sabato 16 novembre 2013

LP

 

Ho trovato il vecchio giradischi in una scatola conservata in soffitta. Accanto c’erano anche i 33 giri, sigillati in un cartone con stampigliato il marchio della Vecchia Romagna. L’ho tolto dalla busta di cellofan, l’ho portato in salotto, ho collegato i cavi, ho infilato il jack di uscita nello stereo e ho messo un LP.

And the big wheel keep on turning neon burning up above and I'm just high on this world
Come on and take a low ride with me girl on the tunnel of love, yeah love love”.
Suonano i miei ricordi e mi sorprende il fruscio del vinile: quell'imperfezione mi apre gli occhi, mi dice quanto tempo sia passato. E la stessa sensazione ho provato nell’estrarre il disco dalla busta e porlo sul giradischi, nel posarvi attento la puntina tra un microsolco e l'atro; erano impacciati i miei gesti, desueti, da fruitore di nuove tecnologie. Neanche più l'asettica custodia dei CD, ormai la velocissima e ampissima scelta dell’iPod, di Spotify, della nuvola.

“Juliet the dice were loaded from the start and I bet and you exploded in my heart ”. Anche i miei ricordi sembrano diversi adesso, lontani, come vissuti da un altro: paiono rivestire addirittura un'importanza diversa, mi sembra che ora sia insignificante ciò cui davo valore e viceversa che sia molto più importante ciò che ignoravo perché lo ritenevo quasi irrilevante. Riecco le mie scelte sbagliate – a posteriori è facile giudicare, dire: avrei dovuto comportarmi così, avrei dovuto dire oppure tacere. Riecco i miei amori perduti, frantumatisi come un calice di cristallo caduto sul pavimento – non sono stati inutili, l’esperienza si costruisce così, frammento di vetro dopo frammento di vetro impari, o almeno ti accorgi che c’è una colla che può saldare quelle schegge.

“I wanna live on solid rock, I'm gonna live on solid rock , I wanna give I don't wanna be blocked , I'm gonna live on solid rock”. Alzo la puntina con un gesto che ormai non mi è più abituale, tolgo il vinile e lo ripongo nella sua custodia rossa e turchese riponendovi insieme anche i miei antichi ricordi.

 

Giradischi

sabato 9 novembre 2013

Il cuore e la ragione

 

Era una sera di luglio, afosa e pesante dopo una giornata in cui il sole aveva picchiato come un fabbro sulle spiagge, sulla tela degli ombrelloni, sui corpi arrossati di villeggianti del nord Europa. Ora che era sceso il buio, svolazzavano falene intorno ai lampioni e l’odore della pineta si spandeva nell’aria calda come la scia di profumo lasciata da una bella donna.

La ragazza sedeva sul bordo della fontana, forse per sentire un po’ di fresco. Indossava pantaloni bianchi e una t-shirt chiara a righe. Aveva uno sguardo triste, l’allegria della sera in compagnia le era estranea. Raccolsi il mio coraggio – ero un ragazzo timido allora – e mi sedetti al suo fianco. Le chiesi che cosa avesse, se in qualche modo avessi potuto strapparle un sorriso. Essere timido aveva il suo vantaggio: suscitava nelle ragazze l’istinto materno, la curiosità di spaccare la scorza per vedere cosa c’era sotto. Lei mi parlò di un ragazzo che preferiva la pallacanestro a lei, che l’aveva lasciata lì da sola per andare ad assistere ad un incontro di basket in qualche palazzetto di provincia. «Che infamia» dissi per consolarla, «come si può preferire lo sport a una bella ragazza!». Sorrise, spalancò le labbra nel più meraviglioso sorriso che avessi mai visto. Mi innamorai. Mi innamorai di quel sorriso. Mi innamorai di lei.

*

    Passò fugace come una cometa nei miei giorni, nella mia estate: così riuscii a definire la sua presenza al mio fianco. La mia cometa. Anni dopo, quando la Hale Bopp rimase accesa per mesi nel cielo, pensai che mi ero ingannato. Il suo volo nella mia vita era più simile allo schianto di un meteorite: un lampo ed era passata. Pensavamo di avere tutto il tempo davanti a noi e invece il tempo ci mancava. Fu questo a perderci, eppure allora lo ignoravamo. Un lampo e l’amore si incenerì come la tundra di Tunguska. Lei divenne la stella caduta nei miei ieri: rimaneva soltanto come un lontano bagliore sempre più fievole il suo ricordo.

*

Si incontreranno mai le nostre strade? O – come è più probabile – le parole “mai più” sono stampate, anzi dolorosamente incise sulla nostra pelle con uno stilo arroventato? Solo nel sogno è possibile un altro percorso comune? Solo nell’utopia del desiderio, dei castelli costruiti in aria, ci sono tratti di vie che paralleli scorrono e poi miracolosamente si intersecano? La realtà, la ragione dicono invece che sarà per sempre l’oblio, che le memorie di quei giorni sbiadiranno come cartoline lasciate al sole nel vetro di una cristalliera. Ma la realtà, la ragione, in fondo, che ne sanno dell’amore?


 

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FOTOGRAFIA © HD WALL CLOUD

sabato 2 novembre 2013

Il colonnello

 

Il colonnello D. guidava un vecchio Volkswagen Maggiolino color scarabeo, aveva una barba sale e pepe e la fama di pazzo: i soldati lo temevano per le punizioni che spesso distribuiva a casaccio, senza senso. Al campo estivo di Ponte di Legno, per dire, diede sette giorni di CPS ad una sentinella che, fedele alla consegna ricevuta, rimase in silenzio quando lui, di ritorno dal paese a mezzanotte, lo interpellò: «Parla, rispondimi! Sono il tuo comandante!». All'adunata del mattino fu lui stesso a raccontare il fatto, rosso in viso, furibondo, e qualcuno di noi si immaginò la faccia che aveva la sera prima, quella di Michelangelo quando scagliò via il martello perché il suo Mosè non parlava. Quella volta tutti lasciammo con grande fretta lo spiazzo e ognuno quel giorno compì il suo dovere con grande diligenza e attenzione. Sempre in quel campo estivo il colonnello un giorno sorprese le guardie addormentate nella tenda che fungeva da corpo di guardia: stavano riposando, com’era giusto che fosse, mentre un altro soldato era alla sbarra. La punizione immeritata fu anche per loro sette giorni di CPS.

Ma il colonnello D. era burbero anche in caserma: punì un caporale per essersi attardato un po' di più alla pausa spaccio delle quattro: stava seguendo una tappa del giro d’Italia che attraversava il suo paese. Nessun lavoro sembrava ben fatto, c’erano sempre foglie da raccogliere, piatti e pavimenti da rilavare, magazzini da mettere in ordine. Quando il fischietto e il rombo del Maggiolino annunciavano che il colonnello aveva varcato il cancello ed era uscito, tutta la caserma, dai soldati ai sergenti, dai marescialli ai sottotenenti, persino i muri credo, si rilassava, paventando il momento in cui il fischietto avrebbe annunciato nuovi guai.

Rimasi solo un mese in quella caserma diretta dal colonnello D., poi venni trasferito. Ritornai solo all’atto del congedo, per soli tre giorni. Per oltre nove mesi però avevo udito parlare - mi trovavo in un’altra caserma della stessa città - di punizioni strane e immotivate, gli ex compagni nei bar mi raccontavano storie surreali ed episodi strambi in cui il protagonista era il colonnello. Così, tornando nella sua caserma, tolsi la spilletta metallica con il numero 5 dal fregio del cappello - mi avevano detto che faceva scattare la punizione -e nascondevo i capelli troppo lunghi da congedante, cercavo di girare al largo il più possibile. Però facevo male: il colonnello D. ci firmò libere uscite per quei tre pomeriggi e lo trovai affabile il mattino in cui mi consegnò il congedo: «Bravo, hai svolto un buon lavoro. grazie. E auguri per la vita da civile». Se si accorse che ero rimasto a bocca aperta non lo so... Poi mi ripresi e lo salutai, stringendogli la mano.

21 giugno 1999

 

Colonnello

sabato 19 ottobre 2013

Otto anni dopo


Il lago scivolava via d'un verde turchino dall'aspetto oleoso. I battelli della “Navigarda” attraccavano con puntualità e Giovanni li accompagnava con lo sguardo: da puntini in movimento si accrescevano fino ad essere riconoscibili e dopo l'attracco e la breve sosta in porto rimpicciolivano fino a scomparire all'orizzonte.

Tra la gente scesa dall'ultimo battello Giovanni riconobbe un volto noto ed ebbe un tuffo al cuore: “Anna!” gridò come mosso dall'istinto. Non riusciva a capacitarsi: perché mai aveva gridato a quel modo senza nemmeno pensarci? Anna si avvicinò: non era sola, infatti con lei un'altra ragazza si era staccata dal gruppo che guadagnava l'usci-ta del porto. “Ti avevo lasciata ragazzina e ora sei una giovane donna” disse Giovanni un po' imbarazzato come se il passare del tempo fosse qualche cosa di innaturale. Anna citò Virgilio: “Fugit irreparabile tempus” e dopo un sorriso presentò Valeria, la ragazza che era con lei.

“E ora che fai?” chiese Giovanni, che si sentiva sempre più impacciato, forse anche per la presenza di Valeria. “Lavoro all'albergo con i miei. E tu, cos'hai combinato in tutti questi anni?”. “Ho scritto: articoli, libri, poesie, di tutto“. Voleva aggiungere: “Sono ancora solo” ma la vista della snella Valeria lo inibì. Pensò che Valeria era molto simile all'Anna di quei tempi andati, l'Anna diciottenne che aveva baciato una sera lungo il mare e che la mattina dopo era partita. “Ho fatto anche il militare e sono sempre libero da vincoli” aggiunse senza riuscire a esprimere quel “solo” che gli ronzava nella mente. “Neppure io mi sono sposata” disse Anna guardandolo ancora più a fondo negli occhi.

Il sole tramontava nel lago, accerchiato da nubi che ne diminuivano la luminosità. “Avete fretta? Posso offrirvi qualcosa?” domandò Giovanni e, rassicurato dalle due donne, si diresse con loro al caffè di fronte al porto. Ordinarono tre coppe di gelato. Valeria interloquì: “Così, tu scrivi. Mi piacerebbe moltissimo. Io ogni tanto butto giù qualche poesia, ma trovo difficoltà nell'esprimermi in prosa“. Giovanni iniziò ad elencare le soddisfazioni e le difficoltà della sua professione e si interruppe per l'arrivo del cameriere con i gelati. Continuava a pensare che Valeria, più della stessa Anna, rassomigliava all'adolescente di quella sera in riva al mare.

Anna finì la sua coppa e ruppe gli indugi: “Giovanni, purtroppo ora dobbiamo proprio andare. Sei stato davvero gentile” e ciò detto si alzò per andarsene. Giovanni stentò a riconoscere l'Anna che aveva amato, così socievole, così attaccata ad ogni conoscenza. Come ridestandosi da un sogno, trovò la forza di chiedere: “Dove posso trovarti?”. Allontanandosi, Anna gli gridò il numero di telefono.

(14 maggio 1990)

 

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RICHARD BOYER, “CAFÉ IN ST. REMY”

sabato 12 ottobre 2013

Seguendo la voce di Venezia

 

Dopo molti anni sono tornato a Venezia. E l’ho fatto con lo spirito del viaggiatore e non del turista, come mi piace quando visito una città. Per questo ho seguito il consiglio di Tiziano Scarpa, scrittore veneziano: “Anche a Venezia, basta che alzi gli occhi e vedrai molti cartelli gialli, con le frecce che ti dicono: devi andare per di là, non confonderti, Alla ferrovia, Per san Marco, All'Accademia. Lasciali perdere, snobbali pure. Perché vuoi combattere contro il labirinto? Assecondalo, per una volta. Non preoccuparti, lascia che sia la strada a decidere da sola il tuo percorso, e non il percorso a farti scegliere le strade. Impara a vagare, a vagabondare. Disorientati. Bighellona”.

Così ho fatto: mi sono perso, mi sono lasciato condurre per le calli, per i ponti, per campi e campielli seguendo l’ispirazione del momento, una luce, uno slargo o al contrario una strada che si apriva tra i muri come una fessura. Ho lasciato che fosse Venezia a chiamarmi, a guidarmi, a suggerirmi il percorso. Una bifora, una bandiera, una teoria di panni stesi, un riflesso rovesciato nell’acqua lucida di un canale, un campanile apparso all’improvviso dopo una delle tante curve o emerso da un sotoportego, un palazzo fiorito scendendo da un ponte in qualche fondamenta.

Ed ho potuto sentire l’anima di Venezia, il suo canto sommesso e misterioso, la sua bellezza antica e piena di storia, le leggende dei dogi e dei nobili. Ho scorto qua e là il fantasma di una bautta, l’ombra di Casanova, lo spettro di Goldoni, lo spirito di Vivaldi. Ho colto quel suo fascino sottile che emana dai campielli deserti dove spicca una vera da pozzo, dai balconi fioriti, dalle facciate dei palazzi.

Certo, mi sono avventurato anch’io fino al Ponte di Rialto, fino al carnaio umano di Piazza San Marco. Ma mi sono allontanato subito, via da quella folla che prende la città per un enorme parco dei divertimenti, per una Disneyland sull’acqua. Io fotografavo Venezia, cercavo di immortalarne la grazia, di imprigionarne un pezzetto nel piccolo file digitale, i turisti erano invece impegnati a fotografare se stessi in posa davanti al campanile o alla basilica o sulle balaustre di Rialto.

Me ne sono andato verso l’Accademia, perdendomi ancora una volta da Campo San Moisè in là per Calle delle Ostreghe, per Calle dello Spezier, per Campo Santo Stefano, assaporando la lingua veneta sulla lingua come un dolce. Perché viaggiare non è vedere un posto, non è sedersi quasi annoiati su una panchina, non è ciondolare tra un monumento e l’altro come per un contratto: viaggiare è un atto di amore con una città.

5 ottobre 2013

 

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FOTOGRAFIA © DANIELE RIVA

sabato 5 ottobre 2013

Breve tramonto

 

Nella stanza già era buio: le ombre della sera sembravano già calate.

Ma fuori una larga lama di sole, dell’ultimo sole, accendeva di luce la campagna spazzata dal foehn, che ululava caldo e minaccioso.

Sotto un cielo cupo, pur essendo ancora nelle tonalità dell’azzurro, le colline luminose brillavano di riflessi rispecchiati dai vetri delle case disseminate qua e là come i granelli di zucchero sulle ciambelle. Le ombre dei rilievi e delle forre erano perfettamente visibili, simili ai crateri lunari nelle notti in cui l’astro è pieno.

Piccole vaporose nuvole bianche, inconsistenti come garza, come il tulle dei tutù delle ballerine, sovrastavano la sommità tondeggiante delle colline.

Più vicino, sulle case dipinte di bianco, la luce era proiettata come su uno schermo cinematografico, d’un giallo vivo. I tetti erano di un rosso altrettanto vivo, quasi sanguigno, e l’ordine delle tegole vi spiccava con evidenza.

Gli alti monti a nord vivevano di luce riflessa: il primo, di un verde azzurro, il colore che ha la spuma dei fiumi tumultuosi che si gettano nelle rapide; il secondo quasi violetto, simile ai riflessi di una brocca di vino rosso. Entrambi erano liberi dalla neve, pur essendo gennaio.

Lo spettacolo non durò che pochi minuti, forse dieci, forse quindici: questa era la cosa più straordinaria, questa era la sua importanza.

10 gennaio 1995

 

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PAM CARTER, “ROOM WITH A RUM VIEW”

sabato 28 settembre 2013

Una coppia

 

La fenditura delle labbra dipinte d’un rossetto color terra è la bocca di una grotta per ripararsi dalla pioggia, lui vi entra e la sente tutta sua, stringendola a sé diventa suo anche il seno, un imbarazzo morbido che permea la sua carne, che si fa la sua carne e uomo e donna adesso sono una creatura che non ha sesso e che li ha entrambi.

Nel portone buio filtra un raggio di lattea luce proveniente da un lampione, i fiati sono evidenti, promanano da corpi accaldati. Non piove più, sottobraccio lui la stringe ancora mentre vanno via e si appartengono.

Lei gli sta raccontando che vorrebbe tanto abitare in una casa tra i monti, quelle di legno con le finestre delle ante dipinte a strisce bianche e rosse, con i canali di rame e i fermaneve tra i coppi d’ardesia, con cascate di gerani ai davanzali, con un camino e, in giardino, una catasta di legna ed un pozzo, oppure una fontanella. Gli sta disegnando la vita che trascorrerebbero lì: avrebbero un gatto, forse un cane - un pastore tedesco o un dalmata, lui a spaccare la legna quando occorre, la staccionata potrebbe dipingerla lei, magari mentre lui d’estate, seduto in veranda, scrive il suo nuovo romanzo. E poi lei certamente si metterebbe a dipingere: i ghiacciai, le vette, coprirebbe le tele con il verde dei pini, con i rossi e i gialli dei tramonti. «Chiudi gli occhi» gli dice «prova a immaginare solo un istante».

Lui tace. Pensa che lei sia come il vento, che cambi l’umore come il tempo e le stagioni, che il suo amore sia come una foglia sul ramo e forse presto si staccherà, sicuramente si staccherà il giorno in cui lui finalmente non sarà più stregato dalla sua bellezza. Il suo cuore ha cadenze strane, fasi lunari, gli viene da pensare: chissà se sono così tutte le donne? Un giorno giura di amarlo alla follia, fa progetti di vita in posti lontani, lo copre di baci e di carezze, lo invita all’amore; un altro è fredda e distante come una stella, giunge quasi ad insultarlo; il giorno seguente è zucchero e miele, si emoziona per la luna o per un tramonto.

Crede di conoscerla ma in effetti - quasi rabbrividisce al pensiero - non conosce che il suo corpo, quel corpo che genera calore nel cappotto, che sente al suo fianco destro, avvinghiato come un animale marino allo scoglio o al pilone di un pontile. Conosce bene il suo copro: potrebbe farne una mappa dettagliata: le colline gemelle dei seni, l’avvallamento del grembo, il fiore esotico del sesso, le gambe da ballerina. Ma il resto, quanto al resto ci vorrebbero migliaia di geografi e anni di lavoro... come adesso che parla di una casa in montagna, un maso magari.

Ora lei sta sorridendo, lo guarda e sorride: sembra che tutta l’anima le sia sul volto, quasi potesse leggergli nei pensieri. Sorride e gli ruba un altro pezzo di cuore con la sua semplicità (o non è che sia invece una delle sue personalità?), sorride e lo strega con i suoi sguardi ingenui (o fintamente ingenui?) eppure così smaliziati. “Mi legge nel cuore” pensa “siamo così uniti eppure così lontani, così uguali e così diversi: sorride delle mie debolezze, delle mie ansie, delle mie malinconie. C’è un muro tra di noi, c’è sempre stato, anche quando i nostri corpi diventano una cosa sola. Non è ipocrisia come talora di e lei riempiendosi la bocca di una parola ad effetto. È che siamo due pianeti su orbite diverse, due navi che percorrono rotte verso porti assai distanti tra loro”.

«Sapessi...» dice lei come un vanto, come un mistero, come un misconosciuto segreto, interrompendo i suoi pensieri. «Sapessi...» ripete e non prosegue: lascia lì quei puntini di sospensione come una vestale il fuoco sacro, li calca fino a farli diventare l’intera frase, sono pause musicali che durano ormai d intere battute. Poi scoppia in un’argentina risata a rivelare il gioco: «Sapessi che voglia ho di avere un bambino! Ci pensavo prima mentre ti raccontavo della casa in montagna: un gatto, un cane e... perché non un bambino?»

Lui tace. La bacia. La saluta e la lascia davanti casa. Lei è entrata, si è spogliata e si guarda allo specchio: ritrovai suoi difetti noti solo a lei, alcuni addirittura solo alla sua immaginazione. Si protende,si sorride, guarda il seno che si gonfia e la curva del ventre. Lo accarezza e dice: «È già dentro quel bambino...»

2 febbraio 1998

 

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JACK VETTRIANO, “DRIFTERS”