sabato 9 febbraio 2013

Lettera non spedita (IX)

 

Carissima D.,

ho rivisto “Harry ti presento Sally” l’altra sera – mi meraviglio che ancora il DVD non si sia consumato, vaporizzato, tante volte l’ho fatto girare nel lettore. E ho ritrovato noi stessi: sì, abbiamo i loro stessi dubbi, le loro stesse passioni. Ci siamo chiesti un milione di volte se l’amicizia possa trasformarsi in amore o se invece non succeda il contrario, che l’amore distrugga l’amicizia e che – una volta finito, perché gli amori finiscono – non resti neppure più la consolazione di una bellissima amicizia.

E, come loro, anche noi ci siamo presi e ritrovati tante volte senza giungere a far scoccare finalmente quella scintilla nel nostro serbatoio d’amore. Ci siamo feriti, siamo riusciti a indisporci l’uno con l’altra appartenendo ad altre donne e ad altri uomini per poi ritrovarci in lunghe discussioni in cui non abbiamo fatto altro che compiangerci senza vedere che la soluzione era lì tra di noi, anzi era in noi e sarebbe bastato andare oltre, demolire la fragile barriera per essere finalmente l’uno dell’altra.

Nei nostri silenzi è scritta tutta la storia, come quella di Harry e Sally… e pazienza se Milano non è New York. La speranza resta accesa come una fiammella pilota e la vita dura ben più dell’ora e mezza di un film. Chissà che un lieto fine non si scriva per questa nostra sceneggiatura, chissà che uno di noi – o entrambi all’unisono, perché no, vista l’empatia? – non riesca un giorno a dire quel benedetto “Ti amo”.

 

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sabato 19 gennaio 2013

Il ritorno dalla gita

 

Tornavamo dalla gita. Negli occhi avevamo ancora il castello, le sale che si inseguivano nel suo interno, gli affreschi, le tele, le erme immobili nel vasto giardino. Anche il pullman sembrava andare indolente e apatico, dopo la cena al ristorante tipico: al pari di noi, non era più baldanzoso e fresco come al mattino.

L’autostrada correva nel buio sotto di noi, lontane le luci dei paesi, le collane dell’illuminazione stradale. La domenica se ne andava via con quel sapore un poco amaro e carico di stanchezza che lascia ogni volta in eredità ad una nuova settimana. Sorpassammo un’auto che procedeva lentamente nella corsia esterna, come se chi la guidasse volesse prolungare quanto più possibile il tempo da passare in viaggio. Alla luce dei potenti fari dell’autostrada notammo che la guidava una donna bionda giovane e carina che indossava una giacchetta estiva bianca a righe blu.

Onorato, al mio fianco, mi chiese “Ti piacerebbe essere seduto al suo fianco?”. La domanda mi colse un po’ di sorpresa. Esitai un attimo, poi risposi “Perché no?” e dopo qual­che secondo aggiunsi “Sì, mi piacerebbe sedere al suo fianco”. Onorato tacque. Io per tutta la strada del ritorno non feci che pensare a quella ragazza che nella sera di festa guidava da sola in autostrada, sognavo di essere seduto al suo fianco, di lasciarmi condurre lentamente verso casa, senza fretta, parlando di noi e del mondo, prolungando all’infinito la malinconica dolcezza della domenica sera che finisce.

“Un giorno... Un giorno, forse...” dissi ad Onorato. Lo guardai. Si era addormentato.

 

1998

 

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FOTOGRAFIA © DSLR

sabato 12 gennaio 2013

Lettera non spedita (VIII)


Carissima P.,
        le parole sono semi, lo sai, diceva una canzone. E le parole che un giorno ormai lontano uscirono dalla tua dolce bocca ora sono piante in me. Ne ho fatto solido legno della mia delusione, potrei ricavarne tronchi su cui sedere.

    Carissima, che piacere... E invece no, incontrarti potrebbe non bastare, non m’interessa più, così come averti tra le mie braccia o addirittura nel letto. Perché tu vivi per sempre in me con le parole di allora: non sei la donna che sei diventata ma una ventenne in perpetuo, ingenua quanto lo potevi essere allora, cioè quasi niente.

    Ti denigro adesso, e non è giusto. Ti chiedo scusa. Vedi, il fatto è che non c’entri più niente con me, almeno fisicamente, come sei adesso, una donna ormai smaliziata e probabilmente pure felice, con i finti problemi della crema antirughe che metterai la sera prima di coricarti... e chissà con chi!

    Ho in me l’esteriorità dei tuoi vent’anni, le parole che mi dicevi, i gesti, la tua figura e nulla potresti fare per sostituirla, non sarebbe uguale, non saresti uguale a te stessa, come ti penso io. Perciò restiamo estranei - amici come prima - amici che si ignorano e che lasciano a un remoto caso di incontrarsi.

    Fortuitamente, chissà cosa potrebbe succedere... Magari in una stazione del Nord-Est, o in un bar di Milano, magari in un affollato ristorante nell’ora di punta. Molte volte nella mia mente ho vissuto la situazione di un incontro con te, i preliminari, i baci sulle guance, le parole e le domande di rito. E poi il silenzio, l’imbarazzo...

    Allora restiamo lontani, perfetti estranei che un giorno si conobbero e poi non si videro più.


31 agosto 1996


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sabato 5 gennaio 2013

Nascere

 

È sempre pieno di promesse il nascere – è vero, Ungaretti.

È il fiore in boccio, è la speranza che illumina con i suoi raggi.

Così, in questo anno appena nato, che in poche ore è passato dal sole alle nuvole e poi alla pioggia, guardo le pagine bianche di questo taccuino e mi sorprendo a pensare che ognuna è una promessa, che in quell’apparente nulla in realtà sonnecchiano embrioni di parole che diventeranno frasi compiute, poesie, racconti intessuti di vita e di emozioni.

Perché questo è nascere: venire dal nulla. E rinascere è venire da una parte di sé, rifondarsi su nuove basi, edificare su nuove fondamenta. È ciò che facciamo ogni volta che un nuovo anno si presenta all’orizzonte delle nostre vite: i propositi che formuliamo altro non sono che un tentativo di nascere, di venire da una parte di noi che non amiamo a un nuovo essere.

E se non ci perderemo nel corso dell’anno, se non ci lasceremo distrarre, se sapremo vincere l’ignavia delle abitudini, allora davvero potremo dire di essere nati e vedremo con occhi nuovi quell’alba radiosa.

 

DESCOTT EVANS, “LEAVE MESSAGE”

sabato 29 dicembre 2012

E penso a te

 

Il cielo di nuvole sopra Milano si è spaccato e il sole fa capolino tra gli ultimi brandelli. Rimugino una canzone di Battisti che ho sentito stamattina alla radio, prima di prendere il treno. È strano però come la musica martelli la testa anche dopo ore e ore…

“Io lavoro e penso a te, torno a casa e penso a te, le telefono e intanto penso a te…”. Quella sera al piano-bar lei si è alzata e ha chiesto Battisti, canticchiava mentre il pianista suonava e la sera si faceva notte; e fuori la luna si rifletteva nel mare, sotto le piante gi ultimi bohemiens tiravano tardi, l’auto imbarcava aria salmastra nel buio e sputava musica country dai finestrini…

La metropolitana non è affollata nell’ora che porta a metà mattina, si trova posto a sedere. “«Come stai?» E penso a te, «Dove andiamo?» E penso a te, le sorrido, abbasso gli occhi e penso a te…”. Da Cadorna a Corso Magenta per l’assolata Via San Nicolao, è ancora presto: c’è tempo per fare quattro passi e osservare la gente, c’è tempo per questi miei pensieri.

E all’una di notte le luci dell’hotel, le auto nel parcheggio, e restare lì al fresco a raccontarsi, quest’amicizia speciale che offre sbocchi diversi solo a volere cercarli. “Non so con chi adesso sei, non so che cosa fai, ma so di certo cosa stai pensando…”. Luna gialla tra due pini, i tavolini di un bar all’aperto, lui ti sta portando via e io affogo nel mio bicchiere… Anni dopo altre storie, altri amori, altre bugie, ragazze belghe...

Deviazioni sul marciapiede di Via Meravigli, nastri bianchi e rossi appesi a ponteggi, un tram. "È troppo grande la città per due che come noi non sperano però si stan cercando, cercando...". Ma è cercarti venire sotto casa tua e nascondersi per non incontrarti? Ma è cercarti guardare se sei sul 24?

Il Duomo imponente aspetta le foto dei turisti giapponesi, ventisette gradi, le dieci e diciotto... "«Scusa è tardi», e penso a te, «Ti accompagno», e penso a te, sono al buio e penso a te...". Entro in libreria e sto ancora pensando alla nostra storia, quando sono venuto da te e tu sei partita e mi sono vendicato passando le sere con la tua omonima. E quando sei tornata, tra quel refolo di voci ho sentito la tua e mi sono precipitato da te, serata con spaghetti alla carbonara e fritto misto, magico 1982.

Pago il libro che ho scelto per trascorrere serate vuote senza te... "Chiudo gli occhi e penso a te, io non dormo e penso a te...". Torno sui miei passi, non ti ho trovata neanche oggi, ma che speranza ha questo modo di cercarti?

Novembre 1985

 

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FOTOGRAFIA DI FREDY MARCARINI

sabato 22 dicembre 2012

Natale 1932

 

- Buongiorno, Herr Günter, ha ancora un piccolo abete per me?

- Certo, Fräu Hildegard, sa che da me trova sempre l’albero giusto per ravvivare il suo Natale. Questo va bene? O gliene devo procurare uno diverso?

- No, guardi, va benissimo: la mia casa è piccola e io sono vecchia. Lo sa che ogni volta che l’anno finisce provo questa sensazione strana: come se la morte si avvicinasse di un altro passo, come se facesse un salto. Ed è per questo che provo anche compassione per il genere umano...

- Eh, non la vedo bella neppure per noi tedeschi in questa fine d’anno, signora cara. Non sono più i tempi dell’inflazione vertiginosa: dieci anni fa questo albero di Natale l’avrebbe pagato un milione di miliardi di marchi. Adesso nubi molto più minacciose si profilano all’orizzonte.

- Lo so, lo so che lei è sempre informato sulla politica. È socialdemocratico, se ricordo bene...

- Sì, signora, siamo stati l’argine fino a che si è potuto, ma adesso il fiume rischia di tracimare. Ora che Von Papen si è dimesso, non ho fiducia che il generale Schleicher riesca a formare un governo di coalizione.

- E allora chi ci governerà?

- Dio ce ne scampi, Fräu Hildegard, ma ho l’impressione che Hitler riuscirà alla fine a vincere le elezioni e a prendere il potere. Magari si servirà proprio di Von Papen, sfruttando l’amicizia di questi con il presidente Hindenburg e l’inimiciza con Schleicher. Ha già provato a negoziare lo scorso novembre. E comunque, se non ci riuscirà, Hitler troverà uno stratagemma per mettere le mani sul cancellierato.

- Quell’uomo mi fa paura.

- Non lo dica a me: me lo sogno di notte ed è un incubo inspiegabile: finisce sempre con grandi camini che fumano e mi sveglio tutto sudato.

- C’è qualcosa di inquietante nel suo sguardo, ha occhi cattivi.

- Ha ragione: io ho avuto l’occasione di leggere un suo scritto, qualche anno fa. Farneticante: parla di sterminii, di espansioni territoriali, si definisce Superuomo. Ha capito, adesso?

- Distruggerà la Germania...

- Lo temo anch’io, e non solo la Germania...

Be’, Fräu Hildegard, non stia lì a prendere freddo. Vada a casa ad addobbare il suo albero davanti al camino. E buon Natale...

- Buon Natale, Herr Günter, si riguardi.

 

HANS BALUSCHEK, “BEIM WEIHNACHTSBAUMVERKAUF”

sabato 8 dicembre 2012

Antani

 

L’altro giorno stavo aspettando il tram numero 18 in Via Buonarroti. Ero, in pratica, sull’isola pedonale in mezzo alla strada. Un furbacchione, o almeno uno che si credeva tale, rallentò e dal finestrino abbassato mi rivolse la parola: “La supercazzola brematurata ha lo scappellamento a destra o a sinistra?”. Riconosciuto all’istante lo scherzo di “Amici miei”, probabilmente tornato in auge per il risibile film appena uscito che ambienta la storia nella Firenze del ‘400, ebbi la prontezza di rispondere come avrebbe risposto il conte Mascetti: “Antani, come se foss’antani”.

Intanto il “furbetto” aveva passato l’incrocio con il semaforo arancione e una pattuglia di vigili lo bloccò in Piazza Piemonte. Ma giungeva il tram, e ci dovetti salire. Mi appostai sul lato destro, in modo da avere la visuale di quello che stava accadendo all’uomo in automobile – avrà avuto una quarantina d’anni, la barba sfatta, un maglioncino viola alla moda, probabilmente un avvocato. Una vigilessa gli stava elevando la contravvenzione. Passando, dal tram gli sorrisi. Lui ricambiò il sorriso con un’alzata di spalle. La zingarata era forse finita male, ma era riuscita…

 

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UGO TOGNAZZI (IL CONTE MASCETTI) IN AMICI MIEI, 1975