sabato 21 luglio 2012

Lettera non spedita (VI)

 

Carissima P.,

il patto che un giorno noi due stringemmo, o forse è meglio dire il patto che io solo strinsi, sarà ancora valido? Oppure sarà sciolto come si scioglie la cintura di un kimono che ti lascia nuda scivolandoti ai piedi?

Riflettici: nuda tu come la verità, e perdona la metafora un po’ impudica e certo impertinente. Pensa e ripensa la tua vita, cara amica, pensa che la tua rosa vive ancora nel mio vaso, che ogni giorno la curo e la annaffio, e anche questa è una metafora. Chiediti se hai onorato quel patto e, se ancora non lo hai fatto, domandati se sei in tempo per saldare il debito.

Vorrei che questa lettera sollevasse il telo posto sul ricordo, sul passato, come quegli stracci che si posano sui divani, sui tavoli, sulle sedie di una casa che rimane a lungo disabitata per proteggerli dalla polvere.

Confermami, amica mia, che quel patto tra di noi è esistito, che non si è trattato di un sogno che ho fatto in una notte solitaria.

 

JACK VETTRIANO, “IN THOUGHTS OF YOU”

sabato 14 luglio 2012

Les jours d’antan


“Dov’è la vita che abbiamo persa vivendo? Dov’è la saggezza che abbiamo persa nel sapere? Dov’è il sapere che  abbiamo perso mettendo insieme nozioni?” THOMAS STEARNS ELIOT
Dove sono i giorni di ieri? Che ne è stato della scampagnata con la tovaglia a quadri, il cestino da picnic posato sopra, la bottiglia di vino bianco e l’anguria messi in fresco nell’acqua del torrente? Che ne è stato dei pomeriggi di spiaggia trascorsi a raccontarsi, a giocare a bocce, a riempire le caselle bianche della Settimana Enigmistica? Che ne è stato della luna di burro che si sdoppiava nel mare mentre la nostra ombra diventava tutt’uno con quella di un’altra persona? Che ne è stato dell’amore che abbiamo coltivato con tanta passione, che abbiamo fatto sbocciare e fiorire? E dei giorni di studio e di lavoro, messi in fila come un lunghissimo rosario?
E ancora: che ne è stato di ciò che abbiamo perso, delle occasioni fuggite, delle strade non prese? Che cosa sarebbe successo se quel giorno avessimo detto sì oppure no, se avessimo temporeggiato, se fossimo andati in un posto invece che in un altro, se avessimo incontrato una persona invece di un’altra?
E dov’è l’ingenuità dell’infanzia? Che ne è stato di quella dolce ignoranza che aveva in sé la sua saggezza? Eravamo sacchi vuoti da riempire ma avevamo già un’anima, una nostra capacità di distinguere bene e male, una morale, un’etica. In quei sacchi abbiamo messo molta farina, e ora non sappiamo più che cosa c’era sul fondo.
 

SPENCER COLEMAN, “BOTTOMS UP!”




sabato 7 luglio 2012

Campioni del mondo!

 

Sono trascorsi trent’anni! È da questo che uno capisce di essere invecchiato, di avere ormai lasciato alle spalle la gioventù. Trent’anni da quel delirio collettivo dell’11 luglio 1982, la notte in cui Nando Martellini commosse fino alle lacrime milioni e milioni di italiani radunati davanti ai televisori quando pronunciò con enfasi il triplice “Campioni del mondo! Campioni del mondo! Campioni del mondo!”. L’Italia che era uscita distrutta da quasi tutte le competizioni calcistiche del dopoguerra – salvo l’Europeo vinto in casa nel 1968 - tornava sul tetto del mondo 44 anni dopo il secondo trionfo della squadra di Pozzo. Subito dopo il fischio finale cominciò la festa per le strade con uno sventolio di tricolori come non s’era mai visto e tuffi nelle fontane.

Tutto era cominciato in realtà quattro anni prima, quando Enzo Bearzot, il ct, costruì una squadra capace di battere l’Argentina a casa sua ed arrivare quarta dopo aver perso la semifinale con l’Olanda per un paio di tiri da oltre 30 metri. L’ossatura c’era, Bearzot ci innestò giovani di belle speranze come il ventunenne Antonio Cabrini e il diciannovenne Beppe Bergomi, e quel Paolo Rossi che aveva scontato una lunga squalifica per il primo calcioscommesse del 1980. La nazionale italiana passò il girone eliminatorio con affanno, tre pareggi e molta fortuna, grazie a un solo gol segnato in più del Camerun. Ci toccò il girone impossibile con l’Argentina di Maradona e il Brasile di Zico. Il contropiede, le marcature rigide e lo stellone ci consentirono di abbattere 2-1 i gauchos e 3-2 i carioca. In quella partita meravigliosa in cui il Brasile, cui bastava il pareggio, tentò comunque di vincere secondo suo costume e poi perse, si sbloccò Paolo Rossi, che siglò tutti e tre i gol italiani. Altri due li infilò alla Polonia in semifinale e un altro alla Germania in finale, dopo che Cabrini aveva fallito un rigore e prima delle reti di Marco Tardelli – il celebre “urlo” quasi alla Munch  – e Alessandro Altobelli. Il gol di Altobelli tra l’altro consentì al presidente Pertini, che era allo stadio Santiago Bernabeu di Madrid, di dire a re Juan Carlos che era seduto accanto a lui “Non ci prendono più!” con un gesto della mano tipicamente italiano. Era la squadra del compianto libero Gaetano Scirea, del mastino Claudio Gentile, del mediano Gabriele Oriali, di Fulvio Collovati e Giancarlo Antognoni, di Ciccio Graziani, del motorino Bruno Conti.

Dino Zoff, il portiere e capitano, sollevò la Coppa del Mondo al cielo di Madrid e quell’immagine divenne il francobollo disegnato da Renato Guttuso, celebrativo della vittoria, dell’enorme emozione che era stata regalata agli italiani, che venivano dagli anni di piombo e avevano un’inflazione galoppante a due cifre. Stava per aprirsi la stagione della Milano da bere, dell’edonismo reaganiano, dell’illusione di Wall Street, delle giacche colorate. Quello è il Mondiale che sento mio, quello vissuto da ragazzo innamorato, quello che trent’anni fa sotto una luna fantastica in una notte di grilli celebrai per le strade con la mia bandiera tricolore e i miei diciott’anni. Da un televisore arrivava la voce di Giuni Russo che cantava Un’estate al mare. Com’era bella la luna nelle fontane! Com’era bella la vita!

 

Italia_1982_bolle

sabato 30 giugno 2012

Troppi anni

 

Tempo ne è passato. Tanto tempo. Il giorno è questo, solo nella cifra, solo nel mese. Era venerdì allora, oggi è lunedì. È cambiato il secolo, il secondo millennio è scivolato nel terzo. È crollato il muro di Berlino, sono state abbattute dai terroristi le Torri Gemelle di New York, c’è un altro papa, c’è un altro presidente della Repubblica, negli Stati Uniti un nero è diventato presidente. Sono state combattute guerre in Afghanistan e in Iraq, si è dissolto l’impero sovietico, il vento della democrazia ha cacciato l’orso russo dalla Polonia, dall’Ungheria, dalla Romania. La Cecoslovacchia si è divisa, così anche la Jugoslavia – e le sirene della guerra hanno suonato per la prima volta in Europa dopo il 1945 - la Germania si è unificata. La tecnologia ha proposto oggetti inimmaginabili, televisori dallo schermo ultrapiatto, computer e telefoni portatili, tavolette e smartphone con i quali collegarti a Internet dovunque. Ah, Internet non c’era…

Tempo ne è passato davvero tanto, acqua sotto i ponti ha eroso le arcate, le sponde, ha levigato sassi sul fondale. Gente è nata, altra se ne è andata. I bambini sono cresciuti, gli adulti sono invecchiati. Fogli di carta sono ingialliti, pagine di libri sfarinano, le rilegature cedono. Polvere si è posata su case e mobili, arredi sono stati sostituiti, oggetti sono stati rimodernati, facciate intonacate, pareti ridipinte. Vestiti, maglie e camicie sono stati usati e usurati, gettati, dati alla Caritas, usati come stracci per pulire i vetri. Altri sono stati acquistati nelle boutique del centro, nei nuovi franchising dei centri commerciali. Automobili hanno percorso migliaia e migliaia di chilometri, sono state demolite, rottamate, vendute, date in cambio di un’auto nuova e questa a sua volta demolita, rottamata, venduta, data in cambio… e altre e altre ancora.

Ma adesso, ora che il mio orologio – un altro, non il Wyler Vetta che avevo quel giorno – segna le due e un quarto, adesso io sto pensando a te, a quel pomeriggio afoso, tanto che le nuvole si appiccicavano addosso. Sto pensando che tutto cominciò quando mi sedetti al tuo fianco e cominciai a parlare. Tu raccontavi, io raccontavo. Tu mi guardavi, io ti bevevo con gli occhi. La matita verde con cui riempimmo cruciverba chissà dove sarà finita. E i miei jeans e la mia maglietta blu a righe gialle, e il tuo vestito azzurro, le tue ciabattine bianche, le mie espadrillas chiare… Tanti anni sono passati. Troppi anni. Ma è come se non fossero mai trascorsi se rivedo il tuo sorriso nella penombra dello specchio. Fu quel sorriso a farmi innamorare…

 

6917_1170947285472_1795650_n

HENRI CARTIER-BRESSON, “SIDEWALK CAFÉ”

sabato 23 giugno 2012

Un sogno?

 

Le immagini  si susseguivano  instancabili come una fila interminabile di formiche: si presentavano agli occhi chiusi sotto forma di spezzoni cinematografici o di fotogrammi o di luminose fotografie. Un sogno? O la fusione di pensieri e illusioni con l'immaginario? Mathilda seduta sulla riva del mare o di un lago, assorta, il bel corpo magro su uno scoglio ruvido. “Prima che all'amore voglio pensare al sesso” aveva detto. Ma era lei che baciava lo specchio? Era lei che, presi i vestiti, usciva nuda nella luce rossa tenendo il fagotto sotto il braccio?

Sei troppo bella e la tua bellezza urla triste: guardate le modelle longilinee e senza seno, guardate i loro visi, le labbra: non sorridono mai. Desideravano quello che non potevano avere: poi l’hanno avuto e ora desiderano quello che non possono avere e che forse avevano allora e per loro il giorno è grigio. Mathilda si rotola nuda sulla sabbia e sorride, anzi ride, ride come una bambina, poi si alza e porge il viso al sole, porge tutto il suo corpo come a un dio perché ne faccia ciò che vuole.
     
Vorrei che l'anima mia tutta    
entrasse nel tuo corpo minuto  
ed essere io il tuo pensiero  
ed essere io la tua bianca veste.
*
 
“Più dea che donna” aveva detto e lei non si smentiva nell'ultimo tramonto, Venere di Cipro con quel cappello in testa e le gambe nude si era poi seduta e contemplava la sabbia, calcolava il vento e il fluire del tempo; si rivelava donna sorridendo, animaletto docile e triste che chiedeva carezze.  

Ed io penetrerò intanto            
nel tuo corpo dolce e debole            
e sarò, donna, te stessa             
dimorando per sempre in te.
*

Mathilda ora ti capisco, ora ti so tutta e mi sembra che sia stato sempre così; ora ti comprendo, sento i tuoi dolori come se fossero i miei, ora che non ci sei, ora che non so più dove trovarti.                             

(9 settembre 1991)

 

BEN ALLEN, “SHELTER FOR THE SUN”

sabato 16 giugno 2012

Lo specchio


Stephen Waterhouse entra nella sua camera da letto: dalla finestra socchiusa si infila nella stanza una lama di luce calda, combinazione del sole d’estate e del riflesso sulle pareti tinte di giallo del palazzo di fronte. All’improvviso si ferma, colpito dall’immagine che il grande specchio riflette, nel semibuio della penombra: le lunghe tende di mussola, veli leggeri attraverso i quali traspare un tratto della balaustrata di pietra del balcone, la poltrona con appoggiata una mezza dozzina di libri, il grande letto con le lenzuola bianche. E sul letto, seduta con le ginocchia strette e i capelli sciolti, Fiona. Il veleno e miele di Fiona, amata con una follia degna del miglior Catullo e svanita con la perfidia della peggior Lesbia.

Stephen si avvicina e l’immagine nello specchio naturalmente svanisce. Non le tende candide e profumate di bucato, non la vecchia balaustra del balcone, non la poltrona con i libri, non il letto dalle lenzuola disfatte. Solo Fiona, Solo la sua immagine nuda che si era materializzata per l’abitudine del ricordo, per il desiderio di un sogno, per il mai sopito amore che ancora lo tormenta.

La dolcezza che contro ogni ragione Stephen pregustava – l’amore non conosce ragioni – si è immediatamente trasformata in un amaro fiele, in un succo aspro che più che la bocca dello stomaco gli cinge i pensieri. Fiona è un’ombra. Fiona rimane un’ombra nella sua vita, un fantasma che si aggira qua e là nei giorni. Fiona è lo spettro della sua voglia d’amore e lo fa sentire stupido ogni volta che cade i quei tranelli, in quei miraggi come un carovaniere nel deserto attratto da una morgana. Aveva creduto alla luna, Stephen, l’aveva intravista per un istante nel cilindro del pozzo e, accecato dalla sua passione, aveva creduto di poter allungare una mano e afferrarla.

È a questo che sta pensando Stephen mentre si osserva nello specchio: un uomo sui trentacinque anni vestito con un elegante completo color fumo di Londra, un’impeccabile camicia bianca e una maschera di malinconia.

  Morisot
BERTHE MORISOT, “DONNA DAVANTI ALLO SPECCHIO”

sabato 9 giugno 2012

Sono nato in un laboratorio di maglieria

 

Sono nato in un laboratorio di maglieria… No, in realtà sono venuto alla luce di questo mondo in un ospedale di Bergamo, ma è come se fossi nato in quel laboratorio di maglieria dove i miei nonni e mia mamma sgobbavano dalla mattina alla sera – se dico che erano gli anni del boom economico scoprirete la mia età, ma io non sono vanitoso e lo dico: i ruggenti Sessanta finivano e si avviavano sulla china della crisi del petrolio e degli anni di piombo. E io ero lì, in quel laboratorio, nel mio recinto – ora li chiamano box, forse i pediatri pensano addirittura che sono dei lager in miniatura – io invece mi divertivo, con i miei giochi e le coccole della dozzina di operaie che si portavano il cibo da casa e passavano la pausa pranzo nel cucinino, si scaldavano anche qualcosa, sebbene io ricordi in modo vivido gli incarti oleati con la coppa e il salame.

Giocavo con le costruzioni di legno che tutti i bambini di un anno ancora adesso usano, poi con le macchinine, poi sarò anche uscito da quel recinto, una volta imparato a camminare. Comunque, in breve ho appreso i nomi di quelle macchine e le funzioni – e ogni operaia aveva il suo compito come è sempre stato nel mondo industrializzato, nessuna interinale, nessun co.co.co. Contratti seri. E contabilità sempre in ordine: a quella pensava mio papà, che di giorno lavorava in una multinazionale a Milano e la sera, sorbitosi il viaggio in treno, cenava e si metteva a studiare per diventare ragioniere e intanto batteva a macchina le fatture e riempiva i registri con la sua calligrafia ordinata.

Dicevo delle macchine. Cosa serviva? Dunque: la 8 e la 12, che sfornavano i teli per le maglie: le operaie spostavano il telaio da destra a sinistra e viceversa e a ogni passata il telo si allungava impercettibilmente, ma in breve arrivava alla misura voluta – non è così semplice: bisognava anche controllare gli aghi, spesso si rompevano e andavano sostituiti; c’era da oliare gli ingranaggi, c’erano dei pesi da attaccare ai teli; c’erano i coni di lana o cotone da tenere d’occhio. Poi arrivarono dei mastodonti grigi che lavoravano da soli: le Stoll, con un sistema di lettura a schede perforate che consentiva anche disegni jacquard. E naturalmente, come avrete già capito, il numero di operaie diminuì: una ragazza che si sposava o andava in maternità decideva di non lavorare più e dedicarsi alla famiglia e non veniva sostituita. Lo so, è triste, ma è la legge del mercato. Come è triste che i soldi per un’altra macchina da maglieria, la Coppo, tutta elettronica e smalto panna, andarono praticamente perduti perché nel frattempo era intervenuta una crisi di settore e quell’investimento risultò ormai superato. Mi piangeva il cuore quando la portarono via – avrò avuto già vent’anni e l’attività era ormai alla fine.

Ma proseguiamo nella visita: i teli venivano adagiati su lunghi tavoli dove la magliaia o “maestra” li segnava con il gesso bianco e li tagliava con le lunghe forbici. Il compito della magliaia era quello di mia mamma, che aveva già lavorato in gioventù, a 14 anni, mica come adesso! in un altro laboratorio. I teli tagliati passavano alle macchine per cucire, dove diventavano effettivamente maglie e dove venivano aggiunta la maglia rasata delle maniche e del bordo inferiore e rifinite, se c’erano, le asole o gli occhielli. Un’altra macchina, circolare, serviva per attaccare i colli; e qui c’era da sbizzarrirsi: a V, a lupetto, a lupo di mare, alla coreana, a girocollo, a barchetta, alla Serafino – sì, come il pastore di Celentano. Adesso il prodotto era finito: ci si attaccavano i bottoni se era un gilè o una Serafino e il capo veniva stirato da un’altra macchina, a vapore. Ah, se la avessi adesso invece del ferro! Come mi piacevano quegli sbuffi bianchi.. Qui venivano anche controllati eventuali difetti, se c’erano delle macchie venivano tolte con uno smacchiatore del quale ricordo ancora il nome, il Pludtach. Il prodotto finito veniva imbustato in un sacchetto trasparente con il marchio del maglificio: se l’ordine era di un grossista finiva in uno scatolone o veniva legato in un pacco: quante volte ho accompagnato mio nonno a Milano, a Bergamo, a Monza o a Lecco per consegnarli! Andavamo con la sua Giulia e qualche volta persino in treno. Se invece l’ordine era di un privato, che era venuto nel nostro punto di vendita – un piccolo locale dove c’era anche lo studio in cui mio papà premeva i tasti di una calcolatrice e ne usciva curiosamente un lungo foglio bianco, un serpente di carta ai miei occhi di bambino – allora lo si portava lì in attesa che il cliente lo venisse a ritirare.

Cosa si può dire di allora? Che erano altri tempi, che il lavoro si trovava con estrema facilità, che un lavoro non era mai troppo umile, che ci si accontentava di poco. Che ricordo con molto piacere i rapporti umani che si venivano a creare: ogni anno le operaie venivano portate in gita in qualche località turistica, erano tutte al mio battesimo, invitavano al matrimonio i miei nonni, ancora anni dopo la chiusura del laboratorio ci venivano a trovare… Ce n’è una che incontro talvolta al supermercato e ancora mi saluta e mi chiede come vadano le cose, come stiano tutti… e sono almeno 40 anni che non lavora più.

E poi, poi che cosa è successo? Che i miei nonni sono andati in pensione come artigiani prendendo tra l’altro una miseria – mia nonna si è lamentata di questo fino all’ultimo giorno dei suoi 94 anni – e hanno ceduto l’attività per qualche anno a mia madre. Ma i tempi erano cambiati, le difficoltà imprenditoriali erano sempre più alte, cominciava la concorrenza cinese a prezzi più contenuti. Insomma, non ci stavano dentro più, e nel 1986, dopo aver patito per un paio d’anni l’umiliazione dei lavori su commissione per altre aziende, il glorioso maglificio nato nel 1950 e presente più volte al Comis, la fiera milanese di settore, chiuse i battenti. Ma è sempre nella mia memoria e anche nel mio cuore, visto che sto scrivendo dove un tempo c’era il bobinatoio, l’aggeggio che prendeva le matasse di lana e le trasformava in coni o rocche da utilizzare sulle macchine: infatti, con un’operazione a metà tra la nostalgia e il vintage, quasi vent’anni fa ho trasformato il laboratorio nel mio studio: una specie di loft post-industriale dove mi sento davvero a casa…

 

 cache-ff-fc-fffc395d1c7445717f7feb15b87d1eb3

2011

scritto per TIMU – Le vie del lavoro