sabato 14 maggio 2016

I tre giorni

 

Per molto tempo, al compimento del diciottesimo anno un obbligo ha pesato su tutti i maschi italiani: la visita di leva, più familiarmente nota come “i tre giorni”. In una data fissata i nati nel trimestre si dovevano presentare alla sede del Distretto per sottoporsi ad alcuni esami medici e psicologi di idoneità in vista del servizio militare obbligatorio da prestare alla patria. Era per molti una sorta di iniziazione: ci si svincolava da madri e padri e forse per la prima volta nella vita ce la si doveva cavare da soli – sì: anche agli esami e alle interrogazioni, al lavoro di apprendista o di artigiano ci si presentava da soli, ma qui si trattava di porsi come individuo davanti allo stato, così come sarebbe stato poi per il conseguimento della patente di guida, di lì a poco.

Arrivava una cartolina-precetto azzurra (se non ricordo male, ma poteva anche essere verdolina) in cui si invitava l’iscritto Tal dei Tali a presentarsi presso il Consiglio di Leva per essere sottoposto a visita. Aveva anche due tagliandi valevoli come biglietti del treno già pagati (il Distretto intendeva che tu ti dovevi presentare e rimanere a dormire per quei tre giorni, ma in realtà tutti quanti tornammo a casa pagandoci di tasca nostra i quattro biglietti mancanti).

Fu così che una mattina di autunno mi arrivò la famigerata ma comunque attesa cartolina. Dovevo presentarmi a Como, piuttosto lontana sede del mio Distretto, alle ore 8.30 di un mattino di novembre – venerdì, sabato e quindi lunedì . Ero studente di liceo classico: il giovedì comunicai alla professoressa di latino e greco che sarei stato assente fino al martedì successivo per la visita di leva. Non ero il primo, naturalmente, né sarei stato l’ultimo. Ne prese atto e mi disse “Auguri”.

Mi alzavo presto, per andare a scuola: il treno per Bergamo partiva alle 6.57. Il treno per Milano invece faceva coincidenza e partiva due minuti dopo: vi salii con molti ragazzi della mia età del mio paese e di quelli vicini. Eravamo un’allegra comitiva di coscritti, anche se un po’ preoccupati di quello a cui avremmo dovuto sottoporci. Ritrovai anche alcuni miei compagni delle medie che non vedevo da anni. A Monza scendemmo e salimmo sul treno per Como. Poco prima delle otto passavamo accanto alla Basilica di Sant’Abbondio, già si annunciava la stazione. Scendemmo e raggiungemmo in un’unica frotta il Distretto. Lì ci selezionarono con un minimo di disciplina. Per tre giorni saremmo stati pagati dall’esercito, gli appartenevamo.

Delle visite non ho un chiaro ricordo: di certo la schermografia, un’occhiatina ai “gioielli di famiglia”, una bella guardatina ai denti, un po’ come si fa con i cavalli , la lettura del tabellone oculistico e qualche scartoffia da compilare vuoi per i precedenti sanitari vuoi per accertare eventuali tare psicologiche se non peggio. Di certo è che nel primo pomeriggio ci lasciavano liberi di tornare a casa con il nostro treno senza biglietto pagato.

Prima di venire via l’ultimo giorno, però, ci diedero il foglio di congedo provvisorio – che significava che eravamo abili e arruolati e che presto, salvo rinvii per motivi di studio o cause di forza maggiore (l’alluvione della Valtellina lasciò a casa tutta la provincia di Sondrio l’anno in cui poi fui infine chiamato a Merano) saremmo stati precettati per il servizio militare. Invece, chi non era abile veniva considerato “Rivedibile” o inviato all’Ospedale Militare di Baggio per accertamenti. A tutti pagarono la diaria, che in gergo veniva detta la “deca”: per i tre giorni mi diedero seimila lire in biglietti nuovi di zecca da duemila lire, quelli con Galileo Galilei e i monumenti di Piazza dei Miracoli a Pisa da un lato e l’osservatorio astronomico di Arcetri dall’altro, fior di stampa e con i numeri di serie consecutivi. Li conservo ancora come una reliquia dei miei diciott’anni: chissà che non abbiano anche un valore numismatico…

 

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