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sabato 19 ottobre 2019

Donna in bottiglia


Chi l’avrebbe mai detto? Le certezze adesso mi fanno paura... Saperti diversa dall’immaginazione, dalla dolce illusione nella quale ho vissuto come in una bolla, nella quale mi sono crogiolato comodo come un gatto disteso al sole, saperti irrimediabilmente perduta potrebbe distruggere i miei fragili sogni: si spezzerebbero in mille schegge al pari di uno specchio e sarebbe impossibile riaggiustarli. E sono io, proprio io, che voglio evitare l’incontro, io che ti ho tanto cercata, che tante volte per la strada mi sono fermato a indagare se fosse per caso te quella ragazza che mi aveva colpito per l’andatura, per l’acconciatura, per un gesto tuo disegnato nell’ombra. Sono io, proprio io, che non voglio riallacciare rapporti per non pagare il prezzo del disinganno.

Così resti sospesa nel limbo dei miei pensieri, una donna in bottiglia sullo scaffale: quello che ho di te sono parole a mala pena percettibili, come la voce del mare udita nel dormiveglia o un suono esterno mascherato da sogno poco prima del risveglio. Ti perdo e ti ritrovo ad ogni istante e ti ricreo com’eri e come non sei, ti contamino con altre donne, con altre idee, ti mischio con i desideri dell’inconscio, con le sue proiezioni. E finisce che metti in mostra il lato di te che mi è rimasto dentro, quello della memoria, quello dell’intuito: appari con una verosimile figura che ti illustra ma che è sicuramente falsa, per quanto io mi convinca del contrario. E questa iperbole di te continua a elaborarsi, a modificarsi da sé, si eleva a potenza su una base veritiera ma senza più controllare l’esattezza dei calcoli, e ad ogni errore da te si allontana, come chi, intrapresa una strada piena di bivi, a una biforcazione scelga la via sbagliata e prosegua diritto, convinto di essere sul giusto percorso: chiaro che, dopo il primo errore, tutti i suoi dati risultano sballati e le scelte di conseguenza fallaci.

Eppure credevo di agire con la ragione e non con il cuore. Pensavo di essere in grado razionalmente di venire a capo di tutto e non era che una narcisistica contemplazione della dea. Volerti ridurre a pura formula matematica mi sembrava un’ottima intuizione e non era che un’indecorosa viltà, dirò di più: un’anima di vile metallo rivestita di una menzognera doratura. Il mio cercare non era che ipocrisia. Insomma, il sogno che si è andato intarsiando con la realtà si è ridotto a pura farneticazione, è divenuto una tentacolare piovra che divora i rari sprazzi di lucidità e presenta come inossidabili convinzioni le illusioni meno sensate, fa credere vere le immagini sfuocate impedendo al contempo il contatto con la realtà. Giocoforza ci si ritrova a commentare un accaduto che non è mai accaduto, senza riconoscere l’indubitabile cesura tra la realtà e il sogno.

Per questo motivo, ora che si prospetta un punto fermo, una boa attorno alla quale girare, io lascio da parte le utopie perché la mia illusione non cada come cristallo, perché il mio amore non vada in mille pezzi impossibili da incollare. Tiro sulla testa il lenzuolo liso e sbiadito del ricordo e mi rintano perché la memoria, si sa, ha grandi spazi vuoti dove talora irrompe all’improvviso il sogno a galoppare senza briglie.

2011


DISEGNO DI DINO BUZZATI

sabato 10 agosto 2019

Il dottor Ross


Mi hanno detto che adesso hai un fidanzato. Notizia sparata lì come se neppure mi dovesse interessare, come se tu non fossi stata da sempre la mira segreta del mio amore. Del resto, per essere sensibili nei miei riguardi, avrebbero dovuto essere a conoscenza di questo mio recondito sentimento. Io, come il poeta Nicanor Parra, ho risposto che quella notizia non poteva affatto riguardarmi. Non fiorivano le mimose come in quella poesia, ma un grigio novembre si perdeva nelle sue malinconiche spire fatte di pioggia e di nebbia.

Mi hanno detto anche che ci vai a letto – quello in realtà lo sospettavo, anche senza che me lo dicessero, evidentemente – ma, in realtà questa notizia era funzionale a un’altra: tua madre ci è rimasta male quando vi ha trovati abbracciati e nudi nel suo letto. Io mi sono immaginato la scena: tu nuda, lui nudo – aveva la faccia da fesso del dottor Ross di “Medici in prima linea” e una mascella che avrei contribuito volentieri a slogare a forza di pugni. In questo modo tua madre è venuta a scoprire che lo nascondevi in soffitta perché lei non sospettasse niente. Adesso è ridotta uno straccio, continua a borbottare e rischia che le venga un colpo. È andata a sfogarsi da un’amica pettegola e così il telefono senza fili ha portato la notizia fino a me.

Io intanto continuavo a dissimulare, facevo l’indifferente, il finto tonto. Ma eravamo a tavola e il boccone mi era andato di traverso. Cercavo di non tossire e guardavo con avidità il bicchiere dove scintillava un Chianti che pensavo sarebbe stato più piacevole. E continuavano a parlarmi di quel tipo – il dottor Ross, o insomma quello che mi immaginavo con il suo volto: “Dovresti conoscerlo” mi stava dicendo Ermete, che poi era il padrone di casa e mi aveva invitato a cena. “Era animatore in un club della Riviera” aggiunse Ileana, sua moglie ed eccellente cuoca, nonostante il rospo che mi si era piazzato in gola. Ma io non lo conoscevo, io non mi ricordavo di averlo mai incontrato, di averci mai avuto a che fare, se non per interposta persona e quella persona, accidenti! eri tu nel tuo letto, nuda, avvinghiata a lui...

Il televisore era acceso, a volume bassissimo: all’improvviso in uno spot ti vidi fuggire, inseguita da tua madre. Il tuo ganzo con la faccia del dottor Ross stava salendo su una scala a pioli, tentavate di arrampicarvi su un gigantesco ulivo centenario. Come in “Amarcord” quando lo zio matto interpretato da Ciccio Ingrassia sale su un albero e grida “Voglio una donna!” E a quel punto finalmente capii che tutto quanto non era che un sogno, uno spaventoso incubo in cui tu mi tradivi con il dottor Ross, e che il mio amore rimaneva salvo, almeno per il momento. Ero finalmente sveglio, sveglio come mai ero stato nella mia vita e presi la decisione di abbandonare gli indugi e di dichiararti quanto prima tutto il mio amore.

1996



FOTOGRAFIA © NBC

sabato 23 luglio 2016

Ho sognato il mare

 

Ho sognato il mare. Era un mare di maggio, mare mosso, mare in contraddizione che si perdeva sulla riva in larghe pozze calde di bassa marea. Ho sognato il mare, quel nostro mare. Dalle parti delle Terme già c’era la gente sulla spiaggia con magliette e giubbetti di jeans, che camminava e discorreva. Due ragazze si divertivano a fare la ruota in quell’acqua bassa, schizzavano riflessi dorati tutt’intorno.

Il vento del mattino accarezzava la baia, agitava il gran pavese colorato steso al di là della spiaggia. Le sue scarpe da tennis bianche e rosa erano appoggiate sulla sbarra dove legano i pattini, un peschereccio indefinito navigava al largo. Nel suono ipnotico della risacca il sole ingialliva il cielo ad Est, le barche rovesciate sulla riva, i riflessi danzanti sulle onde. Il cielo stava per cadere in me o forse solamente si attorcigliava sui miei capelli, sui miei vestiti, sulla mia figura e l'ombra lunga bagnava la battigia. Rimanevo lì come stordito, come se un pugno avesse centrato il mio viso – come il Catullo di Ille mi par esse deo videtur avevo il respiro mozzato, mi sentivo le gambe molli, più non mi reggevo in piedi. Così la bellezza mi aveva colpito, una sera di luglio ormai lontano. Non ho potuto mai dimenticare quei colori, quel suo dolce sorridere.

Credo di averle dato più rispetto di quanto meritasse: il mio errore principale fu quello e lo ammetto. Ma come possono virtù ed amore considerarsi difetti? Avrei dovuto ledere la mia morale? Tra i dubbi neppure oggi lo farei, pur avendo piazzali di alibi per fuggire. Sono sempre il timoroso e il prudente di allora: rischi solo calcolati. Eppure la rispetto ancora; nel ricordo, nel sogno, nella mente. Ero il buon compagno gozzaniano, il good fellow, penso davanti allo specchio inseguendo ricordi nel mattino. La radio passa canzoni come sottofondo: sanno di nostalgia in questa nuova estate. E mi guardo con le guance e il mento insaponato e ricordo il bravo ragazzo che fui, quello che sempre ascoltava, che sapeva far ridere le donne...

Ho sognato il mare ma lei non c’era.

 

Spiaggia

FOTOGRAFIA © ANGIE MACKENZIE

sabato 26 marzo 2016

Sogno non ricordato

 

C’erano Stephen e Julie e poi quella sciattona che viene di solito la domenica pomeriggio, che ride sguaiata come sempre e poi ancora l’immagine di come si vive laggiù, le notizie sparse racimolate in certi supplementi di quotidiani. È il sogno di stanotte, ho sognato stanotte? Perlomeno adesso non ricordo se ho sognato e tutta questa gente era nel mio sogno? Prima di tutto, prima di ogni cosa devo metabolizzare il sogno: bisogna ricordarlo perché tutto prosegua, rammentarne i personaggi e le parole, la parte recitata nel teatrino. Ma ricordo solo che mi ha svegliato il formicolio di una mano all’alba.

«Vedi, c’è una ragazza» disse l’uomo con i baffi, «una ragazza che farebbe per te». E sua moglie, quella donna grassa, aggiunse: «Insieme stareste davvero bene». E questa ragazza non l’ho vista, immaginavo una cena galante e le passeggiate domenicali avvolti nei cappotti invernali in attesa che fosse primavera. Ero felice, com’ero felice! Con velocità e con le mani libere, pattinando sul ghiaccio con le lame affilate, volteggiano i pensieri e si incasellano quasi da soli nelle parole, riempiono vestiti che vanno loro a pennello, le pieghe cadono con la grazia e l’eleganza delle pattinatrici e delle ballerine.

Sogno, sogno, non faccio che sognare. E sogno ad occhi aperti, ad occhi chiusi. Sogno di giorno, sogno di notte. Sogno altri luoghi, sogno altri momenti. E mi risveglio sempre nel presente. Non ho nulla da perdere né da trovare se lavorando sulle parole gioco tra i corpi delle attrici-statue (cosa saranno le immagini del sogno?) strenuamente continuo a suddividere il già suddiviso. Il viso dolce sorridente ammicca al niente dal piccolo cono d’ombra che vela più di quanto celi, che in fin dei conti in pratica rivela, quel viso bello e levigato, gemello di quel seno che più sotto s’erge, fortezza violata da una carezza ardentemente invocata. Quel viso che non appartiene al corpo ma che semmai spetta ad un’altra estasi, ad un romanticismo non sensuale, ad un amore platonico o tale da esaurirsi in vigore intellettuale.

Ma questo forse non era un sogno, no: era un pensiero, ma cosa non ricordo e questo è il tarlo che mi rode e che non si calmerà fino al momento in cui avrò ricordato. Cos’era? Cosa non ricordo? E perché la sua presenza era così forte da farmi male? Non riesco a ricostruire il luogo né le circostanze, né i fatti che si sono svolti, se ci siamo parlati, se ci siamo baciati e ci siamo amati, ricordo solamente quella forza irresistibile della presenza.

Sono strani questi miei commerci di sogni – gli scambi tra gli esploratori e gli indigeni: pezzi d’oro per conchiglie, argento contro cianfrusaglie. E in quelle isole senza spazio e tempo, in quelle isole dolcemente perse nella mente baratto l’oggi e l’ieri, in cambio del passato do il presente.  E sono contemporaneamente il venditore e l’acquirente. È un universo che possiedo quando immagino di avere la realtà e tra le mani ho null’altro che un sogno: ma non c’è sgomento o rimpianto al risveglio, soltanto la consapevolezza che nel sogno vivo un’altra vita.

1997

 

Schloe

DIPINTO DI CHRISTIAN SCHLOE

sabato 30 maggio 2015

Un mare lontano

 
Forse sul ponte di una nave che va in America. Forse, ma non adesso, non in una crociera troppo organizzata. Sul ponte di una nave che va in America ne­gli anni Venti, e il sogno di vedere spuntare la Statua della Libertà. Sul ponte di una nave tra dame vestite di bianco con l’ombrellino e la noia di una lunga traversata. Sentire il transatlantico fendere l’Oceano, dividere in due cielo e mare come nelle poesie di Juan Ramón Jiménez. E come lui inseguire l’amore o la sua ombra con l’ansia di non riuscire a raggiungerlo, come il bambino cui resti la coda della lucertola tra le dita mentre questa corre via al sicuro. E poi sbarcare in una città dove desideri e paure si intarsiano, anzi di più, si intrecciano strettamente come la trama e l’ordito di un tessuto tanto che non riesci neppure a distinguere dove finisca l’una e cominci l’altro.

Ma ora cala la sera e la luce si affievolisce fino a restare il lontano globo di un lampione stradale e il giardino nell’ombra diviene una dar­sena. Mi godo il fresco nella sera d’estate sul balcone ascoltando la radio e oltre le piante mi immagino di scorgere il mare. Mi sembra quasi di sentire lo sciabordio delle onde. Ma è un mare lontano anche nel tempo, è un mare di memorie perdute eppure ancora così vive: è un’immensa distesa che scintilla di riflessi d’argento e mi dice che le occasioni perdute non ritornano e che questa è la legge più dura del mondo. Baci non dati e parole taciute, rimpianti e nostalgie che ardono in petto, pozze d’acqua distese nel deserto e quando scendi per bere ti accorgi che è un miraggio e che con un po’ d’acume lo potevi intuire, potevi capire… Oppure davanti a me si estende la campagna di una piccola città del Midwest americano, lontano i serbatoi dell’acqua e il treno che passa, i rumori e le note che provengono da un ballo campestre mentre la luna si alza lentamente al ritmo dolce della steel guitar. È una scena di film o telefilm, di quelle con cui abbevero il mio “American Dream”: potrebbe essere la cittadina di “Footloose” o quella in cui vivono allegri i ragazzi di “Happy Days”.

Perché mai i miei sogni sono così irrealizzabili? Perché mai se riguardano un luogo, comunque si rivolgono ad un tempo ormai passato o avviluppato nelle pagine del cinema o della letteratura? Che la nostalgia che provo sia quella per un periodo trascorso e non per un luogo lontano? Infatti non è quel luogo a mancarmi, ma l’atmosfera di quel luogo. Se anche vi tornassi, non troverei quello che cerco, lo so benissimo.

Luglio 1995

 


FOTOGRAFIA © THE ENCHANTED STORYBOOK






sabato 11 ottobre 2014

Spritz

 

Il mezzogiorno festivo langue. Fuori un pallido sole scopre qua e là le prime foglie gialle o rosse, accende un autunno che incomincia a dorarsi. Quella luce entra dalla finestra, attraversa le tendine di mussola, diventa un velo paglierino sulla cucina di ciliegio.

Prendo un bicchiere, un tumbler basso. Tolgo dal freezer la vaschetta del ghiaccio, quella che forma delle piccole sfere che sembrano di cristallo, ne estraggo una mezza dozzina e le pongo nel bicchiere. Mi piace quel rumore, un suono secco ma al contempo argentino. Apro il frigo, stappo il Prosecco e lo verso sopra il ghiaccio per un terzo. L’Aperol manda riflessi arancioni dalla vetrinetta, quasi che mi chiamasse: ne verso per un altro terzo. Ecco, ho quasi finito: adesso termino il cocktail con acqua fredda frizzante. Ci metto anche un paio di fette d’arancia, per guarnizione ma anche per quel gusto agrumato che conferirà.

Il mio spritz è pronto. Ne gusto un sorso e improvvisamente non sono più a questo tavolo di cucina, con i carpini e i tigli che ingialliscono lentamente oltre la finestra, con il pallido sole di ottobre che fatica a cancellare le nuvole. Sono a Venezia, e davanti a me si staglia immensa Santa Maria della Salute. Posso sentire anche l’odore della laguna, mentre i riflessi lasciati da una gondola di passaggio nel Canal Grande mi abbacinano. Se mi alzassi, con pochi passi sarei a San Marco o al Ponte dei Sospiri.

E sono a Cittadella, all’interno della cerchia muraria, seduto a un tavolino della piazza a guardare la gente che infila le stradelle e si dirige verso il Duomo bianco o verso le mura merlate. Sono a Lazise, sul pavimento a scacchi banchi e neri e il Garda azzurro sembra fermo sotto gli ulivi ma in realtà so benissimo che il vento lo muove come quei turisti che fanno kitesurfing testimoniano. Sono a Verona, in Piazza delle Erbe, a Padova, a Treviso, sono a Conegliano...

Driiiiin! Il timer del forno segnala che le lasagne sono cotte, ben gratinate. Dalla finestra entra un pallido sole d’autunno che accende i carpini e i tigli. Dello spritz resta solo un sorso, che butto giù. È ora di mettersi a tavola, i sogni e le memorie si sciolgono lentamente come il ghiaccio nel bicchiere.

 

Spritz

sabato 7 giugno 2014

Sognando di viaggiare nel tempo

 

Nello studio c'è profumo di lavanda - ne ho raccolto i fiori in un sacchettino, dicono che sia rilassante - e suona il Concerto n. 4 in Re Maggiore dai "Dodici concerti grossi" di Arcangelo Corelli. Dovrei pensare ad alcune lettere da scrivere, ma mi attardo a sbrigare la posta, a curiosare tra i contatti in rete...

E finisce che mi perdo in divagazioni. Se si potesse viaggiare nel tempo, è una cosa che ho sempre pensato, non andrei a osservare i grandi eventi storici ma a vivere le atmosfere, le piccole cose di ogni giorno - si chiama antropologia sociale storica. Camminare per i propilei del Liceo di Socrate, osservando i mercanti nel porto del Pireo; curiosare in un convento medievale, perdendomi tra i vasi dello speziale; passeggiare per le strade di Parigi ai tempi di Madame de Stael; imbacuccarmi sul Lungoneva nella Pietroburgo di Dostoevskij...

E la Vecchia Milano, così come non l'ho potuta vedere, quella degli anni Trenta, quella del boom economico degli anni Sessanta... Quella che insomma cerco di ritrovare quando cammino per le sue vie e mi lascio sorprendere da un giardino che si apre dietro un cancello lavorato in ferro battuto o da un'insegna dal sapore antico. Ci sarà ancora la "Rammendatrice" all'inizio di Corso Garibaldi? Anni fa era in vetrina con le sue uova di legno, aghi e filo, la lente per vederci meglio... Mah, l'avrà soppiantata qualche negozio di ricariche telefoniche. Il progresso!

 

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sabato 23 novembre 2013

Come Pessoa

 

“Dorme nel sogno di esistere e nell’illusione di amare”: Fernando Pessoa pensava a me quando scrisse questi versi. In realtà pensava a un tipo d’uomo che si immedesima in un sogno, e indomabile lo persegue. Pensava a se stesso, Pessoa, che nel “Libro dell’inquietudine” scrisse ancora: “Nessuno si stanca di sognare perché sognare è dimenticare e dimenticare non pesa ed è un sonno senza sogni in cui siamo svegli. Nei sogni ho ottenuto tutto”.

Ecco: nei sogni io ho ottenuto tutto. Nei sogni io ho vissuto: dormendo esistevo, vivevo un’altra vita, come la volevo, come la desideravo, come la sognavo. Nei sogni ero il signore del mio regno, il despota assoluto che piegava al suo volere il destino. Nel sogno io ho amato lei, l’avevo tra le mie braccia. Nel giorno, nei territori concreti del reale invece possedevo soltanto l’amaro lavacro della mia nostalgia: e lei era un altro simbolo di malinconia. Infine, se proprio devo dirla tutta, lei, la donna reale, non era altro che un’immagine funzionale, che facesse al caso mio, una figura cui dare da recitare quella parte, una Beatrice da Commedia, un vaso che contenesse il mio sogno – quel mare infinito d’amore che da me sarebbe altrimenti traboccato invano. Ed è per questo che l’ho amata: incarnava in ogni gesto il mio sogno e soltanto grazie a lei aveva vita: era vero e involuto, un arzigogolo compiuto, una trama intricata di connessioni. Ma lei era solo un’illusione. Amavo il suo simulacro. E, come Pessoa, allora davvero posso dire: “Non sono niente. Non sarò mai niente. Non posso voler d’essere niente. A parte questo, ho in me tutti i sogni del mondo”.

 

Pessoa

sabato 17 agosto 2013

Una stella cadente

 

Serata perfetta per osservare le stelle cadenti, per rimanere nell’ombra della veranda e guatarle come un avvoltoio: della luna c’è solo un’unghia e per di più bassa sull’orizzonte adesso, impigliata nei rami metallici di un’antenna televisiva; e poi questa è una zona dove basso è l’inquinamento luminoso, hanno addirittura spento le luci che illuminano il santuario, per l’occasione.

È una notte magica, come quella del solstizio d’estate o quella di Valpurga: ma qui non escono le streghe a celebrare il loro rito, né gli adoratori del sole. È una notte da romantici, da innamorati: e pensare che altro non è che la scia di una cometa ad intersecare la rotta terrestre: lo sciame consente di osservare centinaia di “stelle cadenti” ogni notte.

Eccomi lì con lo sguardo rivolto al cielo buio dove tremano tutte quelle capocchie di spillo: ecco l’Orsa Minore, il Cigno, la Volpetta, la Lira. E… una stella, una stella cadente! No, è un aereo, ora ne sento anche il rumore. Le lucine lampeggianti, si sposta lento da occidente a oriente, probabilmente tra pochi minuti atterrerà a Orio al Serio.

Un tempo – quando ero bambino – credevo che le stelle cadenti fossero piccoli cuori di luce palpitanti, con le loro belle cinque punte, e andavo a cercarle nel giardino buio, convinto di trovarvi stelle marine bianche e fosforescenti. Anche Linus, il protagonista dei Peanuts… Infatti c’è una bellissima striscia in cui chiede a Charlie Brown se, nel caso ne cadesse una, potrebbe metterla nel suo secchiello e portarla a casa.

Un tempo, quando ero ragazzo, un adolescente timido e introverso, al loro passaggio esprimevo un desiderio che sapevo già irrealizzabile, un’illusione pazzesca che non aveva nulla della speranza, ma solo i crismi dell’irrealizzabilità. E infatti nessuno di questi desideri ha potuto realizzarsi mai.

Si sa invece che questo tipo di desideri devono essere enormi, appassionati, non facili da essere appagati. E forse proprio in questo sta la loro eccezionalità. Non si chiede alle stelle cadenti quello che si potrebbe domandare a Babbo Natale o al Grande Cocomero di Linus. Si chiede qualcosa che va oltre, non un bene materiale, ma un bene spirituale, che attinge alla sfera affettiva.

Eccola! Eccola! Bellissima! Una stella cadente, un bolide bianco che ha graffiato il cielo per un secondo che è sembrato durare molto più a lungo, come il batticuore. Ed ho espresso il mio desiderio: stavolta so che potrebbe un giorno realizzarsi, so che è nel limite finito del possibile, stavolta ho chiesto un sogno…

 

IMMAGINE DAL WEB

sabato 25 maggio 2013

La stampante 3D

 

Ho sognato una macchina capace di creare oggetti. Era una specie di juke-box in un angolo seminascosto di un bar, in quel momento deserto. In effetti poteva essere il retro: c'erano accatastate casse di acqua minerale con i vuoti da rendere e scatoloni da sei di bottiglie di vino.

Mi avvicinai alla macchina. C'era un microfono attraverso il quale il software evidentemente elaborava le istruzioni: bastava indicare il nome dell'oggetto e questo prontamente veniva stampato. Provai. Pensai di realizzare un coltello da tavola. Dissi, in inglese: «Table Knife». Niente. Neanche una lucina che lampeggiasse. Provai ancora: «Fork». Nulla. Riprovai: «Spoon». La macchina rimase immobile e silente. Ci girai attorno, esaminandola, e scorsi un'etichetta laminata sul retro. Indicava la fabbrica che l'aveva prodotta. Si trovava a Frattamaggiore, in provincia di Napoli. La lampadina, invece che sulla macchina, si accese in me: l'oggetto doveva essere chiesto in italiano. Mi avvicinai ancora al microfono e pronunciai distintamente: «Coltello da tavola». Si accese una spia, la macchina elaborò un poco e quasi subito sputò nello sportello apposito qualcosa, che cadde con rumore metallico. Lo presi: era un coltello da tavola in una qualche lega che brillava argenteo ai raggi di sole che entravano da una finestrella del retrobottega. La fattura era buona. Provai allora con «Cucchiaio» e in breve ebbi la mia posata. Così anche con «Forchetta».

Poi, per scherzo, provai con «Seno» e il mio sorriso era spartito a metà tra la boutade e la sfida che credevo di lanciare alla macchina. Stavo pensando: «E adesso cosa fai, eh? Che cosa fai, macchina?» quando nel cassettino demandato alla raccolta degli oggetti con suono attutito uscì un perfetto e rosato seno di donna, con il capezzolo di un colore più scuro. Era di silicone o di una resina simile. A quel punto volli provare con un concetto astratto, per mettere alla prova ancora una volta la macchina: «Amore». Ma resta purtroppo inevasa la mia richiesta: proprio in quel momento un tuono mi ha svegliato, un forte temporale si stava abbattendo sulla città.

Sono rimasto lì, sveglio, mentre i bagliori dei lampi di tanto in tanto illuminavano la stanza. Caro il mio Freud, vedi che effetto può fare leggere un articolo sulle stampanti 3D prima di andare a dormire...

 

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FOTOGRAFIA © AIRWOLF 3D

sabato 18 maggio 2013

Qual è colui che sognando vede

 

Qual è colui che sognando vede,
che dopo ‘l sogno la passione impressa
rimane, e l’altro a la mente non riede.
DANTE, Paradiso, XXXIII, 58-60

Tutto accadde così, all’improvviso mi ritrovai catapultato come Alice dentro lo specchio o come Dante nel mezzo del cammin di nostra vita. Ero in una selva, naturalmente, ma non di alberi e arbusti, di felci e licheni: un bosco di pilastri, di colonne ben bilanciate, decorate canonicamente con i capitelli d’acanto – cattedrale gotica, antico scriptorium di una biblioteca medievale. Ogni colonna dunque era un’idea, un perno portante per resistere al moto della luna e agli influssi delle maree. Ero nudo e mani si tendevano verso me, dita di fuoco che quando riuscivano a sfiorarmi mi lasciavano sulla pelle il loro marchio come un tatuaggio.

Eppure ero io quello che si era erto a vendicatore, ero io l’incarnazione della giustizia umana, un moderno conte di Montecristo evaso dalle pastoie della sua vita, tornato indietro per completare l’opera, punire chi c’era da punire e redimere chi c’era da redimere. Mi ero messo in caccia di tutti i pensieri molesti e li avevo schiacciati come tafani, i male accetti consigli spiaccicati sul muro, gli importuni discorsi infilzati allo spiedo. Dopo, le illusioni schiantate, i rimpianti libratisi in volo, i rimorsi mai digeriti hanno fatto meno male. Se avevo confuso l’essere con l’apparire, se avevo navigato tra lo spazio e il tempo, se mi ero perso come dadi rimescolati nei bussolotti, adesso avevo finalmente tra le mie mani il filo del destino...

E invece ero lì tra le colonne, in fuga da qualcosa, da qualcuno. La torma di scagnozzi spuntava dalla terra, dal pavimento di granito, dalle grate. Vedevo soltanto quelle loro braccia, le zampe, gli artigli. Vedevo il balenare delle fiamme, lo sentivo riverberare sulla mia pelle, sulle pareti, sulle scaffalature, sui confessionali, sulle arcate di pietra. Correvo, correvo a perdifiato. Doveva essere sterminato quel bosco di colonne, forse infinito, immerso in una luce fioca fin dove si poteva gettare lo sguardo, poi soltanto una cupa oscurità. Da una delle navate laterali uscì un frate rubizzo e opulento: “La diritta via!” urlò con voce squillante e intanto indicava una porticina dalla quale penetrava una luce ben più vivida. Decisi di fidarmi e la infilai... Subito si trasformò in una finestra, dalla quale entrava il sole dell’alba. Ero sveglio.

 

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FOTOGRAFIA © NATIONAL RAILWAY

sabato 11 maggio 2013

Confabulation

 

Lame di fuoco nel mattino, l'alba stagnante sulle colline ad oriente, l'aria fresca entra dal finestrino a ricordare la velocità, il serpente grigio dell'autostrada, i Tir sonnacchiosi...

Venezia con i suoi ori, maliarda ed equivoca come la definì Thomas Mann, San Marco. Ho un appuntamento con Ursula e sono in ritardo. Eccola: bionda, magra, attraente, elegante. Sono le venti ormai, andiamo a cena in un ristorante di Salizzada San Lio e poi via per le calli, ammaliati dal fascino grave di questa città, un po' sperduti un po' eccitati.
«Buona notte, Leonardo»
«Buona notte, Ursula»

La mattina entra dai vetri, il sole limpido dell'estate mi sveglia. Oggi ho da fotografare dei dipinti alla Scuola di San Rocco per un libro d'arte. È meglio che mi sbrighi, altrimenti il lavoro si accumula. Vaporetto, scie d'oro di motoscafi. San Tomà, Campo San Rocco. Presento l'autorizzazione poi regolo l'illuminazione. "Mosè fa scaturire l’acqua dalla roccia” e la “Crocifissione” del Tintoretto, "Cristo portacroce" di Tiziano : dodici pose ciascuno e il lavoro è finito.

Una luce davanti agli occhi, irresistibile. Mi costringe a guardare, mi strappa dalla sala. Le palpebre sbattono, gli occhi si aprono. Una voce cavernosa, con accento meridionale, dice: «Si sta riprendendo». Immagini sbiadite e sfuocate entrano nella mia mente come fotografie sovraesposte. Poi distinguo una donna, china su di me. Sussurra tra le lacrime «Roberto». Vicino a lei una ragazza, lo sguardo assorto, uomini in camice bianco... sono medici, lo capisco quando mi accorgo di avere un tubo infilato nel naso e un altro nel braccio. Sguardi ansiosi delle due donne su di me. È una camera d'ospedale. Sono in una camera d'ospedale. In un letto d'ospedale. Ma perché? Che cosa mi è successo? Stavo fotografando dipinti manieristi a San Rocco, poi non ricordo altro. Che sia caduto per le scale? Ma dove sono? In che ospedale? Provo a parlare, ma il tubo in gola me lo impedisce. Mi porgono una lavagnetta bianca e un pennarello. Scrivo: Dove sono? La donna risponde: «In ospedale». Questo l'avevo intuito. Scrivo ancora: Quale? È ancora la donna, sui cinquant'anni, bella nonostante la tensione: «Quello di Reggio Emilia».Reggio Emilia... Scrivo: Cosa ci faccio a Reggio Emilia? «Ma non ricordi, Roberto?» Mi ha chiamato Roberto... Scrivo: Ma io sono Leonardo. Sguardi attoniti, stupiti, interrogativi. Le due donne guardano il dottore. Non ci capisco più niente. Finalmente il medico mi fa togliere il tubo... «Ora espiri». Tossisco.

Ero a Venezia. Ora sono a Reggio Emilia. Fotografavo dipinti, ora sono in un letto d'ospedale. Mi chiamo Leonardo e qui tutti mi chiamano Roberto, anche l'infermiera. Il medico con la voce cavernosa sta parlando con le donne: «L'incidente, il coma, devono avere provocato un'amnesia forse solo temporale, conseguente al trauma. L'incidente. Ora riesco a parlare: «Quale incidente» chiedo con una voce arrochita che riconosco però subito come mia. «L'incidente... Il Tir, non ricordi, Roberto?»: a parlare è la ragazza, ha un viso familiare, noto che ha una mano fasciata e un vistoso cerotto dietro l'orecchio.

Il Tir... ora un ricordo come un flash  mi attraversa la mente. Il Tir bulgaro davanti a noi, le luci rosse improvvise degli stop, bagliori di fiamma, azzurri lividi, rossi cremisi a macchie, schianti di tuoni, sterza, sterza, gira il volante e quel nome che ho gridato, il nome della mia ragazza che dormiva sul sedile di fianco... Andavamo a Roma, ho gridato per svegliarla, ho gridato «Anna!»

«Anna!»
«Roberto!»
Ci abbracciamo. Temevo di perderla nello schianto. Si alza, mi mostra  un foglio di giornale, il Resto del Carlino di lunedì 12 agosto 1985. Il titolo dice: Auto contro Tir sulla A1: due feriti, uno grave. Leggo avidamente l'articoletto: "All'improvviso il Tir ha rallentato e ha frenato bruscamente per evitare una Volkswagen Golf che aveva tamponato leggermente un furgoncino. La Mercedes guidata da Roberto Guidotti, 28 anni, da Milano, ha urtato violentemente l'autotreno bulgaro. Il Guidotti è stato ricoverato all'ospedale cittadino ed è in coma farmacologico. La ragazza che viaggiava con lui, Anna Bessi, 24 anni, da Bergamo, è rimasta ferita solo lievemente e i medici l'hanno dichiarata guaribile in dieci giorni".

Riordino i pensieri, poi dico: «Dunque è stato così, mamma?»
«Sì, Roberto», e piangendo di gioia mi stringe in un abbraccio.
E Ursula? Solo un falso ricordo, una confabulation… Solo un sogno farmacologico...

 

Highway Lights 1

FOTOGRAFIA © MIKE MUSICK

sabato 16 febbraio 2013

Il sogno di Jimmy

 

Il cielo era un broccato di nuvole d’aprile che svaporavano lente sulla città, sui lunghi viali alberati a misura d’uomo. Anche la luce ne risultava spumosa, soffice come l’albume d’uovo montato a neve, chiara e delicata al contempo, quasi che qualcuno avesse dipinto la scena ad acquarello. Si scioglieva sulle torri, avviluppava come un rampicante i giardini fioriti di lillà e di magnolie.

Gerlando Scanavino detto «Jimmy» aveva fatto un lungo viaggio per essere lì, in quella città che un tempo avrebbero definito “di provincia” e che adesso invece era una bomboniera per i turisti, un pacchetto per fine settimana che ingolosiva l’Est europeo e le coppiette in cerca di intimità. Aveva preso due treni e un autobus che percorreva strade di campagna per essere lì, Jimmy. Aveva attraversato due regioni e una dozzina di province. Si era alzato all’alba per giungere all’appuntamento e ora era finalmente arrivato. Era lì per incontrare Paola.

La vide davanti a lui, di schiena. Stava camminando nel viale d’aprile con una grazia indescrivibile – una volta l’aveva definita “madonna fiorentina” – indossava un paio di blue jeans chiari e una maglietta azzurra, i suoi capelli biondi splendevano al sole. La raggiunse, le toccò una spalla e lei si voltò. Paola! “Ho fatto un lungo viaggio per essere qui” le disse. Camminarono un po’ per la cittadina, si fermarono a prendere la cioccolata in un grazioso caffè del centro, si sedettero a parlare davanti a una fontana e lo scroscio dell’acqua sembrava frangere i discorsi come tante monetine di nichel. Cenarono in un locale con le pareti rivestite di legno e le tovaglie a quadri bianchi e rossi, candele riverberavano sui loro visi.

Quando infine scese la sera andarono in una camera d’albergo. Aveva prenotato Paola, aveva fatto tutto lei, che abitava in una città vicina. Jimmy si fece una doccia, sentiva la stanchezza del giorno e la lavò via. Quando uscì dal bagno trovò Paola con addosso un pigiama a righe, la trovò incredibilmente sexy. “Allora, buonanotte” gli disse lei, indicandogli il vano che si apriva nel salottino. Capì che il suo letto era lì, un bianco lettuccio ricavato da un vecchio sofà. Fu solo in quel momento, fu solo di fronte a quell’assurdità che Gerlando Scanavino detto «Jimmy» comprese di stare sognando, e all’improvviso si rese conto che la ragazza che era lì con lui, non era Paola. O meglio era Paola, sì, ma la Paola di vent’anni prima. Come colpito da quella constatazione, Jimmy si svegliò. “Che strano sogno”, pensò… Fuori le prime luci dell’alba accendevano un pallido cielo di febbraio.

 

Rene-Magritte

RENÉ MAGRITTE, “BAISER”

sabato 19 gennaio 2013

Il ritorno dalla gita

 

Tornavamo dalla gita. Negli occhi avevamo ancora il castello, le sale che si inseguivano nel suo interno, gli affreschi, le tele, le erme immobili nel vasto giardino. Anche il pullman sembrava andare indolente e apatico, dopo la cena al ristorante tipico: al pari di noi, non era più baldanzoso e fresco come al mattino.

L’autostrada correva nel buio sotto di noi, lontane le luci dei paesi, le collane dell’illuminazione stradale. La domenica se ne andava via con quel sapore un poco amaro e carico di stanchezza che lascia ogni volta in eredità ad una nuova settimana. Sorpassammo un’auto che procedeva lentamente nella corsia esterna, come se chi la guidasse volesse prolungare quanto più possibile il tempo da passare in viaggio. Alla luce dei potenti fari dell’autostrada notammo che la guidava una donna bionda giovane e carina che indossava una giacchetta estiva bianca a righe blu.

Onorato, al mio fianco, mi chiese “Ti piacerebbe essere seduto al suo fianco?”. La domanda mi colse un po’ di sorpresa. Esitai un attimo, poi risposi “Perché no?” e dopo qual­che secondo aggiunsi “Sì, mi piacerebbe sedere al suo fianco”. Onorato tacque. Io per tutta la strada del ritorno non feci che pensare a quella ragazza che nella sera di festa guidava da sola in autostrada, sognavo di essere seduto al suo fianco, di lasciarmi condurre lentamente verso casa, senza fretta, parlando di noi e del mondo, prolungando all’infinito la malinconica dolcezza della domenica sera che finisce.

“Un giorno... Un giorno, forse...” dissi ad Onorato. Lo guardai. Si era addormentato.

 

1998

 

Autobahn-bei-Nacht

FOTOGRAFIA © DSLR

sabato 23 giugno 2012

Un sogno?

 

Le immagini  si susseguivano  instancabili come una fila interminabile di formiche: si presentavano agli occhi chiusi sotto forma di spezzoni cinematografici o di fotogrammi o di luminose fotografie. Un sogno? O la fusione di pensieri e illusioni con l'immaginario? Mathilda seduta sulla riva del mare o di un lago, assorta, il bel corpo magro su uno scoglio ruvido. “Prima che all'amore voglio pensare al sesso” aveva detto. Ma era lei che baciava lo specchio? Era lei che, presi i vestiti, usciva nuda nella luce rossa tenendo il fagotto sotto il braccio?

Sei troppo bella e la tua bellezza urla triste: guardate le modelle longilinee e senza seno, guardate i loro visi, le labbra: non sorridono mai. Desideravano quello che non potevano avere: poi l’hanno avuto e ora desiderano quello che non possono avere e che forse avevano allora e per loro il giorno è grigio. Mathilda si rotola nuda sulla sabbia e sorride, anzi ride, ride come una bambina, poi si alza e porge il viso al sole, porge tutto il suo corpo come a un dio perché ne faccia ciò che vuole.
     
Vorrei che l'anima mia tutta    
entrasse nel tuo corpo minuto  
ed essere io il tuo pensiero  
ed essere io la tua bianca veste.
*
 
“Più dea che donna” aveva detto e lei non si smentiva nell'ultimo tramonto, Venere di Cipro con quel cappello in testa e le gambe nude si era poi seduta e contemplava la sabbia, calcolava il vento e il fluire del tempo; si rivelava donna sorridendo, animaletto docile e triste che chiedeva carezze.  

Ed io penetrerò intanto            
nel tuo corpo dolce e debole            
e sarò, donna, te stessa             
dimorando per sempre in te.
*

Mathilda ora ti capisco, ora ti so tutta e mi sembra che sia stato sempre così; ora ti comprendo, sento i tuoi dolori come se fossero i miei, ora che non ci sei, ora che non so più dove trovarti.                             

(9 settembre 1991)

 

BEN ALLEN, “SHELTER FOR THE SUN”

sabato 27 marzo 2010

La clinica

a Vincenzo Moretti,
che ha ispirato il racconto
con il suo “Enakapata”

L'infermiera ha detto che passerà più tardi. Con le pastiglie della buona notte. E dormirò ancora e avrò altri di questi sogni chimici che mi sballottano nello spazio e nel tempo e al mattino mi lasciano come uno straccio, un otre vuoto. È quello che vogliono, questa è l'igiene mentale che campeggia a grandi lettere bianche illuminate sul muro della clinica. È strano come certi eufemismi ci lavino la bocca: sono soltanto dei modi per pulirsi la coscienza e non pensarci. Clinica. Ospedale psichiatrico. Manicomio.

Così mi si incastreranno gli eventi della giornata e le allucinazioni prodotte dai medicinali. Chissà come entrerà Vincenzo in questo sogno. Nel pomeriggio è venuto a trovarmi e mi ha portato in dono il suo libro. Ho cominciato a leggerlo. Probabilmente anche il Giappone scivolerà nel sogno con i suoi giardini di ciliegi in fiore e la perfezione tecnologica. Si miscelerà con le brutte facce di questa televisione che non riesco neanche più a guardare: volti litigiosi, veline seminude, gente che parla e apre la bocca come in un acquario, perché io non li sto più neanche a sentire.

Come la notte scorsa: c'era una donna con una foglia di vite tra i capelli serpentini, una Medusa moderna che sproloquiava in una vecchia sala d'aspetto con le panche di legno e un lattiginoso lampadario al neon. Fuori c'era il tram che mi aspettava ed erano gli Anni Cinquanta, Milano - credo fosse Milano, ma poteva essere Torino o Dresda o Buenos Aires - era una grigia periferia di opifici, ormai finita la guerra si pensava a ricostruire. I cani razziavano tra i rifiuti, un gatto pisolava su un muro di cinta. Ovunque reticolati e ciminiere. E d'improvviso, con un salto di tempo e di spazio, il tram divenne un moderno treno rosso e correva accanto a un lago. Volli scendere in una di queste piccole stazioni, mi inoltrai nel paese, dove splendevano gialli i lampioni tra le case e i campanili. L'odore dei colori a olio mi attirò in un atelier, dove una donna bellissima dipingeva. Non era vero nulla, lo so: era l'effetto delle medicine. Ma l'Arte, l'Arte quella era vera. Come era vero quell'ometto curvo e cieco che giocava al go. Mi disse di chiamarsi Jorge Luis Borges, si teneva a un bastone e raccontava qualcosa a proposito di labirinti e biblioteche...

Ecco l'infermiera con le pastiglie in un bicchierino di carta bianco. Me le porge. Le inghiotto con un sorso d'acqua. Addio...


sabato 21 novembre 2009

La felicità del sogno


La felicità degli spot pubblicitari è palesemente falsa. La famigliola che siede felice al tavolo di cucina per la colazione è fuori dal tempo e forzatamente allegra. E la felicità del sogno come può essere giudicata?

Ma cominciamo dall'inizio: sono in un albergo con la solita comitiva di amici, al momento di ammassare i bagagli al mattino e intraprendere il viaggio di ritorno. C'è ancora una mezz'ora per il caffè e le brioches. Un hotel anonimo di una non nominata città e da nessun elemento si può risalire alla località, dire se sia una città di mare o di lago o di montagna.

Vedo l'uomo alla reception - un bancone con computer e postazione telefonica - guardarmi e poi stupito riconoscermi e salutarmi. Anch'io riconosco in quel quarantenne il ragazzo che era: sebbene il suo volto sia quello di un attore del film che ho visto la sera prima, è indubbiamente Alberto. Ricordo anche il suo carattere quando, scherzando come un tempo, mi chiede se io desideri un sacchetto ed io, presagendo che si tratti della solita boutade, titubante rispondo di sì. “Eccolo” - mi dice porgendomi uno di quei grandi asciugamani che si usano nelle docce degli alberghi - “per incartarci l'elicottero!”. Arriva mio cugino, stranamente aggregato alla compagnia, della quale non ha mai fatto parte, e Alberto riconosce anche lui, molto stupito evidentemente di non trovarlo più bambino.

A questo punto c'è uno stacco quasi cinematografico, lascio l'asciugamani sul bancone ed entra una donna, vestita con un tailleur pantalone nero ed una camicetta bianca; anche i capelli sono scuri, sebbene non corvini: è Anna! Mi abbraccia con trasporto, felice di vedermi. Il tempo deve avere operato un cambiamento, quasi rovesciando i ruoli: è lei quella che attendeva innamorata.

Alberto, intuendo l'importanza del momento per la sorella Anna, dice a mio cugino: “Vieni, lasciamoli un po' soli” e lo conduce via.

Io e Anna rimaniamo lì stretti stretti, allacciati in un abbraccio caloroso, come se non volessimo lasciarci mai più, ora che ci siamo ritrovati. Ci rubiamo con gli occhi mentre la comitiva lentamente si raduna scendendo dalle stanze e passando accanto a noi per entrare nel salone della colazione. Tutti ci guardano e sono immensamente felici per me.

Anna allora mi conduce nel salone, ad un tavolo isolato dagli altri, probabilmente quello padronale o di servizio dove mangiano i cuochi e il personale. Sediamo e ci teniamo la mano sulla tovaglia bianca continuando a guardarci e a parlare di noi. Mi sento al colmo della felicità.

Mi sono svegliato. Fuori sta piovendo molto forte, l'acqua scroscia rumorosamente. Guardo la sveglia: sono le 5.35. E allora silenziosamente piango qualche secondo: credo sia il rimpianto, la consapevolezza che si sia trattato soltanto di un sogno, per quanto abbastanza verosimile. Ma, all'improvviso, mi assale la stessa felicità che ho provato nel sogno, e sorrido beato. Mi addormento per cercare ancora la Musa, se sia rimasta ad aspettarmi in qualche angolo del sogno...


sabato 19 settembre 2009

Il letto


Il letto era così invitante, soffice e morbido: mi ci sdraiai e vi affondai il viso. Intanto tu armeggiavi con le calze, te le toglievi, le riponevi in bell’ordine sullo schienale della sedia accanto agli altri tuoi vestiti ma era come se tu non ci fossi perché la musica lentamente mi assopiva, calando le palpebre…

E rotolavo, rotolavo per le valli di un erboso declivio, sui tornanti di una ripida strada a spirale come un sasso, come un masso pesante o una valanga fino al momento dell’impatto e allo sgretolamento polverizzato.

E dalla polvere uscivo io ma mi accorgevo, avvicinandomi a te, che non eri pronta; avevo fallito il calcolo dei tempi come se cercassi di acchiappare qualcosa che si riflette nello specchio: ti butti da un lato e lui fugge dall’altro.

Poi qualcosa accadde e tu non eri fuori, non eri più fuori, ma nel mio stesso mondo: dietro di me giungesti improvvisa dentro il mio specchio e attendesti che ti raggiungessi. In breve fui lì e ti stringesti a me. Eri entrata nel mio stesso sogno, spogliata com’eri, senza le calze e senza i vestiti, rimasti sulla sedia in bell’ordine perché potesse accadere qualcosa e tutto ecco che succedeva.

Improvviso un rumore più forte mi svegliò: tu non eri nel letto né dentro il sogno, non c’erano neppure le tue calze, i vestiti, non eri neppure mai esistita.


Immagine © Jupiter