sabato 20 aprile 2013

Total eclipse of the heart

 

C'è chi a mezzanotte considera finita una serata, c'è chi invece la vede cominciare. Nella letteratura troviamo molti esempi di questi ultimi, indicati come bohemiens. Vincenzo e Roberto sono bohemiens viventi: per loro conta solo il divertimento da mezzanotte in poi. Forse per questo la mattina sono quasi introvabili, mentre il pomeriggio bivaccano. Quando esco con loro devo trovarmi qualcosa da fare fino a mezzanotte, poi li vedo arrivare.

Quella sera ero un po' annoiato: non avevo trovato altra compagnia che un libro dei Peanuts; Paola era andata chissà dove con sua madre, Enrico era al cinema, altri amici in vacanza all'estero. Rimasi al bar tutta la sera con il mio libro e una Coca-Cola ghiacciata lanciando occhiate occasionali alla televisione che trasmetteva le registrazioni delle gare del mattino alle Olimpiadi di Los Angeles in attesa di collegarsi con la California.

Verso le undici e mezza arrivarono gli "inseparabili": Vincenzo con la sua pettinatura alla "galeotto da poco evaso da Alcatraz" e Roberto, pallido come un fantasma. «Andiamo?» esordì il fantasma senza neppure salutarmi. «Aspetto Paola» risposi e i due si sedettero diligentemente ordinando misteriose birre olandesi. E Paola arrivò scusandosi del ritardo: in centro c'era traffico nonostante l'ora... «Vi porto io in un posto...» disse entusiasta Roberto, che ci aveva ormai abituato a queste sparate da montagna che partorisce il topolino. Però stavolta faceva sul serio. Ci scarrozzò a lungo sulla sua Autobianchi A112 argento che gemeva ad ogni buca. Paola si lamentò della musica sull'autoradio: era una vecchia cassetta di Joe Cocker che a me invece non dispiaceva.

Finalmente giungemmo alla meta, "Il Tondino", dove ancora numerosi clienti sedevano davanti alle tovaglie a scacchi bianchi e rossi. Sotto il pergolato troneggiava una grossa  botte piena di fiori. Vincenzo scelse uno dei tavoli liberi e ordinammo: patatine fritte con ketchup per tutti e boccali di birra Hacker.

Arrivò l'una ed eravamo ancora là a parlare - stranamente, per una volta - di cose serie: il lavoro, l'amore, il sesso, l'emancipazione femminile. All'improvviso ci fu un silenzio ispirato, come evocato dal vento che soffiava dal mare: la televisione accesa anche lì, in attesa di collegarsi con Los Angeles, trasmetteva video musicali. Quello che era riuscito a commuoverci era "Total eclipse of the heart" di Bonnie Tyler, con la sua musica soave. «Mi fa accapponare la pelle» disse Vincenzo. In quel momento, attraverso una canzone, tutti e quattro capimmo molte cose: quello era un momento felice e temevamo di rompere l'incanto dei nostri vent'anni. Ci bastava poco per la felicità: la compagnia, una sera di stelle, una musica dolce e la consapevolezza di avere il mondo davanti a noi, una carica di responsabilità e di infinita sensibilità.


1986

 

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VINCENT VAN GOGH, “INTERNO DEL RISTORANTE CARREL A ARLES”
 
                  

sabato 13 aprile 2013

Piccoli tesori

 

I libri sono per me fonte di sorpresa. Non intendo per quello che c’è scritto dentro, o meglio, spesso lo è anche il loro contenuto, sebbene di un genere più spirituale. No, intendo proprio i libri in senso materiale, come delle piccole casseforti di ricordi di un passato che fu, che se n’è andato per sempre e com’è logico che sia, ma che ha lasciato qua e là tracce di sé che all’improvviso erompono come il raggio di una torcia a illuminare una notte buia.

Poco fa, cercando una frase che ricordavo posta come epigrafe in un libro, ho dovuto aprirne una dozzina, ed è portentoso il regalo di piccoli tesori che essi mi hanno fatto: lo scontrino di un bar in un ponderoso saggio sulla guerra del Vietnam – 4.500 lire, ed ho rivisto quel piccolo locale con i tavolini all’aperto e su un tavolino con la tovaglia a quadretti una coppa di gelato ed una birra; davanti, seduti sulle sedie di resina bianca io e lei… Poi ancora, in un libro sul linguaggio, due biglietti promozionali del circo Moira Orfei, non utilizzati perché l’uso degli animali nei circhi mi ha sempre immalinconito… – ma eccoli lì, tagliandi rosa con il disegno di un elefante in un’improbabile acrobazia. E in un altro saggio della Piccola Biblioteca Einaudi sulle origini e la natura del linguaggio, ecco una cartolina militare, quella della Brigata cui sono appartenuto per un anno: l’aquila ad ali distese con una piccozza in primo piano e una vetta lontana.

Piccoli tesori, piccole parti di me, della mia vita, del mio tempo. Piccoli oggetti insignificanti che riassumono in sé un valore più alto: quello di simboli assurti a rappresentare la voce della memoria. Ah, poi la frase l’ho trovata: “Il fiume è simile alla mia pena: scorre e non si esaurisce”, è di Guillaume Apollinaire.

 

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FOTOGRAFIA © DEBORAH SCHENCK

sabato 6 aprile 2013

Davanti alla finestra

 

Siede davanti alla finestra, il silenzio dietro le spalle. La sera che scende trova forse una nuova ruga sul suo volto. È un uomo sui quarant’anni; indossa una camicia a quadretti sui toni del blu con le maniche rimboccate e un paio di jeans. Sta pensando che il vento che sente arrivare ha sentore di salso, probabilmente viene dal mare: il vento che cancella le impronte sulle spiagge, le livella e le lascia compatte come lavagne. Gli anni invece non si comportano come il vento: non agiscono allo stesso modo sulle nostre memorie, non le cancellano come un colpo di spugna, o meglio forse passano come un panno che toglie la polvere più sottile ma nulla può sui solchi incisi a fondo, scalpellati nel granito.

La sua memoria, per esempio, racchiude come uno scrigno il ricordo di un amore perduto. Gli sembra ancora di essere là, in quel bar sul lungomare: la vede andare via, camminare lontano, fuori dalla sua vita. Non ha saputo ribattere, non ha saputo dall’alto del suo purissimo amore, gridare qualcosa: la voce gli si è fermata nella gola, si è trasformata in un grumo amaro. È ancora lì, le due tazzine di caffè vuote davanti, lo scontrino che ondeggia alla brezza come un’attinia nella corrente del fondale. Osserva i gabbiani che lasciano le bitte e si levano in volo, le barche che veleggiano all’orizzonte. È inebetito, posato sulla sedia come un sacco vuoto, un miserabile otre di cornamusa che nessun fiato riempirà. Almeno si sentisse come un pugile suonato…

Anni. Sono trascorsi anni. E in quegli anni lui ha respirato ancora tutti i respiri di lei, ha vissuto in se stesso tutte le notti che avrebbe avuto con lei, l’ha ospitata nei suoi sogni come una dea. La sentiva ardere nel petto come un fuoco, come un dolore che lo spremeva vivo, che gli obnubilava la mente, che lo ottenebrava, che alla fine lo inaridiva. Oppresso dal suo peso, andava per le strade, dormiva, viveva come boccheggiando, privo del suo spirito vitale. La amava. L’ha amata. La ama ancora, anche adesso…

La luce del tramonto colora la stanza di un caldo rosa. Vede passare le navi lontane: quante volte ha pensato di fuggire, di andare lontano, di dimenticarla. Anche adesso ci pensa, ma è come quando si parla per ipotesi, si costruisce un futuro che non sarà, solo per un esercizio mentale, un puro costrutto accademico. Lo sa, l’ha sempre saputo: non può dimenticarla, perché non si dimentica la vita.

 

Young Man At His Window

GUSTAVE CAILLEBOTTE, “UOMO ALLA FINESTRA”

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sabato 30 marzo 2013

Tre giorni in Puglia

 

Il mare di Bari quel giorno era azzurro, percorso da piccole onde guizzanti come pesci. C’era odore di salmastro, il sapore delle cozze che avevamo mangiato la sera prima al ristorante “Tre trulli” di Ceglie Messapico, nelle Murge.

Al largo qualche barca con un pescatore intento a scrutare l’acqua, più in là il campanile della chiesa di San Nicola. Sul Lungomare di Crollalanza i pescatori toglievano i polipi dai secchi e li battevano a lungo sugli scogli per renderli morbidi, li vendevano e ne offrivano pezzettini da assaggiare crudi. Sono ottimi cotti nell’aceto: se l’aceto è rosso restano rosati, scuri. Sono pronti quando con una forchetta si sente il morbido nella zona della bocca.

Il sole cominciava a scottare: la mattina di maggio era limpida e serena dopo giorni di tempo incerto. Il giorno prima, invece, il mare era agitato: l’avevamo visto minaccioso e fragoroso buttarsi sulle rovine piene di immondizia a Egnazia; soffiava un forte vento e incombeva un temporale che rendeva cupo il cielo sopra la campagna e i ruderi in essa rimasti, ben tenuti, a differenza di quelli sul mare, appena al di là della strada. In mattinata avevamo visitato Locorotondo vagando fino a perderci nelle stradette bianche e pulite colorate dal rosso dei gerani. Lì ci sorprese il calore del Sud, l’ospitalità della gente che ci salutava per strada. A Locorotondo comprammo il vino locale, bianco e profumato. Per mezzogiorno fummo ad Alberobello, dove visitammo il Rione dei Trulli e acquistammo prodotti tipici e troccoli per fare la pasta in casa.

Ora finalmente splendeva il sole e Bari si ergeva davanti a noi, maestosa come una regina del Mediterraneo.

20 maggio 1993

 

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FOTOGRAFIA © MARTHA BAKERJIAN

sabato 23 marzo 2013

La ragazza di allora


Ti sdraiavi sulla sabbia con pose sbarazzine e lasciavi che il sole accarezzasse la tua pelle. Con abili parole guidavi il discorso: parlavi della musica e del tempo che vivevamo, dei patemi che creavano situazioni internazionali tese e ingarbugliate, del ruolo della donna nella società moderna. Poi con un sorriso dicevi «Entriamo in mare» e cominciavi a correre tenendomi per mano. E in mare ti tuffavi subito e restavi lì a schernirmi perché non trovavo il “coraggio” di sfidare l'acqua fredda. Così cominciavi a schizzarmi gelidi scrosci con le mani.
 
E i tuoi baci com'erano dolci, com'erano ingenui quella sera di luglio sul­l'ottovolante, com'erano caldi e appassionati quel pomeriggio che un acquazzone ci sorprese al pontile. La ragazza di allora non c'è più: quella ragazza forse un po' fragile è diventata una donna e che donna! Una donna in carriera che sale di grado e che sa cosa vuole, che lotta per emergere e frequenta gente nuova.
 
Ed io ancora sono qui e forse sono quello che è cambiato meno, forse per­ché aborro un poco i cambiamenti e faccio delle mie abitudini uno scudo che è anche un po’ prigione. E in questa mia sicura cella ho un fedele amico: il rimpianto di tutte le occasioni che ho perduto e rimango lì a sognarti e gioco con i se ad immaginarmi una realtà parallela che ad ogni se in altre si biforca tanto che alla fine perdo il conto e ritorno alla ragazza di allora che si sdraiava sulla sabbia con pose sbarazzine...
 

25 gennaio 1991

 

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MENQ TSAI, “BEACH GIRL”

sabato 16 marzo 2013

Due amici

 

In ufficio non c'era nessuno, il sole entrava caldo dalle finestre senza ten­dine della sala d'aspetto e disegnava le ombre sul pavimento di palladiana. "Però è bello il sabato pomeriggio" pensò Paolo chiudendo con il chiavistello la porta dietro di sé, "si può venire qui indisturbati e fare tutto quello che si vuole". Aspettando che Danilo passasse a prenderlo, Paolo iniziò a risolvere i giochi della Settimana Enigmistica che aveva comperato la mattina. Era il suo hobby: sapeva risolvere quasi tutti i giochi, anche quelli difficili, e suscitava ammirazione in tanta gente questa sua abilità, frutto di una buona intelligenza, certo, ma anche di anni di cultura classica e di un costante aggiornamento.

Intanto nella strada gli autobus si susseguivano sbuffanti e frotte di ragazzi raggiungevano il centro. Paolo notò una ragazza carina: aveva i capelli biondi e ondulati e un grazioso ansino all'insù, indossava dei jeans molto aderenti che le mettevano in risalto le forme. Dopo qualche minuto un autobus se la portò via verso i divertimenti del centro.

Proprio in quel momento suonò il campanello: era Danilo, il collega con cui Paolo doveva uscire. Danilo entrò nell'ufficio e prelevò qualche cosa che aveva dimenticato nel cassetto della sua scrivania. I due ragazzi uscirono e Paolo chiuse con attenzione la porta dell'ufficio, poi salì in macchina.

L'Alfetta 2000 di Danilo era sempre pulita e tenuta con cura, Paolo spesso elogiava questo comportamento dell'amico, lui che invece non dedicava molto tempo alla sua auto e che non si intendeva molto né dei motori né delle ultime novità. Danilo invece sapeva citare qualsiasi dato delle auto sul mercato: prezzo, cilindrata, consumi, se avessero la trazione anteriore o posteriore, numero dei cavalli-vapore e così via.

"Dove andiamo?" chiese Danilo. "Potremmo andare in collina: è così interessante in autunno" propose Paolo. Attraversato il centro, svoltarono per la collina: subito la strada cominciò a salire. Nella vallata potevano scorgere tutta la città come se fosse una piantina tridimensionale: c'erano i campanili, le chiese, gli ampi caseggiati gialli delle caserme, l'ippodromo, la seggiovia e soprattutto il fiume che rimandava riflessi argentei verso il cielo

"Parcheggia lì" disse Paolo. Era un bersò di vite del Canadà che ospitava altre automobili davanti a un albergo. "Di qui in pochi minuti arriviamo in cima" spiegò Paolo all'amico, che gli era parso un po' perplesso. In breve immensi campi di mele e vigneti apparvero ai bordi della strada. I due ragazzi colsero qualche mela verde e grappoli d'uva nera e lucente.

Lavarono la frutta a una fontana in cui scorreva un'acqua fresca e limpida e strada facendo la mangiarono lodandone la bontà e la genuinità. Nei vigneti più a monte un gruppo di contadini stava vendemmiando, molti turisti stranieri rientravano dalla passeggiata recando maglioni e borse in mano e ticchettando l'asfalto con il bastone da montagna.

"Guarda che spettacolo" disse Danilo e indicava con la mano il sole che tramontava dietro di loro incendiando i monti. Rimasero a lungo ad osservare la scena poi decisero di rituffarsi nel caos del centro prima di andare a cena. In un quarto d'ora furono di nuovo in città ma non trovavano un posto per parcheggiare. Finalmente Paolo indicò a Danilo uno spazio vuoto davanti ai telefoni pubblici. Erano stati fortunati perché avevano trovato un parcheggio in una zona molto vicina al centro.

I due amici passeggiarono un po' sul lungofiume discorrendo di gente che conoscevano e delle ragazze che passavano. "A me piacciono quelle due del negozio di abbigliamento, sai, le due bionde che sono quasi sempre in minigonna: hanno delle belle gambe, vero?" disse Danilo. Paolo annuì. "Però a me non inte­ressa molto che siano proprio belle" replicò dopo un attimo "insomma, vorrei che avessero altre doti: che fossero sincere, fedeli; casomai preferirei che fossero belle dentro, se poi sono belle anche fuori... tanto meglio". Danilo ribatté "Però se viene una bella bionda che ti dice che ti ama alla follia e ti si offre, tu non stai certo lì a guardare com'è fatta dentro..." Paolo ammiccò con quel suo fare un po’ sornione che aveva quando riusciva a sopraffare la sua innata timidezza.

Entrarono in una pasticceria e in attesa dell'ora di cena mangiarono una fetta di torta di mirtilli continuando a discorrere. Intanto era calata la sera e si erano accese le luci della fontana proprio davanti alla pasticceria. Alle sette e un quarto Paolo e Danilo uscirono e si diressero verso i portici. Già da qualche giorno avevano deciso che sarebbero andati a cenare da "Rainer", un ristorante che si trovava proprio alla metà dei portici. Entrarono nel ristorante e si sedettero a un tavolino di fronte al bancone del bar. Il locale aveva i muri rivestiti in legno molto chiaro e molti trofei appesi alle pareti; le tovaglie erano a quadretti bianchi e rossi.

Una cameriera portò una candela e il cestino del pane. I due ragazzi cominciarono a sbocconcellare il pane nero con i semi di comino e poi ordinarono del vino rosso. Portando il vino la ragazza chiese che cosa desiderassero per cena. Era sui vent'anni, molto attraente, coi capelli bruni raccolti a coda e un sor­riso disarmante. Paolo ordinò dei ravioli e del gulasch, Danilo, come sempre, gli spaghetti al ragù e la cotoletta. Paolo non riusciva a capire in Danilo quella mancanza di curiosità per qualche cosa di diverso, fossero i cibi o le usanze o altro ancora. Eppure tutte le novità automobilistiche lo incuriosivano - pensava Paolo - anzi, sapeva già tutto molti mesi prima che fossero immesse sul mercato.

Quando uscirono l'ultimo autobus aveva appena lasciato la fermata e scendeva verso la città bassa; le stelle ammantavano il cielo come brillanti stesi su un panno scuro, l'aria era diventata frizzante. "In questi momenti" disse Paolo "mi sembra di vivere nella Parigi degli Anni Venti, di essere parte di quel mondo di artisti e bohemiens: Hemingway, Picasso, Modigliani, Fitzgerald..."

1990

 

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MERANO, I PORTICI DI SERA – ELABORAZIONE GRAFICA © DANIELE RIVA

sabato 9 marzo 2013

Primo amore

 

Vestita d'azzurro lei veniva verso me, entrava nella mia vita quel giorno d'estate pieno di sole. Ancora adesso non so se fu un colpo di fulmine o un lento innamorarsi: ricordo quell'approccio un po' impacciato, ricordo quel caso che instaurò la conversazione, quel libro galeotto che unì due cuori. Ricordo poi con quanto coraggio mi sedetti accanto a lei, quanta forza insospettata trovai nella mia incosciente gioventù. Forse fu solo un'illusione, forse un gioco durato un po' di più.

Ma lei era l'amore - ora lo so - il gusto acerbo del primo amore, quello che rimane più a lungo dentro il cuore. E mi perdevo nei suoi occhi, occhi scuri, oc­chi grandi da guardare, occhi dove il mare si specchiava con la luna mentre cantavamo e la sera piano piano ci portava via davanti ad un falò. Lei era mia, la sentivo tra le braccia e sapevo che la perdevo già, in bocca si formava già il sapore amaro del primo addio.

Ma lei ha lasciato nel mio cuore il suo ricordo, una fiamma accesa che mi conforta oggi che lei chissà dov'è, chissà da quali braccia si lascia stringere. E certamente sa che una parte di lei è rimasta dentro me, così come una parte di me - io lo so - batte ancora nel suo cuore.

Gennaio 1990

 

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RAPHAEL SOYER, “GIRL IN BLUE, 1975”