sabato 4 febbraio 2012

Il mare è femmina

 

“Quid mirare meas tot in uno corpore formas?”
   PROPERZIO   (Elegie – IV,2)     

È meravigliosa questa casa sul mare che mi sono acquistato: davanti ha il giardinetto e lo steccato di legno che dà sulla strada per Pisa, ma dietro, dietro mostra tutto il suo splendore: un’uscita che dà direttamente sulle acque azzurre del Tirreno. Mi piace lasciarla aperta questa porta, ascoltare la voce delle onde, annusare l’odore del mare, farmi accecare dallo scintillio dei riflessi. E gli amici amano venire qui, dal caro vecchio Giorgio, e sedersi nella verandina con vista sul mare. Un whisky, quattro chiacchiere, antichi ricordi che si sciolgono come il ghiaccio nei bicchieri.

Oggi è passata a farmi visita Wilma. È una sceneggiatrice romana sulla quarantina con un ex marito alle spalle e molte voci sulla sua fama di mangiauomini. Indossa una tunica che la fa sembrare molto hippy, anche per via della lunga collana di legno e cuoio. Ha voglia di raccontarsi, è in vena di confidenze. “Ho amato tanto” dice. “Ho amato tanto” ripete come una considerazione tra sé e sé. “Non c’è proprio nulla da fare: non riesco a cambiare e nemmeno lo voglio, sono volubile come il mare e le sue onde. Lo vedi il mare? Oggi calmo, domani appena solcato, un altro giorno tanto agitato da sembrare l’oceano, poi ancora liscio come l’olio. Hanno ragione i francesi: il mare (la mer) è femmina”.

E così dicendo non riesce a celare il nervosismo delle dita, ora strette a pugno, ora distese nel palmo, ora impegnate a tormentare gli anelli. Improvvisamente si alza, dice di volere assolutamente fare un tuffo in quelle acque cristalline. Si toglie la tunica, si stringe nelle braccia in un gesto di tenerezza, come per nascondere il seno che ad ogni passo compie un saltello, quasi a voler imitare il tremolio della prima stella che tra poco si accenderà.

“È il tramonto” -  dice - “l’ora in cui preferisco fare il bagno: l’acqua è più calda e non c’è nessuno, il mare è tutto mio”. Scende e si tuffa, la vedo nuotare, prendere pose alla Esther Williams. Una sirena bionda davanti a casa mia. Quando esce, si infila nell’accappatoio bianco che le porgo e  continua a raccontarsi: “Vedi, Giorgio, io vivo e lascio vivere: non so se avrò mai la felicità, se questa è la felicità. Al mattino mi sveglio e guardo chi mi dorme accanto, stanco; mi diverte restare ad ascoltare il suo respiro: è un ritmo, una musica; forse sì: allora mi sento felice e tutta questa mia felicità la esprimo in una carezza a quel corpo addormentato”.

“Quello che davvero temo è l’inverno” - continua - “temo la neve: dicono che cade in morbidi fiocchi, per me è invece inaudita la sua violenza; hai mai visto quei vecchi film muti? Ecco: la neve mi dà l’impressione di un pianoforte sospeso per un trasloco che cade al suolo e va in mille pezzi. Bella è bella, questo lo ammetto, ma io credo che la sua bellezza sia effimera, che si consumi in se stessa. Voglio dire, Giorgio: è una bellezza un po’ crudele, non si trasforma in eternità. Il mare invece sì: può essere bello ma bello in un modo sempre diverso, sa anche essere orribile con le sue maree: vedi, te l’avevo detto che il mare è femmina”.

 

 

EDWARD HOPPER, “ROOMS BY THE SEA”

sabato 28 gennaio 2012

Il ricordo di lei

 

Il caldo entrava dalla porta della sacrestia con le prime ombre della sera. I rumori della strada giungevano come ovattati e si mescolavano alle preghiere della funzione. Don Mario aveva cominciato da poco a celebrare la messa prefestiva delle venti e lanciava occhiate ammonitrici ai ritardatari. Era il 3 luglio, sì, il 3 luglio 1982, una data che è impossibile per me dimenticare. Tra gli archi della navata apparve improvviso: il ricordo di lei.

Prima no, prima era solo un informe acuto dolore, il dolore di averla la­sciata, un addio adolescente che sembrava essere più grande di quello che in realtà era. Prima erano solo le lacrime versate a Venezia con i suoi occhi bruni dentro i miei e i vaporetti che tagliavano l'acqua come il mio cuore, era la pro­messa di ritornare, era il desiderio di un cuore nuovo, blindato, elastico, di quelli che non si possono ferire e che se cadono rimbalzano via indenni.

Adesso, qualche ora dopo, era il ricordo, il piacevole ricordo di lei venato di nostalgia. Mi alzai un po' a fatica poiché mi doleva la schiena dalla sera prima, l'ultima sera con lei, quando al luna-park eravamo saliti sull'ottovolante. Aveva insistito tanto che la accompagnassi anch'io, così schivo per quel genere di divertimenti e non riuscii a dirle di no e l'accontentai. Forse era questo il mio dolore: tutto quello che faceva lei mi andava bene e non sapevo mai dire di no... che strano amore, però... Ricordo i suoi capelli nel vento, sfiora­vano il mio viso e io li baciavo, profumavano di shampoo e di gioventù.

Uscito, attraversai la strada. Il semaforo diventò verde mentre il sole lentamente si coricava tra le case giocando a rimpiattino con le fronde degli alberi. Chiazze di nuvole infiammate sopra le colline, nuvole come quelle che incendiavano il cielo sopra la chiesa la volta che lei mi tenne il muso tutta la sera e, non so ancora oggi perché, scoppiò a piangere davanti alle Poste e poi corse via.

Quando arrivai a casa misi un disco dei Pink Floyd e mi sdraiai. Lei era ancora lì, dietro le tende, sotto il tavolo, sul muro... Bastava chiudere gli occhi e la vedevo, la vedevo come la sera prima, un po' triste e pensierosa, appoggiata a me per non cadere (o per affetto?) perché le girava la testa dopo aver voluto provare il brivido del bob al luna-park. La vedevo come quella mattina, piangeva perché partivo e io, andando via, morivo un po'. La vedevo come in quei giorni di spiaggia, i pomeriggi lunghi che non sai più cosa inventare e lei aveva sempre qualche cosa di nuovo da fare.

Stavo passando un periodo importante ma non me ne rendevo conto. I giorni si susseguivano uguali e ogni giorno nella testa avevo sempre lei. Stavo trasformando la mia casa in un tempio dedicato a lei: lasciavo tutto come quando l'avevo conosciuta, mettevo in mostra le sue foto e i suoi regali. Un giorno ascoltai per caso la canzone di Battisti "Io vorrei... non vorrei... ma se vuoi..." e qual­cosa scattò dentro me nel sentire una storia così simile alla mia. Fu così che cominciai a smobilitare i ricordi.

Ma dentro, dentro non ci riuscii: ogni giorno improvvisa mi veniva in mente lei, sbucava da un banalissimo pensiero o da situazioni che solo avessero un piccolissimo nesso con la nostra storia. Riuscivo a dimenticarla solo quando l'Italia giocava le partite del Mundial spagnolo; battemmo Brasile, Polonia e Germania e fummo campioni ma subito dopo il fischio finale mi prendeva un'irrefrenabile malinconia: desideravo moltissimo essere con lei a gioire, a sventolare il tricolore nelle strade, per una volta fieri di essere italiani.

Poi l'estate svanì nelle piogge di settembre e sbiadì lentamente anche il ricordo di lei. L'ho incontrata a Milano: è ancora più bella ed è ormai una donna, una donna di gran classe. Io non sono più il ragazzo che ero e anche lei se n'è accorta, ha sentito quel tono di disillusione che cadeva come un velo su di noi. Abbiamo ricordato i bei tempi, "E così quest'estate dove sei stata?", "E il lavoro come va?". Sembravamo due estranei, in quel bar della Galleria.

1985

 

CROCI, “FIVE SPOT”

sabato 14 gennaio 2012

Il coraggio

 

Un grande ospedale pubblico di una città di provincia. Reparto di radioterapia e medicina nucleare. Dipinto di un bel verde vivo, con vedute panoramiche della città appese alle pareti. Siedo in una delle oasi di poltroncine, verdi brillanti anche queste, un colore da evidenziatore. Attendo e osservo il viavai di gente che passa e va: c’è chi scende da qui perché arriva prima al parcheggio, c’è chi invece è in reparto per donare sangue, c’è chi cerca sperduto la porta giusta e domanda all’inserviente, al medico, all’infermiera che passa dove sia la sede per la MOC o la PET.

È una zona di dolore, certo, ma anche di coraggio: la forza di chi vuole lottare e combattere, vincere la battaglia con tutte le sue energie, con i sacrifici necessari, con lo scotto dei malesseri da mettere in conto e dei medicinali da assumere. Ma questa è la guerra e qui bisogna pugnare: il corridoio dal soffitto basso rivestito di pannelli isolanti diventa allora quasi una scena da film di spionaggio: i valorosi decrittatori di Enigma, i laboratori dove Q mette a punto i marchingegni che consentiranno a James Bond di cavarsela in ogni occasione.

Così appare anche il carattere di quella donna sui sessant’anni con i capelli sale e pepe cortissimi e marito al seguito che regge borsa, cappotto, cartellette. Hanno la dignità del dolore, la compostezza di chi è deciso a non recriminare contro il destino, il fato, Dio, il caos primigenio o il naturale ordine delle cose. Lottatori decisi a prevalere, a fargliela vedere loro. Ripasseranno per la chemioterapia, parleranno al veleno perché diventi farmaco, i piedi piantati per terra. E soffriranno, e staranno male – lei starà male, fisicamente, lui soffrirà come un cane per non potere far altro che consolare la donna che ama, confortarla per quanto può, sentendosi inerme, inabilitato a spaccare il mondo come vorrebbe.

Li guardo salire in ascensore, vanno verso l’accettazione per qualche disbrigo burocratico. Ammiro il coraggio di chi si aggrappa così forte alla vita. E penso alle notizie appena lette sul giornale: adolescenti in coma etilico, sottosegretari che si fanno corrompere, calciatori già ricchi che si vendono le partite… No, molto meglio quei due: almeno loro, nel dolore, vivono…

 

GABRIELLE MUNTER, “NOT FEELING WELL”

sabato 3 dicembre 2011

L’ultimo giorno d’inverno

 

“Dovunque andiamo e traslochiamo, e cambiamo qualcosa sarà perduto... qualcosa resterà dietro di noi”.
FRANCIS SCOTT FITZGERALD, Belli e dannati

Questa è una storia di gatti, ma potrebbe benissimo essere una storia di uomini. Pochi giorni prima di Natale, Clarissa, una gattina bianca e nera, capitò nel giardino della fattoria, spinta dal freddo e dalla fame. Subito il fattore le portò una ciotola di latte e degli avanzi di carne. Clarissa bevve e mangiò avidamente e rimase seduta davanti alla porta fino a sera; il fattore non si sorprese di trovarla ancora lì e le portò dell'altro latte. Cominciò così il sodalizio tra l'uomo e l'animale: in cambio del cibo, Clarissa si prestava a giocare con i figli del fattore, aspettava sullo zerbino oppure rimaneva per ore e ore sui davanzali della cucina e accorreva velocemente quando si apriva la porta e il fattore usciva con il cibo.

Il tempo passava. A volte Clarissa spariva per un paio d'ore: esplorava le forre, si arrampicava sugli alberi o si sdraiava al debole sole d'inverno manifestando un gran desiderio di libertà. Qualche volta il fattore la lasciava entrare e restava a giocare con lei; e Clarissa si strusciava sulle gambe dell'uomo e lo guardava con quegli occhi luminosi miagolando e facendo le fusa. Con il passare dei giorni, la gattina conobbe alcuni gatti delle fattorie vicine: in particolare stava volentieri con Fulva, che divenne presto la sua migliore amica; e poi c'era Margo, un gatto bianco e nero che le faceva la corte e capitava sempre più spesso alla fattoria.

In breve venne anche la fine dell'inverno, la neve non cadde più e l'aria si fece meno fredda. Clarissa rimaneva lontana sempre più tempo: rincorreva le farfalle, esplorava le zone della fattoria dove non era mai stata, i vecchi canali, le cantine, il deposito degli attrezzi, la legnaia, le serre. Un giorno, l'ultimo giorno d'inverno, arrivarono alla fattoria due gatti randagi, Spink e Tigre. Spink era affascinante: alto, snello, il pelo corto e bianco, le orecchie scure e i baffi lunghi e neri, un bell'esemplare di gatto. Tigre era tutto l'opposto: basso e grasso, metà bianco e metà tigrato, e non aveva né il fascino né il carisma di Spink. Nonostante questo, i due stavano bene insieme e vivevano felici la loro vita di hippies: se non trovavano niente da mangiare, lo rubavano. Clarissa rimase tutto il giorno con loro: era affascinata da Spink, ma anche il fido scudiero Tigre le piaceva. Decise di seguire i due randagi e se ne andò con loro dalla fattoria.

Margo la vide mentre camminava elegante tra i due. Ne fu sconvolto. Per un attimo pensò di associarsi anche lui al gruppo, ma non ci sarebbe mai riuscito: sapeva che non avrebbe mai potuto rinunciare al benessere della fattoria, all'affetto della vecchia padrona, e poi si era abituato a quel posto, vi era affezionato. Corse via veloce dalla parte opposta, verso il fiume, e rimase a guardare l'acqua verde che scorreva. Anche il suo amore finito sarebbe passato come quell'acqua e ne avrebbe conservato solo un'immagine.

28 febbraio 1984

 

KEVIN SNYDER, “SUN CATS”

sabato 26 novembre 2011

Lettera non spedita (IV)

 

Carissima Paola,

posso racimolare tutto il coraggio che ho perché ho deciso che questa lettera non te la spedirò mai: la terrò per me considerandola un punto fermo, un trampolino di lancio, il momento in cui salvi gli archivi del computer in un floppy-disk ben sapendo che se dovrai cancellare tutto quello che avrai fatto, in futuro dovrai ritornare a questo punto.

Scusa se sono così elaborato, è uno stilema, così come lo è il rivolgermi a te pur sapendo che mai leggerai questa mia lettera. E dunque cominciamo, eliminati i convenevoli.

Chi sei oggi tu per me? E, di riflesso, chi sono oggi io per te? Se ci incontrassimo per strada, per caso, o in qualche locale, se ci riconoscessimo, cosa potremmo dirci? Cosa avremmo da dirci?

Andiamo per ordine: tu sei stata la mia vita per qualche tempo e, probabilmente, neppure lo sapevi. Eri la fonte delle poesie, protagonista dei sogni, dei desideri, delle illusioni; come i sogni sei svanita un giorno, sei uscita dalla mia vita e fu un ritorno alla realtà, non così brutale, a dire il vero. Sei un ricordo piacevole e rimpianto, oggi. Sei un'aspirazione, la gioventù che fugge ed è doloroso il volgersi indietro ma pure inevitabile è il piacere che deriva dal ricordo.

Io per te chi sono oggi? Penserai ancora a me? E in quale modo? Sono domande a cui non so rispondere e mai avrò l'ardire di chiedertelo, se mai ti incontrerò. E se ti incontrassi, di cosa parleremmo? Del lavoro, certo, di come adesso viviamo. Ma del passato cosa potremmo dire, come potremmo giudicarlo? E chi di noi potrebbe portare il discorso su quei tempi? Ci sarebbe poi da dibattere la spinosa questione del perché tutto è finito, le colpe, gli eventi e il rivangare potrebbe essere nocivo al risorgere di un'amicizia.

Non dico che ti vorrei dimenticare, ma solo che vorrei lasciare le cose al caso: se ci incontreremo sarà per caso e non sarò io a cercarti, a fissare un appuntamento. Per ora viviamo come abbiamo fatto fino ad ora: se qualche cosa dovrà succedere tra noi, succederà. Fatalista? Può darsi... Forse sono solo deluso e ho deciso di ricominciare.

 

FOTOGRAFIA © STUDENT BRANDING

sabato 8 ottobre 2011

Il 30 settembre

 

Era il 30 settembre. Avevo appena compiuto ventun anni, lei stava per compiere i venti. Mi aveva telefonato qualche giorno prima: grande fu la sorpresa quando mi passarono la cornetta e mi dissero “È Marta…” Voleva sapere come stessi, riallacciare i rapporti dopo l’estate, la prima che non avessimo trascorso insieme da sette anni. Aveva lasciato nell’aria l’idea di un incontro, un appuntamento che vibrava come un punto di domanda, senza specificare una data, una modalità.

Avrei dovuto avvisarla, fissare in anticipo – l’esperienza è un biglietto della lotteria scaduto che vale milioni ma che non è possibile in alcun modo riscuotere. Avrei dovuto, ma la gioventù coniuga l’incoscienza e la stupidità: così partii in treno, raggiunsi Milano e le telefonai da una cabina di Porta Garibaldi. Non era seccata, forse un po’ stupita. Certamente pensava che lasciassi passare qualche giorno, che non mi precipitassi dal sabato al lunedì. Ero impaziente di vederla, questo fu il mio errore principale, non sapere resistere all’ansia del desiderio, al dolce logorio dell’attesa. Insomma, alla fine mi disse che mi sarebbe venuta a prendere alle dieci all’uscita della metropolitana a Gioia. E lì cominciai a fantasticare su quel gioco di parole, a presagire, a pronosticare su gioia e felicità.

Arrivò un po’ in ritardo, scendendo dalla Mini bianca che le avevo visto guidare al mare. Indossava uno spolverino chiaro che la faceva un po’ signora ma straordinariamente donna con i collant e le scarpe con il tacco. In quel momento era bella come non lo era stata mai – era una dea discesa dall’Olimpo a condividere l’ambrosia con me. Salii in macchina e mi condusse nella piazza dove si affacciava la sua casa, un edificio di inizio secolo intonacato di giallo. Parcheggiò davanti a un ristorante e attraverso un andito scuro raggiungemmo il suo appartamento, al primo piano. Mi fece accomodare in soggiorno: c’erano due poltrone e un divano di pelle color rame posati su un tappeto orientale, i mobili erano lavorati in stile antico: su uno scaffale c’era uno stereo con qualche musicassetta, alle pareti dei quadri. Il suo labrador dormiva sul pavimento.

Dalla finestra aperta entravano i rumori della città: traffico e macchinari. La veduta era da quadro di Sironi: opifici e ciminiere, il sole pallido aumentava la sensazione. Mi parlò di come aveva passato l’estate con i suoi nuovi misteriosi amici: la Grecia e le bevute di ouzo, le brioches comprate all’alba nei panifici di Riccione. Io le dissi di Lignano, di come la compagnia si fosse sciolta e riformata attorno ad un nucleo nuovo, con ragazze belghe e ragazzini italiani. Tutto sembrava strano, diverso da come me l’ero immaginato. Mi ero pentito di essere stato così precipitoso, di essermi mostrato vulnerabile, preso da quell’orgasmo di incontrarla. Sedevo lì e pensavo già di andarmene. Quando mi chiese di restare a pranzo, declinai l’invito adducendo un impegno improrogabile che non avevo. In una parola fuggii.

Con la Mini bianca mi accompagnò alla stazione. La guardavo attenta nella guida, le osservavo le gambe svelte schiacciare frizione, acceleratore e freno e scoprirsi sempre più nella foga. A un incrocio tagliò la strada a un’altra vettura e quasi inchiodò: la donna la volante la apostrofò “Scema!”. Mi sembrò che la magia che si era andata ricreando con quel po’ di erotismo delle sue gambe velate dai collant si fosse improvvisamente infranta su quell’epiteto, al pari di una lucente bolla di sapone che tocca un oggetto e svanisce, o di un palloncino colorato sfuggito dalla mano di un bambino che esplode su un ramo spinoso.

Ci salutammo davanti alla stazione, frettolosamente. Non c’era parcheggio e il mio treno sarebbe partito di lì a pochi minuti. Ci scambiammo i soliti baci sulle guance, poi lei salì in auto e partii. La guardai ancora muoversi nel traffico, vidi la Mini scomparire nel fiume di veicoli che scorreva in Via Vitruvio ed entrai in Centrale.

Non la vidi più.

 

DIPINTO DI JACK VETTRIANO

sabato 1 ottobre 2011

Il pranzo scolastico

 

Sto leggendo un libro che promette “lezioni di scrittura creativa”. Uno dei capitoli invita a cimentarsi in un racconto sul “pranzo scolastico”. Naturalmente, essendo il libro scritto da un’americana, fa riferimento alla tradizione statunitense di portarsi il pranzo da casa: un panino con burro d’arachidi oppure con mortadella, senape e insalata o ancora con marmellata di ciliegie. Come Charlie Brown, quando siede su una panchina guardando la ragazzina dai capelli rossi e smaniando per lei: un morso, un sospiro, un morso, un po’ di autocommiserazione, un morso, un altro sospiro, finché non arrivano Linus o Lucy a chiudere la striscia con una battuta.

“Va bene, accetto la sfida, cara signora Anne che insegni scrittura creativa”. Anche perché la scorsa domenica sono ritornato in quella scuola media, anzi di più, proprio in quella mensa – in realtà la chiamavamo refettorio – e ci ho anche pranzato con una decina di compagni di classe di allora, rinverdendo i ricordi poiché alcuni di loro tornavano lì per la prima volta dopo 33 anni! Tutto cambiato naturalmente: le spartane sedie di laminato plastico finto legno si sono trasformate in sedili di resina verde brillante, le pareti giallo pallido sono ora dipinte per un gran tratto di arancione, è spuntato “l’angolo del self per i ragazzi”, l’austerità antica degli Anni Settanta si è stemperata nella folle girandola dei Duemila. Resistono imperterriti però, come dei fossili di quel tempo, i bicchieri della Duralex, quelli economici e quasi infrangibili: invece che con l’acqua di rubinetto che veniva servita in bottiglioni da due litri, li abbiamo riempiti con Barbera, Chardonnay e acqua minerale da bottiglie in PET. Eh, questi capelli diradati o ingrigiti, queste pancette, queste rughe qualche diritto ce lo daranno…

E lì seduti, mentre pranzavamo e mangiavamo gli affettati, i salatini e i tomini dell’antipasto, le lasagne e il risotto con i funghi del bis di primi, la cima ripiena con contorno di patate arrosto e infine la torta, ci siamo abbandonati anche ai ricordi del pranzo scolastico. La prima cosa: tutti indistintamente odiavamo i bastoncini di pesce – ce li davano il venerdì – tanto da non essere più in grado non solo di mangiarli, ma neppure di sopportarne la vista, da avere l’istinto di sparare al capitano quando appare in televisione per pubblicizzarli. Seconda cosa: tutti apprezzavamo quella che allora chiamavamo “pizza”, ma che in realtà era un panzerotto, o meglio un sofficino – che tra parentesi per ironia della sorte è un prodotto della stessa ditta – che ci veniva servito il giovedì. Il lunedì invariabilmente c’era l’affettato: cinque fette di salame di tipo Milano oppure tre di prosciutto cotto o cinque di coppa o ancora quattro o cinque di tacchino; il martedì era il turno della bistecca di manzo; il mercoledì ci veniva servito il pollo; il sabato, grazie a Dio, tornavamo a casa alle 12. C’era anche qualcosa di contorno: verdure lesse o patate. E c’era naturalmente anche un primo: pasta al sugo, risotto allo zafferano, qualche volta un’altra cosa che tutti abbiamo scoperto di odiare visceralmente: la polenta con un ragù piuttosto oleoso. Per finire un frutto di stagione: una pera, una mela, un’arancia, un paio di mandarini oppure un cachi – io lo so perché odio il cachi, perché ero costretto a mangiarlo allora.

Non erano previsti menù particolari per celiaci, vegetariani o musulmani: della celiachia in quel periodo neanche se ne parlava, i vegetariani erano stravaganti hippies e i musulmani neppure esistevano in Italia; le stranezze maggiori erano un compagno di classe che aveva la madre ebrea e un altro con origini istriane, se proprio c’era qualcuno delicato di stomaco gli portavano la pasta in bianco. Piuttosto, ciò che regnava in quel refettorio – lo chiamo ancora così, anche perché lo gestivano i frati – era una grande disciplina: per ogni mancanza si veniva puniti rimanendo per qualche minuto a guardare il muro. Rovesciavi distrattamente l’acqua sulla tovaglia: al muro! Facevi cadere la forchetta sul pavimento: al muro! Non finivi la tua michetta: al muro! Disturbavi: al muro! Il servizio militare, a noi che lo abbiamo provato, è sembrato meno duro del collegio, e potete credermi se vi dico che è vero. Io ero e sono molto disciplinato, tanto che non ho scontato neppure un giorno di punizione tra gli alpini del Reparto Comando e Trasmissioni Orobica. Invece lì, in quel refettorio, qualche volta il muro l’ho guardato…

Uscendo, abbiamo visto altri “totem”: le lunghe vasche con i rubinetti dove ci si lavava le mani prima di entrare – e ce n’era bisogno, visto che passavamo la ricreazione a giocare a pallone o a rincorrerci nei “quattro cantoni” – e il magazzino dove per cento o duecento lire si poteva acquistare una bottiglia di Royal Crown Cola o di gazzosa o di aranciata. Siamo stati anche a gironzolare per i corridoi e per le aule e ci sembrava che da un momento all’altro dovesse arrivare il compagno mandato in cucina con il cesto per la merenda. Chissà, forse oggi ci sarebbe stata la focaccia dolce o il panino con il salame o con la Nutella, o magari il cubetto di cotognata… Se c’era la tavoletta di cioccolato, qualcuno sarebbe poi passato a raccogliere la stagnola per i ciechi.

 

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FOTOGRAFIA © DANIELE RIVA