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sabato 6 ottobre 2018

L’appuntamento


Dovrei già essere a Como adesso, incontrarti... Dovrei scambiare parole con te e raccontare di tutti questi anni trascorsi, dirti dove sono stato e cosa ho fatto e con chi. E tu dovresti fare altrettanto, condensare i giorni e i mesi in una sorta di curriculum. È così che fanno due che si ritrovano dopo tanto. È così che dovremmo fare noi, che abbiamo riallacciato il filo reciso grazie a un brevissimo scambio di e-mail.

Dovrei essere lì con te a seguire il riflesso ipnotico delle luci dell'imbarcadero, a lasciarmi spettinare dal vento che soffia sulla diga foranea guardando il cielo grigio rispecchiarsi nell'acqua del lago e agitarsi come mercurio dentro una bottiglia chiara. Dovrei essere lì, seduto su una panchina del lungolario o ai tavolini di un bar tra il viavai dei turisti e i pendolari che vanno verso la stazione.

Invece sto guidando sulla vecchia statale, senza fretta, senza preoccuparmi dei camion che mi avanzano lentamente davanti. Cerco pretesti alla mia fuga, cerco appigli che mi facciano desistere, che mi convincano a trovare uno spiazzo per invertire il senso di marcia e tornare a casa. Cerco una via d'uscita che mi consenta di non scoprirti diversa dal ricordo: mi dico che non potrei sopportare di vedere una ruga sul tuo viso. Temo il momento in cui mi si parerà davanti la città, distesa come un dépliant pubblicitario mentre il sole faticosamente disperde le nuvole e disegna riflessi tra i battelli alla fonda.

Guido e penso alle parole da dirti, mi preparo discorsi che immancabilmente so già si scioglieranno come neve al sole nella memoria non appena dovessi provare a pronunciarne uno. Mi guardo attorno, come se quelle parole le potessi trovare nel cruscotto e senza accorgermi ecco che la città si rovescia sul suo letto di colline, eccomi che parcheggio e cammino a piedi verso Piazza Cavour. Ora il filo dei pensieri si è spezzato: sorridi bellissima e mi saluti dal tavolino di un bar della piazza. È troppo tardi per fuggire: corro a baciarti sulle guance senza neanche scusarmi del ritardo.


FOTOGRAFIA © DREWAN1972

sabato 23 settembre 2017

Un reduce


Da una risma di carta, tra fogli bianchi e altri, scritti per metà con vecchi pensieri e antichi endecasillabi, è spuntata per quell'incanto di cui è capace solo il tempo una tua vecchia fotografia. È un campo lungo della spiaggia: tu, in primo piano, seduta su una sdraio coperta da un asciugamano rosso in una fila di ombrelloni. Dietro si scorge il bagnino con la sua maglia a righe, più oltre, dopo altri bagnanti, il mare di un azzurro quasi grigio sotto il cielo sereno. Hai i capelli stranamente liberi sulle spalle - di solito invece li raccoglievi con un elastico - e sembri una vestale o una qualche divinità del mondo classico. Indossi un bikini chiaro, bianco, con dei piccoli disegni, e con il piede destro giochi a scavare onde nella sabbia, che poi ricomporrai. Io naturalmente sono il fotografo, come sempre: il mio occhio è dietro l'obiettivo per tentare di fermare il tempo, di strappargli a morsi infinitesimi brandelli da sottrarre all'oblio. Ci sono riuscito, se adesso resto basito a guardare questo rettangolino di carta lucida che mi dice di te più di quanto possa fare l'ultima diavoleria tecnologica.

Dopo trent'anni mi sorprende quella somiglianza con tuo padre che allora non notai: la bocca, gli zigomi sono l'eredità paterna, da tua madre hai preso il carattere e quella facilità nel comunicare con il mondo che a me risulta invece così difficile. Avrai avuto sedici anni allora, diciassette forse. Io, di un anno più anziano, badavo alla tua esuberanza, al tuo corpo che cresceva e che sentivo vivo pulsare e respirare accanto a me nei lunghi pomeriggi, nelle serate di musica e di bar, nelle notti di lune e di stelle.

Penso a Properzio, il poeta latino e a Cinzia, la sua amata: "Cinzia fu la prima, Cinzia sarà l'ultima...". Prendo il libro blu delle sue elegie nella mia biblioteca, cerco il passo che questa tua fotografia mi ha riportato alla mente: "Non sono più per lei quello che fui: un lungo viaggio muta le fanciulle, quanto amore in breve tempo si disperde!". Eccolo lì, è proprio vero: il viaggio in questo caso è il tempo, ma il risultato non cambia. Non sono più per te quello che fui. Trattenendo nelle mani questo simulacro, questo brevissimo istante scolpito nella mia memoria, mi sento come un reduce che torni da una lunga guerra, dopo migliaia di chilometri, con i vestiti laceri e le armi smarrite: trova il suo mondo cambiato e lo osserva sgomento.


2010


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KAZUYA AKIMOTO, “DONNA DISTESA SU UNA SPIAGGIA”

sabato 16 settembre 2017

Un silenzio


Un silenzio, breve, improvviso, forte come un urlo, quasi che il tempo si fosse fermato. Nessun motore rombante, nessun clacson, non fischietto di vigile o scrosciare di laterizi a frantumare l’aria, né un canto d’uccelli o un sibilo di sirena. Un istante non misurabile, non qualificabile: un miliardesimo di secondo, un decimo, un paio, tre o quattro.

Mi sono voltato e lei era lì pressante come un desiderio, immobile nella folla ora in movimento, impegnata a percorrere la via come un fiume di formiche. E hanno sporte da cui fuoriesce verdura o bastoni di pane, borse della spesa o da lavoro. La differenza è che le formiche possono portare anche il doppio o il triplo del loro peso.

Era lì, con il suo vestitino a fiori, lungo appena sopra il ginocchio, le maniche corte, la pelle non ancora abbronzata, una peluria dorata quasi invisibile, come quella sulla buccia delle pesche. E mi sorrideva. Da un lontano ricordo ancora mi sorrideva. Ed era quella di allora, intorno ai vent’anni. La memoria certo non sa se si è tagliata i capelli e quali rughe si disegnino sul suo bel viso. Non sa quello che le ha fatto il tempo.

L’altro giorno alla televisione ho visto quell’attrice che le somiglia, avrà qualche anno più di lei: l’ho riconosciuta subito ma ho stentato a credere che la ragazza che ricordavo in un film sull’America fosse la signora bionda seduta sul divano di un talk-show. La sua faccia era gonfia, come se usasse del cortisone, la rosa che ricordavo turgida ha preso ad avvizzire. Lei invece no, lei come nel ricordo improvviso mi si è parata in una strada cittadina gonfia di traffico e del viavai di un mercato rionale.

Lei no. Apparsa improvvisa alle mie spalle evocata da un silenzio, chiamandomi con un’assenza di suoni per poi sparire tra la gente quando il tempo - così mi è sembrato - ha ripreso a correre e ho proseguito la mia strada senza più cercarla.

2008


Brown

TOM BROWN, “THE HUM OF THE CITY”

sabato 30 luglio 2016

Dopo quarant’anni

 

Oggi, dopo quarant’anni, ho rivisto una mia compagna di classe delle elementari. Il mio percorso scolastico, dopo la scuola in paese con i miei coscritti, mi portò lontano da qui, verso posti sempre più lontani. Insomma, ci perdemmo di vista dopo l’esame di quinta elementare, dopo l’oratorio, dopo i nostri undici anni.

Certo, da soli quasi certamente non ci saremmo riconosciuti, ma lei era con sua madre e io con mio padre: sono stati loro a “riconoscere” in noi gli antichi compagni di classe. Ci siamo scambiati le informazioni indispensabili su questi quarant’anni: lei si è sposata, ha tre figlie, abita in un paese distante una quindicina di chilometri, più all’interno nella provincia. Era curiosa della sorte di alcuni dei compagni, che ha nominato. Chissà, tasselli nella memoria, visi di bambini che avevano allora un certo interesse.

Mi sono sentito addosso il tempo, non come un enorme macigno, come un peso piuttosto, ma un peso naturale, come lo zaino dell’escursionista che affronta la montagna: come quello ha l’equipaggiamento, la bussola, la torcia, la borraccia con l’acqua, noi abbiamo i nostri dolori, i nostri studi, le nostre gioie, gli amori, le illusioni…

Sono bastati cinque minuti a raccontarci sommariamente, mentre le cicale cantavano sotto i cipressi del camposanto – sì, perché quello è il luogo dove ci siamo incontrati, dove riposa mia madre, dove da qualche mese è sepolto suo padre. Ed è un altro sintomo del passaggio di questi quarant’anni: sempre più spesso incontro i miei compagni delle elementari in questo piccolo e ordinato cimitero di paese, ognuno di loro ha i suoi cari da onorare con un fiore e una preghiera, e spesso accompagna il genitore che è rimasto, ormai anziano, ricambiando amorevolmente le cure che ne aveva ricevuto.

Ci siamo salutati con un ciao, come quando da bambini lasciavamo l’aula e tornavamo a casa con le nostre biciclettine, e questi quarant’anni – nonostante tutto – non sembravano poi così tanti.

 

Saia

PASTELLO DI TERESA SAIA

sabato 18 giugno 2016

Il fruscio del vinile

 

“La voce di una giovane ragazza
cantava dolcemente queste parole”.
THOMAS PYNCHON, V.

Un vecchio disco suona i miei ricordi e mi sorprende il fruscio del vinile, l'imperfezione che mi apre gli occhi e mi dice quanto tempo sia passato - del resto non ho nemmeno più l'abitudine a estrarre il disco dalla busta, spolverarlo con l’apposita spazzolina antistatica, collocarlo sul giradischi e infine posare attento la puntina tra un microsolco e l'altro: sono impacciati i miei gesti, desueti, da fruitore di nuove tecnologie, da ascoltatore di brani in mp3 scaricati da iTunes, di canzoni digitali suonate su Spotify, ora che non ho bisogno più neppure dell’asettica custodia dei CD.

Ascoltando quella musica, mi ha subito sopraffatto il senso del mio tempo perduto: come un succo denso di ore irrimediabilmente passate, lontane, come se soltanto adesso mi fossi reso conto del trascorrere del tempo, del suo volgere continuo, eracliteo. Anche i ricordi sembrano diversi, lontani, come se li avesse vissuti un altro. Sembrano assumere addirittura una rilevanza diversa, mi sembra che sia insignificante ciò cui davo valore e viceversa più importante ciò che ignoravo perché consideravo irrilevante. I dettagli si ingigantiscono, la lente del tempo riesce a mettere finalmente a fuoco le distanze, a collocare nel loro giusto incastro le tessere di quel puzzle.

C’è quella canzone dei Matt Bianco che piaceva a lei, che ci piaceva tanto: la ascoltavamo in spiaggia sulla radio, la cantavamo sulle biciclette, la ballavamo la sera dentro i bar... Shua Doo Doo-Ah Sneaking out the back door with a grin I move along when things are going wrong la voce della corista, l’assolo delle trombe, le percussioni... Mi sembra di risentire distintamente il profumo dello shampoo alla mela con cui si lavava i capelli, riesco a immaginarmi con precisione il suo volto, i gesti consueti con cui mi invitava, la vedo riempire cruciverba con una matita verde mordicchiando il gommino, il movimento con cui si legava i capelli con il nastro… Ma il mio amore per lei – ora sì lo posso dire, ora che tanto tempo è passato e finalmente vedo chiaramente nelle cose – era un grumo di nostalgia, in esso avevo impastato la malinconia che contrassegna certe gioventù. Non poteva durare.

Quanto ho amato quegli anni perduti quanto ho amato quei dischi di plastica – ci sembravano brutte le canzoni, invece se ascolti quelle di adesso, le confronti ed erano proprio belle. Quanto ho amato quei giorni in cui si badava ad apparire piuttosto che ad essere e invece io ero anticonformista anche più di ora. E li ho amati, quegli anni, perché ho amato lei. E chissà dove è adesso e che cosa farà la ragazza che avevo ribattezzato «Miss Shua Doo Doo-Ah»…

Tolgo il vinile con gesti insicuri e lo ripongo nella sua custodia riponendovi anche i miei ricordi.

 

LP

FOTOGRAFIA © AUDIOKLASSIKS

sabato 4 giugno 2016

Le lettere d’amore

 

Le lettere, d’amore o meno, non si scrivono più: la tecnologia le ha cancellate dalla faccia della terra sostituendole con le asettiche e-mail e anche peggio con gli SMS prima e con i messaggi in chat o su Whatsapp dopo, facendo piombare il linguaggio in un abisso di k usate al posto del ch e di abbreviazioni numeriche o stenografiche spesso incomprensibili peggio di un cifrario.

Scriveva Pessoa nelle vesti del suo alter ego Álvaro de Campos: “Le lettere d’amore, se c’è l’amore, devono essere ridicole. Ma dopotutto solo coloro che non hanno mai scritto lettere d’amore sono ridicoli”. Certo, possono essere ridicole perché fuori contesto o perché, lette al di fuori della coppia cui sono riservate, diventano materiale per voyeur, o ancora perché contengono segreti che non devono essere rivelati. Ma in realtà - come Pessoa alias Álvaro de Campos sa bene, tanto da definire ridicoli coloro che non ne hanno mai scritte, un atto d’amore non può mai essere ridicolo.

In una scatola di cartone nell’armadio, con altri cimeli sopravvissuti miracolosamente al tempo (conchiglie, ciottoli levigati, monete, boccette di sabbia, biglietti del cinema, braccialetti, collanine, un suo nastro per legare i capelli) ho un bel plico di lettere d’amore scambiate nel corso degli Anni Ottanta con la mia ragazza di allora, che viveva in un’altra città – purtroppo non pensai all’epoca di tenere copia delle mie e neppure ricordo quali “capolavori” romantici le scrissi e posso soltanto desumere da qualche mia frase stralciata e riscritta da lei.

Quando apro quella scatola, quando tolgo le lettere dalle buste, mi sento catapultato in un’altra epoca, come se quel piccolo scrigno di cartone fosse una macchina del tempo: l’odore della carta, dell’inchiostro della biro con cui lei mi scriveva, dei profumi dolciastri e femminili con cui talora le spruzzava, sono l’essenza del tempo perduto, di un passato che non tornerà. Leggo di noi, come eravamo e come non siamo più, ma anche di band musicali che ricordo e che vedo ancora ingrassate e invecchiate bazzicare i programmi televisivi di memorie, di politici ormai consegnati alla storia o ghigliottinati dalle forche caudine di Mani Pulite.

Ne scorro ancora qualcuna, poi le metto via, le lego di nuovo con la fettuccia rossa di raso e le consegno a un altro momentaneo oblio rimuginando che Pessoa travestito da Álvaro de Campos in fondo aveva ragione…

 

Lettere

FOTOGRAFIA © FRENCH LARKSPUR

sabato 16 gennaio 2016

Passato e futuro

 

Dag Hammarskjöld era un uomo politico svedese. Nel 1953 aveva quarantotto anni e divenne segretario generale dell’ONU. Ricoprì quella carica a lungo, fino al 18 settembre 1961, quando rimase vittima di un incidente aereo nello Zambia mentre si recava in Congo a risolvere la grave crisi politica di quel paese. Oslo, in quello stesso anno, gli assegnò il Premio Nobel per la Pace, alla memoria.

Mi ha colpito una brevissima frase tratta dal suo diario: “Al passato: grazie! Al futuro: sì!”. Pochissime parole che racchiudono tutta una filosofia di vita, a testimonianza che non servono pagine e pagine per esprimere un concetto, anzi, spesso accade proprio il contrario grazie all’incisività.

“Al passato: grazie”, ovvero non c’è necessità di crogiolarsi nel ricordo, non c’è bisogno di vivere nel passato. Guardare indietro è bello e allettante, ma deve essere solo un attestato di ciò che si è vissuto, una constatazione che ciò è stato, come una galleria di quadri che si ammirano con stupore e ammirazione, con una punta di nostalgia, ma con la consapevolezza che è qui, nel presente, che si vive, nell’hic et nunc che è la nostra vita. Oggi. Ieri non deve essere altro che un album di fotografie che andiamo sfogliando per poi riporlo al suo posto nello scaffale.

“Al futuro: sì!”, ovvero dobbiamo guardare al domani con ottimismo e con speranza. Lo so che ci lamentiamo spesso di questo mondo e del nostro futuro: l’effetto serra scioglierà i ghiacci, il petrolio finirà, il buco nell’ozono ci arrostirà tutti, la crisi economica divamperà furiosa, le banche falliranno. Non dico che è sbagliato essere attenti al mondo del domani, ma certo il catastrofismo non aiuta. Hammarskjöld ci indica la strada: pensare positivo, andare incontro con fiducia all’avvenire. Che poi ad attenderlo, nel suo futuro, ci fosse un incidente aereo, quella non è che una beffa del destino…

2010

 

Past future

IMMAGINE DAL WEB

sabato 26 dicembre 2015

Un giorno alla volta

 

“La miglior cosa del futuro è che arriva un giorno alla volta”: dicono che sia stato il presidente americano Abraham Lincoln, ad affermare questo concetto pregno di speranza. Un nemico preponderante non può essere sconfitto lanciandoglisi contro: ne verremmo immediatamente travolti. Nel 480 avanti Cristo, quando Serse con i suoi trecentomila persiani invase la Grecia, la strategia ellenica fu di bloccare quell’enorme armata al passo delle Termopili: bastarono trecento valorosi spartani e settecento tespiesi per trattenere per tre giorni le truppe di Serse. Solo il tradimento consentì ai persiani di superare il passo e inondare la Beozia e l’Attica. È un concetto che vale anche per le nostre difficoltà, per i nostri problemi: dovremmo tutti travestirci da spartani e bloccare loro il passo, affrontarli a viso aperto uno per volta. L’atteggiamento più sbagliato sarebbe invece la scappatoia, la fuga dal combattimento: ci trasformeremmo in Efialte, l’abitante del posto che mostrò ai persiani la strada per oltrepassare il blocco.

La saggezza di Lincoln è la stessa di Lao Tzu, filosofo cinese di 2500 anni fa: “Anche un viaggio di mille miglia inizia con un passo” scrisse nel Tao Te Ching. Un giorno alla volta. Un passo alla volta. Dovremmo imparare che nulla è impossibile da affrontare, che nessuna impresa ci deve essere preclusa. Dovremmo considerare le difficoltà con questo spirito e fronteggiarle con ferma volontà e con una certa dose di calma – non sono forse di moda i manifesti con scritto “Keep calm and…”? - Un giorno alla volta. Un passo alla volta. Basta fare il primo…

2013

 

Lincoln

sabato 16 maggio 2015

Una normalissima foto ricordo

 

Una normalissima foto ricordo, di quelle che tutti noi abbiamo ben incollate nei nostri album oppure dimenticate alla rinfusa in un cassetto o in una vecchia scatola da scarpe, legate con un elastico che si secca.

Un bambino ritratto tra i giochi, forse dei gonfiabili o delle moderne altalene, su una spiaggia; dietro scintilla il mare. E poi c’è il tempo, grande protagonista di ogni fotografia: quel tempo che ferma l’attimo per sempre, che lo ingabbia in quel rettangolo – ora digitale, ma un tempo solidamente cartaceo – nel quale rimane cristallizzato, immobile come un insetto intrappolato in una goccia d’ambra.

E con il tempo arriva il ricordo, la memoria di un altro bambino che in un altro tempo giocava sulla spiaggia con paletta e secchiello, che costruiva una pista di sabbia per farci correre le biglie con il viso di celebri corridori dai nomi oggi ormai persi nella leggenda. Il tempo, già fermo nello scatto.

Febbraio 2011

 

Biglie

FOTOGRAFIA © SITOGRAFICO

sabato 29 novembre 2014

Il tempo e il lavoro

 

La mia bisnonna non l’ho conosciuta: era una donna nata a fine Ottocento e scomparsa sul principio degli Anni Sessanta, prima che io venissi al mondo. Di lei conosco la fotografia austera su una lapide del cimitero di campagna dove è sepolta: una donna vestita di nero con i capelli grigi che dimostrava ben più della sua età, come tutti i nostri avi.

Questa bisnonna, che di nome faceva Margherita, diceva una frase che deve essere rimasta impressa a mia madre, visto che spesso me la ripeteva: “Il tempo non si vede, ma il lavoro sì”. Ovvero, per quanto ognuno di noi ci si applichi, il risultato del suo lavoro – che sia un oggetto fisico o intellettuale, che sia una sedia o una poesia, una tovaglia ricamata o un film -  conserva in sé il sudore necessario per ottenerlo o la spremitura di meningi.

Qualche anno fa, pochi giorni prima del penultimo Natale vissuto da mia madre, la aiutavo a pulire i globi di cristallo dei lampadari del suo salotto, e ancora una volta uscì quella frase, nel dialetto brianzolo con cui evidentemente la bisnonna Margherita lo pronunciava: “Bagàj, ul tèmp al se véd méa, ma ul laurà sé”. Io, in piedi sulla scala con il secchio, la spugna, il liquido per i vetri, chiesi a mia madre  qualcosa su quella sua nonna a me completamente sconosciuta.

Ebbene, quella frase era la richiesta di non badare al tempo necessario per svolgere un lavoro di ricamo: un impasto di onestà, di orgoglio e, perché no?, di gusto estetico: se qualcosa è fatto con cura, lo si noterà nell’oggetto finito. E naturalmente poi le cateratte della memoria si spalancarono e il ritratto venne ampliato:  ne uscirono i ricordi di una stalla dove la sera si faceva filò, di latte appena munto, di fette di salame spesse un dito, di polenta fumante… Poi è arrivato il progresso…

 

filò

FOTOGRAFIA © DIALETTICON

sabato 15 marzo 2014

Dieci anni

 

Sono passati dieci anni. Dieci anni! E noi eravamo adolescenti, agognavamo quel traguardo dei diciott'anni che apre la porta della società. Ha proprio ragione Gozzano: quando si è vicini ai trent'anni è troppo doloroso volgersi indietro, verso un'età che ci pare d'oro, l'età in cui germogliava appena quella gioventù che adesso va a morire. È triste. È troppo triste. Eppure non possiamo fare a meno di pensare ad allora: è un imperativo masochistico che ci spinge ad andare a quei tempi con la memoria, attraverso la subdola ma irrinunciabile mediazione del ricordo.

Dieci anni! Ci sentivamo già grandi, noi allora, pronti ad innamorarci, a caderci tra le braccia e forse non eravamo che bambini. Ci siamo feriti perché non abbiamo saputo distinguere la realtà dal sogno, la verità dalla finzione del gioco e perdersi non è stato altro che venire improvvisamente scaraventati nel mondo degli adulti. Abbiamo fatto tutto da soli: abbiamo aperto noi stessi la portiera dell'auto in corsa, ci siamo sporti incuranti del rischio (o ignoravamo che l'amore comportasse dei rischi - non fisici o almeno non allora - ma psicologici) e siamo caduti, rotolati nella scarpata delle nostre illusioni irta di spuntoni.

Dieci anni fa! Dieci anni della nostra vita senza avere ancora imparato la lezione ( e mai la impareremo, probabilmente) nonostante l'avessimo provata sulla nostra pelle. Imperterriti continuiamo a illuderci e a cadere, per strade diversi, in tempi diversi, diversi noi stessi da quei due ragazzi non ancora ventenni che si amarono nell'estate magica e memorabile di dieci anni fa, mitica come gli Anni Sessanta, culto del ricordo di un'intera generazione.

E noi continuiamo a sbagliare perché ancora ci volgiamo indietro e non sappiamo dimenticare quei due ragazzi di dieci anni fa.

 

29 giugno 1992

 

Young-lovers-kissing

FOTOGRAFIA © ELLIOTT MARGOLIES

sabato 19 ottobre 2013

Otto anni dopo


Il lago scivolava via d'un verde turchino dall'aspetto oleoso. I battelli della “Navigarda” attraccavano con puntualità e Giovanni li accompagnava con lo sguardo: da puntini in movimento si accrescevano fino ad essere riconoscibili e dopo l'attracco e la breve sosta in porto rimpicciolivano fino a scomparire all'orizzonte.

Tra la gente scesa dall'ultimo battello Giovanni riconobbe un volto noto ed ebbe un tuffo al cuore: “Anna!” gridò come mosso dall'istinto. Non riusciva a capacitarsi: perché mai aveva gridato a quel modo senza nemmeno pensarci? Anna si avvicinò: non era sola, infatti con lei un'altra ragazza si era staccata dal gruppo che guadagnava l'usci-ta del porto. “Ti avevo lasciata ragazzina e ora sei una giovane donna” disse Giovanni un po' imbarazzato come se il passare del tempo fosse qualche cosa di innaturale. Anna citò Virgilio: “Fugit irreparabile tempus” e dopo un sorriso presentò Valeria, la ragazza che era con lei.

“E ora che fai?” chiese Giovanni, che si sentiva sempre più impacciato, forse anche per la presenza di Valeria. “Lavoro all'albergo con i miei. E tu, cos'hai combinato in tutti questi anni?”. “Ho scritto: articoli, libri, poesie, di tutto“. Voleva aggiungere: “Sono ancora solo” ma la vista della snella Valeria lo inibì. Pensò che Valeria era molto simile all'Anna di quei tempi andati, l'Anna diciottenne che aveva baciato una sera lungo il mare e che la mattina dopo era partita. “Ho fatto anche il militare e sono sempre libero da vincoli” aggiunse senza riuscire a esprimere quel “solo” che gli ronzava nella mente. “Neppure io mi sono sposata” disse Anna guardandolo ancora più a fondo negli occhi.

Il sole tramontava nel lago, accerchiato da nubi che ne diminuivano la luminosità. “Avete fretta? Posso offrirvi qualcosa?” domandò Giovanni e, rassicurato dalle due donne, si diresse con loro al caffè di fronte al porto. Ordinarono tre coppe di gelato. Valeria interloquì: “Così, tu scrivi. Mi piacerebbe moltissimo. Io ogni tanto butto giù qualche poesia, ma trovo difficoltà nell'esprimermi in prosa“. Giovanni iniziò ad elencare le soddisfazioni e le difficoltà della sua professione e si interruppe per l'arrivo del cameriere con i gelati. Continuava a pensare che Valeria, più della stessa Anna, rassomigliava all'adolescente di quella sera in riva al mare.

Anna finì la sua coppa e ruppe gli indugi: “Giovanni, purtroppo ora dobbiamo proprio andare. Sei stato davvero gentile” e ciò detto si alzò per andarsene. Giovanni stentò a riconoscere l'Anna che aveva amato, così socievole, così attaccata ad ogni conoscenza. Come ridestandosi da un sogno, trovò la forza di chiedere: “Dove posso trovarti?”. Allontanandosi, Anna gli gridò il numero di telefono.

(14 maggio 1990)

 

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RICHARD BOYER, “CAFÉ IN ST. REMY”

sabato 13 aprile 2013

Piccoli tesori

 

I libri sono per me fonte di sorpresa. Non intendo per quello che c’è scritto dentro, o meglio, spesso lo è anche il loro contenuto, sebbene di un genere più spirituale. No, intendo proprio i libri in senso materiale, come delle piccole casseforti di ricordi di un passato che fu, che se n’è andato per sempre e com’è logico che sia, ma che ha lasciato qua e là tracce di sé che all’improvviso erompono come il raggio di una torcia a illuminare una notte buia.

Poco fa, cercando una frase che ricordavo posta come epigrafe in un libro, ho dovuto aprirne una dozzina, ed è portentoso il regalo di piccoli tesori che essi mi hanno fatto: lo scontrino di un bar in un ponderoso saggio sulla guerra del Vietnam – 4.500 lire, ed ho rivisto quel piccolo locale con i tavolini all’aperto e su un tavolino con la tovaglia a quadretti una coppa di gelato ed una birra; davanti, seduti sulle sedie di resina bianca io e lei… Poi ancora, in un libro sul linguaggio, due biglietti promozionali del circo Moira Orfei, non utilizzati perché l’uso degli animali nei circhi mi ha sempre immalinconito… – ma eccoli lì, tagliandi rosa con il disegno di un elefante in un’improbabile acrobazia. E in un altro saggio della Piccola Biblioteca Einaudi sulle origini e la natura del linguaggio, ecco una cartolina militare, quella della Brigata cui sono appartenuto per un anno: l’aquila ad ali distese con una piccozza in primo piano e una vetta lontana.

Piccoli tesori, piccole parti di me, della mia vita, del mio tempo. Piccoli oggetti insignificanti che riassumono in sé un valore più alto: quello di simboli assurti a rappresentare la voce della memoria. Ah, poi la frase l’ho trovata: “Il fiume è simile alla mia pena: scorre e non si esaurisce”, è di Guillaume Apollinaire.

 

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FOTOGRAFIA © DEBORAH SCHENCK

sabato 2 marzo 2013

Il tempo

 

“L’unica cosa che abbiamo è il tempo” mi dici. Tempo di dipingere acquerelli che sbiadiranno un giorno, tempo di confezionare marmellate che affastelleremo sui ripiani della dispensa, vasetti colorati di rubino, d’ambra, di smeraldo. Tempo per essere noi stessi, per restare insieme, per raccontarci seduti sulle sedie di ferro di un giardino d’estate mentre i rampicanti avvolgono pergolati e fioriscono dove le api suggono polline. Tempo per amare...

D’accordo. L’unica cosa che abbiamo è il tempo. Ma è adesso. Adesso, capisci? Io non voglio aspettare domani o dopodomani, non voglio tenere conto di giorni e mesi, costruire architetture di minuti e telefonate, di incontri al ristorante, di passeggiate sotto i portici di città dove si spalancano pasticcerie e negozi dalle vetrine scintillanti. È adesso che io ti voglio amare, adesso che voglio stringerti e tenerti tra le braccia, adesso che mi voglio raggomitolare nel tuo calore. Come se potessi allungare la mano e toccarti, entrare in contatto con te, divenire parte del tuo universo. E cancellare questo senso di vuoto, riempire questa casella bianca nella mia vita.

Ma adesso tu parli e racconti, disegni con le mani le parole che dici, figuri mondi, costruisci castelli in aria. E fai sembrare così naturale questo tuo attendere, questo sospenderti agli eventi come una ragnatela tesa tra due rami. Ieri e domani, l’ho capito, sai? Ti bilanci tra due corni di tempo e questo è il tuo salvagente – non posso certo chiamare ipocrisia questo tuo comportamento, è un’autodifesa che pratichi. Una cosa soltanto, se riesco a fartelo comprendere. Una cosa soltanto ho da dirti: il tempo è soltanto un’invenzione, un metro per giudicare e valutare le nostre esistenze. Dovremmo astrarre da esso, entrare così nel vivo di noi stessi.

“Se non esiste il tempo, non esisto io, non esisti tu” il tuo sillogismo prova a portare nei territori della logica la partita. Ma il cuore sa sopperire alla ragione, sa cavalcarla e scavalcarla, sa spingersi al di là dell’ostacolo insormontabile con un atto d’amore. “Esistiamo nel tempo se stiamo insieme” offro come un fiore di carta abbandonato sull’altare di una divinità orientale. La breccia si apre, la porta di quel tempio si spalanca se allungando la mano verso la tazzina del caffè posata sul tavolino incontri la mia casualmente in cerca di zucchero e la sfiori e la accarezzi. Il tempo si è ristretto, il tempo all’improvviso è finito nel bacio di un tramonto.

 

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ROELOF ROSSOUW, “THE COFFEE SHOP”

sabato 3 novembre 2012

Macchina del tempo

 

Eccolo che scorre come un fiume disperato, un ammasso di straccioni che portano uniformi sbrindellate e marciano sulle piste di sabbia del deserto. Puoi riconoscere ancora i galloni, le insegne, i gradi del comando nei vecchi pastrani tenuti per la notte, nei lembi di camicie usate a mo’ di turbante, nei laceri stracci che ora rivestono piedi incrostati e coperti di vesciche. Un esercito allo sbando che marcia disordinato e coperto di polvere – sono lontani i tempi in cui il passo marziale cadenzava le marce ritmando i passi come una sinfonia. Sconfina e invade nuovi territori, preda affamato, saccheggia quello che può avanzando verso un’ignota meta, verso una liberazione dall’accerchiamento di questo invisibile nemico che compare a tratti nei discorsi dei soldati ma che nessuno ha mai visto. Lo avete riconosciuto il simbolo che campeggia sul vessillo logoro che un alfiere cencioso porta in testa alla compagnia? Una clessidra. Perché quell’esercito allo sbando è il tempo.

Scorre come un fiume, il tempo: una ragazza mi disse un giorno che l’amore è un sentire che viene dal profondo e comporta un mutamento, lo devi sentire come il violinista sente e domina una corda che vibra. Io non ho saputo padroneggiarla quella corda, forgiarla sotto le mie dita, sotto l’archetto per trarne una nota che suonasse armoniosa. E davvero come un fiume in piena è fuggito il tempo, è straripato e non ho mai saputo se quella ragazza provasse vero amore o solo un grado di intensità dell’amicizia.

Fedele amico mi è il rimpianto adesso, quando la sera stanco chiudo gli occhi e numero le occasioni perdute – una sorta di Guido Gozzano davanti al caminetto con le sue rose non colte e le fisime di poeta – per sognare ancora quella ragazza sensata, per figurarmi le parole che le direi se qualche macchina potesse miracolosamente cancellare il trascorrere del tempo, esattamente come una spugna porta via la polvere e lascia il vetro limpido e pulito. Ma il tempo passa, è una nave che non si ferma, non hai mai voltato indietro la sua chiglia solida.

 

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FOTOGRAFIA © JIGSAWZ

sabato 4 agosto 2012

Vent’anni


I calendari generano eventi: io di te divenni consapevole un pomeriggio afoso quanto questo. Non ho dimenticato, come vedi: vent’anni di illusioni e compromessi su di noi, ma io non ho dimenticato.

Vent’anni da quel pomeriggio caldo in cui presi coraggio e venni da te - complice un libro, come per gli amanti del famoso quinto canto dantesco. Vent’anni da quel dondolo sul quale la prima volta parlammo di noi - dicesti di un acquazzone improvviso che ti rovinò le scarpe, del tuo viaggio in America: il deserto e i grattacieli, New York e Los Angeles. Di me ti dissi il poco che sapevo, con una timidezza che forse tu amasti: provasti a togliermi dal guscio, bimba curiosa affascinata dal timore.

Mi conducesti per mano - bambino ero, ricordi? - e mi guidasti lungo sere nuove di giochi e di cinema, di mille stelle. Uscivamo e guardavo il cielo terso. “Io e lei” mi dicevo, “Io e lei” esultavo, “Insieme” e già temevo il tempo, studiavo il modo di fermarlo, di essere insieme per sempre, per l’eternità. Se fosse stato un immenso orologio, avrei trovato un lungo chiodo nero da conficcare in mezzo alle lancette come nel cuore di un cruento vampiro.

Camminavo al tuo fianco ed era come se stessi al passo lieve di una dea. Camminavo su petali di rosa, su morbidi cuscini, sulla sabbia. E il tuo sorriso, che mi innamorò! Davanti allo specchio lo ricreavo ed era come essere te, essere con te. Ho riprovato: non mi viene più… forse i muscoli induriti o chissà cos’altro, forse questa gioventù che finisce; non voglio - no: non posso - ammettere che l’ho dimenticato: se chiudo gli occhi, ancora lo rivedo.

Così non mi resta altro da fare che guardare l’orizzonte indefinito e perdermi nel cielo senza fine inseguendo il ricordo di una donna, l’unica amata - perduta per sempre. E ritornare alle consuete cose, lo svago di un romanzo, di uno schermo. Ma tu continui a chiamarmi, dolcissima. E corro a dedicarti una poesia. Così ogni giorno, vent’anni, ogni giorno o quasi della settimana. Scrivo da prima di te, ma è da te che ho preso forza e vigore, da te nutrimento.

 

 

JACK VETTRIANO, “THE INNOCENTS II”

sabato 14 luglio 2012

Les jours d’antan


“Dov’è la vita che abbiamo persa vivendo? Dov’è la saggezza che abbiamo persa nel sapere? Dov’è il sapere che  abbiamo perso mettendo insieme nozioni?” THOMAS STEARNS ELIOT
Dove sono i giorni di ieri? Che ne è stato della scampagnata con la tovaglia a quadri, il cestino da picnic posato sopra, la bottiglia di vino bianco e l’anguria messi in fresco nell’acqua del torrente? Che ne è stato dei pomeriggi di spiaggia trascorsi a raccontarsi, a giocare a bocce, a riempire le caselle bianche della Settimana Enigmistica? Che ne è stato della luna di burro che si sdoppiava nel mare mentre la nostra ombra diventava tutt’uno con quella di un’altra persona? Che ne è stato dell’amore che abbiamo coltivato con tanta passione, che abbiamo fatto sbocciare e fiorire? E dei giorni di studio e di lavoro, messi in fila come un lunghissimo rosario?
E ancora: che ne è stato di ciò che abbiamo perso, delle occasioni fuggite, delle strade non prese? Che cosa sarebbe successo se quel giorno avessimo detto sì oppure no, se avessimo temporeggiato, se fossimo andati in un posto invece che in un altro, se avessimo incontrato una persona invece di un’altra?
E dov’è l’ingenuità dell’infanzia? Che ne è stato di quella dolce ignoranza che aveva in sé la sua saggezza? Eravamo sacchi vuoti da riempire ma avevamo già un’anima, una nostra capacità di distinguere bene e male, una morale, un’etica. In quei sacchi abbiamo messo molta farina, e ora non sappiamo più che cosa c’era sul fondo.
 

SPENCER COLEMAN, “BOTTOMS UP!”




sabato 7 luglio 2012

Campioni del mondo!

 

Sono trascorsi trent’anni! È da questo che uno capisce di essere invecchiato, di avere ormai lasciato alle spalle la gioventù. Trent’anni da quel delirio collettivo dell’11 luglio 1982, la notte in cui Nando Martellini commosse fino alle lacrime milioni e milioni di italiani radunati davanti ai televisori quando pronunciò con enfasi il triplice “Campioni del mondo! Campioni del mondo! Campioni del mondo!”. L’Italia che era uscita distrutta da quasi tutte le competizioni calcistiche del dopoguerra – salvo l’Europeo vinto in casa nel 1968 - tornava sul tetto del mondo 44 anni dopo il secondo trionfo della squadra di Pozzo. Subito dopo il fischio finale cominciò la festa per le strade con uno sventolio di tricolori come non s’era mai visto e tuffi nelle fontane.

Tutto era cominciato in realtà quattro anni prima, quando Enzo Bearzot, il ct, costruì una squadra capace di battere l’Argentina a casa sua ed arrivare quarta dopo aver perso la semifinale con l’Olanda per un paio di tiri da oltre 30 metri. L’ossatura c’era, Bearzot ci innestò giovani di belle speranze come il ventunenne Antonio Cabrini e il diciannovenne Beppe Bergomi, e quel Paolo Rossi che aveva scontato una lunga squalifica per il primo calcioscommesse del 1980. La nazionale italiana passò il girone eliminatorio con affanno, tre pareggi e molta fortuna, grazie a un solo gol segnato in più del Camerun. Ci toccò il girone impossibile con l’Argentina di Maradona e il Brasile di Zico. Il contropiede, le marcature rigide e lo stellone ci consentirono di abbattere 2-1 i gauchos e 3-2 i carioca. In quella partita meravigliosa in cui il Brasile, cui bastava il pareggio, tentò comunque di vincere secondo suo costume e poi perse, si sbloccò Paolo Rossi, che siglò tutti e tre i gol italiani. Altri due li infilò alla Polonia in semifinale e un altro alla Germania in finale, dopo che Cabrini aveva fallito un rigore e prima delle reti di Marco Tardelli – il celebre “urlo” quasi alla Munch  – e Alessandro Altobelli. Il gol di Altobelli tra l’altro consentì al presidente Pertini, che era allo stadio Santiago Bernabeu di Madrid, di dire a re Juan Carlos che era seduto accanto a lui “Non ci prendono più!” con un gesto della mano tipicamente italiano. Era la squadra del compianto libero Gaetano Scirea, del mastino Claudio Gentile, del mediano Gabriele Oriali, di Fulvio Collovati e Giancarlo Antognoni, di Ciccio Graziani, del motorino Bruno Conti.

Dino Zoff, il portiere e capitano, sollevò la Coppa del Mondo al cielo di Madrid e quell’immagine divenne il francobollo disegnato da Renato Guttuso, celebrativo della vittoria, dell’enorme emozione che era stata regalata agli italiani, che venivano dagli anni di piombo e avevano un’inflazione galoppante a due cifre. Stava per aprirsi la stagione della Milano da bere, dell’edonismo reaganiano, dell’illusione di Wall Street, delle giacche colorate. Quello è il Mondiale che sento mio, quello vissuto da ragazzo innamorato, quello che trent’anni fa sotto una luna fantastica in una notte di grilli celebrai per le strade con la mia bandiera tricolore e i miei diciott’anni. Da un televisore arrivava la voce di Giuni Russo che cantava Un’estate al mare. Com’era bella la luna nelle fontane! Com’era bella la vita!

 

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sabato 30 giugno 2012

Troppi anni

 

Tempo ne è passato. Tanto tempo. Il giorno è questo, solo nella cifra, solo nel mese. Era venerdì allora, oggi è lunedì. È cambiato il secolo, il secondo millennio è scivolato nel terzo. È crollato il muro di Berlino, sono state abbattute dai terroristi le Torri Gemelle di New York, c’è un altro papa, c’è un altro presidente della Repubblica, negli Stati Uniti un nero è diventato presidente. Sono state combattute guerre in Afghanistan e in Iraq, si è dissolto l’impero sovietico, il vento della democrazia ha cacciato l’orso russo dalla Polonia, dall’Ungheria, dalla Romania. La Cecoslovacchia si è divisa, così anche la Jugoslavia – e le sirene della guerra hanno suonato per la prima volta in Europa dopo il 1945 - la Germania si è unificata. La tecnologia ha proposto oggetti inimmaginabili, televisori dallo schermo ultrapiatto, computer e telefoni portatili, tavolette e smartphone con i quali collegarti a Internet dovunque. Ah, Internet non c’era…

Tempo ne è passato davvero tanto, acqua sotto i ponti ha eroso le arcate, le sponde, ha levigato sassi sul fondale. Gente è nata, altra se ne è andata. I bambini sono cresciuti, gli adulti sono invecchiati. Fogli di carta sono ingialliti, pagine di libri sfarinano, le rilegature cedono. Polvere si è posata su case e mobili, arredi sono stati sostituiti, oggetti sono stati rimodernati, facciate intonacate, pareti ridipinte. Vestiti, maglie e camicie sono stati usati e usurati, gettati, dati alla Caritas, usati come stracci per pulire i vetri. Altri sono stati acquistati nelle boutique del centro, nei nuovi franchising dei centri commerciali. Automobili hanno percorso migliaia e migliaia di chilometri, sono state demolite, rottamate, vendute, date in cambio di un’auto nuova e questa a sua volta demolita, rottamata, venduta, data in cambio… e altre e altre ancora.

Ma adesso, ora che il mio orologio – un altro, non il Wyler Vetta che avevo quel giorno – segna le due e un quarto, adesso io sto pensando a te, a quel pomeriggio afoso, tanto che le nuvole si appiccicavano addosso. Sto pensando che tutto cominciò quando mi sedetti al tuo fianco e cominciai a parlare. Tu raccontavi, io raccontavo. Tu mi guardavi, io ti bevevo con gli occhi. La matita verde con cui riempimmo cruciverba chissà dove sarà finita. E i miei jeans e la mia maglietta blu a righe gialle, e il tuo vestito azzurro, le tue ciabattine bianche, le mie espadrillas chiare… Tanti anni sono passati. Troppi anni. Ma è come se non fossero mai trascorsi se rivedo il tuo sorriso nella penombra dello specchio. Fu quel sorriso a farmi innamorare…

 

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HENRI CARTIER-BRESSON, “SIDEWALK CAFÉ”

sabato 18 dicembre 2010

Il tempo nelle mani

 

Quel pomeriggio il mare era una piatta tavola grigia, una gigantesca lastra d’ardesia posata sulla sabbia della costa. Le vele vi spiccavano come bianche farfalle infilzate, i wind-surf si muovevano appena oltre i segnali che indicavano il limite massimo per la balneazione. Nella spiaggia la noia regnava sovrana, la musica delle radioline si mischiava al vociare dei bagnanti, si spegneva portata via dalla brezza. Sotto l’ombrellone, nell’ombra torrida, stavo leggendo un libro di Kundera: alla fine di ogni capitolo mi fermavo a guardarmi intorno e a bere avide sorsate di acqua fresca.

Daniela era seduta sulla sdraio in fianco alla mia. Aveva un bikini a fiori e il sole disegnava riflessi ramati sui suoi capelli biondi. Prendeva una manciata di sabbia, la chiudeva nel pugno e la lasciava filtrare lentamente: il vento prendeva quel flusso di granelli dorati e li portava verso il mare, verso i fazzoletti bianchi delle vele, verso le cale sull’altro lato del golfo dove nuvole bianche simili ad ovatta si ammassavano sopra le pinete e le torri dei condomini.

Il vento ora soffiava più forte, i wind-surf al largo avevano cominciato a volare; il lembo dell’ombrellone si muoveva seguendo le ondate del grecale: a tratti il viso di Daniela si riempiva di luce, ne ammiravo le fattezze regolari, il colorito abbronzato. Dopo aver compiuto ancora una volta il suo gioco, aprì il pugno, lasciò andare la sabbia, si sfregò le mani. “Amore”, le dissi, “avevi il tempo nelle mani”…

 

Fotografia © Partecipiamo