Visualizzazione post con etichetta viaggio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta viaggio. Mostra tutti i post

sabato 7 settembre 2019

Le grotte sono chiuse

 

Fuori il lago si versa azzurro come un mare di Sardegna nel catino limitato dalla penisola di Sirmione. Appena oltre le vecchie mura uomini e donne sdraiati sulla spiaggetta sassosa, alcuni sono nell’acqua chiara del lago, lasciano che le onde gli passino addosso. È domenica e barche e motoscafi bianchi galleggiano al largo, sullo sfondo la sponda veronese con Peschiera e Lazise. Le vie del centro invece pullulano di turisti tedeschi e olandesi, austriaci e francesi, spagnoli e inglesi; ci sono anche i nuovi ricchi russi. E poi i pensionati delle più svariate congregazioni: dopolavoro, cooperative, pro loco, sindacati: sono scesi dal battello e attendono tra gelaterie, bar e negozi di souvenir che venga l’ora di risalire sul traghetto per Desenzano, Salò, Bardolino o Riva. Li si riconosce dal cappellino.

Ne approfitto per rendere omaggio a uno dei miei maestri, Catullo. Quasi certamente le rovine sulla punta della penisola, in posizione davvero invidiabile, non sono la sua villa, se anche risalgono al periodo romano. Percorro tutta la cittadina, dal mio hotel presso il Castello Scaligero alle Terme e da lì sulla strada tra gli oliveti che sale appena affiancando una veduta mozzafiato del lago, sullo sfondo il Monte Baldo e una quinta di altre basse montagne. Ogni tanto passa il trenino elettrico su gomma che trasporta una dozzina di persone. Ma, ahimè, ho fatto i conti senza l’oste: le Grotte di Catullo sono inspiegabilmente chiuse, i cancelli impediscono il varco e i quattro euro per il biglietto restano in tasca. Con me qualche coppia di turisti stranieri, una professoressa di latino e greco napoletana, una agguerrita signora della provincia veronese che interpella la custode. “Oggi restiamo chiusi per disposizione ministeriale” chiosa lei, una donna bionda sui trentacinque anni ma non riesce a dare una spiegazione plausibile. Il cartello indica chiaramente che la domenica le Grotte sono aperte dalle 9.30 alle 18. Però si lamenta che deve comunque rimanere lì con due colleghi invece di andare a sguazzare nel Garda dove esce lo scarico solforoso delle terme. La professoressa si altera un po’, tira in ballo il ministro, la signora veronese le dice che non vale la pena. Ma mi fa male quando, deluso, vengo via e sento il commento dei tedeschi: “Italien...” Per fortuna dal piazzale si gode una vista meravigliosa sull’altra metà del Garda, decine di natanti galleggiano sotto il sole del pomeriggio. Lame di luce scintillano, si riverberano sugli oleandri.

Torno in città gustandomi la dolcezza del giorno di fine agosto, l’aria buona del lago che fa fiorire le buganvillee e i limoni, che accarezza con mano leggera. Dove partono i battelli della Navigarda c’è la statua di Catullo: dopo tanti anni il suo busto è diventato verde. Eccoci qui, Gaio Valerio: odio e amo anch’io, non Lesbia come te, non la mia ragazza che ha preferito stendersi al sole nella spiaggetta davanti all’hotel. Odio e amo questo splendido paese che si chiama Italia.


DSC_6886

FOTOGRAFIA © DANIELE RIVA

sabato 2 febbraio 2019

Il treno dal nome gentile


Il treno che mi conduce lontano ha nome gentile e sedili comodi, il vagone è arredato nei toni del verde e del blu. Sono seduto comodo al caldo e guardo scorrere il panorama dietro il finestrino: le valli, i fiumi, i paesi e le stazioni che si avvicendano hanno come un’impronta di te quasi che il tuo volto sia stato inciso sul vetro.
È da quel pomeriggio di tempesta, quando l’acqua salata sferzava il mio viso e le lacrime si confondevano con gli spruzzi delle ondate, che la tua immagine mi si è impressa sulla retina, tatuaggio indelebile. Sembra strano che in certe situazioni l’amore possa nascere, che possa sbocciare come un fiore nell’arido cemento.
Quanto vorrei riconoscere adesso la tua andatura lungo il corridoio, avvolta in un morbido cappotto scuro, o fuori, in qualche piccola stazione dal nome sconosciuto con stenti fiori nelle aiuole invernali coperte dalla neve: tirerei l’allarme, scenderei al volo.
Ma il treno dal nome gentile corre nel vuoto dell’ultimo pomeriggio, corre nella nebbia che annienta ogni cosa e tu sei un’ombra stampata dentro gli occhi che stancamente si chiudono al buio.

2002


EDWARD HOPPER, “COMPARTMENT C, VOITURE 193”


sabato 8 settembre 2018

Osteria “Il Bocconcino”


Nel taschino della camicia c’è qualcosa che mi da fastidio: lo tolgo, un pezzettino di carta deteriorato dal lavaggio. Riesco a ricostruirlo, a leggerne la scritta, per quando sbiadita e gualcita: “Osteria Il Bocconcino”. E i ricordi iniziano a sgorgare come acqua da una fonte di montagna. Roma. Un caldo lunedì di maggio, la camicia a maniche lunghe proteggeva la mia pelle sensibile scottata dalla permanenza al sole il giorno prima sulla spiaggia di Latina. Fuori, a duecento metri, il Colosseo…

Un localino raccolto con tavoli all’aperto oltre i vasi con i pitosfori. Una tipica osteria romana, con le tovaglie a quadri e luci soffuse. Fuori, oltre la porta aperta, la gente che passava per Via Ostilia nel chiarore della primavera romana. Nella tranquillità del ristorante il primo pomeriggio passava languido e indolente con il trascorrere delle portate: l’antipasto di salumi, corallina, bruschette di coratella, poi i tagliolini con verdure e pecorino, l’arista con prugne, l’agnello con scarola e uvetta. La ragazza dietro il banco portava la sua eleganza di gazzella qua e là per la sala.

Dopo il caffè, il sole caldo della Capitale, la luce viva e abbagliante che accompagnava il traffico nella strada che corre intorno al Colosseo. Passeggiare lentamente per Via Capo d’Africa e poi per Via dei Santissimi Quattro verso San Giovanni in Laterano fu un’impagabile emozione. Come se nell’aria risuonassero “I pini di Roma” di Respighi… Le pietre stesse parlavano della grandezza della città, raccontavano aneddoti di condottieri antichi e di gente qualunque, il vetturino, il tassinaro, Commodo e Nerone.

Quel bigliettino da visita lacero e consunto è stato la chiave che ha aperto un mondo di ricordi…


sabato 26 maggio 2018

Hautes-Alpes


    Di buon mattino passammo con l'auto la dogana del Monginevro dopo aver cambiato in franchi i nostri pochi spiccioli e maledetto il traffico che intasava la statale nella valle della Dora Riparia. La strada subito cambiò d'aspetto: sembrava più linda e ordinata a noi che eravamo abituati allo sbando e alla rovina che caratterizzano le strade italiane; quelle righe gialle dipinte di fresco ci facevano meraviglia. Ben presto dei segnali stradali arrugginiti crivellati di proiettili ed enormi buche nell'asfalto ristabilirono la giustizia e il nostro giudizio divenne più ragionato e meno autolesionista.

    Lunghi tornanti scendevano tra i boschi di larici verso la valle della Durance; traversata Briançon, ci trovammo in una strada che costeggiava il fiume, argenteo e irrequieto, e la ferrovia. Mi prese una gran voglia di viaggi in treno attraverso campagne sconosciute, il sogno di lasciare i frutteti del Veneto, le montagne che cullano l'Adige nel loro grembo, gli sterminati campi di mele del Sudtirolo, e salire verso il Mare del Nord, traghettare in Svezia, abbandonarmi a osservare i ghiacci dove nessun treno più va oltre. Oppure scendere nell'Est europeo sulle piste dell'Orient Express, in una magia che porta a Sofia e a Istanbul...

    Le canoe zigzagavano tra i massi, oltre il fiume muovevano le loro chiome al vento campi di grano e di lavanda. Attraverso una stretta gola che ricorda la Val d'Ega tra Bolzano e Nova Levante, salimmo seguendo un camion di sabbia che sbuffava e procedeva lento come un elefante di Annibale. Nostro compagno era sempre il fiume che rumoreggiava sulla destra, rilucendo.

    Ci fermammo a pranzare in un villaggio che si animava del mercato con i paesani che acquistavano formaggi, salami e miele. Qui il fiume incanalato intersecava due viuzze formando due ponti: lì tra una charcuterie e una boulangerie l'insegna "Restaurant".

    Dopo pranzo, nel deserto del villaggio ancora a tavola, ci attirò l'idea di oziare ai tavolini all'aperto di un café. Conoscemmo così Nathalie, la cameriera che ci portò i cognac e che ci disse che studiava italiano. Si sedette con noi e cominciò a raccontare un po' nella nostra lingua un po' nella sua: ci disse che abitava sola, ora che il marito era fuggito in Alsazia con un'altra, una ballerina da quadro di Degas, ma che in fondo si trovava meglio così, senza dover sempre rendere conto a qualcuno. "Sì, sono libera, comment on-dit? ... emancipata, j'amerai venire a lavorare in Italia, a Firenze o a Roma, ma il mio sogno c'est Venise... Qui di turismo ce n'è poco e poi è tutta gente di montagna".

    Prima di lasciarci andare Nathalie volle regalarci due bottiglie di vino di quelle parti, un vino color dell'ambra. In una cartoleria dove eravamo in cerca di souvenirs - un domino di legno, corni intarsiati, coltellini Opinel - il proprietario ci mise in guardia sull'aroma di quel vino: "Ce n'est pas champagne ni Chianti! Le vin d'ici c'est mauvais". L'uomo parlava solo francese e molto velocemente, ci costava fatica seguire le sue parole. Filosofò un po' sulle donne e sul tempo, che da anni non portava neve se non a stagione finita. A una nostra richiesta ci spiegò la strada migliore per tornare in Italia.

    Tra curve e controcurve la statale si inerpicava verso il Colle dell'Agnello, nel Parco del Queyras, dove le mucche pascolavano beate. Un vento gelido ci accolse alla frontiera: nessuna dogana, nessun controllo. Solo più in basso un finanziere seduto fuori da un capanno di lamiera con il tricolore italiano ci fece segno di passare senza nemmeno guardarci. Eravamo davvero tornati in Italia.

25 ottobre 1990


FOTOGRAFIA © MICHEL LALOS

sabato 28 aprile 2018

Notte di Sicilia


Sul lungomare soffia forte il vento: uno scirocco che viene dal buio e dall'Africa e gonfia le onde nella notte. Resto lì a osservarne le creste bianche apparire nella luce dei fanali di questa piazza circondata da altissime palme che agitano i grandi ventagli delle foglie con un suono di xilofono. Respiro l'odore della notte, che sa di sale e di alghe, come gli spruzzi che di tanto in tanto mi arrivano sul volto, sulle labbra. Mi stringo ancora più forte nella mia giacca blu, rialzo il bavero e resto come ipnotizzato a scrutare lontano, la luce del faro che ondeggia, una grossa nave ferma nel porto.

Sono partito all'alba per giungere qui. Ho preso il pullman per raggiungere l'aeroporto della Malpensa. C'era una primavera lussureggiante nei prati lungo l'autostrada, i papaveri tingevano di rosso i fossati, i terreni erano ancora umidi, pregni di pioggia. Poi l'aeroporto, con la sua moderna struttura. All'interno lo scorrere delle stagioni non c'era più. Con il lungo pullmino ho raggiunto l'MD-80 per Fontanarossa. È partito in orario ed è arrivato con pochi minuti di ritardo. Non ho potuto guardare dal finestrino scorrere l'Italia: troppe nuvole. Solo qui, dopo le Eolie e l'Etna, il sereno.

Un altro pullman mi ha condotto a Siracusa, dove ho pranzato e visitato la città: il Teatro Greco, Ortigia, il Tempio di Apollo, quello di Atena inglobato nel Duomo. C'erano le luminarie in onore della Santa e sul sagrato gente vestita a festa che si scattava fotografie. Mi sono seduto a un tavolino con una granita di caffè davanti e mi sono gustato da dentro quella Sicilia così diversa, così lontana. E ho sentito subito di amarla.

Ho ripreso il viaggio, stupito della differenza di questa terra con la mia, lasciata solo al mattino: i campi brulli, i muretti a secco, le siepi di fichidindia, le distese di serre, l'assoluta mancanza di traffico sulle strade. Finalmente, quattordici ore dopo essere partito, ho raggiunto la mia meta, questo albergo sul lungomare dove ho depositato la mia valigia, mi sono fatto una doccia e ho cenato.

Ora sono qui davanti al mare: è mezzanotte e non ho nessuna voglia di dormire. Desidero soltanto sentirmi parte di questo estremo lembo d'Italia, assaporarne i sapori e gli odori, bere avidamente ogni singolo momento. C'è un lungo viale illuminato che conduce da questa piazza al porto: vado a cercare un bar per bermi un caffè.


2002


Pozzallo

FOTOGRAFIA © FIORENZO PEPE



sabato 15 luglio 2017

In treno


Il pittore, quando nota un viso interessante, un paesaggio, una veduta che in qualche modo lo attraggono, li ritrae, li disegna, li schizza per fermare l'immagine nel ricordo. Così fa anche il poeta, che invece dei colori, del carboncino, della matita, usa le parole, le rime, le immagini retoriche.

Così faccio ora io, seduto comodo e al calduccio mentre il treno mi porta in città: tento di descrivere la giovane donna che, seduta nell'altra fila di sedili, in diagonale a me, ha attirato il mio sguardo distraendolo dalla corsa delle campagne, delle case e delle stazioni dietro il finestrino.

La ragazza ha capelli d'un castano chiaro, il colore del malto, del grano maturo, che, scendendo sulle spalle, le incorniciano il viso pulito, regolare. Sul viso spiccano gli occhi verdi, un verde anomalo, il verde delle mele, dello stesso colore del gilé che indossa sopra la camicetta bianca. Con la mano destra, forse inseguendo i suoi pensieri, forse per noia, tormenta rumorosamente la vistosa collana d'ambra. E la mano è affusolata, mano da pianista, bianca e liscia. Le lunghe gambe, in comodi pantaloni di lana color sabbia, le tiene distese sotto il sedile di fronte...

Siamo arrivati. La ragazza indossa il cappotto, prende la sua borsa e svanisce come un’ombra davanti ai miei occhi infilando il sottopassaggio.

17 novembre 1992


EDWARD HOPPER, “SCOMPARTIMENTO C, CARROZZA 293”

sabato 8 luglio 2017

Dove comincia il viaggio

“La carta geografica, insomma, anche se statica, presuppone un’idea narrativa, è concepita in funzione d’un itinerario, è un’Odissea”. Così scriveva Italo Calvino nel 1980 su “Repubblica”, nell’articolo intitolato “Il viandante nella mappa”, poi raccolto in “Collezione di sabbia”.

È lì che comincia il viaggio, da quella pianificazione sulla carta, dal momento in cui la spieghiamo su un tavolo abbastanza ampio e cominciamo a familiarizzare con i nomi, a seguire strade e fiumi, a orizzontarci, a scoprire luoghi da visitare. Il viaggio è già tutto lì, in quella ipotesi, in quel dire “Qui dobbiamo assolutamente andare” o “Questo è un edificio da visitare”. Già l’itinerario si costruisce, i toponimi si insinuano nella mente, spilli invisibili si puntano su quella mappa.

Per noi, in quel momento, è come se la carta geografica fosse in scala 1:1, come nel racconto di Borges in cui la mappa di carta si sovrapponeva perfettamente all’Impero cinese. Siamo i viaggiatori e ci trastulla quel passatempo infantile. Siamo i sognatori che, senza muoversi da quell’ampio tavolo dove abbiamo posato la carta, già volano a inseguire la meta, leggeri come un palloncino.

2008


FlightPlan

ROB GONSALVES, “PIANO DI VOLO”


sabato 17 giugno 2017

Sicilia, appunti di viaggio


9 maggio

La valigia è già pronta, i biglietti dell’aereo, mille preparativi, i piccoli dettagli che accompagnano il viaggio. La voglia di partire nonostante la pioggia che rallenta le strade e la stanchezza che sale. Domani voleremo, raggiungeremo il sole.

10 maggio - Catania e Siracusa

Catania è il caldo secco e ventilato che ti accoglie appena sceso dall’aereo, è lo stupore per le prime palme viste, per quei fiori simili a convolvolo ma dai colori indescrivibili: un succedersi di viola, giallo e bianco.

Siracusa vive del suo Teatro: provavano “Le Baccanti” di Euripide, peccato per quei sedili moderni approntati sui gradini, per l’incuria dei giardini nelle Latomie. L’Orecchio di Dionisio è una grotta imponente, la città - Ortigia - in festa per la Santa.

11 maggio - L’Etna e Taormina

L’Etna impressiona con il suo paesaggio: la lava che lenta e inesorabile ha inghiotti-to case e ristoranti per poi diventare improvvisamente pietra, come in un mito greco. Ai 2000 metri dei Crateri Silvestri un uomo vende pistacchi nel baule della vecchia 127 verde.

Taormina è un’altra Sirmione: ho percorso le vie di negozi ed ho acquistato un pupo raffigurante Carlo Magno. In un bar dall’arredamento esageratamente kitsch ho bevuto un vino bianco fresco e buonissimo, con mandorle e pistacchi.

12 maggio - Il mare della Sicilia

Mi affascina il mare: ora che lo vedo, ora che lo sento di notte mugghiare, che lo so presente, so di essere nel mio ambiente naturale. Stamattina ho visto il sole sorgere, colorare le onde di riflessi. Mi sono portato quell’immagine nel viaggio, salendo verso Catania e la sua festa, verso la pioggia improvvisa e abbondante.

E al mare sono tornato, nel sole del pomeriggio, a camminare sulla sabbia e raccogliere conchiglie.

13 maggio - Piazza Armerina

Piazza Armerina è una città che ricopre un colle: svetta la cupola grigia del Duomo. Sembra uno di quei paesi toscani abbarbicati agli Appennini. Alla Villa Romana del Casale ecco i mosaici: alcuni colpiscono per il dettaglio, per l’accuratezza del disegno, altri al contrario per la sproporzione. La copertura moderna in plexiglas è assolutamente orrenda: dà però l’idea di come poteva essere la costruzione, oltre a preservare i reperti. La guida dice che esistono progetti per sostituirla.

14 maggio - Agrigento

Agrigento è un tuffo nella storia: nel Museo Archeologico di fronte ai reperti d’incredibile fattura, nella Valle dei Templi, davanti agli edifici sacri, mi sono sentito come nella macchina del tempo. È certamente quanto di più bello mi ha offerto la Sicilia.

A San Leone, dove abbiamo pranzato, ancora il mare: ho camminato lungo la spiaggia scura raccogliendo sassi e conchiglie. Il turchino del mare mi ha ammaliato: forse è il colore degli occhi delle Sirene.

15 maggio - Ragusa Ibla

Ragusa Ibla, che con Ragusa Superiore forma il comune di Ragusa, è città barocca, ricostruita dopo il terremoto del 1693. Nel Duomo la statua di San Giorgio a cavallo, pronta per essere portata in processione. Un signore gentilissimo, custode della Chiesa dei Cappuccini, ha voluto mostrarci la sua casa, arredata in “barocco siciliano”: pizzi, ninnoli, tappeti, pareti damascate, la tavola apparecchiata con piatti e bicchieri finemente lavorati.

Ed è ora di lasciare la Sicilia… Goethe nel suo "Viaggio in Italia" scrisse che "Senza la Sicilia, l'Italia non lascia traccia nell'anima: qui si trova la chiave di tutto". È quello che ho pensato anch'io davanti a tanti monumenti, respirando la storia tra le rovine, guardando le città arroccate sui colli sullo sfondo del cielo.


2002


sabato 14 gennaio 2017

Le ragazze del treno

 

C’è una poesia, intitolata Cose in comune, che il poeta catalano Joan Margarit dedica a una ragazza conosciuta su un treno tanti anni prima e mai più rivista: «Le poesie, che sono lettere anonime, /  scritte dove non immagini, / alla stessa ragazza che un autunno / conobbi su un treno vuoto». Mi è molto piaciuta e mi sono messo, dall’alto della mia lunga carriera di viaggiatore di treno, a richiamare, parafrasando il Gozzano del Convito, «le poche donne che mi sorrisero in... treno».

Naturalmente, quelle della compagnia che si era formata ai tempi del ginnasio, e che avrei portato avanti fino alla maturità classica. In cinque anni ci fu quella che si era innamorata di me o della mia timidezza, e che svanì un mattino quando un’altra ragazza ci comunicò che «quella scema» aveva abbandonato al primo anno le magistrali. Ce ne fu un’altra della quale invece mi innamorai vagamente io, la sognavo ascoltando le canzoni sul divano e mi creavo delle specie di videoclip con lei e me protagonisti. Cotta passeggera, se ne andò in fretta. Valentina, Marta, Donatella, Claudia, Anna, Alessandra erano amiche più che altro, ben lontane dalla ragazza di Margarit.

A quel tipo si addiceva di più Silvia (se quello era il suo nome, visto che nutrivo dei dubbi su quello che mi raccontò di lei): mi attaccò bottone appena salii alla stazione e se ne andò poi per una strada che non corrispondeva a tutto quello che mi aveva detto. E il suo abito elegante, un completo pantaloni e bolero blu su una camicetta bianca stonava notevolmente con la sua tracolla militare consunta e piena di scritte a biro blu. Andai alla mia interrogazione di storia – per la quale non avevo studiato in treno per colpa sua – ripensando alle contraddizioni che incarnava. Non la rividi più.

Molte ne incontrai ai tempi dell’Università, ma nessuna in qualche maniera rimase impressa nella mia memoria: come gocce in un mare di visi visti tutti i giorni, nel languore dell’alba o nella stanchezza del pomeriggio. Forse una, della quale ricordo i capelli biondi e ricci, poteva somigliare alla Meg Ryan di Harry ti presento Sally: la cosa curiosa è che il ricordo più nitido che mi appare è il fatto che avesse con sé una copia di Cucina moderna.

Quella che ricordo con più piacere è però un’insegnante di Salerno che aveva cattedra a Monza: ci incontrammo su un treno in ritardo che accumulava ulteriore ritardo. È facile in questi casi lamentarsi, fare gruppo contro le ferrovie, contro il mondo che ci manda all’aria gli impegni e la routine. Parlammo per più di un’ora di Alfonso Gatto, della costiera, e mi affascinava quell’accento meridionale che il suo sorriso ingentiliva ancora di più. Le segnalai alcuni posti interessanti che poteva visitare nei dintorni, poi giunse la sua fermata. Proseguii verso Milano e mi accorsi che non ci eravamo nemmeno presentati. Di lei non sapevo neppure il nome...

 

Edward Hopper, Scompartimento C, Carrozza 293, 1938
New York, IBM Corporation Collection

sabato 6 agosto 2016

Toponomastica di Venezia

 

La toponomastica veneziana è unica al mondo, data la conformazione della città. Calle, corte, fondamenta, salizzada, rio, rio terà nella bellissima città della Serenissima fanno le veci di quelli che altrove sono chiamati viali, vie, vicoli, larghi, piazze e piazzali. Non è di questo che si intende parlare, ma della denominazione di alcune strade cittadine. In una località così ricca di storia la toponomastica si perde nel medioevo e nel rinascimento, quando lo splendore veneziano fu all’apice. Vi erano famiglie importanti, ed ecco allora Calle Gondulmer, Calle Colomba, Rio dei Gozzi, Ramo Calle del Pin. Vi erano bravi artigiani che spesso lavoravano nel medesimo sestiere, ed ecco Corte delle Ancore, Calle dei Fabbri, Calle del Cappeller (il cappellaio), Calle del Pistor (il prestinaio), Calle del Parrucchier. Vi erano antiche e frequentate locande, ed ecco allora Calle del Carro, Corte della Cerva, Corte della Anguria, Calle del Leon Bianco. Ma vediamo qualcosa di più originale:

CALLE DEL VENTO – È un imbuto vicino al mare nella zona del porto, dove il vento la fa da padrone. Ci abitava il poeta Diego Valeri, che dedicò alla calle questa poesia: “Qui c'è sempre un poco di vento / a tutte le ore di ogni stagione: / un soffio almeno, un respiro. / Qui, da trent'anni, sto io, ci vivo./ E giorno dopo giorno scrivo / il mio nome sul vento”.

CALLE LARGA DEI PROVERBI – Prende nome da due proverbi che anticamente, almeno fino al 1840, si potevano leggere sulle cornici di due balconi: «Chi semina spine non vadi descalzo» e«Dì de ti, e poi di me dirai».

CAMPO DE LE GATE – No, non sono le gatte a dare nome a questo campo, quanto piuttosto i delegati, ovvero i Nunzi papali, che erano ospitati nel palazzo del priorato dell’Ordine di Malta. La corruzione del termine ha portato dai Legati alle Gate.  

FONDAMENTA DE LE PROCURATIE – Così come le Corti delle Procuratie, deve la sua denominazione alle case destinate alle famiglie indigenti dai Procuratori di San Marco, secondo le pie intenzioni dei testatori. Le case di Santa Maria Maggiore, dov’è la Fondamenta, provenivano dal testamento di Filippo Tron: erano ben sessanta.

FONDAMENTA E PONTE DE LE TETTE – Nessuna corruzione di termini: sono proprio le “tette”: nel 1358 venne prescritto ai capi di sestiere di individuare una zona dove concentrare le prostitute. Il luogo fu fissato due anni dopo tra un gruppo di case note come il Castelletto e Ca’ Rampani – il quartiere venne poi denominato “Carampane”, vocabolo assurto in seguito a indicare spregiativamente le meretrici. Le ragazze per invogliare la clientela stavano affacciate ai balconi e alle finestre con le «tete» bene in vista…

NARANZARIA - a Rialto. Nei magazzini sotto il palazzo dei «Camerlenghi» che fiancheggiano questa via, venivano conservate le arance e gli agrumi .

PONTE DE LA DONA ONESTA – Incerta è l’origine della denominazione di questo ponte e dell’omonima Fondamenta: secondo una versione, due uomini passarono di lì dibattendo sull’onestà delle donne e uno dei due, alquanto deluso dal genere femminile, indicò all’altro la testa di donna incassata nel muro sopra il ponte: «Sai tu quale è onesta fra tante? Quella là che tu vedi!». Un’altra versione rende invece omaggio all’onestà di una popolana, moglie di un maestro spadaio: un giovane patrizio, che aveva commissionato una daga allo spadaio, invaghitosi della donna, fece in modo di trovarsi da solo con lei e la violentò; la popolana allora, disperata, si uccise con quella stessa daga. Una terza versione, meno poetica e più sarcastica, fa derivare il nome del Ponte da una prostituta, detta la “donna onesta” perché prudente nell’esercitare il suo mestiere.

RIO TERÀ DEGLI ASSASSINI - Il rio, prima del suo interramento, era attraversato da un ponte, chiamato «degli Assassini», per la frequenza dei delitti che in tempi remoti vi venivano perpetrati. Nel 1128 il governo veneziano, per arginare il fenomeno,  ordinò che nelle strade poco sicure venissero accesi di notte i «cesendeli», le lanterne.

 

Tette

sabato 17 ottobre 2015

La lezione della storia

 

Guardavo la luce del mattino discendere dal cielo, farsi nebbia, ricoprire la neve caduta sulle vette a partire dai duemila metri. Lì, al Passo del Tonale, ottobre disegnava una terra brulla dove spuntavano dalla pioggerella gli impianti per lo sci e le tipiche case di montagna: hotel, bar, rivendite. Sono entrato nel piccolo Sacrario Militare e ho sentito tutto l’orrore della guerra, la sua follia che mai riusciamo a superare.

Mi sono portato quella sensazione poi a Forte Strino: fuori abeti e larici, un cielo che era divenuto intanto azzurro, dove galleggiavano fiocchi bianchi di nuvole – avevo davanti un paesaggio da mozzare il fiato e alle mie spalle una fortificazione, uno strumento bellico in mezzo a tanta bellezza. All’interno del forte faceva freddo: ascoltavo la guida parlare di quei soldati acciambellati accanto alla mitraglia e i loro brividi erano i miei. Pensavo a quanti stenti e a quanta fatica dovettero sopportare, così come gli abitanti del vicino paese di Vermiglio, distrutto dalla guerra, deportati, profughi, obbligati a ricominciare la loro vita dal nulla.

Ripetevo con Ungaretti: Non ho più nulla / da dare / che questa durezza / di vita battuta / come una strada / di guerra. Ripetevo con Wilfred Owen: Se a ogni sobbalzo sentissi il sangue / sgorgato dal marcio dei polmoni, / osceno come un cancro, amaro come un rancio / amico mio, con tanto zelo non ridiresti / a bambini arso di disperata gloria, / la vecchia menzogna: Dulce et decorum est / pro patria mori”.

Sono uscito nel sole: il Monte Vioz era lì, cento anni dopo, qualche batuffolo di ovatta impigliato ai suoi larici. E la lezione della storia nuovamente dimenticata dagli uomini.

 

Forte Strino

FORTE STRINO – FOTOGRAFIA © DANIELE RIVA

sabato 3 ottobre 2015

I buttadentro

 

Nel mio recente viaggetto a Venezia ho rivisto i “buttadentro”: ogni ristorante, pizzeria, trattoria delle strade centrali, quelle più frequentate dai turisti, ne ha uno. È un cameriere se non il ristoratore stesso o anche una ragazza giovane e bella che negli orari canonici di pranzo e cena – molto vari, visto che alle cinque e mezza i giapponesi e gli americani già si siedono a  tavola -  “accalappia” i clienti. Non è neppure necessario avvicinarsi al leggio con il menù: basta camminare per la via. “Uno spritzino?” mi ha chiesto un affabile cameriere, che somigliava al detective Munch di Law & Order Unità Vittime Speciali, davanti alla chiesa di San Geremia e Santa Lucia. Volentieri, amico, ma sono le tre del pomeriggio e ho ancora in bocca il caffè…

Una cosa simile mi capitò di vedere a Lissone, capitale italiana dei mobilieri: fuori dal Palazzo del Mobile 100 Firme, che raccoglie in esposizione i prodotti di più artigiani, si materializzarono, come in un film degli Anni Cinquanta, i procacciatori della concorrenza: aspettavano al varco le automobili che lasciavano il parcheggio per intrufolare un biglietto da visita, per chiedere se si aveva bisogno di qualcosa, che tipo di mobile si cercava e, infine, per invitare a seguirli nella loro esposizione.

Gli affari sono affari, e serve anche questo genere di faccia tosta per emergere, per sopravvivere. Che sia allettamento o lusinga, sta in un percorso in cui si possono incontrare la prostituta che offre la sua mercanzia, il venditore del mercato che grida: “Carciofi! Carcioooofi!” e le sirene della pubblicità che ci incantano dai cartelloni stradali, dalle pagine dei giornali e dagli schermi televisivi.

Ottobre 2013

 

FOTOGRAFIA © DANIELE RIVA

sabato 19 settembre 2015

In coda sulla A4

 

In coda sulla A4 tra Rho e Pero, avanzo a passo d’uomo: la mia auto è inscatolata fra i transfughi che tornano in città la domenica sera. Ripenso a te che ho lasciato lassù, partendo mentre la notte calava: sorridevi alla luce del tramonto di maggio e mi salutavi tra i gerani, riesco a rivedere la scena, la mano destra che agitavi, il bacio che mi hai mandato. Sei una fragrante mela di settembre e odori anche di mare e di conchiglie, hai l’aroma di rose e di gardenie. Perché tu assommi tutti i miei ricordi, perché vivi di tutti i miei sensi e sei i miei viaggi e i miei pellegrinaggi. Così quando percorro strade e fiumi, quando risalgo monti verdeggianti, quando solco quegli infiniti mari è il tuo corpo che navigo e cammino, i suoi avvallamenti, le colline, le sue asperità. le sue depressioni.

Il cielo è un arco blu scuro di navata affrescato di grigie nuvole. Il nuovo clima giunto a primavera accende i colli come sale, li dipinge di collane luminose, fa luce delle chiese, delle torri gialle a mezza costa. Il resto sono solo forme blu disperse nel chiarore lunare. Tu, ignara dei lumini rossi degli stop e del rock duro che mi tiene sveglio, dormirai già? O guarderai il cielo sereno ricordando la giornata festiva, riandando ai nostri discorsi, agli eventi? Ti stringerai nella maglia di lana osservando le stelle tremolare nell’infinito sulle vette, con lo sguardo sognante e una dolcezza nel cuore? Vorrei chiamarti, sussurrarti parole che suonino come gocce di pioggia nella notte o la voce del vento in un giardino, riversarti nell’orecchio le mie emozioni che vengono dal cuore ma non sono altro che parole d’amore.

Invece è tardi, qui nella notte: bloccato in questa periferia urbana, attendo solo che la coda finisca per riprendere la strada verso casa.

 

Fhm

FOTOGRAFIA © FLICKR HIVE MIND

sabato 15 agosto 2015

Dondolato dal vagone

 

Hopper era affascinato anche dai treni. Ad attirarlo era l'atmosfera delle carrozze semivuote che si fanno strada nel paesaggio: il silenzio che regna al loro interno mentre fuori le ruote sferragliano ritmicamente sui binari e lo stato di trasognamento indotto dal rumore e dal panorama esterno, un trasognamento che pare quasi strapparci a noi stessi e indicarci la via d'accesso a pensieri e ricordi che non riuscirebbero a emergere in circostanze più ordinarie. La donna di Scompartimento C, Vettura 293 (1938), che legge e fa vagare lo sguardo tra carrozza e paesaggio, sembra trovarsi proprio in questo stato mentale.
ALAIN DE BOTTON, L’arte di viaggiare, Guanda, 2002, pagina 58

Sì, sogno, anzi “trasogno” anch’io quando viaggio in treno, lasciandomi cullare dal paesaggio che cambia velocemente dietro il finestrino: è bellissimo riuscire a vedere, specie nelle giornate di pioggia, il proprio volto riflesso e contemporaneamente il panorama, come in certe fotografie dalla doppia esposizione.

Ed è capitato spesso, visto che ho usufruito per anni dei servizi molte volte inadeguati delle patrie ferrovie, sin dai tempi del ginnasio e delle panche di legno – era il 1980, non l’Ottocento! – quando quei vagoni, talora con gli scompartimenti, furono il teatro dei primi amori e dei primi rossori, di amicizie che si sono poi anche perdute ma che restano vive nel ricordo, di scherzi memorabili, di idiozie come salutare “Ciao, Nanni!” rivolti verso il quadretto turistico (erano i tempi in cui andava in onda Viaggio in seconda classe, un programma di Nanni Loy con candid camera proprio in scompartimenti simili a quelli).

Poi, più compunto, in direzione Milano, viaggiai verso l’Università – e allora si parlava di diritto penale, del possesso come elemento fondamentale dell’usucapione, ma anche di calcio e di donne, come in quella famosa canzone di Battisti. Per un anno viaggiai anche qualche volta sulla tratta Milano Centrale-Verona-Bolzano-Merano Maia Bassa: il militare, certo, con i capelli corti e il borsone, la nostalgia a tracolla e il tempo che scorreva lento dietro i finestrini. Ma troppi erano i cambi, troppe le attese nelle stazioni: preferii da subito il comodo pullman di linea Bergamo-Merano. E ancora mi capitò più avanti di sedermi con la mia elegante borsa da avvocato su sedili più moderni, simili a quelli della metropolitana.

Anch’io, come la misteriosa signora del celebre e celebrato dipinto di Edward Hopper citato da De Botton, in treno amo leggere – aborro la conversazione, quindi mi isolo con le cuffiette dell’iPod – e di tanto in tanto mi perdo con lo sguardo a inseguire i miei pensieri, quasi che si manifestassero nel vetro spesso sporco di una carrozza come se fosse uno schermo magico. Piacevolmente “dondolato dal vagone” come il Guccini di Incontro, metto ordine nelle cose che mi sono capitate nella giornata, organizzo le idee, le associo a ricordi, le annodo in speranze. Se mi vedete “trasognato”, vi prego di non chiedermi se il treno ferma a Milano Greco Pirelli o se mancano tante fermate a Terno d’Isola: spezzereste il mio sogno come una bolla di sapone e magari per vendetta vi farei scendere a Ponte San Pietro…

 

2013

 

EDWARD HOPPER, “COMPARTMENT C, CAR 293” (1938)

sabato 18 luglio 2015

Sicilia

 

Le palme, i fiori di campo appena fuori da Fontanarossa, il pennacchio di fumo del vulcano, le arance della Conca d’Oro, gli agrumeti lungo la statale; i fichi d’India sui muri a secco fanno da siepe e da cancellata.

La processione in Duomo a Siracusa, i ragazzi che portavano i gonfaloni e aspettavano l’inizio, la gente seduta ai tavoli della piazza; San Giorgio a cavallo nel Duomo di Ragusa, lo splendore del barocco, il fascino della devozione.

La terra così brulla e secca, le serre di primizie, il contadino con i pomodori sul motocarro vicino a Gela; il mercato ai due lati della strada, gli ortaggi venduti in mezzo al traffico; l’uomo che vendeva pistacchi sull’Etna, al Rifugio Sapienza, nel baule della 127 verde oliva.

Le case inghiottite dalla lava nell’eruzione del 2001, i tetti che spuntavano dal nero: “Questo era un albergo, questa la chiesa” diceva la guida; il liquore dell’Etna, rosso di fuoco e di peperoncino in vendita tra i souvenir.

Il sole a picco sui templi di Agrigento, l’ombrello a fiori della guida, la Magna Grecia, il mito; la granita di limone mangiata a cucchiaiate fuori dal tempio di Zeus, quella di caffè sorbita in un bar di Pozzallo; il liquore di fichi d’India, dolce e forte, in tre colori: arancione, rosso e giallo.

Il fiume Ciane, le canoe che scivolavano leggere poggiando tra le rive di papiri; i fiori d’ibisco, rossi, le bougainvilles viola, le siepi d’erba grassa; il cielo azzurro e le nuvole bianche dietro Piazza Armerina, la città disposta sul colle come un presepio; il mare di San Leone, lo smeraldo o il turchese, la sabbia scura, lavica, i ciottoli levigati, le alghe sui lastroni.

Il petrolchimico di Gela, l’odore di petrolio nell’aria, il divieto di balneazione “per ordinanza sindacale”, gli enormi tubi del complesso; il ponte di Modica, uno dei più alti d’Europa, la città minuscola in basso.

Le ville disabitate del litorale, le seconde case costruite a ridosso delle spiagge e del mare; le strade senza traffico, l’impressione di trovarsi in un altro mondo, all’estero; i ponti autostradali, gli svincoli costruiti nei campi e non collegati.

La Wunderkammer del nobile ragusano che viveva con l’anziana madre: le stanze arabescate, i ninnoli, i tappeti, gli strumenti musicali. Non c’era un centimetro libero. Il circolo nobiliare di Ragusa, il soffitto affrescato, i giornali, il pavimento a losanghe; l’acustica del Teatro di Siracusa: un apparecchio scenico caduto dava l’impressione del tuono.

E il mare, il mare ovunque: calmo, agitato, sentito tutta notte, guardato splendere all’alba, intravisto dietro un tempio, dentro un teatro, oltre una curva.

 

2002

 

POZZALLO – FOTOGRAFIA © DANIELE RIVA

sabato 18 ottobre 2014

Vento di Liguria

 

Il treno correva allegro giocando a rimpiattino con il mare: ora infilava una galleria ora si mostrava al porto ed ai pitosfori. A Loano apparve come un fantasma, impalpabile eppure presente, fortemente presente: il vento della Liguria. Lì accarezzava gli ombrelloni incappucciati nell'aria ancora frizzante del primo mattino. Poi si mimetizzò con la velocità che il treno si lasciava dietro e con il mormorio del mare sugli scogli per ritornare in tutta la sua impudenza alla stazione di Albenga: le palme si agitavano nel cielo turchino con il rumore legnoso delle foglie; i viaggiatori in attesa lottavano con i fogli dei loro giornali che il vento rileggeva dispettoso. Affacciammo la testa ai finestrini e il vento baciò anche noi scompigliandoci i capelli.

E la stessa accoglienza ci riservò ad Alassio, quando lasciammo il treno: si infilava nel bar Roma, filtrava tra i gerani e i pitosfori, sfogliava il mio giornale, spazzava la passeggiata a mare. Da nord soffiava verso sud e da settentrione sospinse qualche nuvola sul mare. Per tutto il giorno fu con noi: curiosava tra le sdraio, giocava a gonfiare le nostre canottiere, imprimeva strane traiettorie al pallone. E quando la nostra gita finì, ci accompagnò alla stazione, questo dispettoso vento di Liguria.


Merano, 15 febbraio 1989

 

Liguria

FOTOGRAFIA © BARBARA PREGLIASCO/PINTEREST

sabato 20 settembre 2014

Agrigento

 

Al campo dell’Olympeion il gigantesco telamone dorme sulla terra rossastra, fine come sabbia, ma non la sabbia di qui, quella vulcanica che ho visto alla spiaggia di San Leone quando mi sono fermato a pranzo. Il tempo è fermo, immobile in questa Valle dei Templi adagiata tra la campagna e il mare – non ci fosse la città moderna distesa come un indumento sulla collina, non risaltasse quel lungo viadotto autostradale che appare all’improvviso dietro il Tempio di Castore e Polluce. Il tempo sembra sempre fermo in Sicilia: l’ho sentito bloccarsi a Ragusa Ibla, nella piazza davanti alla Cattedrale di San Giorgio; ugualmente ho provato quella sensazione guardando la piana da Piazza Armerina. Forse è per via della luce, così diversa da quella cui sono abituato nel verde lombardo, o è per via di quel colore brunito che permea ogni cosa, case e terre...

Ma poco fa, al Tempio della Concordia, l’ho sentito fuggire all’indietro il tempo, l’ho udito scorrere come un fruscio – forse era soltanto il vento che soffiava leggero dal mare e giocava con le erbe aride sotto le pale dei fichidindia. Ho fantasticato quella peristasi riempita di vita, la vita di oltre duemila anni fa: la Vestale di Era mi considererebbe certo un empio vedendomi frugare le colonne con lo sguardo, provando a immaginarla vestita di una tunica bianca e celebrare i suoi riti. E fuori, al di là del tempio, oltre lo strapiombo, triremi veloci solcavano il mare azzurro di Sicilia, portando mercanzie e soldati.

Mi ha distolto dai miei sogni ad occhi aperti l’ombrello a fiori della guida, la sua voce monocorde si era persa nel mormorio del mare fino a che non ha sollecitato il riso delle donne raccontando una storia sulla verginità delle sacerdotesse. Adesso ha finito il suo giro, ci indica l’uscita. La ragazza del furgoncino delle granite ricorda nei tratti la Venere Ericina...

 

FOTOGRAFIA © DANIELE RIVA

sabato 17 maggio 2014

Il treno delle otto

 

Era un giorno di maggio caldo di sole e dei fragranti profumi di primavera, il cielo terso d'uno splendido azzurro ospitava i voli delle rondini e il volteggiare dei pensieri. Fausto aveva un'interrogazione di storia, l'ultima del trimestre, im­portante per il voto finale. Era venerdì e prendeva il treno delle otto perché le lezioni iniziavano un'ora dopo. L’elettrotreno arrivò con un leggero ritardo, come al solito semivuoto. Fausto salì e scelse un posto vicino al finestrino. Subito aprì il libro di storia moderna senza neppure aspettare che il treno partisse.

All'improvviso si sentì chiedere "È storia?" e gettò uno sguardo un po' indispettito verso la voce: era la ragazza che sedeva oltre il corridoio.

Fausto rispose "Sì" con un'ombra di stupore.

La ragazza si alzò e indicando il sedile di fronte a Fausto "Ti dispiace se mi siedo lì?" disse. Si sedette senza attendere la riposta. "Non vorrai mica studiare?" aggiunse con un tono come recitativo.

"No... Non è una cosa importante" mentì Fausto.

La ragazza forse intuì che non era vero ma non replicò. Disse solo "Io mi chiamo Silvia. E tu?"

"Fausto" rispose e nel parlare le tese la mano e strinse la mano della ragazza. Pensò che Silvia era molto misteriosa e aveva un'aria strana. La osservò meglio rinunciando del tutto a guardare il libro di storia: era elegantissima, pantaloni blu, giacchina a bolero dello stesso colore, una camicia con i pizzi, l'ampia scolla­tura, il lucidalabbra. Notò che la borsa stonava con gli abiti: Silvia aveva uno zainetto da "marine" pieno di scritte a biro, nomi di rockstar e un'ossessiva ripetizione del suo nome. Le stazioni passavano veloci con le loro edicole, i loro bar e i vasi di fiori. Il capostazione fischiò e il treno ripartì: ora dietro i finestrini non c'erano più le campagne ma la squallida periferia, la città era ormai vicina.

Fausto e Silvia scesero insieme dal treno e all'uscita della stazione si salutarono e si separarono. Fausto si diresse verso la scuola con l'amara sensazione che non avrebbe mai più rivisto quella ragazza. Una libreria gli rammentò l'interrogazione. Scosse il capo e affrettò il passo.

1984

 

Roumen

FOTOGRAFIA © SVEN ROUMEN

sabato 12 ottobre 2013

Seguendo la voce di Venezia

 

Dopo molti anni sono tornato a Venezia. E l’ho fatto con lo spirito del viaggiatore e non del turista, come mi piace quando visito una città. Per questo ho seguito il consiglio di Tiziano Scarpa, scrittore veneziano: “Anche a Venezia, basta che alzi gli occhi e vedrai molti cartelli gialli, con le frecce che ti dicono: devi andare per di là, non confonderti, Alla ferrovia, Per san Marco, All'Accademia. Lasciali perdere, snobbali pure. Perché vuoi combattere contro il labirinto? Assecondalo, per una volta. Non preoccuparti, lascia che sia la strada a decidere da sola il tuo percorso, e non il percorso a farti scegliere le strade. Impara a vagare, a vagabondare. Disorientati. Bighellona”.

Così ho fatto: mi sono perso, mi sono lasciato condurre per le calli, per i ponti, per campi e campielli seguendo l’ispirazione del momento, una luce, uno slargo o al contrario una strada che si apriva tra i muri come una fessura. Ho lasciato che fosse Venezia a chiamarmi, a guidarmi, a suggerirmi il percorso. Una bifora, una bandiera, una teoria di panni stesi, un riflesso rovesciato nell’acqua lucida di un canale, un campanile apparso all’improvviso dopo una delle tante curve o emerso da un sotoportego, un palazzo fiorito scendendo da un ponte in qualche fondamenta.

Ed ho potuto sentire l’anima di Venezia, il suo canto sommesso e misterioso, la sua bellezza antica e piena di storia, le leggende dei dogi e dei nobili. Ho scorto qua e là il fantasma di una bautta, l’ombra di Casanova, lo spettro di Goldoni, lo spirito di Vivaldi. Ho colto quel suo fascino sottile che emana dai campielli deserti dove spicca una vera da pozzo, dai balconi fioriti, dalle facciate dei palazzi.

Certo, mi sono avventurato anch’io fino al Ponte di Rialto, fino al carnaio umano di Piazza San Marco. Ma mi sono allontanato subito, via da quella folla che prende la città per un enorme parco dei divertimenti, per una Disneyland sull’acqua. Io fotografavo Venezia, cercavo di immortalarne la grazia, di imprigionarne un pezzetto nel piccolo file digitale, i turisti erano invece impegnati a fotografare se stessi in posa davanti al campanile o alla basilica o sulle balaustre di Rialto.

Me ne sono andato verso l’Accademia, perdendomi ancora una volta da Campo San Moisè in là per Calle delle Ostreghe, per Calle dello Spezier, per Campo Santo Stefano, assaporando la lingua veneta sulla lingua come un dolce. Perché viaggiare non è vedere un posto, non è sedersi quasi annoiati su una panchina, non è ciondolare tra un monumento e l’altro come per un contratto: viaggiare è un atto di amore con una città.

5 ottobre 2013

 

Venezia4

FOTOGRAFIA © DANIELE RIVA

sabato 30 marzo 2013

Tre giorni in Puglia

 

Il mare di Bari quel giorno era azzurro, percorso da piccole onde guizzanti come pesci. C’era odore di salmastro, il sapore delle cozze che avevamo mangiato la sera prima al ristorante “Tre trulli” di Ceglie Messapico, nelle Murge.

Al largo qualche barca con un pescatore intento a scrutare l’acqua, più in là il campanile della chiesa di San Nicola. Sul Lungomare di Crollalanza i pescatori toglievano i polipi dai secchi e li battevano a lungo sugli scogli per renderli morbidi, li vendevano e ne offrivano pezzettini da assaggiare crudi. Sono ottimi cotti nell’aceto: se l’aceto è rosso restano rosati, scuri. Sono pronti quando con una forchetta si sente il morbido nella zona della bocca.

Il sole cominciava a scottare: la mattina di maggio era limpida e serena dopo giorni di tempo incerto. Il giorno prima, invece, il mare era agitato: l’avevamo visto minaccioso e fragoroso buttarsi sulle rovine piene di immondizia a Egnazia; soffiava un forte vento e incombeva un temporale che rendeva cupo il cielo sopra la campagna e i ruderi in essa rimasti, ben tenuti, a differenza di quelli sul mare, appena al di là della strada. In mattinata avevamo visitato Locorotondo vagando fino a perderci nelle stradette bianche e pulite colorate dal rosso dei gerani. Lì ci sorprese il calore del Sud, l’ospitalità della gente che ci salutava per strada. A Locorotondo comprammo il vino locale, bianco e profumato. Per mezzogiorno fummo ad Alberobello, dove visitammo il Rione dei Trulli e acquistammo prodotti tipici e troccoli per fare la pasta in casa.

Ora finalmente splendeva il sole e Bari si ergeva davanti a noi, maestosa come una regina del Mediterraneo.

20 maggio 1993

 

bari-sea

FOTOGRAFIA © MARTHA BAKERJIAN