sabato 22 giugno 2013

Laura

 

L’amore è il mistero delle tue gambe tornite che fanno voltare gli uomini per la strada. Me ne sono accorto, sai, che, quando succede, prosegui impettita e ti si legge in viso l’intima soddisfazione che provi. Ed è forse questo il fine cui miri la mattina quando impieghi tanto a truccarti, fard, fondotinta, mascara, e a fa­sciarti nei collant neri e in abiti eleganti. Ecco: non ti ho mai vista in jeans e scarpe da tennis. Anzi, sì, in una fotografia, ma eri ancora una ragazzina e i pantaloni che erano di moda allora, quelli larghi in fondo e di una tela secca, mortificavano il tuo corpo appena adolescente.

Ricordi i primi tempi del nostro amore? Ti avevo vista una volta al torneo serale di calcio e subito mi avevi colpito, saranno stati i tuoi capelli lunghi pro­fumati di shampoo, sarà stato il tramonto che incendiava gli alberi ad Occidente, sarà stato il modo in cui mi abbordasti - Scusa, tu a chi tieni? Poi ci incontrammo per caso in un bar: io giocavo a biliardo con tre amici, tu lavoravi come cameriera per racimolare qualche soldo per le tue spese da studentessa. Rimasi tutta la sera a guardarti portare caffè, camomille, whisky e grappini tanto che spesso mi distraevo dal gioco e i miei amici capirono subito che mi ero innamorato.

I nostri incontri furono così più frequenti e meno casuali: ci scambiammo il numero di telefono, ci demmo il primo appuntamento, uscimmo la prima volta insieme. Andammo in un piano-bar del centro, un ambiente fumoso dalle luci soffuse, e lì tra un frullato alla banana e uno scotch ci scambiammo il primo bacio e la prima promessa. Avevi voluto assaggiare il mio whisky e forse un po’ ti aveva dato alla testa perché quando ti alzasti per chiedere al pianista di suonare qualcosa di Battisti mi cadesti in braccio ridendo e io baciandoti il collo ti aiutai a sollevarti. Ti vidi appoggiata al piano parlare con il pianista e quando tornasti quello cantava “Vento nel vento”...Io e te... io e te... perché io e te? Qualcuno ha scelto forse per noi? Mi son svegliato solo poi ho incontrato te, l’esistenza un volo diventò per me e la stagione nuova dietro il vetro che appannava fiorì, fra le tue braccia calde anche l’ultima paura morì. Io e te, vento nel vento. Io e te, nodo dell’anima, stesso desiderio di morire e poi rivivere io e te... E quella canzone che avevi scelto tu divenne la nostra canzone in quella sera d’estate che si stava lentamente tramutando in notte. La luna era un’unghia appesa alle stelle e io an­cora ti baciai.

L’amore è il mistero tra le tue gambe che tu mi svelasti una sera quando il temporale ci sorprese con le biciclette in campagna e trovammo rifugio in un cascinale deserto. C’era un po’ di paglia e accendemmo un fuoco per far asciugare i vestiti. Eri così tenera con i capelli bagnati, sembravi un pulcino, e l’amore venne naturale. L’arcobaleno ci trovò abbracciati con i capelli pieni di paglia e una speranza nuova per la nostra storia. Tornammo a casa nelle strade di cellofan liberi e felici come due gabbiani. L’estate svanì nelle piogge e l’autunno ci portò la nostalgia e rubò tempo al nostro amore perché le scuole ricominciarono e dovevi studiare per la maturità. Ci incontravamo all’alba sul treno che ci portava a Milano. Arrivati sul viale della stazione tutte le mattine mi dicevi quanto ti piace l’autunno con i suoi colori e camminare sul tappeto di foglie secche. Dietro i fine­strini nasceva il sole rosso come un tuorlo d’uovo oppure si diffondeva una fumosa coltre di nebbia e intanto tu mi parlavi di noi o dei tuoi problemi.

Una mattina non c’eri e rimasi solo a guardare i campi coperti di brina pensando a te e ai tuoi occhi grigi. Allora è vero che l’amore nasce dal dolore perché quella mattina ti amavo ancora di più di ogni altra mattina quando tu eri seduta di fronte a me. Alla stazione Centrale incontrai tua cugina e seppi che eri malata, il pomeriggio mi precipitai a casa tua e ti trovai a letto con uno sguardo pieno di febbre. Sembravi un gattino così spettinata e svogliata e l’amore che provai allora forse non l’ho più provato. Ma forse non era amore, era solo voglia di proteggerti, di guarirti. E non è forse amore volere il bene per chi si ama? Un giorno poi tornammo al santuario del nostro amore, quel cascinale sperso nella campagna. Nascondesti una lacrima fugace dentro il fazzoletto e baciandoti ti sentii ancora felice. Un contadino che avevamo incontrato sulla strada ci offrì un grappolo di uva bianca e lo divorammo con lo stesso ardore con cui quella volta avevamo consumato il nostro amore. Passò Natale e la settimana in montagna piena di luoghi comuni e di skilift presi e ripresi. La sera il caminetto acceso ci riportava un po’ di poesia e le nostre ombre tremolanti sul muro erano un’ombra sola mentre fuori la neve cadeva soffice e silenziosa. Allora mi chiedevo spesso se eravamo felici e non trovavo risposta ai miei dubbi. Passò anche l’ultimo dell’anno in casa di amici con la musica assordante e io che continuavo a dirti - Dai, usciamo, andiamo a festeggiare il nuovo anno da soli su qualche panchina. E poi con Carnevale arrivò la primavera.

L’amore è il mistero dei tuoi occhi grigi, due tratti di mare dove i miei pensieri si perdono, due fari nella notte che scrutano la mia anima. E quella primavera li bevvi d’un fiato così che ora non li scorderò mai più. Mai più. La stagione cominciò tra i coriandoli di una festa in costume per Carnevale: vestita da dama del Rinascimento eri ancora più bella, i capelli raccolti, la scollatura ampia che mostrava l’incavo dei seni, i tuoi occhi grigi. Eri la mia regina. Nel mio costume da Cristoforo Colombo mi sentivo impacciato ma devo dire che stavamo proprio bene insieme. E come in quella festa anche nella vita stavamo insieme e gli amici ce lo ripetevano spesso. Eh sì, stiamo davvero bene insieme: forse è perché ci compensiamo, io che cerco di vincere la mia impacciata timidezza, tu che cerchi piuttosto di domare la tua gioiosa esuberanza. Io che mi trovo bene quando sono solo, tu che ti butti giù e cerchi compagnia. Come adesso che ti stringi a me mentre ti ricordo la storia di questo nostro amore. Come adesso che ti togli le scarpe e appoggi la testa sul mio grembo, lasci che io ti accarezzi e dici - Continua, ti prego. - E io continuo a ricordare.

Ricordo un campo di grano, i papaveri tra le spighe mosse dal vento, le biciclette abbandonate sul ciglio della strada e noi sdraiati sotto un cielo azzurro a giurarci nuovo amore, a prometterci di non pensare mai a ciò che la gente può dire e di vivere sempre in libertà. E il fiume lontano faceva sentire la sua voce passando tra le rocce, i grilli facevano la serenata alla nuova estate che nasceva portando il rumore delle trebbiatrici nei campi più remoti.

E ora sei tu a ricordare, parli con voce soave della maturità, di quelle giornate in giardino a studiare e io che ti aiutavo e che ti portai a scuola la mattina e apprezzasti molto quelle mie lunghe attese, forse più ansiose per me che per te che almeno ti dovevi impegnare. E io che leggevo il giornale e guardavo l’orologio e tu dalla finestra mi vedevi e provavi un’infinita tenerezza. Questi sono tra i momenti più belli dell’amore, quando si soffre per il bene dell’altro e non pesa la sofferenza se si pensa all’amore.

L’estate poi fiorì in riva al mare. E partimmo insieme alla fine di luglio, una corsa in autostrada dall’alba alle dieci e nei tuoi occhiali a specchio il Veneto e poi i campi di mais del Friuli. Trovammo una buona compagnia e ci divertimmo come matti. Una notte rimanemmo ad aspettare l’alba in spiaggia e si spegnevano le stelle ad una ad una e i pescherecci tornavano nel cielo rosa con le reti piene mentre i primi barconi arrivavano a dragare i fondali. Rientrando cogliemmo gli oleandri in un giardino e respiravamo l’aria frizzante che sapeva di sale.

Ed eri splendida la sera che fissammo come il primo anniversario del nostro amore e quasi litigavamo perché io sostenevo che io mi ero già innamorato di te il giorno del torneo serale, e tu dicevi che non ho mai parlato di colpo di fulmine e che non era stato quella volta che siamo stati al cinema a Bergamo e poi siamo andati da Balzer e lì ti tenevo le mani e ti baciavo intanto che aspettavamo la cioccolata e le paste: prima c’era stata la sera del piano-bar e non ti ricordi neppure della nostra canzone e della promessa che avevi fatto allora. Come al solito la spuntasti tu e dovetti ammettere che sì, era proprio così e quel 10 agosto era davvero il nostro primo anniversario e per farmi perdonare andammo a cena nel ristorante più chic con le aragoste e lo champagne, anche se tu preferivi una semplice pizza alla napoletana.

E a mezzanotte ti portai sulla spiaggia e c’era una luna piena e bianca che si sdoppiava nel mare e ti baciai e fu tutto come la prima volta, nonostante lo scenario diverso. Quel che conta è l’essere, non l’apparire come vogliono farci credere. Quel che conta è che noi allora ci sentivamo gli stessi di un anno prima e provavamo le medesime emozioni e le nostre anime erano una sola anima come quella doppia luna gigante. L’ultima sera, gli amici ci prepararono una festa sulla spiaggia e accendemmo un falò e qualcuno aveva portato la musica e ballavamo e ridevamo e ci baciammo e poi facemmo il bagno al buio. Sa­ranno cose banali che sembrano uscite da un film sugli anni Sessanta ma è banale sentirsi felici?

1987

 

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JACK VETTRIANO, “ANNIVERSARY WALTZ”

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