sabato 28 aprile 2012

Maggio


Ecco maggio. Avanza il mese delle rose, il mese del gonfalon selvaggio. E riporta i suoi ricordi, li confeziona anno dopo anno come per una festa, li impacchetta, li avvolge con il nastro dorato delle emozioni, qua e là lo screzia con riflessi di nostalgia. E se i ricordi sbiadiscono, l’immaginazione, il sogno tante volte cullato ad occhi aperti è perfettamente in grado di supplire.
 
Maggio. Le bancarelle che vendevano frutta in Piazza del Grano a Merano: mele lucide e rosse, schierate in fila come una piccola armata nelle cassette di legno chiaro, sull’altro lato del balcone la controparte verde. Poi fragole e ciliegie, il giallo dei limoni, le ultime arance della stagione, i primi meloni, le banane. Reste d’agli e mazzi di peperoncini pendevano dalla sbarra come uccelli in un carniere. Nel piazzale, le volanti della polizia davanti al commissariato attendevano chiamate, gli agenti fumavano calmi, dalle portiere dischiuse giungeva la voce della radio che gracchiava stancamente. La luce del tramonto scendeva nella conca avviluppando i palazzi del centro con l’ultimo oro del giorno. La fontana scrosciava riversando acqua e pensieri in armonia con le arcate. Vagabondavamo con la nostra breve libertà ficcata nelle tasche insieme al tesserino e a tanta voglia di andare via. Finivamo sempre dentro un bar a bere una birra chiara e a mangiare un panino con lo speck e brie per poi tornare lenti verso la caserma attraversando tutta la città, guardando le ragazze lungo la Passeggiata, spegnendo la nostra sete nella luna che si specchiava a pezzi nelle acque ruvide del Passirio.
 
Maggio. Il giuramento nell’ippodromo di Maia con la lanugine dei pioppi discesa come una nevicata, i guanti bianchi che reggevano il fucile, un vecchio Garand, le mollettiere per chiudere i pantaloni della divisa all’altezza delle pedule, il grido elevato al cielo che sapeva di tigli e di ligustri ed era azzurro come un’ora di libertà. E le nuvole d’oro dietro la palazzina Liberty della stazione, i treni che viaggiavano verso Bolzano, verso Malles mentre seduto sulla panchina del piazzale intingevo patatine nella maionese tenendo in una mano il cartoccio e nell’altra la malinconia. Non ho mai più visto una luce così, non ho mai visto quella tinta zecchino – come se fosse un miracolo riservato a quel tempo, a quel giorno di maggio, a me com’ero quella sera con il giubbino di jeans e la faccia sperduta sotto i capelli rasati quasi a zero.
 
Maggio. Quel torneo serale di calcio con le nuvole d’alabastro dietro gli alberi, sospese come ovatta ma simili ai vetri del Mausoleo di Galla Placidia che avevo visto qualche giorno prima a Ravenna. Era il 1981. E per la prima volta vidi lei con i jeans e la camicetta seduta a guardare la partita. Mi innamorai come ci si innamora a diciassette anni, con il cuore in una mano e la testa leggera, capace di qualsiasi follia. Sembrava una madonna fiorentina, una bellezza rinascimentale. Fu la donna che mi aiutò a superare l’ansia, a vincere la vertigine dell’abisso: le sue parole, la sua figura mi servirono per superare l’ostacolo.
 
Ecco maggio. Mi ritrova più lontano di un anno e più preziosi sono i suoi ricordi.
 
 

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