sabato 21 agosto 2010

Automobilisti


Igor Santinelli aveva uno stile di guida molto veloce e aggressivo: compiva sorpassi anche con la linea continua e i segnali di divieto, lampeggiava alle macchine più lente che si trovava davanti, non rispettava la segnaletica orizzontale e aveva già perso parecchi punti della patente con relative multe.

Gianni Longo invece guidava con prudenza: rispettava i segnali, usava sempre gli indicatori di direzione, lasciava attraversare i pedoni e non si spazientiva neppure in coda. Non aveva mai preso una multa, neppure per divieto di sosta. Tutte le volte che i vigili o la Polizia stradale lo fermavano per un controllo trovavano tutto in regola.

Un giorno d’estate Marta, la giovane e bella moglie di Igor, era a letto con l’amante. Era un venerdì e si ruppe l’impianto dell’aria condizionata nella fabbrica dove Igor lavorava. Il capufficio autorizzò gli operai a uscire un’ora prima dal lavoro e, guidando veloce, Igor tornò a casa e sorprese Marta nuda a letto con un uomo. Imbracciò il fucile con cui andava a caccia di cinghiali e sparò prima a lei e poi a lui. Lo condannarono all’ergastolo.

Lo stesso giorno anche Giulia, moglie di Gianni, era a letto con l’amante. Anche Gianni, che era collega di Igor, grazie al contrattempo dell’aria condizionata, uscì prima del solito dal lavoro e, con la consueta attenzione, arrivò a casa presto ma non abbastanza da sorprendere Giulia nuda a letto con il suo ganzo. Lo salutò mentre questi usciva dalla portineria e continuò la sua vita normale, guidando con prudenza.


sabato 15 maggio 2010

Il sapore amaro dell’addio

 

Sorrise dietro il velo di tristezza che le inumidiva gli occhi. Sapeva il dolore che avrebbe generato, nella sua vita, nella mia. “Torno a Trieste”. La decisione era presa, i bagagli probabilmente già pronti nella sua bella casa lungo i Navigli. Quella da cui amavo guardare giù fingendo di essere a Venezia, non sembrava neppure Milano. Il treno sicuramente era già stato prenotato, il lungo viaggio assimilato lentamente, programmato, ricostruito.

“Parto tra poco”. Le nuvole che sovrastavano il Duomo sembravano impigliate nelle guglie bianche, vele trascinate fin sulle statue della cattedrale. Il tavolino del bar dove ci eravamo dati appuntamento – l’ultimo, e non me ne rendevo neanche conto – aveva delle eleganti tovaglie dove galleggiavano le tazzine di caffè e i due bicchieri d’acqua; nel suo una fettina di limone si perdeva lentamente dietro il vetro ghiacciato. La mia era l’amaro che sentivo in bocca.

Le nostre anime in quel momento dovevano scottare come brace, ardenti come la fiamma che è sul punto di morire. Eppure sarebbe bastato poco per riaccenderle, per riattizzare quel sentimento che covava ancora – di questo ero certo. “Paola…” per l’ultima volta pronunziai il suo nome e risuonò strano, come se un’altra persona lo avesse pronunciato, uno qualunque che oziava ai tavolini in attesa di tornare nell’ufficio al quarto piano di un palazzo del centro, uno dei tanti che attraversavano la piazza inseguiti dai senegalesi con i braccialetti portafortuna, uno dei turisti affacciati all’autobus scoperto che fa il giro della città. “Paola…” e non trovai altre parole da dire.

Ci alzammo. Un ultimo furtivo bacio suggellò l’addio. Non mi sentivo tradito, non mi sentivo deluso. Quella che mi entrava dentro, che si agitava e si rimescolava, era un’amarezza indefinibile. Mi sedetti e restai lì a guardarla andare via, imboccare Via Mazzini, perdersi tra la folla del pomeriggio. In bocca avevo ancora quel sapore amaro.

Provai a pensarla altrove, a Trieste: mi veniva in mente solo Piazza Unità d’Italia sconvolta dal vento. Nel ricordo, il colore del mare era quello dei suoi occhi.

 

Raymond Leach, “A brief incounter”

sabato 27 marzo 2010

La clinica

a Vincenzo Moretti,
che ha ispirato il racconto
con il suo “Enakapata”

L'infermiera ha detto che passerà più tardi. Con le pastiglie della buona notte. E dormirò ancora e avrò altri di questi sogni chimici che mi sballottano nello spazio e nel tempo e al mattino mi lasciano come uno straccio, un otre vuoto. È quello che vogliono, questa è l'igiene mentale che campeggia a grandi lettere bianche illuminate sul muro della clinica. È strano come certi eufemismi ci lavino la bocca: sono soltanto dei modi per pulirsi la coscienza e non pensarci. Clinica. Ospedale psichiatrico. Manicomio.

Così mi si incastreranno gli eventi della giornata e le allucinazioni prodotte dai medicinali. Chissà come entrerà Vincenzo in questo sogno. Nel pomeriggio è venuto a trovarmi e mi ha portato in dono il suo libro. Ho cominciato a leggerlo. Probabilmente anche il Giappone scivolerà nel sogno con i suoi giardini di ciliegi in fiore e la perfezione tecnologica. Si miscelerà con le brutte facce di questa televisione che non riesco neanche più a guardare: volti litigiosi, veline seminude, gente che parla e apre la bocca come in un acquario, perché io non li sto più neanche a sentire.

Come la notte scorsa: c'era una donna con una foglia di vite tra i capelli serpentini, una Medusa moderna che sproloquiava in una vecchia sala d'aspetto con le panche di legno e un lattiginoso lampadario al neon. Fuori c'era il tram che mi aspettava ed erano gli Anni Cinquanta, Milano - credo fosse Milano, ma poteva essere Torino o Dresda o Buenos Aires - era una grigia periferia di opifici, ormai finita la guerra si pensava a ricostruire. I cani razziavano tra i rifiuti, un gatto pisolava su un muro di cinta. Ovunque reticolati e ciminiere. E d'improvviso, con un salto di tempo e di spazio, il tram divenne un moderno treno rosso e correva accanto a un lago. Volli scendere in una di queste piccole stazioni, mi inoltrai nel paese, dove splendevano gialli i lampioni tra le case e i campanili. L'odore dei colori a olio mi attirò in un atelier, dove una donna bellissima dipingeva. Non era vero nulla, lo so: era l'effetto delle medicine. Ma l'Arte, l'Arte quella era vera. Come era vero quell'ometto curvo e cieco che giocava al go. Mi disse di chiamarsi Jorge Luis Borges, si teneva a un bastone e raccontava qualcosa a proposito di labirinti e biblioteche...

Ecco l'infermiera con le pastiglie in un bicchierino di carta bianco. Me le porge. Le inghiotto con un sorso d'acqua. Addio...


sabato 21 novembre 2009

La felicità del sogno


La felicità degli spot pubblicitari è palesemente falsa. La famigliola che siede felice al tavolo di cucina per la colazione è fuori dal tempo e forzatamente allegra. E la felicità del sogno come può essere giudicata?

Ma cominciamo dall'inizio: sono in un albergo con la solita comitiva di amici, al momento di ammassare i bagagli al mattino e intraprendere il viaggio di ritorno. C'è ancora una mezz'ora per il caffè e le brioches. Un hotel anonimo di una non nominata città e da nessun elemento si può risalire alla località, dire se sia una città di mare o di lago o di montagna.

Vedo l'uomo alla reception - un bancone con computer e postazione telefonica - guardarmi e poi stupito riconoscermi e salutarmi. Anch'io riconosco in quel quarantenne il ragazzo che era: sebbene il suo volto sia quello di un attore del film che ho visto la sera prima, è indubbiamente Alberto. Ricordo anche il suo carattere quando, scherzando come un tempo, mi chiede se io desideri un sacchetto ed io, presagendo che si tratti della solita boutade, titubante rispondo di sì. “Eccolo” - mi dice porgendomi uno di quei grandi asciugamani che si usano nelle docce degli alberghi - “per incartarci l'elicottero!”. Arriva mio cugino, stranamente aggregato alla compagnia, della quale non ha mai fatto parte, e Alberto riconosce anche lui, molto stupito evidentemente di non trovarlo più bambino.

A questo punto c'è uno stacco quasi cinematografico, lascio l'asciugamani sul bancone ed entra una donna, vestita con un tailleur pantalone nero ed una camicetta bianca; anche i capelli sono scuri, sebbene non corvini: è Anna! Mi abbraccia con trasporto, felice di vedermi. Il tempo deve avere operato un cambiamento, quasi rovesciando i ruoli: è lei quella che attendeva innamorata.

Alberto, intuendo l'importanza del momento per la sorella Anna, dice a mio cugino: “Vieni, lasciamoli un po' soli” e lo conduce via.

Io e Anna rimaniamo lì stretti stretti, allacciati in un abbraccio caloroso, come se non volessimo lasciarci mai più, ora che ci siamo ritrovati. Ci rubiamo con gli occhi mentre la comitiva lentamente si raduna scendendo dalle stanze e passando accanto a noi per entrare nel salone della colazione. Tutti ci guardano e sono immensamente felici per me.

Anna allora mi conduce nel salone, ad un tavolo isolato dagli altri, probabilmente quello padronale o di servizio dove mangiano i cuochi e il personale. Sediamo e ci teniamo la mano sulla tovaglia bianca continuando a guardarci e a parlare di noi. Mi sento al colmo della felicità.

Mi sono svegliato. Fuori sta piovendo molto forte, l'acqua scroscia rumorosamente. Guardo la sveglia: sono le 5.35. E allora silenziosamente piango qualche secondo: credo sia il rimpianto, la consapevolezza che si sia trattato soltanto di un sogno, per quanto abbastanza verosimile. Ma, all'improvviso, mi assale la stessa felicità che ho provato nel sogno, e sorrido beato. Mi addormento per cercare ancora la Musa, se sia rimasta ad aspettarmi in qualche angolo del sogno...


sabato 17 ottobre 2009

Il nostro ultimo incontro


Il nostro ultimo incontro avvenne a Gioia, fuori dalla stazione della metropolitana: tra i grattacieli sembrava l’America. Indossavi uno spolverino bianco, eri bellissima nei tuoi vent’anni. Rapidi ci baciammo sulle guance e poi salimmo sulla tua Seat rossa.

Abitavi vicino, al primo piano, in un palazzo da Vecchia Milano: al piano terra c’era un ristorante. Mi accomodai in una poltrona, tu sedesti sul divano stile Impero, il tuo cane dormiva sul tappeto.

Era l’ultimo giorno di settembre, faceva ancora caldo e le finestre aperte davano su un cielo grigio, sui fumi delle industrie periferiche. Chiudesti fuori il traffico e il rumore, tornasti a me, alla mia camicia jeans.

Parlammo più di un’ora, di progetti, di noi, ma l’atmosfera era di due che non si sarebbero visti più, forse una cartolina nella prossima estate da uno di quei posti di cui andavi raccontando: Barcellona, Portofino, quel sogno della Grecia.

Non c’erano, non c’erano più i ragazzi di qualche estate prima: non sembravano passati due o tre anni, ma dei secoli.

Volesti accompagnarmi alla Centrale: un treno che non urgeva divenne per me un’irrinunciabile esigenza. Seduto al tuo fianco sulla Seat rossa ti guardavo le gambe nei collant manovrare veloci sui pedali. A uno stop non desti la precedenza e una donna gridò “Scema!”. Furiosa in quegli ultimi minuti insieme, infine raggiungesti Piazza Duca d’Aosta. Ci salutammo in fretta nella strada.

Io non ricordo se guardai l’auto svanire lungo il traffico portandoti via dalla mia vita per consegnarti al fascino ammaliante dei ricordi…

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Brent Lynch, “New York state of mind

sabato 19 settembre 2009

Il letto


Il letto era così invitante, soffice e morbido: mi ci sdraiai e vi affondai il viso. Intanto tu armeggiavi con le calze, te le toglievi, le riponevi in bell’ordine sullo schienale della sedia accanto agli altri tuoi vestiti ma era come se tu non ci fossi perché la musica lentamente mi assopiva, calando le palpebre…

E rotolavo, rotolavo per le valli di un erboso declivio, sui tornanti di una ripida strada a spirale come un sasso, come un masso pesante o una valanga fino al momento dell’impatto e allo sgretolamento polverizzato.

E dalla polvere uscivo io ma mi accorgevo, avvicinandomi a te, che non eri pronta; avevo fallito il calcolo dei tempi come se cercassi di acchiappare qualcosa che si riflette nello specchio: ti butti da un lato e lui fugge dall’altro.

Poi qualcosa accadde e tu non eri fuori, non eri più fuori, ma nel mio stesso mondo: dietro di me giungesti improvvisa dentro il mio specchio e attendesti che ti raggiungessi. In breve fui lì e ti stringesti a me. Eri entrata nel mio stesso sogno, spogliata com’eri, senza le calze e senza i vestiti, rimasti sulla sedia in bell’ordine perché potesse accadere qualcosa e tutto ecco che succedeva.

Improvviso un rumore più forte mi svegliò: tu non eri nel letto né dentro il sogno, non c’erano neppure le tue calze, i vestiti, non eri neppure mai esistita.


Immagine © Jupiter

sabato 12 settembre 2009

Pioggia a Milano


Milano mi accoglie con un cielo grigio e pesante e una pioggia d'aprile fine e insistente, tanto più insistente quanto più fine. Sono appena sceso dal treno alla stazione di Porta Garibaldi: ho alcune questioni amministrative da sbrigare. Il mio sguardo vaga in mezzo ai pantografi alla ricerca di un lembo di cielo, ma piove e tutto è grigio e freddo. Grigio come la malinconia. Ma la malinconia è calda e ti racchiude con le sue braccia: può quasi essere un piacere. I sottopassaggi mi si presentano davanti all'improvviso: una fredda città sotterranea, i muri imbrattati da scritte, il pavimento di gomma nera bagnata e maleodorante, l'acqua che in certe parti filtra dal soffitto.

Davanti a me, dietro a me, in fianco a me molta gente, ragazze con la faccia pulita e una borsa a tracolla, una cartelletta o dei libri in mano; uomini con la valigetta e gli occhiali di tartaruga; signore eleganti che lasciano una scia di profumo; ragazzi con lo zainetto e l’i-Pod. Imbocco la galleria per la metropolitana, fredda e buia nonostante le luci al neon. Dalla scala mobile che porta alla stazione filtra una luce grigia assieme agli ombrelli chiusi che lasciano una scia di gocce. Inserisco il biglietto, spingo la sbarra ed entro: scendo le scale che portano alla zona di arrivo dei treni. Mi porto a sinistra per salire in coda ed evitare la folla dei vagoni di mezzo. Poi, ora che hanno aperto la Fiera c'è molta più gente. Arriva il treno dalla parte opposta e mentre lo vedo correre via come una talpa arriva anche il mio treno con due occhi bianchi e qualche posto vuoto. La ragazza accanto a me legge un trattato di psicologia, un tizio sfoglia la Gazzetta dello Sport e trovo i miei pensieri nella carta rosa. Il metrò si ferma. Forse non si merita altro questa città con questo cielo grigio e questa pioggia di smog, non può avere che queste squallide viscere inutilmente camuffate da manifesti di pubblicità.

Il treno fa un'altra fermata: sale poca gente, ne scende molta di più. Mi viene in mente una frase di un romanzo di Moravia: “La noia è l'incapacità di avere rapporti con la realtà”. Sto lì a riflettere nel breve spazio di una fermata: dunque la noia è l'impossibilità di riconoscere l'esistenza di oggetti e persone diverse da sé stessi, tanto che nel romanzo Dino trova che in Cecilia la fenditura verticale del sesso è più espressiva della fenditura orizzontale delle labbra.

Alla fermata successiva scendono quasi tutti e la sosta è leggermente più lunga. Il metrò riparte con un brusco scossone. Alla mia sinistra una ragazza sta leggendo Prévert e con la coda dell'occhio riesco a rubare qualche verso prima che il metrò si fermi. “Sotto il vomere del tuo dolce sguardo d'acciaio / il mio cuore s'è scavato / e in questa terra arata/ il fiore dell'addio ha cominciato a urlare...” Scendo pensando al fiore dell'addio, a quante volte l'ho colto e l'ho annusato. Oltre la scala mobile un freddo pungente e un turbinio di vento tra le tenere foglie dei tigli. Nelle pozzanghere si riflettono le nuvole grigie. La ragazza del libro ancheggia davanti a me nel suo impermeabile giallo e mi chiedo se anche lei ha colto quel fiore amaro in una sera di mare o in una mattina grigia come questa.

Entro nell'ufficio: c'è una lunga fila di persone con documenti e cartellette, i vetri sono appannati e comincia a fare caldo. Non faccio altro che guardare l'orologio, questa ressa mi genera quasi una strana fobia, infilo due dita nel collo del maglione e lo tiro come a cercare aria. La ragazza del libro è davanti a me, “È tanto che aspetti?”, dico una cosa banale per rompere il ghiaccio, “No, solo venti minuti” risponde. “E' una cosa relativa” butto lì io senza nemmeno specificare il soggetto. “Come?” replica lei stupita da quel mio sintetico concetto. “L'attesa” torno a dire “è una cosa relativa: io sono qui da un quarto d'ora e sono già stanco.”

Sbrigo finalmente i miei affari ed esco nella pioggia battente; c'è odore di gas e il cielo sembra più cupo. La ragazza che leggeva Prévert è ancora nella mia mente: speravo di ritrovarla fuori di qui, di portarla a bere un caffè. Cerco il suo impermeabile giallo tra la folla, inutilmente. Mi rassegno alla mia solitudine che gelosa conserva vivo il fiore dell'addio.