anche il mio rimpianto, oltre a quell’amore. Adesso il ricordo si fa rimpianto e vado divinando il tuo oggi senza me ora che non contano più i perché ma solo che in qualche modo tutto sia stato e che in qualche luogo tu porti ancora il mio ricordo chiuso nel cuore come quando dicevo che non è importante essere insieme perché un amore vive in quanto il suo seme cresce e germoglia anche per chi è lontano. Allora sorridevi mostrando i denti bianchi: era un sorriso così bello e dolce. Ne ero talmente innamorato che mi mettevo da­vanti ad uno specchio e provavo a ricrearlo io stesso.

Eri bella come l’estate. Come l’estate, del resto, svanisti.

 

1996

 

Hicks

RON HICKS, “CAFE KISS”