
sabato 2 giugno 2018
Il filo del passato

sabato 26 maggio 2018
Hautes-Alpes
Di buon mattino passammo con l'auto la dogana del Monginevro dopo aver cambiato in franchi i nostri pochi spiccioli e maledetto il traffico che intasava la statale nella valle della Dora Riparia. La strada subito cambiò d'aspetto: sembrava più linda e ordinata a noi che eravamo abituati allo sbando e alla rovina che caratterizzano le strade italiane; quelle righe gialle dipinte di fresco ci facevano meraviglia. Ben presto dei segnali stradali arrugginiti crivellati di proiettili ed enormi buche nell'asfalto ristabilirono la giustizia e il nostro giudizio divenne più ragionato e meno autolesionista.
Lunghi tornanti scendevano tra i boschi di larici verso la valle della Durance; traversata Briançon, ci trovammo in una strada che costeggiava il fiume, argenteo e irrequieto, e la ferrovia. Mi prese una gran voglia di viaggi in treno attraverso campagne sconosciute, il sogno di lasciare i frutteti del Veneto, le montagne che cullano l'Adige nel loro grembo, gli sterminati campi di mele del Sudtirolo, e salire verso il Mare del Nord, traghettare in Svezia, abbandonarmi a osservare i ghiacci dove nessun treno più va oltre. Oppure scendere nell'Est europeo sulle piste dell'Orient Express, in una magia che porta a Sofia e a Istanbul...
Le canoe zigzagavano tra i massi, oltre il fiume muovevano le loro chiome al vento campi di grano e di lavanda. Attraverso una stretta gola che ricorda la Val d'Ega tra Bolzano e Nova Levante, salimmo seguendo un camion di sabbia che sbuffava e procedeva lento come un elefante di Annibale. Nostro compagno era sempre il fiume che rumoreggiava sulla destra, rilucendo.
Ci fermammo a pranzare in un villaggio che si animava del mercato con i paesani che acquistavano formaggi, salami e miele. Qui il fiume incanalato intersecava due viuzze formando due ponti: lì tra una charcuterie e una boulangerie l'insegna "Restaurant".
Dopo pranzo, nel deserto del villaggio ancora a tavola, ci attirò l'idea di oziare ai tavolini all'aperto di un café. Conoscemmo così Nathalie, la cameriera che ci portò i cognac e che ci disse che studiava italiano. Si sedette con noi e cominciò a raccontare un po' nella nostra lingua un po' nella sua: ci disse che abitava sola, ora che il marito era fuggito in Alsazia con un'altra, una ballerina da quadro di Degas, ma che in fondo si trovava meglio così, senza dover sempre rendere conto a qualcuno. "Sì, sono libera, comment on-dit? ... emancipata, j'amerai venire a lavorare in Italia, a Firenze o a Roma, ma il mio sogno c'est Venise... Qui di turismo ce n'è poco e poi è tutta gente di montagna".
Prima di lasciarci andare Nathalie volle regalarci due bottiglie di vino di quelle parti, un vino color dell'ambra. In una cartoleria dove eravamo in cerca di souvenirs - un domino di legno, corni intarsiati, coltellini Opinel - il proprietario ci mise in guardia sull'aroma di quel vino: "Ce n'est pas champagne ni Chianti! Le vin d'ici c'est mauvais". L'uomo parlava solo francese e molto velocemente, ci costava fatica seguire le sue parole. Filosofò un po' sulle donne e sul tempo, che da anni non portava neve se non a stagione finita. A una nostra richiesta ci spiegò la strada migliore per tornare in Italia.
Tra curve e controcurve la statale si inerpicava verso il Colle dell'Agnello, nel Parco del Queyras, dove le mucche pascolavano beate. Un vento gelido ci accolse alla frontiera: nessuna dogana, nessun controllo. Solo più in basso un finanziere seduto fuori da un capanno di lamiera con il tricolore italiano ci fece segno di passare senza nemmeno guardarci. Eravamo davvero tornati in Italia.
25 ottobre 1990

FOTOGRAFIA © MICHEL LALOS
sabato 19 maggio 2018
Il filo
La luce gialla di un lampione tinge il lungomare. Un vento caldo soffia da Levante e sembra condurre fino a qui quella mezza luna che galleggia nel cielo come un palloncino sgonfio. Sa di sale e sabbia quel vento, sa della notte che scende e che ci ritrova seduti al bordo della piazza, dove l’ultimo caffè fissa i suoi confini e ruba metri alla spiaggia. Non ombrelloni, ma un verde pergolato ci difende dal buio, o ci nega la vista delle stelle. Pendono come lanterne le lampadine, le candele alla citronella fumano tra i tavoli.
Chi ci vedesse da fuori, chi gettasse uno sguardo distratto oltre la siepe che ci separa dalla strada vedrebbe una coppia felice seduta davanti a due frappè: noterebbe di sfuggita il liquido chiaro nei bicchieri appannati, la cannuccia a righe, l’ombrellino di carta sapientemente appoggiato sul bordo. E invece siamo due anime in pena sorprese nel momento in cui cercano il filo che li lega, quel filo che si è smarrito tra presente e passato, che si è allentato o meglio ancora si è spezzato quando la lontananza l’ha teso un po’ di più.
Così a noi che siamo dentro il bar, che sediamo a quel tavolino e siamo gli interpreti di questo film che è l’amore, che è la vita, alla fine ci manifestiamo come siamo davvero: due che si sono conosciuti, che si sono amati, che si sono allontanati e ora non sono che due estranei. Quel filo lo abbiamo ritrovato questa notte: i due capi erano ormai incompatibili, erano al pari di una spina e di una presa che non possono funzionare, e, come avvocati ad un processo, abbiamo preso atto.
Grandi cirri avanzano dal mare, oscurano la luna, e anche su di noi sembra calato il buio: restiamo muti, senza più dire una parola. I frappè sono finiti, il cameriere ha portato via i bicchieri, ho pagato il conto. Siamo perduti.
Il taxi che si accosta e poi ti porta via nella notte mi trova ormai quasi felice. Il mio saluto rimane nell’aria come un bianco fiore di magnolia. Abbasso la mano, la infilo in tasca e mi incammino nella direzione opposta. Il vento continua a soffiare forte sulle palme.
ROBIN CHEERS, “SIDEWALK CAFÉ”
sabato 12 maggio 2018
Il fiume
Il fiume correva via tranquillo negli argini rinforzati dal cemento. Tra piccole chiazze d'olio dai colori iridescenti, ritta sulle zampe sottili galleggiava via veloce un'idra. Sembrava una miniatura di quelle immense gru per tagliare il marmo che punteggiavano le cave qua e là nel panorama.
Luca guardò Michela, seduta sul prato accanto a lui. Una ragazza esile e gentile, piccola nel golfino di lana azzurro che gareggiava con la tinta dei suoi occhi. Le teneva la mano quando riuscì finalmente a dire: "Me ne vado. Sono stanco di questo paese, sono stanco di non trovare opportunità. Dovunque, ma lontano da qui, ricomincerò". I gabbiani planavano lenti, il riflesso dei loro voli saettava nell'acqua, come volesse scomporre anche lo specchio dei pensieri. Luca sentì la mano di Michela irrigidirsi a quelle sue parole, vide il suo sguardo spegnersi e riempirsi di lacrime.
Quell'estate non trovò il coraggio di partire, forse non l'avrebbe trovato mai. Rimase al paese a lavorare saltuariamente nelle cave, a respirare polvere di marmo e amarezza. Continuava a uscire con Michela, ad amarla nei prati lungo il fiume. Facevano progetti: sposarsi un giorno di giugno con il canto dei grilli in una chiesa di campagna, il grano maturo nei campi, le rondini e i papaveri rossi mossi dal vento. Michela andò a comprare l'abito da sposa, bianco con tante rose ricamate.
A ottobre, in lacrime, la ragazza lo aspettava all'uscita della cava, tra i singhiozzi riuscì a dirgli "Sono incinta". Luca rimase tutta la notte a pensare al futuro, a pensare al suo futuro con Michela. Si spaventò e lo spavento gli diede il coraggio che in estate non aveva trovato. La mattina si fece liquidare e con la sua borsa di viltà scappò lontano, lasciò il paese che non gli piaceva, il lavoro che non apprezzava e la ragazza che credeva di amare.
Michela si trasferì con la madre in un paese un poco più lontano, sul lago: era triste e piangeva spesso, riteneva la sua esistenza un unico sbaglio mentre nel suo grembo fioriva una vita. Il bambino nacque a maggio e lei doveva impiegare tutto il suo tempo ad accudirlo. Le mancavano le feste, le nottate in discoteca, le mancavano i cinema, le domeniche lungo il fiume concluse con un gelato o una pizza. La giovinezza, con tutta la sua esuberanza, le era di peso.
Luca aveva trovato un lavoro che amava, lontano. Era un lavoro duro ma ne era appagato. Un giorno capitò un uomo che veniva dal paese: da lui seppe che Michela aveva avuto un figlio. Suo figlio. Il cielo sopra le ciminiere era grigio come metallo, sporco quanto il fumo che usciva dalla fabbrica. Il sole era una sfera rovente e lontana, una bianca particola. Luca lo guardò a lungo e giurò che non sarebbe tornato.
Un mattino di luglio Michela lesse sul giornale che una donna aveva immerso nel fiume il bambino che non desiderava, adagiato in una cesta di vimini, proprio come Mosè. Il piccolo era stato trovato da un pescatore e portato all'ospedale, dove le infermiere facevano a gara a coccolarlo. Quel giorno guardò suo figlio nella culla, rimase a lungo in ginocchio a osservarlo. Le ginocchia le facevano male sul duro pavimento, ma rimase lì a guardare il suo bambino e a pregare.
Finalmente lo prese in braccio e si incamminò con lui alla stazione, prese il treno e tornò al paese dove era cresciuta. Scese al fiume, proprio dove poco più di un anno prima Luca le aveva detto che sarebbe partito. Posò il bambino sulla sponda. La foschia penetrava nell'acqua, il sole dardeggiava...
Michela si sfilò dal dito l'anello di fidanzamento, tolse dal sacchetto di carta l'abito da sposa e li buttò nell'acqua verde. Guardò il fiume correre via, verso il mare. Prese il suo bambino e ritornò a casa, lo mise nella culla. La ragazza sorrideva, finalmente sorrideva.
NOTA: questo raccontino fa parte di una serie particolare: è in effetti la trasposizione del testo di una canzone. Gli appassionati di Bruce Springsteen avranno riconosciuto “Spare parts”, dall’album “Tunnel of love” del 1987.
TINA SPRATT, “IL FIUME DEI SOGNI”
sabato 28 aprile 2018
Notte di Sicilia
Sul lungomare soffia forte il vento: uno scirocco che viene dal buio e dall'Africa e gonfia le onde nella notte. Resto lì a osservarne le creste bianche apparire nella luce dei fanali di questa piazza circondata da altissime palme che agitano i grandi ventagli delle foglie con un suono di xilofono. Respiro l'odore della notte, che sa di sale e di alghe, come gli spruzzi che di tanto in tanto mi arrivano sul volto, sulle labbra. Mi stringo ancora più forte nella mia giacca blu, rialzo il bavero e resto come ipnotizzato a scrutare lontano, la luce del faro che ondeggia, una grossa nave ferma nel porto.
Sono partito all'alba per giungere qui. Ho preso il pullman per raggiungere l'aeroporto della Malpensa. C'era una primavera lussureggiante nei prati lungo l'autostrada, i papaveri tingevano di rosso i fossati, i terreni erano ancora umidi, pregni di pioggia. Poi l'aeroporto, con la sua moderna struttura. All'interno lo scorrere delle stagioni non c'era più. Con il lungo pullmino ho raggiunto l'MD-80 per Fontanarossa. È partito in orario ed è arrivato con pochi minuti di ritardo. Non ho potuto guardare dal finestrino scorrere l'Italia: troppe nuvole. Solo qui, dopo le Eolie e l'Etna, il sereno.
Un altro pullman mi ha condotto a Siracusa, dove ho pranzato e visitato la città: il Teatro Greco, Ortigia, il Tempio di Apollo, quello di Atena inglobato nel Duomo. C'erano le luminarie in onore della Santa e sul sagrato gente vestita a festa che si scattava fotografie. Mi sono seduto a un tavolino con una granita di caffè davanti e mi sono gustato da dentro quella Sicilia così diversa, così lontana. E ho sentito subito di amarla.
Ho ripreso il viaggio, stupito della differenza di questa terra con la mia, lasciata solo al mattino: i campi brulli, i muretti a secco, le siepi di fichidindia, le distese di serre, l'assoluta mancanza di traffico sulle strade. Finalmente, quattordici ore dopo essere partito, ho raggiunto la mia meta, questo albergo sul lungomare dove ho depositato la mia valigia, mi sono fatto una doccia e ho cenato.
Ora sono qui davanti al mare: è mezzanotte e non ho nessuna voglia di dormire. Desidero soltanto sentirmi parte di questo estremo lembo d'Italia, assaporarne i sapori e gli odori, bere avidamente ogni singolo momento. C'è un lungo viale illuminato che conduce da questa piazza al porto: vado a cercare un bar per bermi un caffè.
2002
FOTOGRAFIA © FIORENZO PEPE
sabato 14 aprile 2018
Casa contadina
Era una casa contadina, in una corte di paese. La chiamavano "la curt di scighèzz",il cortile delle falci. Era lì che abitavano i miei prozii, la sorella di mio nonno e suo marito. Il freddo di un giorno che portava febbraio alla fine era nell'aria e io ci arrivavo con la strafottenza dei miei diciott'anni e con la mia macchina nuova.
Entrai. La luce si fece buio e dopo un po' gli occhi si abituarono alla penombra: c'era una tinozza piena d'acqua, per lavare il bucato e naturalmente anche per farci il bagno; il pavimento di cotto scheggiato era bagnato sulle sue ruvide ombre di coccio. Dalle travi pendevano grappoli di pannocchie. Al centro della stanza una stufa ardeva legna, accanto erano ammonticchiati i ciocchi da ardere. Sul tavolo una bottiglia di vino, quel Barbera che stavo bevendo e che lasciava scuro il bordo del bicchiere che mi era stato riempito e messo davanti.
Appese alle pareti, accanto alla finestra, due gabbie: in quella metallica c'era un canarino giallo; in quella di bambù un merlo maschio con la sua bella livrea nera. In un angolo ronzava un vecchio frigorifero Minerva; sulla madia un vecchio televisore in bianco e nero. Sulla credenza le fotografie incorniciate: la figlia suora in un giardino di Torino, il figlio ora sposato, tutti più giovani, tutti con il vestito delle grandi occasioni. Più in alto, una mensola con il caffè nella sua scatola di latta e la bottiglia della grappa.
Lo zio, con il cappello e il gilè, le pantofole ai piedi, si scaldava nel parlare di concimi e trattori, di legna da comprare e di scope fatte con i rami di salice, di un contratto contadino negoziato per una notte intera. Lo faceva con quel dialetto brianzolo che intendo perfettamente ma che non parlo, neppure adesso, a distanza di tanti anni da quel giorno di febbraio.
La zia, lì vicino, rideva e lo frenava. Forse era così la felicità, mi venne da pensare vedendo la sua allegria. O forse no: i figli lontani, la solitudine, gli acciacchi. Meno male che ogni tanto arrivavano i nipotini ad allietare i nonni.
Poco oltre l'ingresso l'attaccapanni a muro: vi erano appese la tuta da lavoro, una sciarpa e una camicia insieme a tutti i dolori di una vita di campagna da indossare sopra i ricordi per uscire. Su un soppalco le scarpe, tutte in fila, e le mezze damigiane. Sulla porta il calendario, con tutti i santi da pregare e le lune per l'orto e per il vino. Uscimmo, era ora che concludessi la mia visita.
Fuori, nella piccola aia davanti all'uscio, il vecchio carretto pieno di legna e granturco e il trattore nuovo, il rimorchio che il vecchio trovava difficile da usare. Si poteva capirlo, abituato ad arare con l'asino e l'aratro. Incassato nel muro uno specchio rovinato rimandava i riflessi di quella vita contadina, i due piani con i balconi e i ballatoi che sovrastavano la casa, le travi di legno, vecchi zoccoli sfasciati, altre centinaia di pannocchie intrecciate a mazzi, sacchetti di concime e fertilizzanti, ceppi, piante grasse.
Più in là c'era la stalla: l'asino era rimasto solo, abbandonato dalle vacche. A fargli compagnia rimanevano l'erpice e i bastoni, aratri, zappe, paglia, qualche sedia rotta. Il progresso aveva rovinato anche lui, povero ciuco.
Quando salii in macchina, dopo aver già messo in moto, il vecchio mi fermò e riprese a parlare. Non voleva restare solo: il pomeriggio d'inverno era troppo lungo per lui. Mi sembrava di essere appena uscito da un libro di Pavese, di essere lì con il padre di Talino in "Paesi tuoi", con il Valino in "La luna e i falò". Lo salutai ancora e gli dissi "Torno presto, Carlìn, torno presto..."
1983
MARK STEWART, “SALOTTO DI CASA HEYWARD”
sabato 3 marzo 2018
Nuvole gialle
Il cielo sopra la stazione era un mare giallo dove galleggiavano luminose nuvole d’oro simili a chiazze di petrolio. L’effetto, combinato con il delizioso stile Liberty dell’edificio, era assolutamente meraviglioso. Come trovarsi in un museo davanti ad un capolavoro della pittura, prossimi alla sindrome di Stendhal.
Christian ruppe l’incantesimo indicando il chiosco nel piazzale. “Prendiamo delle patatine?” chiese con un’ombra del suo accento. Lo guardai nel suo giubbino di jeans, i capelli corti che cominciavano già ad arricciarsi, le guance paffute da criceto. Annuii e mi diressi verso la rivendita.
Christian e io eravamo soldati. In effetti eravamo reclute al primo mese di addestramento. In camerata c’erano brande a castello: io dormivo nel letto superiore, lui in quello sotto. Venne naturale il primo giorno uscire insieme alla scoperta della città, girare per le vie, osservare i monumenti e le ragazze. Quella prima sera finimmo a mangiare una pizza in un Grillstube dietro la stazione.
Non so perché finivamo sempre da quelle parti. Forse inconsciamente ci avvicinavamo ai treni, ai mezzi che avrebbero potuto condurci a casa. Talvolta ci sedevamo sulle panchine ad ascoltare il ritmo meccanico degli annunci: “Sul binario 3 è in partenza il treno per Malles”, “Merano - stazione di Merano - Meran Bahnhof”. Oppure restavamo all’interno del caffè come dei viaggiatori in attesa di partire. O sostavamo nel piazzale, davanti allo Stadio del Ghiaccio, dove adesso c’era un grande Luna Park e noi aspettavamo che friggessero le patatine.
Ci servirono il cartoccio e vi versammo sale, ketchup e maionese dai contenitori posti sul bancone. Trovammo una panchina e iniziammo a infilzare le patatine con il lungo stecco e a intingerle nelle salse. Intanto leggevamo le scritte a pennarello sulle liste di legno del sedile: i classici cuoricini, i nomi di innamorati, i T.V.T.B., gli insulti dei tifosi di hockey delle varie squadre - quelli del Bolzano odiavano il Merano, quelli del Varese odiavano proprio tutti…
Eccoci lì, silenziosi, come se non avessimo nulla da dirci, svuotati da una giornata di addestramento faticoso, mentre una radio mandava nell’aria la canzone del momento, “Joe le Taxi” di Vanessa Paradis, una voce seducente di ragazzina, che faceva ancora più dolce e più triste quella sera di maggio, come un amore lontano e perduto.
Guardavamo le luci delle giostre, il vortice di cromature e colori, l’inseguirsi di ragazzi lungo le attrazioni, cercando di dimenticare i nostri vent’anni e la breve libertà di quelle ore. Le nuvole gialle sopra la stazione erano svanite, il cielo scuriva lasciando un sapore diverso, come una birra rimasta a lungo aperta.
2004