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sabato 23 giugno 2018

Un rettangolino di plastica


Milano, 26 luglio 2674

I lavori di scavo nella "zona verde" della città vecchia - così chiamata per il ritrovamento di numerosi manufatti dipinti con tale colore - continuano a riservare sorprese. Il professor John Tagliaferro dell'Università di Pavia 2 ha comunicato al quotidiano "Electronic Evening Courier" di avere rinvenuto un oggetto ancora sconosciuto, leggermente corrotto ma ancora in buone condizioni grazie a una bolla d'aria che lo ha imprigionato in un angolo riparato dalle intemperie: si tratta di un rettangolino di plastica bianco da un lato con delle scritte nell'antico alto italiano, la lingua dialettale usata prima dell'adozione dell'inglese globalizzato, e con un'immagine non riconoscibile, forse due persone, su sfondo rosso dall'altro. Il professor Tagliaferro e la sua assistente, la promettente Mary Elizabeth Pudeddu, ritengono si trattasse di qualche genere di tagliando: infatti hanno decifrato il numero 10, che fa presupporre un corrispettivo nella moneta dell'epoca, l'euro, corrispondente all'odierno dollaro transnazionale. Accanto vi erano degli oggetti più comuni, spesso rinvenuti intatti, come in questo caso: alcune bottiglie verdi da un terzo di litro, che probabilmente contenevano un qualche tipo di liquido ottenebrante - ricordiamo che in quel periodo l'alcol non era stato ancora messo al bando.

NOTA: ho scritto questo breve apologo per ricordare che una ricarica telefonica gettata viene smaltita in mille anni, una bottiglia in quattromila. Pensiamoci, quando abbandoniamo un rifiuto lontano dai cestini!


2009


unnamed

sabato 9 settembre 2017

Lettera da Vega


Caro JKPH28-LK321,

i miei vicini astrali sono un vero tormento: fanno un rumore insopportabile tutto il giorno. Già al mattino, verso l'alba, nella pallida luce planetaria, il ragazzo esce per andare alla scuola siderale: accende la motoastronave e la lascia rombare per tre minuti stellari buoni prima di partire strombazzando con il clacson termomicrofonico. Per tutto il pomeriggio il nonno, un astrotrasportatore in pensione, rompe i timpani potando la vegetazione, i cristalli di rocca, la foresta di pietra con la motosega dai denti di diamante e tosando a giorni alterni il prato di bauxite con la levigatrice autotermodinamica.

Le comari si radunano almeno tre volte al giorno e ciarlano a lungo vociando e squillando attraverso l'altoparlante della tuta. Evidentemente il loro impianto microfonico è regolato su un livello di hertz molto alto, come quando parliamo con un sordo e dobbiamo aumentarne il volume.

Per non parlare poi dei tre cani elettronici che abbaiano in continuazione a tutto: un passante, un venditore spaziale porta a porta dell'enciclopedia plutoniana, uno stormire di fronde, un visitatore occasionale...

Il padre fortunatamente lavora su Altair, ma nei lunghi week-end contribuisce del suo fresando e alesando, saldando e tagliando, martellando e inchiodando: per hobby costruisce di tutto, dalle astronavi ai canestri autosospesi per giocare al basket antaresiano, e lo fa a lungo e con foga. Logicamente i figli, quello della motoastronave e l'altro, che la madre chiama in continuazione con l'altoparlante di Bell, giocano rumorosamente con il canestro antaresiano o si sfidano a chiassose partite di calcio uraniano o di baseball galattico, dove si deve colpire con la mazza di titanio una biglia d'acciaio venusiano.

Ma presto risolverò il mio problema... No, non ti allarmare, non ho deciso di sterminare l'intera famiglia con la bomba X o con del potente veleno per iguanodonti di Proxima Centauri: ho solamente prenotato un impianto di vetri antirumore, quelli lavorati con il bismuto, e prossimamente i tecnici verranno ad installarli.

Da Vega ti saluto con affetto

tuo affezionatissimo XCGH21-KL987

18 marzo 3031


Vega

IMMAGINE DA “SPACEFLIGHT NOW”



sabato 27 dicembre 2014

Un riflesso di luce

 

La prima volta che se ne accorse stava passeggiando per i viali di un cimitero di campagna: tra il ghiaietto, sotto l’ombra degli alti cipressi secolari, gli parve di vedere balenare qualcosa, come se un soffio di vento avesse mosso l’acqua di una minuscola pozzanghera, un riflesso di luce in uno specchio scuro. Aveva guardato bene, ma non c’era nulla, né acqua né specchio né un frammento di vetro. Liquidò la cosa come un’inspiegabile sciocchezza, pensò magari a un gioco di riflessi nel vetro dei suoi occhiali. Poi uscì e, passeggiando, si scordò completamente dell’episodio.

Qualche tempo dopo però gli ritornò alla mente, un giorno che quello stesso fenomeno gli si ripresentò, nel cielo questa volta. Sembrò che dietro l’azzurro dove alcune piccole nuvole pascolavano come un gregge, vi fosse qualcosa di diverso, un indefinibile grigio, un piccolissimo squarcio di cielo temporalesco. Così per pochi secondi, poi si tolse gli occhiali, si sfregò gli occhi e il cielo era lo stesso di prima, con le piccole nuvole disperse e la sera che già si approssimava arrossandone un poco gli orli.

Erano bazzecole, piccoli segnali che non riusciva a cogliere pienamente, che non sapeva comprendere, lacune che la sua conoscenza della fisica non poteva colmare. Accaddero altri di questi bizzarri episodi: il volto su una moneta lasciò trasparire per qualche istante un’altra immagine, uno scalino di granito parve avere una sua parte in marmo levigato, un oleandro sfarfallò mischiando la sua immagine a quella di un inesistente larice, una camicia azzurra gli diventò beige per meno di un secondo.

La cosa andò avanti così per un paio d’anni, poi di colpo capì, quando il giornale mutò sotto i suoi occhi abbastanza a lungo perché potesse leggerne ampi stralci. Era un altro mondo quello in cui il papa si chiamava Callisto VI e l’Italia era uno dei 48 degli Stati Uniti d’Europa e faceva affari con la Repubblica indipendente della Louisiana e con il Regno Unito di Scandinavia. Il nostro universo si stava sfaldando lentamente, come una pelle usurata di serpente pronta per la muta e ne usciva il sottostante universo parallelo...

Fu a quel punto che arrivò l’infermiera con il carrello delle medicine.

 

Fringe

IMMAGINE © WARNER BROS

sabato 16 agosto 2014

La cintura di fuoco

 

Great Gull Island, Orient NY, 12 settembre 2066

Siamo in fuga, noi pochi rimasti, noi sopravvissuti al contagio del virus ribattezzato “Caino”. Dobbiamo agire e pensare durante il giorno, quando la luce impedisce ai malati di uscire e li obbliga a rimanere rintanati nei loro covi bui e polverosi. L’umanità è sull’orlo del suo annientamento, della catastrofe finale: solo una soluzione miracolosa, un medicinale che ci salvi dalla peste, un siero che possa debellare il virus potrebbe ridare un senso alla parola “futuro”. E anche le nostre città sono purulente e putrescenti, anch’esse come infette dallo stesso virus. Ora sì conosciamo in tutta la sua terribile grandezza la parola che troppe volte i giornali e le televisioni hanno adoperato a sproposito: apocalittico.

Perché questo è un vero apocalisse: “Caino” è l’attuazione esatta del secondo verso del capitolo 16: “Partì il primo e versò la sua coppa sopra la terra; e scoppiò una piaga dolorosa e maligna sugli uomini che recavano il marchio della bestia e si prostravano davanti alla sua statua”. Il morbo, partito dal cuore dell’Africa, ha trasformato migliaia di persone dapprima, milioni poi, in bestie spaventose assetate di sangue. Basta essere morsi per incubare il virus e diventare un’altra bestia: così, in breve tempo, le attività lasciate a se stesse hanno riportato indietro la Terra di centinaia di anni, l’hanno ridotta a una landa oscura e grigia degna del peggior Medioevo: è come se un vulcano avesse eruttato fango e su quel fango fossero poi spuntate giungle e foreste.

Ora tentiamo l’impossibile: isolarci sulla Great Gull Island per respingere di notte gli assalti dei “Caini” e studiare di giorno la struttura del virus. La scorsa notte la nostra protezione ha retto: Jonathan Coen, che aveva lavorato a Hollywood, ha disposto una cintura di fuoco attorno all’isola, alimentata di continuo. I “Caini”, come le belve, temono il fuoco e non possono sopportare la sua luce. All’interno, dove abbiamo trasportato viveri e attrezzature, due premi Nobel studiano il virus e le sue mutazioni, provano a contrastarne la forza, a individuarne i punti deboli per riuscire finalmente a debellarlo. È l’unica speranza che ci è rimasta. È la sola speranza cui ci affidiamo quando il tramonto incendia l’oceano e comincia un’altra notte.

 

fire-flames-4

sabato 10 novembre 2012

La ragazza dei suoi sogni

 

- Cos’è?
- Pinot Grigio.
- Non è che ci hai messo dentro del Roipnol?
- No, per chi mi hai preso?
- Scusa, è che ci conosciamo da poco.
- Per me hai visto troppi episodi di CSI, e hai letto troppo attentamente quei libri delle 50 sfumature.
- No, scusami ancora, è che sono tempi difficili e non sai più di chi fidarti. Ho già preso tante di quelle fregature…

Sarah beve dal calice che contiene liquido ramato e subito la vista le si annebbia, in pochissimi istanti perde i sensi. C’era del Roipnol… L’enigmatico Stefano le toglie il bicchiere prima che cada e si frantumi sul pavimento di marmo italiano. Ma non ha alcuna intenzione di violentarla, né di farle del male.
Si siede e la guarda così, incosciente e indifesa, in totale balia di quello che lui potrebbe farle.

“È così bella” mormora, “Sei così bella”. Poi avvicina una macchina su un carrello a rotelle. A prima vista somiglia a una di quelle che negli ospedali usano per la TAC portatile. Ma non lo è. Prende degli elettrodi dal marchingegno e li attacca alla fronte e sulle tempie di Sarah. È una macchina che legge i ricordi e li analizza cercando un’immagine particolare: è solo quella che interessa a Stefano. Una fotografia di lui più giovane, ragazzo di sedici anni, il giorno in cui incontrò una ragazza senza nome e se ne innamorò quando lei lo guardò e lo baciò – è quell’immagine che cerca ormai da mesi in donne sui trent’anni che assomigliano a quella misteriosa ragazza apparsa come una meteora in un bar di Torino.

La macchina elabora dati per quasi un’ora – sembra impossibile che i ricordi di tutta una vita si condensino in così poco tempo, ma è la memoria stessa ad effettuare una selezione – e infine emette un bip. Stefano, che sta osservando ormai da minuti Sarah che dorme, fantasticando una vita futura con la ragazza dei suoi sogni, corre allo schermo: NO MATCH… Batte con stizza una mano sul pomello della macchina, poi stacca gli elettrodi dalla testa di Sarah e la prende in braccio con delicatezza. La porta nella camera da letto e la adagia sul materasso, rivestendola con una coperta. Quando si sveglierà le racconterà che ha avuto uno svenimento… Come le altre quattro. E poi uscirà a cercare ancora nelle strade di Torino quel volto mai dimenticato, invecchiandolo mentalmente di una quindicina d’anni.

 

JACK VETTRIANO, “MYSTERY MEN II”