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sabato 13 agosto 2022

Miles

Come promesso quando presentai “Vetro”, ormai diciotto mesi fa, ho raccolto i racconti che ricordano i miei 350 giorni di naja alpina. Se vi va, potete leggerlo su Kindle (gratis per chi ha Unlimited) o acquistarlo in edizione cartacea su Amazon. Cento pagine che si leggono velocemente, compreso un imperdibile e introvabile glossario del gergo di caserma di allora (Superpippo, senzalbe, tralicci, la Max eccetera). Location le caserme Rossi, Bosin e Battisti di Merano, la città, Ponte di Legno e il poligono di Salorno…

Questo il “lancio”:
Lo Stato ha richiesto per anni, fino al 2004, ai cittadini maschi abili e arruolabili di prestare un anno di servizio militare. Questi racconti sono i ricordi del mio anno di leva: incorporamento, servizi, libere uscite, personaggi conosciuti allora; alcuni addirittura furono come fratelli in quel breve lasso di tempo in cui condividemmo caserma, camerata, ufficio, treni, automobili che ci portarono in giro per l’Alto Adige, panchine, bar e ristoranti, e che scomparvero da un giorno all’altro con il congedo per non ritornare, alcuni mai più, altri casualmente ritrovati su Facebook. Chi ha "fatto la naja" avrà modo di rinverdire i propri ricordi e chi non l'ha fatta, per età, perché ritenuto non idoneo o per scelta, potrà farsi un'idea di quello che è stata, almeno nel corso degli anni di grazia 1988-1989 all'interno della Brigata Orobica di Merano.





sabato 31 agosto 2019

Nell’attraversare il ponte

Aspettavo la sera per passare il ponte, quando il fiume mulinava verde di giada e i sassi del greto erano indeterminate forme chiare. Nell'ultima luce la corona dei monti vicini appariva nera, le cime aguzze più lontane invece erano chiare, come se fossero coperte di neve. Si accendevano le stelle, il disco o la falce della luna.

Attraversavo il ponte più lontano, solitario, non il ponte grande che usavano tutti, pieno di traffico e di automobili tanto che c'era anche un semaforo a regolarne il transito. Quel ponte aveva un che di plebeo, di sciatto, con la ringhiera lavorata verde e gli ampi marciapiedi dove si poteva sostare e guardare l'acqua correre via tra le rocce. E poi c'erano troppe luci: i fanali, i fari delle auto, l'illuminato imbocco della Piazza del Teatro.

Non attraversavo neppure il ponte delle Poste, vicino all'antica chiesa di Santo Spirito, dove si aprivano la zona ricca, le colline, il Grand Hotel, con i bandieroni bianchi e rossi svolazzanti sui pennoni i giorni delle feste e lo stemma civico a mosaico sulla spalletta. Da lì la città appariva in tutto il suo barocco ridondare: le costruzioni in stile Liberty, le cupole tondeggianti, il Duomo con l'orologio, la Porta, il lusso della fontana e della Banca subito dopo il ponte.

No: amavo attraversare nel buio il ponte pedonale, largo due metri, illuminato da pochi lampioni dalla luce fioca. Lì lentamente finiva il viale alberato per far posto ai negozi dei turisti e una via altrettanto oscura riconduceva al centro della città sotto la chioma di immensi ippocastani.

Non so perché prediligessi quel ponte, al quale si arrivava con un cammino un poco tortuoso, deviando dalla strada principale e passando dietro i campi da tennis e il supermercato: passavo di lì perché nell’attraversare il ponte, guardando l'acqua, i monti e le stelle, provavo un'emozione.

1994

FOTOGRAFIA © TRIPADVISOR

sabato 4 maggio 2019

In questa uniforme di tuo soldato (3)

 

14. Merano, Delegazione Presidiaria, Lunedì 6 marzo 1989 (44 all'alba)

Sono le cinque. Il Maresciallo e i Carabinieri hanno ormai varcato il cancello verde e stanno tornando alle loro case. La primavera diffonde i suoi effluvi, con i ciliegi in fiore sulle colline; un tepore piacevole aleggia nell’aria. Questa infinita dolcezza che viene con il tramonto nasce dal tiepido sole o dalle nuove sirene di libertà che mi incantano? Lancio la pallina da tennis nel cortile. Cominciamo a giocare a calcio con quella piccola sfera utilizzando il solido cancello verde come porta. Al di là dell’inferriata pulsa la vita: scorrono automobili, motorini, biciclette. Gli autobus arancioni dell’azienda municipale sostano e ripartono caricando e scaricando gente, quelli blu della società Dolomite entrano nel vicino deposito, altri ne ripartono. Il sole cala e nella conca dei monti scende ormai l’oscurità. Mancano pochi giorni al congedo, mi crogiolo in questa nuova situazione, sento che tutti gli sforzi di un anno svaniscono lentamente nel sapore della libertà che mi appresto a gustare di nuovo.

Ora non si vede quasi più, si accendono le luci della strada, si illuminano le finestre dei palazzi. Ripongo la pallina e chiudo l'ufficio. Ferrario serra la porta del Nucleo Carabinieri. Rossi ci guarda nella sua divisa nuova e con la solita aria del "Che cosa ci faccio io qui?". Non trovo parole ma un altro sguardo di malinconia oltre quel cancello dove scorre la strada rumorosa. L’apatia di un lunedì in cui nulla più soccorre l’inesorabile continuo fluire nella clessidra della sabbia fine. Guardo l'ultima luce cadere sui monti: ho un’infinita dolcezza nel cuore.

15. Merano, Caserma Battisti, Giovedì 30 marzo 1989 (20 all'alba)

Sono la "Max" adesso. È piacevole entrare in una camerata di nipoti ed essere invidiato perché il prossimo a congedarmi sono io. Non approfitto della situazione, non è nel mio stile. Voglio che mi ricordino come una "Max" umana e comprensiva. Del resto, atti di nonnismo non ne ho mai subiti. Solo qualche "sbrandata" da parte dei congedanti. Bastava rifare il letto e tutto finiva lì.

No, non mi mancherà questo gergo di caserma: non mi mancheranno i "vurìa mai", i "giassài", gli "un po' massa". Non mi mancheranno i "non ti passa più", i "tralicci", la "Superpippo". Chiaro che è un linguaggio per iniziati, che non ha senso fuori di qui: tradotti sarebbero "proprio no", "certo", un atteggiamento irrispettoso verso un grado di scaglione più alto, un modo di dire che il tempo non passa a fare una certa cosa, gli altoatesini e i mutandoni di lana.

Mi mancherà la città, quello sì. Mi mancheranno gli amici che ho conosciuto in questa esperienza e che difficilmente so che rivedrò. Ma, bando alle malinconie, entro in camerata e grido: "Ritti, perdio, entra la Max!"

16. Verona, Porta Nuova, Martedì 4 aprile 1989 (15 all'alba)

Verona lancia luci al neon nel vetro del finestrino opaco e impolverato. Torno a casa per l'altra metà della licenza ordinaria. Ho preferito spezzarla in due: invece di undici giorni filati ho scelto la modalità cinque e sei. Tornerò a Merano lunedì. E comincerò a pregustare la libertà in questi sei giorni a casa. Il treno sosta a Porta Nuova: c'è uno sciopero di un'ora del personale di macchina. Dietro la stazione c’è un cielo illuminato, lo stesso cielo di Romeo e Giulietta - mi viene di pensare. Conosco quel balcone e quel cortile, le scritte colorate degli innamorati sui muri della casa. Conosco l'arca dove ogni amante prega e getta la sua lettera colma di passione.

È una sera sanguigna e fatata questa di Verona: la osservo dal piazzale antistante la stazione. È come se la città avesse assunto il volto di Giulietta, le sue dita affusolate, il suo modo di sorridere, il pudore: come se fosse davvero fatta della stessa stoffa dei sogni. Non ho tempo per raggiungere il centro: tra poco il treno ripartirà. Lo annunciano. Saluto Giulietta, saluto Verona, salgo in carrozza pensando che tra due settimane mi congederò...

17. Merano, Lungopassirio, Martedì 18 aprile 1989 (1 all'alba)

Ci hanno dato il permesso di uscire per il pomeriggio: siamo sciamati tutti dalla Bosin nel sole di aprile, leggeri come fantasmi - del resto i congedanti nel gergo della caserma vengono detti “fantasmi” o “borghesi”. Avviene dopo il prelievo obbligatorio di sangue. Prima di allora, in quest’ultimo mese ci hanno chiamati “Max” e quando entravamo nella stanza, gridavamo “Ritti, perdio, entra la Max!”. Ora invece cantiamo "Allarme, siam borghesi! / Son giorni e non son mesi!".

Da qualche giorno stanno piantando dei pali dentro il fiume, grandi draghe sostano sul greto sassoso del Passirio presso il ponte a passerella che conduce in zone un poco periferiche. Com’è verde l’acqua: sembra quasi opale! Sarà per via della primavera.

E camminando sulla passeggiata, alle spalle la Chiesa protestante, ci siamo soffermati a guardare gli operai che lavorano nell’aria tiepida, chiedendoci lo scopo di quei pali, ben sapendo con una punta d'orgoglio che partiremo prima che loro finiscano, senza conoscerlo.

Il pomeriggio scorre leggero, l’aria di primavera ci riscalda i cuori. Nelle antiche vie andiamo finalmente assaporando quella libertà che domani ci porterà. Ammiriamo le vetrine e le commesse dei negozi del centro, sulle panchine Liberty del lungofiume sostiamo oziando e osservando i bianchi gorghi, ben consapevoli che questa nostra compagnia domani si disgregherà. Beviamo birra al banco della Forst, girovaghi perduti nel pomeriggio. Personaggi di un libro di Hermann Hesse, ceneremo insieme come a celebrare il ritorno alla vita, presto liberi quando tornerà a risplendere il sole.

18. Merano, Caserma Bosin, Mercoledì 19 aprile 1989 (L'alba)

Non siamo riusciti a dormire questa notte. Noi congedanti abbiamo aspettato ansiosi che venisse l’alba: il nuovo sole che avrebbe portato la libertà, una svolta nelle nostre vite dopo un anno trascorso lontano da casa. L’adrenalina, l’ansia, l’angoscia ci hanno consentito solo brevi sonni intermittenti. E parlavamo, sottovoce. Finalmente alla grande finestra della camerata, che dà sul giardinetto interno, a Oriente, è filtrata la prima luce. «È finita! È finita!» si sentiva gridare, «Finita! Finita!» replicavano altre voci, «È finita!» ho gridato anch'io entusiasta.

Ho fatto colazione, pensando che per l’ultima volta avrei avuto quella scodella di metallo, quei biscotti secchi confezionati in cubi di stagnola, quel succo di frutta da stappare con il manico della forchetta. E poi l’adunata, l’ultima. Noi congedanti già vestiti in borghese, con il cappello alpino in testa, sull’attenti mentre suonava l’inno, mentre la bandiera era issata sul pennone. «Rompete le righe!», l’ultimo comando. Quindi in camerata a prendere materasso e lenzuola per riconsegnarle in magazzino. «È finita!»

Il comandante ci ha dato appuntamento per le dieci nel salone ricreativo. È venuto con i congedi, e uno per uno abbiamo firmato. Il maggiore Cornacchione ci ha tenuto un discorsetto sul futuro, su quello che ci aspetta fuori di qui, su quello che ci si aspetta da noi. Come un padre di famiglia, quell'uomo apparentemente burbero dalla barba scura quasi si è commosso. Siamo corsi in camerata a prendere le borse, il prezioso foglio arrotolato in mano.

Varco per l'ultima volta il cancello della caserma: tra me e la libertà ci sono ora solo pochi metri. Saluto la guardia che mi apre il cancello, mi volto indietro ancora una volta a guardare i muri tinteggiati di giallo e marrone, la bandiera che sventola nel cielo incerto di aprile sul pennone nel piazzale dell’adunata, i camion che viaggiano per i viali della caserma, la corvée che ramazza i marciapiedi, la vita che continua immutabile in questo piccolo mondo.

Sono fuori, mi tolgo il cappello con la penna nera, avanzo verso la vita e mi rendo conto solo adesso di aver ritrovato la libertà, ne sento subito il sapore salendo per la stradina sterrata che conduce alla strada principale. Guardo il fiume scintillante sotto il sole del mattino: non l'avevo mai visto così neanche quando lo attraversavo al ponte di Santo Spirito tornando dalla Posta. Ora lo vedo con gli occhi della libertà e sembra ancora più bello, con le nuvole cerulee che vi si frantumano.


 Alba

Merano, Caserma “Leone Bosin”, 19 aprile 1989: L’alba

sabato 27 aprile 2019

In questa uniforme di tuo soldato (2)


7. Merano, Caserma Battisti, Sabato 15 luglio 1988 (278 all'alba)

C'è stato temporale questa notte. Ora il cielo è azzurro e si riflette nelle pozzanghere sull'asfalto. I monti mi tentano come un'Eva dei paradisi perduti, mi fanno intravedere la libertà, quella che le gazze si portano in giro volando da un abete a un campanile romanico. Sto cominciando a conoscere questa caserma, la Cesare Battisti. Da una settimana mi hanno trasferito al Battaglione Logistico Orobica: sono assegnato alla Delegazione Presidiaria in qualità di scritturale. Vesto ogni giorno la divisa della festa: adesso quella estiva con pantaloni e camicia chiara: gli stivaletti hanno preso il posto delle pedule. Dopo due mesi ho finalmente la mia collocazione definitiva nell'ambito dell'esercito italiano. Sono contento di trovarmi qui, anche se rimpiango un po' la Bosin: qui non c'è la mensa, che hanno iniziato a ristrutturare, e si pranza e si cena in un locale di fortuna servito dalle cucine da campo. A pranzo arrivo sempre tardi, perché l'ufficio chiude alle 12 e la cosiddetta mensa apre alle 11.30. Quando mi siedo al tavolo sono già le 12.15 e mi porto sul vassoio quello che c'è: riso scotto o pasta, pollo, una bistecca, quando va bene la cotoletta appena impanata. La sera esco sempre, anche perché non ho né mai avrò servizi da svolgere, essendo il nostro ufficio, per il suo status particolare di appendice del Presidio di Bolzano, esentato dai compiti di caserma. Esco da solo, qualcuno poi trovo sempre per la città. Raramente ceno solitario. "Rainer", il "Pic-nic Grill" e la "Marinara" sono le mie mete solite. Qualche volta sperimentiamo posti nuovi.

Al momento sono alloggiato nel Minuto Mantenimento, ma appena ci sarà il congedo del 6°/87, Danilo, che è del mio paese, mi ha già trovato una branda nella sua camerata della Comando. L'ufficio si affaccia su Via Palade, proprio davanti all'ippodromo e ha una sua uscita privata. Mi hanno dato le chiavi e già fantastico sulla possibilità di uscire di soppiatto. Per arrivarci devo attraversare un bel pezzo di caserma: i depositi degli automezzi e dei cingolati, la casetta del sarto, il magazzino delle trasmissioni, le caldaie. Eccomi arrivato. La ramata verde, il cancelletto: entro nella mia nuova oasi.

8. Merano, Delegazione Presidiaria, Sabato 23 luglio 1988 (270 all'alba)

“Solo ciò che è trascorso o mutato o scomparso ci rivela il suo volto reale" c'è scritto nel racconto di Cesare Pavese che sto leggendo seduto nell'ozio del sabato estivo alla mia scrivania. Il maresciallo Ciulla è andato in città, il mio collega Ferrari è partito per la licenza ordinaria e tra un mese si congederà. Mi fa riflettere quella frase, mi fa pensare quanto mi manchi il sapore del sabato mattina adesso che sono qui. mi manca come l'aria. Era giorno di spesa il sabato: si andava al supermercato o nel grande negozio di ortofrutta. Poi c'erano da sistemare i meloni in cantina, la frutta nel locale lavanderia, le scatole di pasta e riso nella dispensa. Intanto il caffè bolliva sul gas e l'aroma si spandeva per la cucina. Mi sedevo a leggere il giornale guardando le lame di sole che entravano dalla finestra, sbocconcellavo il pane appena comprato.

Invece sono qui nella Delegazione Presidiaria, in questi freschi locali che un tempo furono il Circolo Sottufficiali, e guardo dalla finestra le ragazze con i vestiti a fiori che attendono l'autobus alla fermata. Invidio loro quella libertà di salire in città, di entrare in un negozio. Quando saliremo noi, sarà già passata l'una e i negozi saranno già chiusi. Magari con Miglio, il mio nuovo amico del Nucleo Carabinieri qui di fronte, scenderemo a Bolzano a bighellonare per il centro e a mangiare una fetta di torta nella pasticceria lungo i portici.

9. Merano, Kota Radja, Lunedì 8 agosto 1988 (254 all'alba)

Questa sera soffia vento d'Oriente: con Miglio e altri tre della camerata siamo venuti a cenare al Kota Radja, il ristorante cinese di Via Manzoni. Varcato il cancello siamo entrati in un mondo tutto nuovo. Tra le canne di bambù e il fruscio delle sete, ci gustiamo le "nuvole di drago" e la birra di Shanghai. Dal pergolato pendono lampioni di carta di riso, nel patio accogliente si aprono ombrelli di Nanchino.

Ceniamo mentre la brezza suona leggera le campane a vento e le cameriere ci insegnano a usare le bacchette ridendo appena come sanno fare solo gli orientali. Scherziamo come se fossimo degli antichi sodali stasera: Merano e le caserme sembrano così lontane mentre mangiamo pollo speziato e riso alla cantonese. Fingiamo di non sapere che oltre la porta scorre il Passirio e centinaia di militari sono a passeggio lungo il fiume e riempiono i cinema, i bar e le gelaterie.

10. Merano, Via Palade, Domenica 2 ottobre 1988 (199 all'alba)

Siamo usciti dal cancello su Via delle Palade e camminiamo lentamente verso la stazione ferroviaria di Maia Bassa. Io e Miglio, una coppia di amici ormai affiatata: lo affascinano la mia conoscenza dei classici e certi miei atteggiamenti. Io, al contempo, ammiro la sua abilità nel suonare la chitarra, la sua predilezione per la musica classica e la sua sincerità. Se i primi due elementi si traducono in qualche serata trascorsa al Teatro ad ascoltare quartetti d'archi, l'altro, la sincerità intendo, si manifesta in domande che fioriscono improvvise come un colpo di mitragliatrice. Come adesso: stiamo andando a prendere il treno per Bolzano e mi spara: "Ma tu che cosa pensi di me? Che persona credi che io sia?". Sono tre mesi che ci conosciamo e lontano da qui non so nemmeno neanche cosa faccia. Eppure glielo dico. Prima impressione, certo, ma è quella che di solito non sbaglia. Probabilmente sarà un'amicizia che non passerà Natale: a dicembre lui si congeda. Credo che non ci incontreremo più, eppure questa amicizia è intensa, concentrata, forse anche perché siamo consci di questa sua effimera durata. "L'espace d'un matin" gli dico e gli spiego che cosa significhi. Alla stazione troviamo altri ragazzi che conosciamo e il discorso che andava indagando nel nostro io si zittisce. Scendiamo guardando i campi di meli insieme agli altri. Li lasceremo al Mc Donald's di Piazza Walther o in qualche cinema. Scommetto che Miglio vuole andare a fare il filo alle cameriere della pasticceria lungo i portici. Cappuccino, Sacher e un po' di corte.

11. Merano, Haisrainer Weinstube, Piazza Duomo, Domenica 1° gennaio 1989 (108 all'alba)

L'anno nuovo è cominciato con bottiglie di spumante e fette di panettone, un'ora dopo il contrappello. Ero - straordinariamente, in quanto uno dei pochi graduati rimasti - caporale di giornata. Fuori, lampeggiava la grande scritta LAS VEGAS di un luna park nell'area dell'ippodromo. Tutto era così irreale, compresi gli auguri scambiati in camerata e i brindisi nei bicchieri di carta con vino scadente. La mia fascia rossa di caporale di giornata pendeva da uno dei pioli della branda, le luci azzurre di guerra riverberavano nella notte. "1989" mi ripetevo "1989, è l'anno dell'alba".

La festa non è ancora finita: per le strade ci sono bottiglie vuote e botti esplosi, carte colorate e stelle filanti. Noi reduci della camerata, quelli che hanno preferito la licenza di Natale a quella di Capodanno, pranziamo da Haisrainer, la taverna proprio di fianco al Duomo. Sono il più "anziano" come scaglione e il più alto in grado. Da queste cose si riesce ad apprezzare quanto tempo sia passato da quel 29 aprile. Ferrario, Bettoni, Perego, Cantoni che condividono con me questo pranzo del primo dell'anno si congederanno tra settembre e ottobre, mi considerano con un pizzico di invidia e con molto rispetto... Mangiamo pasta al sugo e spiedini alla zingara e parliamo del nuovo anno: siamo tutti più spensierati, come se avessimo attraversato una porta e fossimo entrati in una nuova stanza. Siamo oraziani coglitori di attimi.

Il gelato lo andiamo a mangiare da "Bruno". Quando ci portano il resto ci sono mille lire fior di stampa, quelle con Maria Montessori e i bambini. Ferrario prende una penna rossa, scrive la data sulla banconota e la firma. Poi ci invita tutti a siglarla. Alla fine, quando ognuno ha apposto la sua firma, la ripone come un santino nel portafogli: "Ragazzi, non sapete che ricordo mi avete regalato". Negli occhi gli si legge già il lampo di quando, tra qualche tempo, quando si sarà congedato, frugherà nel portafogli e ritroverà per caso quelle mille lire. Saremo simulacri allora, ricordi a cui la sua memoria cercherà di associare un volto. Resteremo sempre i ragazzi di oggi, 1° gennaio 1989, su quella banconota.

12. Merano, Delegazione Presidiaria, Mercoledì 11 gennaio 1989 (98 all'alba)

E ho varcato anche la fatidica soglia dei 100 giorni: il mach pi cento dei cadetti. Niente di che: una sera normale. Nella mia condizione di aggregato sono tagliato fuori dalle cene di scaglione, dai gruppi che si conservano nelle piccole caserme. Con il congedo del 1°/88 diventerò "vice", un grado di scaglione che sfiora l'onnipotenza. Già i servizi di scopa in camerata non mi toccano più. Le divise cominciano ad essere sformate, i cappellini hanno la tesa sempre più arcuata, il mio cappello è più largo e indurito grazie al trattamento con il cordiale. È prerogativa di chi ha passato i 100 giorni all'alba portarlo così.

Quell'asfissia che ho provato il primo giorno, quando i camion ci hanno condotto dalla stazione alla caserma, quel senso di soffocamento che ho sentito appena oltrepassata la sbarra a righe bianche e rosse, si è allentata notevolmente, va svanendo giorno dopo giorno. È proprio vero, come recita la cartolina che ho comprato al "Pandemonium": "Chi naja non prova libertà non apprezza”. Ora so che bene prezioso essa sia, ti rendi conto di quanto ti manchi solo quando non l'hai più: è una donna amata e perduta che desideri infinitamente.

13. Merano, Delegazione presidiaria, Mercoledì 1° febbraio 1989 (77 all'alba)

Ho fatto un sogno strano questa notte: ero in riva al mare e rientravano nel mattino i dragamine, lontane sagome scure nell'alba. Con me c'era Paola. Ci togliemmo le scarpe e lei, sbarazzina, mi trascinò nella bassa marea. Correvamo tra le pozze e la felicità ci gonfiava i cuori. Amaro è stato il risveglio quando il caporale di giornata è passato battendo manate sugli armadietti: "Giù dalle brande!" Mi ci è voluto un po' per raccapezzarmi, per capire che non mi trovavo nel comodo letto di un albergo sul mare, ma nella mia branda di militare.
Lavandomi, ho ripensato al sogno. Non era mai avvenuto nulla di simile. Ma l'inconscio è l'espressione dei nostri desideri, il sogno non fa altro che realizzarli. Strano che sia giunto solo adesso, che sia arrivato in una caserma di Merano. Un'alba d'amore per chi attende un'altra alba. A proposito, 77 giorni...


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Merano, Delegazione Presidiaria, Ottobre 1988: Al… lavoro

sabato 20 aprile 2019

In questa uniforme di tuo soldato (1)


1. Merano, Stazione ferroviaria, giovedì 12 maggio 1988 (336 all'alba)

Merano... Stazione di Merano... Meran... Meran Bahnhof... gli annunci si susseguono con il loro ritmo metallico. Tra i binari nella luce incerta del tramonto volano i lanuginosi semi dei pioppi. Nel mio sguardo triste di soldato - anzi, di "recluta alpina", come mi definiscono i caporali del CAR - si riflettono i treni che scendono verso sud, che partono volando verso la pianura, verso casa. Quando l'ultima carrozza è passata e restano le rotaie, il cuore sembra perdere un colpo e la sua canzone segue un ritmo stonato. Allora conto i giorni che mi restano da trascorrere e sono un'enormità quelle albe che dovrò vedere sorgere dove sarò destinato dopo il CAR: a Vipiteno, Silandro, Malles, Bolzano o più probabilmente ancora qui, in un'altra caserma. Li ho contati e ricontati: 336. Dovrà arrivare e passare l'estate e poi l'autunno e l'inverno, Natale, Capodanno e Pasqua e un'altra primavera finalmente comincerà sull'ultimo mese.

Intreccio le dita sul collo infilandole dietro il bavero del giubbino di jeans. Massaggio il collo indolenzito da tante marce per i cortili della caserma - ora ho imparato: nóp dué nóp dué, e so fare decentemente anche il dietrofront. E mi dolgono anche i muscoli delle gambe: oggi ci hanno fatto sbalzare nell'erba: passo del gattino, passo del leopardo, con il fucile e la maschera antigas e il dannato elmetto. Il mio amico altoatesino con cui ho legato già dal primo giorno è di poche parole: meglio così, mi lascia tempo per riflettere. In compenso parla tedesco e questo è un vantaggio perché nei bar e nei ristoranti ci trattano con riguardo. Lui spera di avvicinarsi a casa, a Bressanone. Gli andrebbe benissimo Silandro. Lasciamo la stazione con i nostri giornali e un po' di malinconia. Quando siamo arrivati c'erano nuvole gialle sulla palazzina Liberty e ci siamo fermati a mangiare patatine al chiosco del piazzale; ora splende la luna e, percorrendo la strada del ritorno, sembra giocare a rimpiattino con i lampioni. Mi sembra vuoto il mio passo, inutile, mentre scendiamo per Via Petrarca verso le caserme gialle.

2. Merano, Piazza del Teatro, domenica 22 maggio 1988 (326 all'alba)

Ieri c'è stato il giuramento. Ora aspettiamo la nostra destinazione. Ci vorrà una settimana, dicono, o forse più. Probabile che mi mandino anche in licenza venerdì prossimo. Sembra di essere nella Fortezza Bastiani: non c'è altro da fare che attendere. Ora non facciamo più istruzione, ci limitiamo a bivaccare qua e là per la caserma, a oziare sul cubo, i caporali ci danno piccoli incarichi come spolverare o pulire i pavimenti. Aspettiamo. E pensiamo. L'amore, per esempio, ora non è che un fiore secco rimasto senza linfa e senza nutrimento, pende inanimato come il becco di un tordo in un carniere. Così mi capita di camminare solo per la città, a numerare i giorni - 24 fatti, 326 da fare - e le mie malinconie: Paola, Anna, Laura. Mi rendo conto che le mie amiche non ci sono, che mi mancano, che vivono i loro giorni altrove e i loro passi percorrono vie diverse da questa: è la bella Piazza del Teatro. Sono in libera uscita per il pomeriggio della domenica.

Le montagne di pietra e cielo, chiare nel sole, fermano lo sguardo. Il Passirio scorre rumoroso tra le rocce, i pali per gli slalom delle canoe sospesi nel cielo. Sì, il sogno è molto facile anche qui ma lei non vi rientra, ne rimane esclusa proprio come il vento non riesce a scavalcare quei crinali: non è una storia ormai conclusa, è solo indifferente a questo luogo.

3. Merano, Caserma Bosin, domenica 12 giugno 1988, Corpus Domini (311 all'alba)
 
Dieci giorni fa ho avuto la mia destinazione: sono alla Caserma Leone Bosin, a Merano, un chilometro dalla Caserma Rossi dove ho svolto il CAR. Sono in forze al Reparto Comando e Trasmissioni Orobica, alla compagnia Comando, e mi hanno fatto cambiare la nappina sul cappello da verde a blu e il distintivo dell'Edolo sulla divisa con quello del reparto. Sono "alpino" ora e non più recluta, ma nelle gerarchie della caserma appartengo all'ultimo gradino, il "nipote di terza". Ci spettano molte più incombenze che agli altri. Ho già svolto due corvée cucina e una corvée caserma e questa è già la mia seconda guardia. Sono sull'altana, la piazzola coperta e sopraelevata che domina dall'alto il perimetro della caserma. Il soldato che monta di guardia con me sta pattugliando lo stesso lato da sotto: lo vedo camminare su e giù. Poi, nel secondo turno, ci daremo il cambio. Sarà notte e a me va bene così: preferisco camminare per mantenermi sveglio.

Sta calando la sera breve di giugno: gazze volano con la loro livrea bianca e nera, me le immagino sui tetti del centro, sul campanile del Duomo, sull'antica chiesa di Santo Spirito. Mi immagino le ragazze a passeggio sul Lungopassirio, le gelaterie, i tavolini dei bar, i colori dei fiori, le insegne che si accendono. E io qui, con l'arma a tracolla che mi priva della mia libertà e i caricatori che pesano nelle tasche della mimetica. Poi d'improvviso sulle colline del Tirolo si accendono i cuori di lumini, decine di fiamme che vibrano nell'oscurità. Quasi non mi accorgo quando giunge il cambio, ma riesco a pronunciare le parole di rito: "Altolà chi va là?" "Capoposto con il cambio" "Capoposto avanti per riconoscimento" "Cambio avanti". Saluto il militare che mi sostituisce sull'altana, è un compagno dei tempi del CAR, e seguo il capoposto fino al Corpo di guardia. Appoggio fucile ed elmetto e mi sdraio. Riposo il corpo e la mente sulla brandina spigolosa.

4. Ponte di Legno, Val Sozzine, domenica 19 giugno 1988 (304 all'alba)

“Un bel aprés-midi de garde a l’écurie" mi ripeto questo verso di Apollinaire da quando sono montato di guardia tra i sacchetti di sabbia del bunker. Sacchetti che abbiamo riempito sulle rive del torrente Narcanello, qui in Val Sozzine, a Ponte di Legno, dove mi hanno spedito per il campo estivo. Devo dire che non mi dispiace: essere lontani dalla caserma è un'avventura nuova, e qui nei boschi è facile nascondersi. Devo trascorrere un'ora qui dentro, ma sono comodo e guardo i motorini e le automobili passare sulla strada: ragazze e ragazzi che vanno al luna park, un chilometro più a valle. Il tenente colonnello, il maggiore, il maresciallo e un sergente stanno giocando a carte a un tavolino posto all'ombra di un larice. Certo, mi piacerebbe essere in paese, percorrere le stradine e fermarmi a bere una birra in un bar con i miei commilitoni, ma il dovere è il dovere. Meglio qui che in cucina a lavare le stoviglie metalliche e i pentoloni. E con l'arrivo del nuovo scaglione, sono salito anche di un gradino: ora sono "nipote di seconda" e ho almeno qualcuno sotto di me. Le auto che corrono veloci verso Ponte di Legno fanno vibrare l'aria: i miei pensieri scivolano via veloci e il tempo passa in fretta.

5. Autostrada del Brennero, Venerdì 1° luglio 1988 (292 all'alba)

È la sera di venerdì e sto tornando a casa in licenza, un quarantott'ore. Guardo i campi di meli scorrere via ai lati della strada, i papaveri rossi che ondeggiano alla brezza, e penso che avrei dovuto essere al mare adesso, sdraiato sulla sabbia, seduto sotto l'ombrellone a leggere un libro o a riempire cruciverba, a scambiare parole con gli amici dell'estate. Ma, riflessi nel vetro del pullman della Peroni che compie il tragitto Merano-Bergamo, vedo i miei capelli corti, la mia espressione stanca e malinconica. Ecco luglio che cosa mi porta quest'anno. E i ricordi si affollano, si dispongono in fotogrammi come una pellicola cinematografica: io e lei seduti davanti alla fontana di Piazza del Mare, le serate con gli amici al luna park della City o nei locali dove tiravamo mezzanotte prima di andare a vedere la luna in spiaggia e a spingerci sulle altalene. Tabula rasa. Il cubo, la colazione, l'adunata, la corvée, il rancio, la guardia, la libera uscita, il silenzio. I sogni si presentano così, ora: e le colline del Trentino sono corpi di donne distesi nel sole di luglio. Il mare non c'è. Le cose sono mutate come quando interviene una guerra a recidere i fili del tempo. Il pullman corre verso sud. Mi addormento...

6. Merano, Caserma Bosin, martedì 5 luglio 1988 (288 all'alba)

Δυσζήλοι γάρ τ΄είμεν επί χθόνι φώλ ανθρώπων”. Facili all'ira sopra la terra siamo noi stirpi umane: è il settimo canto dell'Odissea. È quella che ho provato stasera, quando ormai pronto per la libera uscita, il sottotenente Manfredi mi ha fatto chiamare nel suo ufficio di comando e mi ha ordinato di montare di PAO all'armeria. È la terza sera consecutiva che mi mettono di servizio: prima corvée cucina, poi mi hanno inviato al Passo del Tonale come capomacchina sull'Alfa 133 del generale. Ho dormito là e stamattina mi hanno dato un passaggio a Merano con una jeep. E ora tocca di nuovo a me. Al sottotenente Manfredi l'ho spiegato senza arrivare alle male parole, anche perché è un ufficiale che rispetto. Alla fine mi è sembrato accennare a un cenno di scusa davanti all'ineluttabilità della decisione. Mi sembrava stanco, probabilmente deve fare assegnamento su poco personale e fatica a riempire i turni. Poi è arrivata questa scocciatura del PAO alla Compagnia Trasmissioni: si dev'essere rotto un allarme, a quanto ho capito, e servono un paio di alpini per la guardia. Un paio. E uno sono io, che non sono neanche della compagnia.

Ma l'ira, la rabbia, quella è rimasta in me. E cerco di lasciarla sbollire in queste due ore in cui sono comandato a stare seduto con il fucile davanti a una grata di ferro che chiude il passo verso l'armeria. Cerco di non pensare a quel nodo di bile che mi stringe lo stomaco, che mi prende la gola e scalda i nervi. Non voglio lasciarmi dominare da questa passione che avvampa in breve e poi ti fa pentire. Sono panni che non mi sono connaturati. Poi, se Dio vuole, finisce. Consegno l'arma e vado. Sono ormai passate le nove. Non c'è neanche più tempo di uscire: se arrivo in centro, devo subito tornare. Mentre attraverso le camerate dei trasmettitori, mi sento chiamare: è Spertini, un varesino di lago che era nella mia squadra al CAR. Ci siamo sempre trovati simpatici. Mi offre da bere, del vino rosso in una tazza smaltata. È Bonarda e disegna una schiuma rosa. Restiamo a bere nella sua camerata con altri due o tre. L'ira oramai è un ricordo lontano. Sono contento di passare la sera così, in amicizia. Quando rientrano i primi che erano andati in libera uscita, saluto e torno alla Compagnia Comando, attraversando il piazzale dell'Adunata nella sera di luglio. Nel cielo brillano migliaia di stelle, approfittando della luna nuova.

  CAR
Merano, Caserma Rossi, CAR, Maggio 1988

Sono il secondo da sinistra in piedi. L’amico altoatesino Christian Ritsch è l’ultimo a destra, Massimo Spertini è al centro, seduto.

sabato 10 novembre 2018

Sabato sera


a Silvio Miglio

Che cos’è questo cielo prigioniero dei monti? Dov’è la libertà se non nella pianura sconfinata? Ma qui vedo sempre quei monti, di sera come sabbia nel tramonto, con la luna ritagliati in cartoncino nero e opaco e poi di giorno ancora lì come una lenta asfissia. E invece io avrei bisogno di spaziare con lo sguardo sull’immensità del mare.

Il treno dal Nord porta le turiste tedesche, scendono schiamazzanti tra le valigie e i lampi di una macchina per fototessere. Nella mia mente un amore perduto o forse mai nato, abortito una sera di luglio quando non trovai il coraggio di baciarla...

Ma cos’è quest’ansia che mi prende come un granchio? Sarà la consapevolezza che la gioventù svanisce sempre un po’ ogni giorno, sarà la nostalgia, il rimpianto per ciò che non è stato?

Ci sono dei sapori che noi che ci troviamo in questa situazione non sentiamo più. Non sono i sapori che possiamo percepire attraverso il gusto ma dei sapori del tutto particolari che forse nessun senso o forse l'insieme di tutti i cinque sensi ci può fornire. Come il sapore del sabato sera uscito dall'immagine di un attimo rubata passando davanti a un supermercato: la gente che si affolla alle casse, riempie carrelli, accatasta sacchetti di plastica; e gli scaffali pieni di scatole e barattoli colorati, il gusto della festa che sta arrivando e si prepara tutto per bene perché la domenica sia felice...

Amico mio, scusami se ti assillo con i miei guai: divertiamoci oggi che è sabato, ceniamo e poi cerchiamo compagnia. E allora crauti rossi cotti nel burro e canederli da intingere nel gulasch; davanti la caraffa di birra e la valle dove ad una ad una si accendono le luci. E con le luci si accendono le stelle e i ricordi. Strüdel al papavero con crema di mirtilli e poi una grappa di pere.

E lungo il fiume donne in passerella per noi nella sfilata d’autunno che è la passeggiata serale: bionde, brune, rosse, minigonne, calze nere, jeans, baschi, abiti attillati... Al solito caffè la cameriera ci strizza l’occhio e ci fermiamo a discutere con lei su che differenza passi tra amore e sesso e intanto il fiume corre via insieme al tempo.

Una gran voglia d’amore mi prende il cuore adesso che vedo le coppie per strada camminare abbracciate e poi infilarsi qui nel bar, davanti a noi, sedersi a parlare davanti a un cappuccino.

E ancora l’angoscia mi pesa nel cuore, forse è una briciola di solitudine in cui mi immergo come si immerge un oggetto nel mercurio, che poi lo togli ed è asciutto, impermeabile a questa solitudine, se poi mi basta un amico per ritrovare il sorriso, amico mio come forse non ne ho avuti mai.

1988


sabato 3 marzo 2018

Nuvole gialle


Il cielo sopra la stazione era un mare giallo dove galleggiavano luminose nuvole d’oro simili a chiazze di petrolio. L’effetto, combinato con il delizioso stile Liberty dell’edificio, era assolutamente meraviglioso. Come trovarsi in un museo davanti ad un capolavoro della pittura, prossimi alla sindrome di Stendhal.

Christian ruppe l’incantesimo indicando il chiosco nel piazzale. “Prendiamo delle patatine?” chiese con un’ombra del suo accento. Lo guardai nel suo giubbino di jeans, i capelli corti che cominciavano già ad arricciarsi, le guance paffute da criceto. Annuii e mi diressi verso la rivendita.

Christian e io eravamo soldati. In effetti eravamo reclute al primo mese di addestramento. In camerata c’erano brande a castello: io dormivo nel letto superiore, lui in quello sotto. Venne naturale il primo giorno uscire insieme alla scoperta della città, girare per le vie, osservare i monumenti e le ragazze. Quella prima sera finimmo a mangiare una pizza in un Grillstube dietro la stazione.

Non so perché finivamo sempre da quelle parti. Forse inconsciamente ci avvicinavamo ai treni, ai mezzi che avrebbero potuto condurci a casa. Talvolta ci sedevamo sulle panchine ad ascoltare il ritmo meccanico degli annunci: “Sul binario 3 è in partenza il treno per Malles”, “Merano - stazione di Merano - Meran Bahnhof”. Oppure restavamo all’interno del caffè come dei viaggiatori in attesa di partire. O sostavamo nel piazzale, davanti allo Stadio del Ghiaccio, dove adesso c’era un grande Luna Park e noi aspettavamo che friggessero le patatine.

Ci servirono il cartoccio e vi versammo sale, ketchup e maionese dai contenitori posti sul bancone. Trovammo una panchina e iniziammo a infilzare le patatine con il lungo stecco e a intingerle nelle salse. Intanto leggevamo le scritte a pennarello sulle liste di legno del sedile: i classici cuoricini, i nomi di innamorati, i T.V.T.B., gli insulti dei tifosi di hockey delle varie squadre - quelli del Bolzano odiavano il Merano, quelli del Varese odiavano proprio tutti…

Eccoci lì, silenziosi, come se non avessimo nulla da dirci, svuotati da una giornata di addestramento faticoso, mentre una radio mandava nell’aria la canzone del momento, “Joe le Taxi” di Vanessa Paradis, una voce seducente di ragazzina, che faceva ancora più dolce e più triste quella sera di maggio, come un amore lontano e perduto.

Guardavamo le luci delle giostre, il vortice di cromature e colori, l’inseguirsi di ragazzi lungo le attrazioni, cercando di dimenticare i nostri vent’anni e la breve libertà di quelle ore. Le nuvole gialle sopra la stazione erano svanite, il cielo scuriva lasciando un sapore diverso, come una birra rimasta a lungo aperta.


2004


FOTOGRAFIA © LORD KOXINGA

sabato 3 febbraio 2018

Un giorno al poligono

Come si chiamava il paesino? Salorno... l'ultimo comune della provincia di Bolzano, dove c'era il poligono. La prima volta che ci andai ero al CAR, quindi era maggio. Le nostre mimetiche erano ancora nuove, gli anfibi incominciavano ad ammorbidirsi e a prendere la forma del piede. Il mattino, dopo l'adunata, i caporali ci fecero salire sui cassoni dei camion con i fucili, la baionetta, l'elmetto e la maschera antigas. Fu un gioco, un diversivo dalle lunghe giornate di addestramento in caserma, uscire e attraversare la città e i paesi, vedere la gente che viveva la vita vera: le ragazze che andavano a scuola, le casalinghe con la borsa della spesa, le donne che uscivano dai panifici, i contadini con il grembiule blu sui trattori. Allora non c'era ancora la superstrada Merano - Bolzano, nota come MeBo: passammo per Lana, Postal, Termeno, Terlano, Gargazzone, Vilpiano, Nalles... Invidiavamo la libertà di quella gente che si poteva spostare a suo piacimento, comperare lo speck, guidare la macchina, camminare per strada. Noi invece, seduti su quelle panchine fredde, incollati al legno con il fucile tra le mani, non potevamo far altro che guardare oltre il telone ripiegato.

E giungemmo a Salorno: scesi dai camion, squadra per squadra ricomponemmo il plotone. Il poligono era un vasto tratto di campagna destinato alle esercitazioni: sullo sfondo c'era una collina calva e rocciosa che sembrava sforacchiata da anni e anni di tiri di soldati. I caporali ci divisero in gruppi ed aspettammo che chi sparava prima di noi raggiungesse le postazioni e tirasse. Era una trafila particolare: altri soldati, che venivano chiamati "zappatori" erano nella zona delle sagome e con la bandierina segnalavano quando il campo era libero.

Venne anche il nostro turno: sparammo con il Garand, che era il fucile che ci eravamo portati, poi ci venne consegnato il modello Fal e sparammo anche con quello. Nell'aria si sentiva l'odore della polvere. Ci diedero il risultato del nostro tiro al bersaglio: pensavo di avere fatto peggio - c'era chi aveva mirato alle sagome del vicino! - invece avevo colpito sette volte su dieci. Era una bella giornata di primavera, con il sole e il polline volava nell'aria. Qualcuno raccolse i bossoli e li intascò come ricordo, anche se ci era stato espressamente vietato.
Ma non era finita, ancora: ci toccò esercitarci al lancio delle bombe a mano, le SRCM. Erano naturalmente esemplari da esercitazione. Un ufficiale ci mostrò come fare: correre, togliere la linguetta, portare la mano con la bomba dietro il corpo e scagliarla con quanta più forza possibile in avanti, quindi gettarsi a terra. Era facile e tutti eseguimmo il nostro compito. Il capitano raccontò qualche aneddoto di ragazzi che avevano lanciato la linguetta invece della bomba o che avevano tirato l'ordigno troppo vicino. Tenni le linguette delle tre SRCM che lanciai e le infilai nella tasca della mimetica.

Toccò poi alla maschera antigas. Ci mostrarono come inserire il filtro, come allacciare le cinghie dietro la testa. Eseguimmo: bisognava tenere indossata la maschera per trenta secondi. Era tutto così irreale: eravamo in un campo mentre l'aria si riempiva del polline dei pioppi, e lontano si sentivano le auto passare per la strada, ogni tanto riecheggiavano i colpi di fucile dal poligono.

Finalmente venne l'ora di tornare: prendemmo posto sui camion, che gli autisti chiamavano affettuosamente con la sigla che li identificava, gli ACM. Eravamo ormai degli esperti di quei camion: ci erano venuti a prendere alla stazione due settimane prima, quando eravamo arrivati a Merano la prima volta; in borghese, con le nostre borse, salimmo e facemmo conoscenza con quelle panchine poste nel cassone lungo le fiancate. Adesso tornavamo in caserma con la mimetica e il fucile e con tutti gli accessori che ogni giorno indossavamo. Il traffico era abbastanza intenso e la nostra colonna non ne facilitava certo lo scorrimento.


2009


ACM

FOTOGRAFIA © SMALP 155


sabato 12 agosto 2017

La passione per il cinema


In quel periodo mi appassionai al cinema: andavo all'Ariston, all'Odeon, talvolta - la domenica pomeriggio o anche il sabato - a Bolzano. Comperavo tutti i mesi la rivista Ciak e mi tenevo al corrente delle ultime uscite.

Alberti mi fece sapere che allo School Village avevano organizzato un cineforum per ottobre e novembre e ci iscrivemmo. Ci andavamo la sera e, se avevamo tempo, ci fermavamo in un bar lì vicino per bere un caffè o una birra prima di tornare in caserma. Così ci gustammo "Ultimo minuto" di Pupi Avati, "Good Morning Babilonia" dei fratelli Taviani, "Quartiere" di Silvano Agosti, a dire il vero un po' complicato, "Cartoline italiane" di Memè Perlini, spendendo meno che per il cinema propriamente detto.

All'Ariston vidi "Arancia meccanica" con Miglio, che poi chiese al gestore la locandina, "Good Morning Vietnam", "Attrazione fatale", "Scuola di polizia 5" giusto per ridere un po'. All’Odeon, su verso Maia Alta, presso la pizzeria Arcadia e il giardino botanico, quando non c’erano i porno davano ottimi film, come il lungo "L'insostenibile leggerezza dell'essere" o "Frenesie militari" o ancora "Chi protegge il testimone". A Bolzano scendevamo con il treno nel sole dei campi di mele e l'Adige era un ribollire di specchi rotti. Giravamo un po', poi entravamo nel cinema e, usciti, andavamo in una pasticceria sotto i portici a fare quattro chiacchiere con una cameriera. Vedemmo "Il piccolo diavolo", "Il principe cerca moglie", "Donne sull’orlo di un esaurimento di nervi" di Almodòvar, il divertentissimo "Chi ha incastrato Roger Rabbit?", "Bull Durham".

La passione per il cinema mi durò fino all’estate successiva, quando al mare, in un cinema all'aperto, vidi ”Rain Man" e qualche altro film che neppure ricordo. Quella passione se n’era andata con l’anno di militare.

Ottobre 1995


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FOTOGRAFIA © CLASSIC CINEMA SCHOOL


sabato 29 luglio 2017

I riti del Presidio


Durante l'anno di servizio militare ero scritturale alla Delegazione Presidiaria, prima nota come Presidio in quanto indipendente dall'analogo ente di Bolzano. Il primo mese avevo un collega più anziano; quando si congedò dopo un mese in cui rimasi solo, mi affiancarono un alpino appena uscito dal Car. Gli insegnai i riti che vigevano da chissà quanto in quell'ufficio, come me li aveva insegnati l'alpino dello scaglione più avanzato.

C'era ad esempio una specie di gioco dell'oca ricavato da una scatola di carta per ciclostile - un rettangolo largo il doppio della sua altezza: non c'erano i classici numeri, ma quelli da 350 a 1 e quell’uno era un’alba radiosa, ovvero contava i giorni che mancavano al congedo. Le pedine - solo due - erano bandierine triangolari di colori diversi incollate a uno spillo: ogni mattina aprivamo il cassetto dove era riposto e spostavamo avanti di uno il nostro segnalino.

In un armadio, attaccato con del nastro adesivo ad un'anta metallica, c'era l'elenco di tutti gli scritturali che erano passati di lì - una ventina d'anni mi pare di ricordare, quindi circa quaranta nomi cui aggiunsi anche il mio con annessa firma e cui feci aggiungere il nome del mio nuovo collega. Quella che si poteva in qualche modo definire la "stecca" di quell'ufficio.

Avevamo poi il timbro con la dicitura "Annullato" e alle cinque di sera (il mezzogiorno del sabato) stampigliavamo sul calendario in inchiostro rosso a fianco del giorno appena trascorso un "Annullato". Era un giorno di meno a separarci dalla libertà, era la valvola di sfogo che ci permetteva di tirare avanti. Così spegnevamo le luci, chiudevamo l’ufficio e andavamo a prepararci per uscire pregustando la libertà di giorni futuri.

Ottobre 1992


sabato 6 maggio 2017

Il campo estivo

 

Quando tornai dalla prima licenza in “Bosin” – era la seconda in assoluto, un 48 ore – trovai il bergamasco Rovaris, compagno di camerata, che mi aspettava: «Vai al campo estivo» mi disse, «parti mercoledì, un giorno dopo gli altri. Sei capomacchina, ti è andata bene, così non dovrai sobbarcarti la fatica di montare le tende e la rete idrica». Guardavo quel ragazzo biondo e tarchiato e pensavo che ben strani messaggeri sa trovare la vita. Ero dispiaciuto sul principio, ma considerai con il passare del tempo e il consiglio della notte che in realtà si trattava di una buona occasione, era una specie di vacanza dalla caserma, un’avventura di due settimane a Ponte di Legno.

Sapevo bene che ci sarebbe stato il campo estivo – avevamo preparato le tende, le famose “Zamberletti”, montandole, controllandole e smontandole, i materassini, i “clarinetti” ovvero dei tubi per il loro montaggio, le cucine da campo, gli shelter, i vassoi da campo… ma avevo sempre pensato che non sarebbe toccato a me andarci, il mio nome non era mai stato fatto, nessuno mi aveva detto nulla. Quando fu tempo preparai il mio zaino, ritirai l’equipaggiamento al magazzino e un mattino tra il finire della primavera e l’inizio dell’estate saltai sul sedile di un camion della colonna. Faceva freddo per la stagione e al passo delle Palade avevamo in funzione il riscaldamento dell’ACM. Il sottotenente che ci guidava, sul primo di una mezza dozzina di camion, fermò a Cles e ci offrì un caffè in un bar. Fu un gesto che apprezzai molto, denotava la signorilità di quel giovane ufficiale.

Arrivammo a Ponte di Legno, precisamente in Val Sozzine, dopo l’ora del pranzo. Il campo era già funzionante, mancavano solo pochi dettagli. L’impianto idrico era garantito da rotoli e rotoli di tubi di plastica che pescavano l’acqua dal torrente – l’Oglio, in realtà, ma lì appena formatosi – e i servizi igienici erano stati scavati nella terra.

Mi trovarono un posto in una tenda, gonfiai con la pompa il mio materassino, vi stesi la coperta e il cuscinetto e vi lasciai lo zaino. Cominciarono due settimane di servizi quasi a giorni alterni: corvée cucina, guardia, corvée caserma – che poi significava semplicemente tenere pulito il campo e lo spiazzo dell’adunata particolarmente. Ebbi però il tempo di raggiungere Ponte di Legno, distante un paio di chilometri a piedi, con i miei sodali: andavamo nei bar, nelle paninoteche, cercavamo la vita nella libera uscita che poi consisteva di una birra, un panino con lo speck e il brie e le patatine al chiosco del luna park che stazionava sotto la cittadina, un giro alla UPIM il pomeriggio del sabato e della domenica e fare su e giù per i vialetti che si intersecavano intorno al ponte di legno al centro del paese. Guardavamo anche le partite degli Europei di calcio: a Merano, al Mac Rolands, avevamo visto l’Italia di Vicini pareggiare con la Germania Ovest e battere la Spagna. La sera che si giocò Italia-Danimarca montavo di guardia: faceva un freddo impensabile per giugno: mi fecero indossare il berretto norvegese e il maglione a collo alto sotto la mimetica e mi diedero una bottiglietta di plastica di cordiale che ingollai nel bel mezzo della notte quando il freddo mi parve insopportabile. Avevo la radiolina con l’auricolare ben mimetizzato sotto la falda della norvegese: segnarono Altobelli e De Agostini e l’Italia vinse 2-0 qualificandosi per la semifinale contro l’Unione Sovietica. Quando finì la partita, ascoltai musica. La partita decisiva invece la perdemmo 2-0 e la vidi comodamente seduto in un bar del centro di Ponte di Legno.

Una domenica montai invece di guardia tra i sacchetti di sabbia del bunker posto all’ingresso, sacchetti che avevamo riempito sulle rive dell’Oglio. Trascorsi un'ora lì dentro, guardando i motorini e le automobili passare sulla strada: ragazze e ragazzi che andavano al luna park. Il tenente colonnello, il maggiore, il maresciallo Petruccelli e il sergente Acito giocavano a carte a un tavolino posto all'ombra di un larice. Certo, mi sarebbe piaciuto essere in paese, percorrere le stradine e fermarmi a bere una birra in un bar con i miei commilitoni, ma il dovere era il dovere. Meglio lì che in cucina a lavare le stoviglie metalliche e i pentoloni. Inoltre con l'arrivo del nuovo scaglione, ero salito anche di un gradino: ora ero "nipote di seconda" e avevo almeno qualcuno sotto di me. Le auto che correvano veloci verso Ponte di Legno facevano vibrare l'aria: i miei pensieri scivolavano via veloci e il tempo passò in fretta.

 

Campo estivo

FOTOGRAFIA © DANIELE RIVA

sabato 22 aprile 2017

Pasqua del 1989

 

Se Natale lo passai a casa, nel mio anno di naia, mi toccò invece di trascorrere la Pasqua a Merano: mancavano solo 24 giorni al congedo, ero la “Max” e avevo sei giorni di licenza ordinaria in serbo per la prima settimana di aprile. Nel 1989 la Pasqua cadde il 26 marzo: un giorno che nel ricordo ha la dolcezza della prima primavera e non è solo la nostalgia a renderlo così. C’erano già i fiori nelle aiuole e le classiche sculture di siepi e fiori sul Lungopassirio: il canoista, l’Atlante che regge il mondo… Un bel sole tiepido avvolgeva la città

Ero rimasto solo: i soliti compagni con cui uscivo erano tutti a casa in licenza o assegnati ai vari compiti di caserma. Poco dopo le 9 varcai il passo carraio della Caserma Cesare Battisti e salii verso il centro: Via Palade, Via Petrarca. Raggiunsi Piazza del Teatro e vagabondai poi lentamente lungo i Portici, mi affacciai nel Duomo, dove stava cominciando la messa in tedesco: rimasi ammirato per qualche minuto ad osservare il rito, poi mi avviai verso il Ponte della Posta, riattraversai il Passirio per trovarmi davanti al gotico tedesco di Santo Spirito. Fu lì, sula porta della chiesa che incontrai Marco e un suo amico. Marco lo conoscevo dalla prima corvée cucina alla Leone Bosin: eravamo dello stesso scaglione e ci trovammo a lavorare insieme quel giorno di un giugno ormai lontano quasi un anno. Anche quando fui trasferito alla Battisti, ci capitava spesso di incontrarci per la città o di fissare appuntamenti per uscire a cena.

Ascoltammo la Messa, poi, a mezzogiorno, mi invitarono ad unirmi a loro per il pranzo di Pasqua. L’amico di Marco, che avevo già incontrato in alcuni dei nostri precedenti “vagabondaggi”, aveva la macchina a Merano. Decidemmo su due piedi di salire da Mair am Ort, a Tirolo, località sopra Merano famosa per il suo castello, dove amavamo salire in seggiovia dalla stazione dietro il Duomo per giocare al minigolf o per andare a bere la “boule”, una enorme coppa da macedonia che conteneva frutta a pezzi immersa in un’intera bottiglia di moscato d’Asti.

Entrammo nel locale caratteristico, con i suoi muri rivestiti di legno e le tovaglie a quadri: pranzammo con canederli e poi con un carré di maiale con i crauti, annaffiati da una generosa caraffa di vino bianco. La città si stendeva ai nostri piedi, il fiume scintillava perdendosi tra i vasti appezzamenti. Sentivamo nell’aria la libertà ormai vicina, quel pomeriggio di Pasqua. Finimmo ancora una volta a bere la “boule” e lasciammo che il giorno si sciogliesse, quella prima domenica con l’ora legale che portava più in là il tramonto sulle montagne azzurre.

Presto sarebbe cambiata la nostra vita, lo sapevamo benissimo. Presto quell’anno di naia sarebbe finito diritto nel baule dei ricordi. Ma intanto eravamo là, a rovesciare il liquido dorato nelle coppe, a inforcare pezzi di mela verde e fragole e il momento aveva la malinconica dolcezza delle cose sospese tra passato e avvenire.

 

Tirolo

sabato 24 settembre 2016

Meran Street View

 

“Ne è passato di tempo... Quasi trent'anni”. Questo mi è venuto da pensare ripercorrendo le vie di Merano su Google Street View senza più riconoscere le strade, come se io fossi stato Pollicino e il tempo avesse raccolto i sassolini che avevo disseminato per ritrovare il filo della mia memoria. Via delle Palade, a parte la desolazione delle caserme vuote, sembrava per certi versi una strada interna di certe località di mare, Via Piave era irriconoscibile con i suoi palazzi nuovi, guardavo i negozi di Via delle Corse e non li riconoscevo. Ho trovato un po' di conforto nell'inconfondibile architettura dei portici e nell'insegna rossa del Gasthof Rainer, immaginandomi subito le panche e i tavoli di legno, le tovaglie a quadretti bianchi e rossi, il giardinetto interno dove si poteva cenare d'estate, il pane con i semi di papavero, i gurken, il gulasch con i mirtilli rossi, le salse allo yogurt per l'insalata.

Allora però cosa c'era al posto di questa nostalgia così dolce e impossibile? Non certo rabbia, forse un po' di rassegnazione perché ci sembrava di buttare un anno della nostra vita - l'avremmo capito dopo, molto dopo, che invece quell'anno ci aveva formato, educato, ci aveva insegnato a socializzare, a lavorare insieme, a porci un obiettivo e raggiungerlo non da soli, ma insieme agli altri. Nessun sergente cattivo di Full Metal Jacket, nessun sergente Rompiglioni dei film italiani di serie B (detto en passant, si sarebbe potuto almeno far tagliare i capelli agli attori, così sono semplicemente delle macchiette, fuori ruolo, ancora più inverosimili). C'era insomma la voglia che tutto finisse presto, se è vero che contavamo le albe ed esultavamo ad ogni passaggio di scaglione. In ufficio, con il maresciallo, eravamo solo in due noi scritturali, e avevamo nel cassetto del tavolo del ciclostile una specie di gioco dell'oca ricavato da una lunga scatola di quella carta copiativa: ma le caselle non erano 90 bensì 355, una per ogni giorno che avremmo dovuto passare sotto la naia (dieci ci erano misteriosamente abbonati); c'erano due bandierine fissate su uno spillo e la prima cosa che facevamo ogni mattina, appena arrivati dalla colazione in mensa, era spostare in là di uno spazio quel segnalino. Quando il mio collega d'ufficio si congedò, esultai vedendo che il mio spillo era davanti - ma ero ancora ben oltre i 200. Qualche giorno dopo arrivò un altro ragazzo a sostituirlo: gli mostrai il calendario segreto e pose il suo spillo - al limite dei 300.

Ma ora non ritrovo più i giorni e le sere di quella vecchia Merano, perduta, sepolta sotto la cenere degli anni. Non ritrovo più il ragazzo che ero e che andava talvolta a cenare al Pic-nic Grill o al Ristorante Alla Marinara, o che si fermava al Pandemonium a comprare cartoline o spillette. Che fine ha fatto quella paninoteca su Via Piave che serviva un eccellente francesino con il brie e lo speck? E il locale in cui andavamo a bere la Eku 28 nel bicchiere a balloon sentendoci bohemiens in una città belga? E ancora il MacRoland che faceva il verso alla più celebre multinazionale dell'hamburger, con il suo piano rialzato dove andavamo a vedere le partite di calcio della Nazionale? E quel posto dietro il Duomo dove servivano lo Stiffel, uno stivale di birra arricchito con grappa e altri liquori, che dava alla testa mentre giocavi con i tradizionali giochi di legno? Tutto è cambiato, tutto è perduto: rimane solamente il limbo della mia memoria e di quella di chi era con me. Così capita - quando ci incontriamo come reduci di una battaglia perduta - di far rivivere quei posti, quelle sere, quei sabati e quelle domeniche in cui bighellonavamo lungo il Passirio e andavamo in stazione a veder partire i treni verso casa...

Avremmo riso allora, se qualcuno ci avesse detto che un giorno avremmo provato una folle inestinguibile nostalgia...

 

Merano

FOTOGRAFIA © FRIEDRICH BÖHRINGER

sabato 17 settembre 2016

Il compleanno dell’alpino S.

 

Un giorno di settembre l’alpino S. compiva gli anni. Merano era bellissima, ancora più dolce nella luce che scemava lentamente colorando di giallo i palazzi del centro e tingendo di luce riflessa le alte montagne a corona della città e le colline dove si vendemmiava l’uva matura. In più c’era l’attesa per l’evento dell’anno, il Gran Premio all’ippodromo di Maia Bassa.

L’alpino S. non era nella mia caserma del Logistico, ma in quella vecchia, dalla quale fui trasferito sul principio di luglio. Però avevamo legato nel mese e mezzo in cui ero rimasto là: così aveva convocato me e altri due amici che ancora si trovavano al Reparto Comando e Trasmissioni: ci aveva “invitato” a cena, in realtà era un modo elegante per dire che comunque ognuno avrebbe pagato la sua parte

Ci aveva dato appuntamento alle sei e mezza sul Lungopassirio, sulle panchine appena al di là del ponte del Teatro. Ci arrivai per la strada a me più comoda, ovvero risalendo Via Piave. Lui e gli altri sarebbero arrivati invece costeggiando il Passirio, come facevamo le sere di libera uscita quando anch’io mi trovavo con loro. Arrivai e già c’erano gli altri due seduti sulla panchina. «E S.?» domandai. «Mah» disse Braschi «ha detto che doveva prendere una cosa, tanto arriva in bicicletta». Infatti S. si era portato da casa la sua bicicletta rossa fiammante e scorrazzava qua e là nei dintorni il sabato e la domenica quando non era di servizio o in licenza. L’avevo aiutato io alla stazione delle autolinee a caricarla nel bagagliaio del pullman: facemmo tutto il viaggio insieme e fu in quelle tre ore che in pratica facemmo amicizia.

Aspettammo una decina di minuti, poi lo vedemmo spuntare dalla Piazza del Teatro con un sacchetto di plastica giallo del supermercato Meinl sul portapacchi. Era ancora presto – anche se a Merano già alle sei i ristoranti cominciavano a servire la cena e si riempivano in fretta. Decidemmo di andare in stazione, alla Mensa Ferrovieri a mangiare la “pastora”: si trattava di un piatto piuttosto abbondante di ravioli conditi con ricotta, funghi e salsiccia al finocchietto. Poi, per celebrare il compleanno, prendemmo anche lo strudel e una bottiglia di spumante dolce.

Uscimmo che nella sera di settembre era già calato il buio e si accendevano le stelle. Fu a quel punto – su una panchina nel parco antistante la stazione, vicino all’inferriata dove ancora era legata la sua preziosa bici che l’alpino S. aprì il sacchetto giallo che si era portato dietro per tutta la sera: c’era una bottiglia di grappa Williams alla pera con un pacchetto di bicchieri di carta. «È il mio compleanno» disse S., orgoglioso e fiero con un sorriso che sembrò luccicare alla luna «ragazzi, beviamo a questa giornata che soltanto una volta si passa sotto la naia!». Svitò, non senza fatica, il tappo della bottiglia e cominciò a versare un dito di grappa in ogni bicchiere, che subito distribuiva. «Prosit! A S.!» si levò il coro delle nostre voci. E bevemmo quel liquore forte dal sapore di pera. Scoprimmo subito che l’alpino S. non reggeva l’alcol: unito al mezzo bicchiere di Asti che aveva bevuto a tavola, quel poco di grappa lo mise K.O.: cominciò a ridere sguaiatamente e faticava a reggersi in piedi. Erano ormai le dieci passate, dovevamo rientrare in caserma per il contrappello delle undici.

Braschi e Gnutti presero l’alpino S. sotto braccio e si incamminarono per Corso Europa. Io presi per mano la bicicletta rossa e li accompagnai fino alla loro caserma. Li lasciai lì che mancava un quarto alle undici: avevo appena il tempo di tornare di buon passo al Logistico per essere in orario al passo carraio. Prima però guardai il cielo pieno di stelle e sospirai, sorridendo per la dolce ingenuità del mio amico.

 

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LINDA APPLE, “OLD RED CLASSIC BIKE”

sabato 30 aprile 2016

Guardie

 

Ammetto di essere stato fortunato nel mio anno di servizio militare: i turni di guardia che mi capitarono furono poco più di una dozzina - la mia condizione di caporale responsabile della Delegazione presidiaria mi mise per molti mesi al riparo dei servizi di caserma. Ma non per questo esente.

Ma cominciamo dal principio, cominciamo dal CAR alla caserma Rossi: lì mi toccò, come agli altri, un turno di piantone non armato all’ingresso della palazzina della mia compagnia, la 50°. Ero talmente annoiato che in quelle quattro ore imparai a memoria la Preghiera dell’Alpino stampigliata sul muro. Un’altra volta fui di piantone alle camerate del plotone, il secondo. Lì il tempo passò più veloce perché non ero solo: rimanevano confinati quanti avevano marcato visita e attendevano di essere trasferiti all’ospedale militare. Rimasi a conversare con un gruista di Vipiteno che aveva un’ernia e con il nipote di un famoso compositore trentino che non so nemmeno cosa avesse.

Passato quel mese di maggio, fui assegnato al Reparto Comando, presso la Caserma Bosin, e lì me ne toccarono parecchie di guardie, essendo un “nipote”:  almeno tre prima di partire per il campo estivo e un’altra dopo. Alla Bosin si montava di guardia in due: uno sull’altana, l’altro giù, a camminare lungo la mura di cinta. Dopo un’ora ci si scambiava di posto, dopo un’altra ora si andava a riposare quattro ore sulle brandine nel corpo di guardia per poi tornare fuori a dare il cambio. A tracolla avevamo il fucile, un Garand, e nelle tasche della mimetica un paio di caricatori. Nell’altana, una cabina rotonda di cemento armato sopraelevata, avevamo a disposizione una radio per chiamare il posto di guardia e un faro girevole, posto sul tetto.

Al campo estivo, in quel della val Sozzine, alla periferia di Ponte di Legno, la guardia era soprattutto all’armeria, sita in uno shelter, una specie di container trasportabile con i camion. Mi capitò in una notte di metà giugno, talmente fredda che dovetti indossare maglione pesante e cappello norvegese invece del consueto berretto da stupidi. Una domenica pomeriggio fui più fortunato: mi misero di guardia all’ingresso del campo, in un bunker costituito con i sacchetti riempiti della sabbia raccolta sul greto del torrente che scorreva lì vicino. Vedevo la strada: passavano motorini, automobili, ragazze, gente in bicicletta, e quello era il mio svago mentre maresciallo, sergente, colonnello e maggiore giocavano a carte a un tavolino non molto distante.

Dieci giorni dopo venivo finalmente assegnato alla Delegazione presidiaria e per mesi non fui interessato alle guardie. Fu verso dicembre che mi comunicarono che avrei dovuto sorbirmene anch’io qualcuna - poche vista la mia anzianità di scaglione e il fatto che comunque non avrei potuto abbandonare al suo destino il mio ufficio quando il mio collega era in licenza. Alla caserma Battisti, dove ero aggregato, si montava di guardia in modo diverso: un soldato presidiava il passo carraio mentre il resto della squadra ovvero un autista, un caporale e un soldato, perlustrava a bordo di una jeep il vasto territorio della caserma apponendo una firma ogni ora ad un blocco posto sugli obiettivi da controllare. I turni di guardia duravano due ore ed erano intervallati da quattro ore di sonno. Me ne capitarono tre o quattro prima del congedo. Una domanda facile facile per concludere: visto che il caporale doveva firmare il blocco due volte, quante erano le fermate necessarie per ogni turno? Una, naturalmente: si scendeva nella seconda ora abbandonando il calduccio della jeep e si apponevano due firme con orari diversi...

Quello che non immaginavo allora era che oggi avrei guardato non dico con rimpianto, ma con una dolce nostalgia a quei tempi ormai lontani.


 

Soldati

IMMAGINE DAL FILM “SOLDATI – 365 ALL’ALBA”

sabato 5 marzo 2016

Il primo sabato del mese

 

Il primo sabato del mese scendevamo a Bolzano. Soltanto il primo sabato del mese infatti per antica tradizione i negozi rimanevano aperti anche al pomeriggio. Ci andavamo in macchina, con la Golf di Miglio o con l’Alfetta blu di Rossi. Percorrevamo la vecchia statale che attraversa Sinigo, Postal, Gargazzone, Vilpiano, Terlano, Settequerce e San Maurizio seguendo in pratica il percorso della ferrovia che si intreccia ai campi di mele e all’Adige. Discorrevamo scendendo - di solito eravamo in tre o quattro, raramente in due - ed erano i soliti discorsi sul futuro, sulla nostra situazione attuale così provvisoria ma altrettanto contingente.

Parcheggiavamo dalle parti della stazione e da lì attraverso il viale alberato raggiungevamo Piazza Walther con il suo duomo dal tetto di scandole colorate. Eravamo bohemiens in libera uscita - anche metaforicamente: avevamo poco più di vent’anni e l’esuberanza della gioventù che ci pulsava nelle vene lasciava che le emozioni sgorgassero vive, che divampasse come un incendio quella libertà (ci sembrava paradossale allora chiamarla libertà, ci sentivamo reclusi, ci sembrava che ci mancasse l’aria).

Percorrevamo i portici guardando le vetrine, nelle quali vedevamo spesso riflessi anche i nostri sogni: ognuno si fermava più a lungo dove lo chiamava l’anima, chi davanti al negozio di articoli musicali, chi alle librerie, chi di fronte alle cartolerie piene di pastelli colorati e di carte da lettera, chi davanti ai pesi e agli attrezzi di un fornito negozio di articoli sportivi. Ma tutti eravamo poi concordi nel raggiungere una pasticceria di Via Portici dove avevamo fatto amicizia con una cameriera e tra un’occhiata sdolcinata, un po’ di corte e quattro chiacchiere sorseggiavamo il cappuccino o la cioccolata e mangiavamo le paste o una fetta di Sacher o di   strüdel.

Quando scendeva la sera attraversavamo Vicolo delle Erbe e Via Argentieri e riprendevamo la strada per la stazione. Salivamo in macchina con la malinconia dolce del desiderio appagato e tornavamo a Merano, per cenare in qualche Weinstube e poi andare al cinema affidando i pensieri a una delle nuovissime prime visioni.

 

portici

FOTOGRAFIA © MARIO FORNASIER

sabato 2 gennaio 2016

L’ultimo dell’anno del 1988

L’ultimo dell’anno 1988 mi trovavo nella Caserma Battisti di Merano: era il mio anno di servizio militare e avevo sfruttato la licenza concessa per il Natale. La maggior parte aveva preferito festeggiare il Capodanno a casa con gli amici e le fidanzate, perciò la caserma era semivuota ed ero uno dei pochi caporali a disposizione. Non avrei dovuto accollarmi servizi, visto che il mio compito era quello di curare l’ufficio della Delegazione Presidiaria: però, vista la carenza di personale, mi vidi affibbiare il turno di caporale di giornata e mi andò ancora bene, evitando così turni più pesanti come quelli delle guardie.

A mezzogiorno mi consegnarono la fascia rossa da mettere sull’omero destro e tornai in ufficio, visto che non sarei potuto uscire. Passai parte del pomeriggio a leggere "Il pendolo di Foucault" di Umberto Eco che mi avevano regalato a Natale e a pulire i locali - il mio collega telefonò da casa per farmi gli auguri, e la cosa mi fece molto piacere.

Alle cinque passai per le camerate a controllare che tutto fosse in ordine e mi sdraiai sulla rete della branda, appoggiandomi al cubo, senza disfarlo. Era ormai buio e c’era un’atmosfera particolare, forse per la festa, forse per quella situazione di essere lontano da casa a Capodanno, forse per quell’enorme insegna lampeggiante “Las Vegas” di un luna park che si vedeva lontano, dalla finestra a oriente, quella da dove un giorno sarebbe spuntata l’alba tanto attesa.

Alle sei e trenta raggiunsi il locale che ospitava la mensa provvisoria – un enorme garage in realtà, attrezzato con le cucine – e cenai con i soliti sodali, che rispettavano più la mia anzianità che il mio grado. Parlammo del più e del meno, poi passai in fureria per apporre qualche firma al registro di caporale di giornata. Il mio compito principale sarebbe stato comunque il contrappello della sera, alle 23.30. Tornai in camerata ad aspettare che giungesse l’ora. Giocammo a carte per un po’, poi Perego annunciò che se ne andava allo spaccio a comprare un panettone e un paio di bottiglie di spumante, «È l’ultimo dell’anno, cribbio!». Il tempo passava lento, il lampeggiare dell’insegna era quasi ipnotico, un po’ come la neve quando cade in larghi fiocchi.

Alle 23.30 il sottotenente che comandava in quel momento le compagnie Comando e Minuto Mantenimento, le due che erano sotto il mio controllo, arrivò, vide la mia fascia rossa al braccio e mi disse «Buon anno. Cominciamo?» Presi la lista con l’elenco dei soldati presenti e iniziammo il giro. Naturalmente anche lui notò, come me, che molte coperte nascondevano chi – stranamente – dormiva proprio la sera dell’ultimo dell’anno, alcuni avevano addirittura posto degli indumenti sui pali delle brande per “ripararsi dalla luce”. Un compagno si affrettava a dire «Presente! Dorme...» Chiaramente era qualcuno che aveva “fatto la fuga”, cioè era tornato a casa a festeggiare con gli amici e non sarebbe tornato che l’indomani sera, per il nuovo contrappello. Il sottotenente non disse niente, io non dissi niente. Avevamo poco più di vent’anni e nessuna voglia di rovinare altri ragazzi e di rovinarci la nottata di Capodanno con le scartoffie.

Finito il giro, era quasi mezzanotte ormai. L’ufficiale andò a festeggiare con i suoi colleghi nella palazzina che li ospitava, io trovai in camerata Perego che mi porgeva un fetta di panettone. Le luci erano state spente, come da regolamento, c’erano le lampade blu di guerra a diffondere il loro chiarore assurdo, che competeva con quello dell’insegna, che ora appariva più vivida. 

«-10, -9, -8, -7, -6, -5, -4, -3, -2, -1...» poi partirono a tempo i tappi delle due bottiglie di Asti spumante e ci augurammo tutti Buon Anno usando i bicchieri di carta come calici di cristallo per fare cin cin. «È l’anno che ci porterà l’alba» disse qualcuno e tutti gridammo all’unisono «All’alba!»

Il 1989 era cominciato.

 

Food and bev

FOTOGRAFIA © FOOD & BEVERAGE

sabato 4 luglio 2015

Siete parcheggiati sui miei ricordi

 

C’è una vignetta dei Peanuts in cui Snoopy si reca all’allevamento della Quercia, il luogo dove è nato, e non lo trova più. Ci hanno costruito un autosilo di sei piani. Snoopy inveisce: “Stupida gente!! Siete parcheggiati sui miei ricordi!!!”

Ho provato la stessa amarezza di Snoopy, perché un luogo a me caro, la caserma “Leone Bosin” di Merano, dove trascorsi parte del mio anno di servizio militare, è stato demolito e destinato a discarica. “Siete parcheggiati sui miei ricordi!!!”, sì, cara amministrazione comunale di Merano/Meran, sei parcheggiata sui miei ricordi, anzi peggio: ne farai frammenti, rottami, sfasciumi e ferrivecchi, li ridurrai ad un immondezzaio.

Ma non li distruggerai, non li annichilirai, non riuscirai a incenerirli: mi riempiono il cuore, mi affollano la mente le emozioni provate là dentro, le amicizie fiorite come un papavero nel cemento in quelle camerate dal pavimento di cotto dove ogni settimana bisognava fare la “saponata”, la noia delle ore di guardia sull’altana, l’allegria delle canzoni scelte sul juke-box dello spaccio, le figure ora quasi leggendarie degli ufficiali e dei sottufficiali. Io ricordo. Tanti che sono passati per la “Leone Bosin” ricordano. E, come i ribelli di Fahrenheit 451 ricordavano a memoria i libri ormai dati alle fiamme, ognuno di noi porterà con sé un pezzettino di memoria.

2013

 

Bosin

MERANO, CASERMA “LEONE BOSIN”, APRILE 1989

sabato 11 aprile 2015

PAO

 

Nel luglio del 1988 ero ancora un “nipote”. Dopo il mese di CAR alla caserma Edolo, il mio trasferimento alla Leone Bosin e il campo estivo a Ponte di Legno, in attesa di una posizione ufficialmente certa in seno alle Forze Armate cui “prestavo” un anno della mia vita, appartenevo praticamente alla più bassa manovalanza. Era un po’ la situazione delle caste indiane: ero sul fondo, nella struttura piramidale dell’esercito di leva. Questo significa che venivo considerato disponibile per ogni turno di guardia, per le varie corvée della caserma - più volte avevo lavato piatti in cucina o ramazzato i viali della Bosin - o per qualsiasi ghiribizzo venisse in mente a un qualche ufficiale. Per dire, in quella prima settimana di luglio avevo montato di guardia, avevo servito di corvée cucina, ero stato incaricato della pulizia dei bagni della mia compagnia ed ero stato inviato come capomacchina sull’Alfa 33 blu del generale di brigata al Tonale, avevo dormito lassù ed ero tornato in mattinata.

Quel tardo pomeriggio stavo facendomi la doccia per andare finalmente in libera uscita dopo giorni. Mi pregustavo già le luci di Merano, il ristorante sotto i portici, la gelateria sul lungopassirio. Invece, mentre ero lì tutto insaponato, mi chiamarono: «Ti vuole il sottotenente». Finii di lavarmi, mi avvolsi nell’accappatoio, andai in camerata a indossare di nuovo la mimetica, presagendo che qualche nuovo servizio mi sarebbe stato appioppato tra capo e collo, e andai nell’ufficio del sottotenente.

Non mi ero sbagliato. «Si è rotto l’allarme dell’armeria. Devo aggiungerti al PAO». Senza giri di parole, franco, sincero, corretto. Apprezzai. Del resto ammiravo molto quel sottotenente, figlio di un generale, che però non faceva pesare minimamente questa sua imponente parentela. Approfittai di quella sua sincerità per una rimostranza - sarebbe stata fuori luogo altrimenti, gli ordini non si discutono. «Posso parlare chiaro?» gli chiesi. «Certo». «Guardi, io non ho problemi, ma mi piacerebbe sapere perché proprio io, tra i tanti soldati di questa caserma. Ieri al Tonale, prima di servizio ai bagni, prima in cucina, prima ancora di guardia, adesso di PAO». Il sottotenente non si scompose, fece soltanto una smorfia che significava “Mi dispiace”. Alzai le mani, quasi in segno di resa, tornai in camerata a prendere l’elmetto e mi recai all’armeria che dovevo difendere, dove mi misero in mano un vecchissimo fucile Garand che non sarebbe servito a niente in caso fosse successo davvero qualcosa.

Passai due ore seduto su una sedia davanti alla cancellata chiusa dell’armeria, con il fucile nella sinistra e pensieri che mi si accavallavano. Affrontavo un misto di rabbia e di impotenza, consideravo l’ineluttabilità di quella situazione, ero consapevole di rappresentare l’ultima ruota del carro, la parte più bassa della catena alimentare. Come Dio volle, finì. Venne il sottotenente a dirmi «Puoi andare» e mi allungò la mano perché la stringessi. Era il ringraziamento silenzioso di un uomo tutto d’un pezzo, e mi lusingò. Lo salutai e mi avviai all’uscita della palazzina delle Trasmissioni. Nel corridoio mi sentii chiamare. Era S., un varesino di lago con il quale avevo fatto il CAR. «Vieni, che beviamo del Bonarda. L’ho portato dalla licenza». Erano le dieci ormai, troppo tardi per uscire, troppo tardi per qualsiasi cosa. Entrai nella sua camerata, presi la tazza rossa smaltata che mi offriva e bevendo lentamente il vino rosso e vivace gli raccontai di quella sera, di quella settimana infernale. Parlando, come sentivo che il vino scioglieva i nodi dentro me, ugualmente capivo che andavo allentando la tensione, che lo sfogo cancellava la rabbia, che la compagnia degli amici è come una medicina salutare.

Il mattino dopo il sottotenente mi chiamò ancora. Nessun servizio, stavolta. Mi avevano trasferito alla Cesare Battisti per lavorare finalmente inquadrato in un ufficio, con una posizione ben definita. Stavolta mi strinse la mano per salutarmi e sulle sue labbra apparve anche l’ombra di un sorriso.

    PAO

sabato 7 marzo 2015

Ritter Sport

 

Prima sono passato al supermercato. C’era un espositore con il cioccolato Ritter, ne ho presa una confezione; è del tipo incartato di blu, quello al latte. Sono qui adesso che lo mangio a piccoli quadratini e – come Proust con la sua madeleine inzuppata nel tè – mi si spalanca un mondo di ricordi dolcissimi e lontani: “Sorvolavo rapidamente su tutto questo, imperiosamente sollecitato, com'ero, a cercare la causa di quella felicità, del carattere di certezza con cui si imponeva, ricerca un tempo rinviata”

Andavo a comperarlo nel supermercato Meinl di Via delle Corse, dalle parti di Piazza del Teatro, qualche sera, appena uscito dalla caserma per la libera uscita. Era quasi l’ora di chiusura e riesco ancora a sentirla, quell’atmosfera languida di qualcosa che sta per finire.

Prediligevo quello con lo yogurt ma talvolta prendevo anche quello con le uvette al rum, più raramente la tavoletta di cioccolato bianco con le nocciole intere. Gironzolavo per il supermercato, poi pagavo ed uscivo. Lo scartavo e cominciavo a sbocconcellarlo, girando per la città come un vagabondo, sentendo che quelle strade mi appartenevano, quei viali alberati, quelle chiese sul lungopassirio, quel fiume che si agitava sotto i ponti come un vibrare di specchi infranti.

Mi sembra quasi di sentirlo gorgogliare adesso il Passirio, passa sotto il ponte del Teatro, sotto il ponte della Posta, scorre via verso il ponte romano, verso Castel San Zeno, portandosi dietro il cielo ormai al tramonto. È primavera: sento nell’aria il suo languore, la dolcezza di quei giorni che avrebbero portato al congedo. È un sentore di fiori, un rilucere improvviso che avvolge la chiesa di Santo Spirito, il Duomo, che si infila nei Portici come una folata di vita.

Sono qui che mangio cioccolato Ritter e la dolcezza del ricordo mi avvince come miele.

 

Ritter

DISEGNO © CRYSTALHUNG