sabato 8 agosto 2015

Marcovaldo

 

Ho rimesso mano a "Marcovaldo", che ho letto alle medie - sì, è lo stesso volume, conservato da allora, quello tutto bianco con tre righe rosse della collana Einaudi "Letture per la scuola media": c'è anche un bel disegno astratto in bianco e nero di Paul Klee. Tutto qui? - mi direte - fai solo estetica, parli di copertine e di vecchi ricordi, ti lasci andare come fai talora alla nostalgia per un tempo che non tornerà...

D'accordo, allora. È un Calvino per ragazzi, tanto che i racconti furono pensati proprio per quella fascia d'età, ma ciò non toglie che siano bellissimi, che Marcovaldo anticipi con la sua ingenuità strampalata Palomar, altro personaggio che ho amato, negli anni Ottanta. In Marcovaldo c'è tutto: anticipa anche Fantozzi con la Sbav, che altro non è che la madre della Megaditta di Paolo Villaggio. C'è l'ambientalismo, perché la città non nominata è un grigio alveare di cemento e scritte pubblicitarie. Memorabile è il racconto in cui la luna si mescola al lampeggiante GNAC della Spaak-COGNAC. E spettacolare risulta il contrasto tra una società industriale e moderna e i nomi medievali dei personaggi: Marcovaldo, la moglie Domitilla, la figlia Isolina, il caporeparto Viligelmo, Fiordiligi, la signora Diomira, il signor Rizieri, il dottor Godifredo.

È stato uno spasso ripercorrere tanti anni dopo, con occhi ormai maturi le strade di Marcovaldo: le sue preoccupazioni per la crisi economica ma anche il sogno, la libertà di camminare per le strade deserte di agosto proprio sulla linea di mezzeria, salvo poi ripiombare a terra per lo spavento di un'auto passata a grande velocità. È stato uno spasso mettersi al fianco di quell'uomo buffo  - e qualche volta anche dentro di lui, dentro il suo cuore, perché "Aveva questo Marcovaldo un occhio poco adatto alla vita di città: cartelli, semafori, vetrine, insegne luminose, manifesti, per studiati che fossero a colpire l'attenzione, mai fermavano il suo sguardo che pareva scorrere sulle sabbie del deserto. Invece, una foglia che ingiallisse su un ramo, una piuma che si impigliasse ad una tegola, non gli sfuggivano mai: non c'era tafano sul dorso d'un cavallo, pertugio di tarlo in una tavola, buccia di fico spiaccicata sul marciapiede che Marcovaldo non notasse"...

2012

 

Marcovaldo

sabato 1 agosto 2015

La poesia

 

Il primo libro di poesie che acquistai fu "Vita d’un uomo", la raccolta di Ungaretti. Le mie prime poesie dunque nacquero in quello stile e con quella metrica. A dire il vero, specialmente in età più avanzata, Ungaretti abbandonò i versicoli e scrisse ad esempio "Ultimi cori per la Terra Promessa". Fu "Nostalgia" a folgorarmi: la copiai in un quaderno e cominciai a pensarvi, forse perché così estranea al mondo della guerra che costituiva gran parte delle poesie raccolte. Era quella signorina in un canto di ponte a intrigarmi, quell'uomo dall'altra parte, la solitudine che invece di dividere unisce.

L'occasione che mi spinse a scrivere fu invece un'agenda che mi venne regalata all'inizio dell'anno: cominciai a vergarvi i miei versi, avevo poco più di 15 anni. Era un'altra epoca, anche della mia vita: le mie poesie di allora fanno sorridere per l'ingenuità, però non me ne vergogno, sono come le fotografie di allora...

Qualche anno dopo mi appassionai ai sonetti e ai madrigali, mi intrigava il gioco obbligato della rima, l'incasellare le sillabe nei versi rispettando gli accenti. Il mio scopo era in effetti quello di nascondere la rima, fare in modo che non risultasse banale, che passasse quasi inosservata. Quando trovai in Gozzano la rima "Nietzsche" - "camicie" vidi la luce. 

Montale fu in seguito il modello cui tendevo, sia per il ritmo metrico, sia per l'uso di parole ricercate: “Debole sistro al vento di perduta cicala” è inarrivabile: come pensare a quell'antico strumento musicale? Eppure quando ne vidi un’immagine sull‘enciclopedia, capii che non poteva essere che quello il suono delle cicale: lo sfregamento di una lamina di metallo.

Ungaretti diceva che non leggeva Montale per "non sporcare la sua poesia". Invece leggere opere di altri poeti è  fondamentale: si impara sempre qualcosa, sia sulla metrica, sia sul modo di esprimere le proprie sensazioni. Alla fine credo di avere sviluppato uno stile mio, basato sulla musicalità dell’endecasillabo, anche se non sono un fondamentalista e, se gioca a mio favore, piego gli accenti del verso e persino la misura alla linearità del discorso.

La poesia non è altro che scrivere con il cuore, estrinsecare un'emozione o un sentimento che altrimenti andrebbero sprecati. Per questo scrivo poesie: per sfogare quello che ho dentro, per riuscire a comprenderlo. Vederlo sulla carta mi conforta, mi fa meno paura.

Agosto 2001

 

Man in the moon

CATRIN WELZ-STEIN, “THE MAN IN THE MOON”

sabato 25 luglio 2015

Fotografie di Lecco

 

Sono stato a Lecco e il lago era splendido: da lontano sembrava avere il colore di un acciaio temperato, da vicino era verde come una pietra preziosa. Soffiava una leggera brezza che ne increspava la superficie e faceva ondeggiare le barche ormeggiate in porto. I gabbiani stridevano, i piccioni elemosinavano cibo ai pescatori, le anatre galleggiavano tranquille in piccoli gruppetti.

Ho scattato alcune fotografie al lago, alle barche e alla zona della città antistante Piazza Cermenati. Le nuvole bianche sparse nell’azzurro come bioccoli di lana mi hanno suggerito inquadrature particolari: così ho ritratto la statua al centro della piazza affiancata da una grossa nuvola, in modo da far risaltare il contrasto fra le dimensioni sullo sfondo uniforme e brillante del cielo; ho dato una degna cornice al campanile di San Nicolò, così simile a un minareto. Ho pensato che, mostrata a una persona che non è mai stata a Lecco tale fotografia e chiestogli dove fosse stata scattata, questi avrebbe potuto rispondere Mostar, o Ankara, o Istanbul...

Sono queste le fotografie che mi piacciono, non quelle meramente turistiche, lo scatto in un luogo per dire poi ai conoscenti: “Io ero là”, come fanno i giapponesi davanti al Duomo di Milano, che si fanno immortalare da un compagno di viaggio con la cattedrale sullo sfondo. No: le fotografie che preferisco sono quelle che sanno dare un’emozione, un senso di stupore, quelle insomma che possono essere - immodestamente – considerate poesia.

Luglio 2001

 

Lecco

FOTOGRAFIA © DANIELE RIVA

sabato 18 luglio 2015

Sicilia

 

Le palme, i fiori di campo appena fuori da Fontanarossa, il pennacchio di fumo del vulcano, le arance della Conca d’Oro, gli agrumeti lungo la statale; i fichi d’India sui muri a secco fanno da siepe e da cancellata.

La processione in Duomo a Siracusa, i ragazzi che portavano i gonfaloni e aspettavano l’inizio, la gente seduta ai tavoli della piazza; San Giorgio a cavallo nel Duomo di Ragusa, lo splendore del barocco, il fascino della devozione.

La terra così brulla e secca, le serre di primizie, il contadino con i pomodori sul motocarro vicino a Gela; il mercato ai due lati della strada, gli ortaggi venduti in mezzo al traffico; l’uomo che vendeva pistacchi sull’Etna, al Rifugio Sapienza, nel baule della 127 verde oliva.

Le case inghiottite dalla lava nell’eruzione del 2001, i tetti che spuntavano dal nero: “Questo era un albergo, questa la chiesa” diceva la guida; il liquore dell’Etna, rosso di fuoco e di peperoncino in vendita tra i souvenir.

Il sole a picco sui templi di Agrigento, l’ombrello a fiori della guida, la Magna Grecia, il mito; la granita di limone mangiata a cucchiaiate fuori dal tempio di Zeus, quella di caffè sorbita in un bar di Pozzallo; il liquore di fichi d’India, dolce e forte, in tre colori: arancione, rosso e giallo.

Il fiume Ciane, le canoe che scivolavano leggere poggiando tra le rive di papiri; i fiori d’ibisco, rossi, le bougainvilles viola, le siepi d’erba grassa; il cielo azzurro e le nuvole bianche dietro Piazza Armerina, la città disposta sul colle come un presepio; il mare di San Leone, lo smeraldo o il turchese, la sabbia scura, lavica, i ciottoli levigati, le alghe sui lastroni.

Il petrolchimico di Gela, l’odore di petrolio nell’aria, il divieto di balneazione “per ordinanza sindacale”, gli enormi tubi del complesso; il ponte di Modica, uno dei più alti d’Europa, la città minuscola in basso.

Le ville disabitate del litorale, le seconde case costruite a ridosso delle spiagge e del mare; le strade senza traffico, l’impressione di trovarsi in un altro mondo, all’estero; i ponti autostradali, gli svincoli costruiti nei campi e non collegati.

La Wunderkammer del nobile ragusano che viveva con l’anziana madre: le stanze arabescate, i ninnoli, i tappeti, gli strumenti musicali. Non c’era un centimetro libero. Il circolo nobiliare di Ragusa, il soffitto affrescato, i giornali, il pavimento a losanghe; l’acustica del Teatro di Siracusa: un apparecchio scenico caduto dava l’impressione del tuono.

E il mare, il mare ovunque: calmo, agitato, sentito tutta notte, guardato splendere all’alba, intravisto dietro un tempio, dentro un teatro, oltre una curva.

 

2002

 

POZZALLO – FOTOGRAFIA © DANIELE RIVA

sabato 4 luglio 2015

Siete parcheggiati sui miei ricordi

 

C’è una vignetta dei Peanuts in cui Snoopy si reca all’allevamento della Quercia, il luogo dove è nato, e non lo trova più. Ci hanno costruito un autosilo di sei piani. Snoopy inveisce: “Stupida gente!! Siete parcheggiati sui miei ricordi!!!”

Ho provato la stessa amarezza di Snoopy, perché un luogo a me caro, la caserma “Leone Bosin” di Merano, dove trascorsi parte del mio anno di servizio militare, è stato demolito e destinato a discarica. “Siete parcheggiati sui miei ricordi!!!”, sì, cara amministrazione comunale di Merano/Meran, sei parcheggiata sui miei ricordi, anzi peggio: ne farai frammenti, rottami, sfasciumi e ferrivecchi, li ridurrai ad un immondezzaio.

Ma non li distruggerai, non li annichilirai, non riuscirai a incenerirli: mi riempiono il cuore, mi affollano la mente le emozioni provate là dentro, le amicizie fiorite come un papavero nel cemento in quelle camerate dal pavimento di cotto dove ogni settimana bisognava fare la “saponata”, la noia delle ore di guardia sull’altana, l’allegria delle canzoni scelte sul juke-box dello spaccio, le figure ora quasi leggendarie degli ufficiali e dei sottufficiali. Io ricordo. Tanti che sono passati per la “Leone Bosin” ricordano. E, come i ribelli di Fahrenheit 451 ricordavano a memoria i libri ormai dati alle fiamme, ognuno di noi porterà con sé un pezzettino di memoria.

2013

 

Bosin

MERANO, CASERMA “LEONE BOSIN”, APRILE 1989

sabato 27 giugno 2015

Sotto un cielo incerto

 

In quelle mattine al mare restavo sulla spiaggia a guardare le alghe trascinate a riva dalla marea sotto un cielo incerto, respiravo a pieni polmoni l’aria incrostata di iodio e di salsedine. Le nuvole si ammassavano l’una sull’altra mentre il sole dell’alba provava ad attraversarle donando loro dei riflessi dorati, rivestendole di broccati veneziani. E nello specchio d’acqua si raddoppiavano, tanto da non sapere quasi più quale fosse il cielo e quale la terra.

Sedevo sulla veloce barchetta rossa del salvataggio e riordinavo i miei pensieri: provavo a far combaciare le varie tessere della mia vita in un puzzle che sembrava complicato: mi sentivo come se la soluzione fosse una complicatissima formula matematica, come se l’unica via d’uscita fosse la quadratura del cerchio o la trasformazione alchemica dell’oro.

Ora molto tempo è trascorso. Eppure stamattina, attraversando il giardino sotto il cielo incerto di prima estate ho riprovato quell’emozione, come un dejà vu. Non c’era il mare, non c’era la barca del bagnino: soltanto nuvole che si inseguivano nel chiarore dell’alba e un tratto di terra arida dove spuntavano certe erbacce a ombrello. Mi sono sentito per qualche istante il ragazzo di quegli anni. Poi, con una punta di tenerezza, ho riflettuto che la soluzione che andavo cercando in quei mattini di un giugno lontano era molto semplice e si è imposta da sé, come spesso accade nella vita. Ho ripreso i miei passi e sono andato fischiettando a cogliere i lamponi ormai maturi.

 

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FOTOGRAFIA © DANIELE RIVA

sabato 20 giugno 2015

Un moderno Sisifo

 

Mi manchi. Mi manchi da sempre. Mi manchi da una vita. Eravamo insieme e già mi mancavi. Era qualcosa di te che mi sfuggiva, che non riuscivo a comprendere interamente. Neppure quando ero dentro di te ed eravamo una cosa sola fino a sentire le stelle scorrerci per la colonna vertebrale: ci vedevo come da fuori in quella posa francamente un po' ridicola - come se io fossi lì sopra di te e contemporaneamente fuori dal mio corpo che si agitava sul tuo.

Forse esiste un altro luogo, un diverso possibile, un universo parallelo in cui ci amiamo felici e sediamo compunti tenendoci per mano su una panchina, tu con il berretto di lana azzurro, io con la sciarpa e il bavero rialzato. Forse c'è un tavolino di ferro smaltato di bianco che ci aspetta in uno di questi infiniti universi e in un altro un letto di lenzuola candide di bucato profumate di lavanda e in un altro ancora neppure ci siamo mai incontrati.

Perché dev'essere così difficile amarci? Perché sono condannato a spostare il masso del tuo ricordo su per la china della mia memoria come un moderno Sisifo? Perché devo cercarti e ricercarti e poi quando credo finalmente di raggiungerti mi scappi tra le dita, mi sfuggi come la lucertola che abbandona la sua coda e si rintana tra le pietre? Quale dio mi sono inimicato? O quale dea...

 

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IMMAGINE © LITTLEBEBOOP