sabato 5 dicembre 2015

Una notte di pioggia

 

Piove. Sento le gocce picchiare sulla grondaia, tamburellare leggera su qualche tettoia. Sento anche il vento soffiare non troppo forte, un frusciare di fronde, un volo di foglie gialle che posso immaginare, così come immagino le luci del parcheggio che a quest’ora è deserta, l’insegna del bar ormai chiuso che si riflette sull’asfalto dove quasi nessuna auto transita.

Perché è il cuore della notte e non riesco a dormire: mi manchi con una forza che non avevo mai provato prima. Mi manchi come se mancasse una parte di me. Il tuo cuscino, la tua parte di letto sono freddi – e quella è la più alta simbologia della tua assenza: un vuoto che mi priva di calore, che mi lascia come una pietra abbandonata su un ruscello. Le pietre non hanno sentimenti, io sì.

È passato un camion, probabilmente quello della raccolta dei rifiuti che tra poco inizierà il suo giro. E mi sorprende un taglio di luce che prima non avevo notato, attraversa la persiana e si posa proprio dove tu avresti avuto adesso probabilmente una mano, morbida nel sonno mentre ti avrei stretta come se non volessi lasciarti più andare. Invece sono disteso a guardare sul soffitto buio timidissimi segni di luce. La sveglia a retroproiezione segna in rosso le 2.59. Mi manchi in maniera insopportabile, fino quasi a soffocarmi. Mi alzo a bere un bicchiere d’acqua. Mi sembra di sentirti respirare dolcemente. Mi sembra di scorgere la tua sagoma sotto le lenzuola. Illusioni degli occhi e del cuore, queste ultime anche più pericolose.

Fa freddo. Mi metto una coperta sulle spalle e controllo il cellulare. Ho la tentazione di chiamarti, ma sono appena passate le tre di notte e non è il caso. Torno a letto e resto a pensare che ormai ho bisogno di te, che formiamo una cosa sola, che siamo una macchina che non può funzionare se un pezzo è separato dall’altro. Ripercorro gli ultimi eventi, le parole che ti ho detto e che ti hanno ferito. Le parole che mi hai detto e che mi hanno ferito. Sembrano senza senso a quest’ora di notte. Sembrano futili i nostri motivi. Anzi, lo sono. Il prezzo da pagare è altissimo, è una ferita che si allarga sempre più, che diventa più profonda ogni minuto che passa. E questa notte è infinita, il tempo non passa: è come dilatato, un minuto ne conta due o più. La pioggia sembra aiuti a rallentarlo con questo quieto cadere, con questo ritmo lento.

Probabilmente la mia anima, il mio cuore – chiamalo come vuoi – non riesce a capire: ti cerca e non ti trova e, come un computer programmato per fare le stesse cose in sequenza, non si capacita e non è in grado di reagire diversamente. Potrebbe impazzire. Si rigira in questa solitudine che è come una siepe di rovi, un cavallo di Frisia di filo spinato, e si ferisce sempre di più. Sempre di più.

Adesso pavento anche il giorno, la luce che verrà con un’alba piovosa a rivelare il vuoto nel letto e nella casa con tutta la sua evidenza: non ti sentirò camminare a piedi scalzi, infilarti sotto la doccia, armeggiare in cucina con la macchinetta del caffè. Perché se adesso la notte mi tormenta, perlomeno attutisce in qualche modo l’intensità dei miei sensi. Il giorno no, il giorno li farebbe deflagrare.

Un messaggio. Ti mando un messaggio su Whatsapp, ecco la soluzione. “Scusami, amore. Perdonami, se puoi. Ti amo immensamente ♥”. Adesso aspetterò il suono di campanella, aspetterò che tu risponda...

 

Monk

ALYSSA MONK, “STAY IN BED, IT’S THE FREAKIN’ WEEKEND”

sabato 28 novembre 2015

La ragazza della porta accanto

 

Dai vetri la ragazza della porta accanto guarda l’inverno cadere: l’alba è una rasoiata che recide il collo dei sogni come la falce che passa sui papaveri nel prato. Il suo letto ha lenzuola a fiorellini e un posto freddo dalla parte destra. Siede con le mani sotto le cosce, sente il calore tra pelle e cotone, lo serba come un ricordo nel cuore senza neppure rendersene conto. Socchiude gli occhi e si abbandona ancora: fuggire nei sogni le sembra sia il solo modo che ha per sopravvivere.

E la ragazza della porta accanto con le sue mani di velluto stringe il suo vuoto, la sua desolazione, sognando palme verticali e mari azzurri dove potrebbe nuotare con il costume giallo comperato nell’ultima vacanza in Portogallo. Amava arrotolarlo sulle gambe quando la spiaggia era ancora deserta, porgere al sole la sua nudità come un’offerta ad un antico dio.

Il suo corpo è un nido di miele, lo sfiora ogni mattina con le dita pensando al cavaliere dell’Algarve, alle sue mani forti che le scesero sul seno quando la issò sul cavallo. Ma si fa tardi e deve correre al lavoro: si veste in fretta, si infila nel cappotto, nel cappellino, nei guanti ed esce pasticciando con le chiavi.

1998

 

girlinbed

HOBBIE, “PINK GIRL IN BED”

sabato 21 novembre 2015

Per i suoi occhi

 

Io e lei eravamo buoni amici, forse di più: tra di noi c’era quella festa, quel bacio in giardino. Forse pretendevo da lei che se ne ricordasse. Un mese dopo la rividi: era alla stazione, aspettava qualcuno in auto. Appena l’ho vista, ho capito: “Non è più la stessa”. Un mese l’aveva cambiata, ma cos’era successo?

Le apparenze non ingannavano, me ne resi conto mentre mi guardava e arrossiva, lo intuii anche dal suo comportamento. E poi dovette ammettere la sua presenza lì: “Aspetto il mio ragazzo” spiegò e lo disse come se tra noi non ci fosse mai stato niente, neanche quel bacio, neanche le volte che eravamo usciti insieme.

“Ciao, chiudi la portiera, per favore” mi disse e mi tremarono le gambe e sentii un vuoto risucchiarmi lo stomaco. Risalii sulla mia auto e ripartii velocemente: volevo scordarla, volevo pensarci sopra, volevo andare via, lontano da lì, lontano da tutto – non so neanch’io cosa volevo – e intanto vagavo per la campagna, correvo nel vento e nel sole. Ferito dalla sua spada di bugie, dai suoi occhi che avevo creduto sinceri.

Poi un passaggio a livello abbassato, un’occasione per pensare con calma: cercavo di ritrovarmi, guardavo nello specchietto retrovisore il cielo metà bianco e metà azzurro, i prati secchi dell’inverno, gli alberi spogli. Un attimo, e poi ancora lei, forse volevo illudermi che non l’avrei rimpianta. Sapevo già che non ci sarei riuscito: lei non era una parentesi, mi aveva dato la sua amicizia, il suo amore. E ora cosa dovevo fare? Legarmi a un ricordo? E dopo?

Il treno sfrecciò via borbottando e ripartii a tutto gas. Rivedevo il nostro incontro: me l’aveva presentata un amico ma già la conoscevo di vista. Rivedevo quella festa come un film, quante volte ci avevo pensato prima di quel giorno: la birra, ballare e quel bacio sul dondolo in mezzo ai fiori.

Poi la burrasca, quel ciao che sembrava le avessi estorto, quel ciao che le avevo regalato, che forse avevo sprecato. Non poteva andare così, non doveva finire così. Fermai l’auto: avevo bisogno di pensare con calma, dovevo cercare di capire.

Decisi di smetterla di vagare senza meta e tornai a casa, a rimpiangere i suoi occhi.

 

13 settembre 1984

 

Top inspired

IMMAGINE © TOP INSPIRED

sabato 14 novembre 2015

L’amore

 

L'amore non è una spina che si può togliere, un tumore che scoppia; è un dolore ribelle e insistente che uccide dentro.

Il voler bene non si compra, non si vende, non si impone con il coltello alla gola, né si può evitare: il voler bene succede.

Voler bene è facile, succede quando uno meno se lo aspetta, uno sguardo, una parola, un gesto e il fuoco si propaga bruciando petto e bocca; il difficile è dimenticare.

Sono tre frasi che mi appuntai quando lessi – una quindicina d’anni fa – Teresa Batista stanca di guerra, romanzo di Jorge Amado. Erano su un foglietto che è uscito dall’edizione tascabile mentre facevo ordine tra le mie cataste di libri. Rileggendoli adesso, mi sono trovato a riflettere su alcune cose – pensieri probabilmente già fatti allora, se ho sottolineato proprio quelle frasi:

  1. L’amore è ineluttabile, non ci si può opporre, è una forza che travolge e a cui la ragione non riesce ad opporre che una resistenza limitata

  2. È altresì cieco e casuale: la freccia di Eros spesso colpisce a casaccio oppure, siccome l’amorino è guercio, centra solo uno dei suoi bersagli

  3. L’amore comunque non si può imporre: deve sgorgare spontaneo

  4. Anche se finito, comunque l’amore sopravvive e la sua memoria sa essere ancora una dolorosa spina.

 

Maggio 2013

Cupid-from-Galatea-by-Rap-001_thumb1

sabato 7 novembre 2015

Sinfonia in grigio veneziano

 

Era un giorno di novembre, grigio. Una pioggia sottile e fredda cadeva da un cielo grigio sui canali, si rifletteva nell’acqua stagnante della marea, dipingeva una Venezia grigia ad acquerello dove anche le cupole e i campanili si stemperavano - uniche macchie di colore, ma sbiadite anch’esse, gli stendardi delle mostre e le righe azzurre dei pali d’attracco.

Avevo visitato la Scuola di San Rocco prima di risalire per il dedalo di calli e rii fino a Piazza San Marco a gettare altri sospiri oltre quelli del ponte. Le pietre del piazzale erano lucide, come se qualcuno vi avesse rovesciato un’autobotte di vernice impregnante. C’erano pochi turisti a quell’ora, la gente si muoveva imbacuccata negli impermeabili sotto gli ombrelli. I colombi imperterriti becchettavano come se niente fosse, volavano via a frotte nel grigiore dove l’isola di San Giorgio svaniva in una nuvola di pioggia.

Ero grigio anch’io, grigio il giaccone di Gore-Tex, grigio il cappellino di lana, grigio soprattutto dentro. Era tantissimo tempo fa, non mi ero ancora affacciato a questa consapevolezza del vivere che adesso, più maturo, mi fa accettare le cose. Forse ero soltanto giovane, quella era la mia malattia che mi faceva atteggiare ad un Werther di seconda mano. Era una malinconia cattiva quella che mi pervadeva, una tristezza che avrebbe anche potuto divorarmi. Quel giorno lasciai Venezia in treno, guardando la laguna dissolversi grigia nella luce che svaniva in un tramonto senza sfumature arancioni. Sarei tornato l’anno dopo, a luglio, con un altro sentimento a gonfiarmi il cuore nella luce sfolgorante del sole, con una maglietta rossa sui soliti blue-jeans. Cos’era cambiato? Che cosa mi aveva cambiato? Nulla: avevo conosciuto l’amore...

 

Venezia

FOTOGRAFIA © TUMBLR

sabato 31 ottobre 2015

Aspettando il Grande Cocomero

 

Il mio sogno americano è sempre vivo e vegeto, ma non amo Halloween. O meglio, non amo l’Halloween importato dagli States e diventato mania sociale per le nuove generazioni. Provengo dalla cultura di chi non ha mai festeggiato da bambino con “dolcetto o scherzetto”, un’usanza mutuata da film e telefilm americani e diffusasi da noi, a quanto ricordo, solo dagli Anni ‘90. È la solita zucca che ormai viene tutti gli anni, a differenza del Great Pumpkin atteso invano da Linus in tante strisce dei Peanuts – la festa era talmente ignota da noi che i traduttori del fumetto, negli Anni ‘60 si sono lasciati ingannare e l’hanno definito Grande Cocomero. Ora, dopo tanti anni di assuefazione la festa straniera è entrata profondamente nella nostra società.

Ma non c’è nulla di nuovo sotto il sole: la carnevalata di travestirsi da streghe, da fantasmi, da mummie è il lato moderno delle danses macabres medievali in cui gli scheletri si lanciavano in forsennate sarabande.

Anche le celebri zucche non sono una novità: mio padre mi riferisce che tale uso c’era nelle nostre campagne e ne ha un ricordo ancora vivido; nel Mantovano ancora oggi c’è la tradizione delle “lumere”, zucche intagliate e illuminate, con i bambini che girano di casa in casa a chiedere i “dolci dei morti”. In molte zone della Sicilia sono i defunti a portare i doni e non la Santa Lucia, il Gesù Bambino o i Magi della tradizione cristiana o il Babbo Natale commerciale e consumistico.

Alla fine sempre lì si finisce: al consumismo. Tutto diventa un mezzo per vendere tanto che ieri sera ho visto addirittura il dolce di Halloween, una specie di panettone marrone con fantasmini di cioccolato e zucche glassate. Gli ipermercati, le cartolerie, i negozi di giocattoli sono pieni di oggetti a tema, è spuntata persino la borsa per andare di casa in casa a chiedere “dolcetto o scherzetto”.

Non amo Halloween, lo ribadisco. Lo accetto come un dato di fatto, un’evoluzione della società per influenza culturale americana. Ci passerò sopra, e andrò al cimitero a fare visita ai miei cari che non ci sono più e soprattutto a coltivare il fiore del ricordo.

2013

 

sabato 24 ottobre 2015

Una lezione di politica

 

Da qualche tempo la discarica comunale – chiamata con garbato e ipocrita eufemismo “isola ecologica” - del mio paese è stata dotata di accesso condizionato con Carta Regionale dei Servizi, che il volgo chiama invece “tessera sanitaria”. In pratica questo significa che il sistema controlla non solo che chi viene a depositare i rifiuti è un residente ma anche limita gli accessi a un numero definito di macchine, cioè sei.

Messa così, sembra una cosa asettica, pur parlando di rifiuti, che al massimo attinge alla sfera privata dell’individuo, che si sente da un lato leso nella sua privacy e dall'altro controllato dall’occhio vigile e indomito del Grande Fratello di orwelliana memoria.

Ma, in realtà, l’automazione è anche la parabola di molto altro: prima, quando l’accesso era libero e controllato casomai dagli addetti, non c’erano lunghe code per entrare e l'operazione di conferire i rifiuti ingombranti, le macerie, il vetro, le batterie, l’erba rasata e i rami potati era tutto sommato rapida. Adesso ci sono code, mugugni, liti, battibecchi. Ovvero, in questo caso si può dire che le norme e la loro applicazione senza un minimo di buon senso - gli arcigni controllori non consentono alcuna eccezione all’ingresso - generano un caos tipicamente burocratico, statale, mentre l’anarchia di prima, praticata in armonica collaborazione dagli utenti era in grado di smaltire con maggior velocità l’uso della discarica comunale.

Insomma, ci siamo fatti dare una lezione di politica anche dalla spazzatura.