sabato 2 agosto 2014

Come le strade

 

Ti conosco come le strade di questa città dove ogni tanto mi capita di tornare. La prima volta avevo forse tre anni, l’ultima è stata lo scorso maggio. Gli oleandri, le palme, il giardinetto davanti alla chiesa, la via centrale dove si aprono tutti i negozi, la fontana azzurra al fondo. Non ci si può dimenticare, è come andare in bicicletta, come fare l’amore: una volta appreso, quello è.

Eppure, l’ultima volta - non ero solo, c’era gente con me che non era mai stata lì - mi è capitato di prendere una traversa sbagliata. Come succede ai calciatori che sbagliano un gol per troppa sicurezza o che per troppa confidenza compiono un retropassaggio troppo corto e l’attaccante avversario ne approfitta. Non ho fatto una piega, ho finto che fosse proprio quella la strada che dovevo prendere. E del resto sapevo che sarebbe sboccata comunque sulla via traversa. Lo speravo almeno. Chi era con me avrà creduto che volessi prendere una scorciatoia, che avessi scientemente voluto passare per quella strada. Che era sbagliata me ne accorsi a metà, quando mi apparve un ristorante che non avrebbe dovuto essere lì. Ma, come ho detto, finsi di nulla e tirai avanti finché con sollievo ritrovai la via che era la nostra meta. solo un centinaio di metri più avanti nel normale.

E allora ti conosco così, amica mia, ti conosco alla perfezione anche se talvolta mi sorprendi e forse per errore mio oppure perché così deve essere, perché l’imprevedibilità è un sale che può dare maggiore sapore alla nostra tranquilla felicità amorosa.

 

Groat

HALL GROAT II, “TIMES SQUARE”

sabato 19 luglio 2014

Noi

 

    Dico che non è una cosa importante, minimizzo, ma alla fine succede spesso che mi sorprenda a pensare – l’ultima volta ieri, mentre ero seduto in treno e la sera esplodeva in un virulento tramonto – a pensare, dicevo, se tu faccia parte della mia vita in modo ormai inscindibile, se i legami si siano stretti talmente da essere indistricabili anche se tu sei di un altro ormai.
   
    E poi, come un sognatore che costruisca castelli in aria, mi perdo a fantasticare incontri che mi facciano dimenticare te, che mi facciano dimenticare questo amore – “amore” sì, lo devo definire così perché ogni altro termine è inadeguato, amore vivo, amore eterno – anche se so che nessun’altra donna potrà mai farmi battere il cuore così come fai tu.

    E allora, come posso tollerare che stasera tu stai con un altro, e cento altre sere, e cento altre notti, che sarà lui a sfiorare la tua pelle di seta, a tenere i tuoi seni tra le mani? Come posso sopportare senza impazzire questa idea? Come posso immaginare i gesti che gli fai, le parole che gli dici? Solo pensando che facendolo tu stia ancora pensando a me, che se sfiori la sua pelle è la mia che invece dentro di te sogni di sfiorare, che lo baci ed è me che baci, che piangi ed è per me che piangi.

    Ed è bugia quello che dici a tutti, ai nostri amici, alle tue amiche con cui dividi la palestra e i segreti: “Non lo amo più”. Io lo so che non è vero, tu lo sai che non è vero. Io so, tu sai che siamo ognuno parte della vita dell’altro, che nonostante tutto – anche divisi, anche lontani – non siamo io e te, siamo ancora noi.

   
[basato sulla canzone Ogni volta di Antonello Venditti]

 

rain-photography-19

sabato 12 luglio 2014

Un lampione giallo

 

C’è una fotografia di qualche anno fa in cui sorridiamo abbracciati. Tu indossi una maglietta turchese e porti i capelli biondi sciolti sulle spalle. Io ho una camicia a quadri e lo sguardo un po’ stupito che mi viene nelle fotografie. Allora, quando la notte stanco posavo il capo sul cuscino, tu eri il mio rifugio. Con te dimenticavo il buio che avvolge la realtà oltre la finestra e le imposte, dimenticavo tutte le tensioni del giorno accumulate alla base del collo. Ascoltavo il tuo respiro accanto a me e mi immergevo nel sonno del tuo amore come in un lago di montagna, puro e cristallino.

Un mattino di primavera, quando quel nostro amore era ancora ai suoi esordi, eravamo fermi a guardare lo splendore dell’Adda dalla balaustra del traghetto: il cielo era una pioggia di riflessi e scomponeva il tuo viso alla luce, piccole onde passavano frangendo la superficie scura di quello specchio. Pensavo che finalmente ero insieme a te e i piccoli anatroccoli dei cigni lungo il fiume ben rappresentavano il nostro amore, un grigio batuffolo di piume.

E passeggiando per i parchi che l'autunno tingeva di giallo il tempo vestiva la tua maglia chiara, la luce accendeva l'oro dei capelli. Il cielo di Milano si riversava come un fiume nelle cascate rapide delle ore: ti ascoltavo e le tue parole davano sussulti, mi aggrappavo al profumo di menta delle tue labbra. Dove tu posavi la borsa fioriva un mondo – la sedia del caffè, ad esempio – e i discorsi galleggiavano, attinie nel mare del pomeriggio, nella noia grigia che frantumavi già solo con la tua presenza. Ridevi, e spalancavi universi in cui precipitavo sereno e lieve senza più il peso di tutti i miei affanni.

Come quel giorno che mi chiedesti se la felicità esiste o è solo una giornata tirata a lucido,

un tempo levigato come un ciottolo di fiume, un filo teso tra due estremi di noia, di insofferenza o di disinganno. «Accarezzami» risposi, «tienimi stretto, lascia che ci scorra addosso la luce, non ti curare di questi pensieri, del mondo fuori, delle circostanze. Felicità è il tempo strappato al nulla». Ero forse conscio che un giorno ti avrei perduta, così come ti avevo trovata.

Eppure, ora il vento che taglia in due la notte e spazza i viali mulinando foglie secche non riesce a cancellare il silenzio di te che mi rimbomba al centro della testa. Nella strada un lampione giallo brilla più intenso degli altri, come il tuo ricordo lungo i bastioni dei miei pensieri.

 

Pink show

LEONID AFREMOV, “PINK SHOW”

sabato 5 luglio 2014

Una primavera a Merano

 

Alle cinque il maresciallo Peruzzello e i Carabinieri salirono sulle loro auto e se ne andarono, come ogni sera, attraverso il cancello verde che uno dei tre ragazzi aveva aperto. La primavera diffondeva i suoi effluvi, con i ciliegi in fiore sulle colline circostanti; un tepore piacevole aleggiava nell’aria. Andrea chiuse il cancello, poi lanciò una pallina da tennis nel cortile. I ragazzi cominciarono a giocare a calcio con quella piccola sfera utilizzando il solido cancello verde come porta. Al di là dell’inferriata pulsava la vita: scorrevano automobili, motorini, biciclette; gli autobus arancioni dell’azienda municipale sostavano e ripartivano caricando e scaricando gente, quelli blu della società Dolomite entravano nel vicino deposito, altri ne ripartivano. Il sole calava e nella conca dei monti scendeva l’oscurità. Andrea pensava che mancavano pochi giorni al congedo, si beava di quella situazione, sentiva che tutti gli sforzi di un anno svanivano lentamente nel sapore della libertà che si apprestava a gustare di nuovo.

Ora non si vedeva quasi più, si accendevano le luci della strada, si illuminavano le finestre dei palazzi. Andrea raccolse la pallina e chiuse l’ufficio. Ferrola serrò la porta del Nucleo Carabinieri. I tre ragazzi si avviarono verso la camerata per farsi una doccia e cambiarsi prima di uscire.

Quella sera decisero di cenare al ristorante cinese Kota Radija: forse fu la primavera a imporre la scelta. Entrarono attraverso la porta adorna di lampioni di carta e di ideogrammi. Presero posto ad un tavolo da cui si vedeva il giardino: nel centro c’era un albero gigantesco e sui rami centinaia di gemme erano pronte ad esplodere in verdi foglie. Una dolce musica orientale suonava. La cameriera, una giovane ragazza orientale minuta e molto carina, portò birra di Shangai e “nuvole di drago”, riso alla cantonese e pollo alle mandorle. Provarono a mangiare con i bastoncini, solo Andrea continuò per tutta la cena. “Sono un veterano” pensò con un sorriso ricordando la prima volta che era stato lì e la cameriera che gli aveva insegnato l’uso delle bacchette posizionando le dita con le sue mani morbide.

 

1997

 

Ferrario e Rossi

  FOTOGRAFIA © DANIELE RIVA

sabato 28 giugno 2014

Merano

 

Merano è un anno della mia vita, quello del servizio militare passato in tre caserme: la “Rossi” del Centro Addestramento Reclute, la “Leone Bosin” del Reparto Comando e Trasmissioni Orobica e la “Cesare Battisti” del Battaglione Logistico dove venni aggregato e dove passai i restanti nove mesi. Ogni tanto apro la mappa e parto a inseguire ricordi.
 
Merano è la città “imposta” che ho imparato ad amare e ad apprezzare. È la città dei Portici e delle Terme, dell’antica chiesa di Santo Spirito e del Duomo dal tipico aspetto tirolese. È la città delle famose passeggiate lungopassirio che costeggiano il fiume e si snodano sulle alture che la circondano: la più celebre è quella che attraversa la città e che ospita il  Mercatino dell’Avvento. È per questo motivo che ci sono tornato l’ultima volta, cinque anni fa. C’ero già tornato un paio di volte. E ogni volta ho scoperto che le caserme, con la sospensione della leva, sono in un degrado totale, se non addirittura demolite, come la “Leone Bosin”. Il viaggio dunque non può che avvenire nel ricordo, nella memoria per certi luoghi che hanno segnato la mia vita, che mi hanno consegnato amicizie che durano tuttora.
 
Chi ci passa, chi ci va in villeggiatura, trova ottime offerte, svaghi, concerti, passeggiate; può salire in seggiovia a Tirolo o raggiungere i boschi di Avelengo-Merano 2000, divertirsi. A me invece riporta fantasmi e apparizioni, ricordi che si manifestano all’improvviso in una via o in un angolo caratteristico. Come all’ippodromo: è lì che, in un soffice turbine di semi di pioppi, il 21 maggio del 1988 prestai giuramento…

 

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sabato 21 giugno 2014

L’estate del 1982

 

Dal fondo dimenticato di un cassetto saltò fuori una fotografia: Anna! Quanto tempo era passato, quanti anni avevano mutato le vite e la storia... Paolo ricordò subito quando aveva scattato la fotografia: c'era un minaccioso temporale in arrivo, segnalato da nuvole di carbone e il mare era agitato e limaccioso. Trovarono rifugio in un bar poco prima che la tempesta si scatenasse. Ricordava che, dopo che il temporale si fu placato, erano andati al pontile e là, in mezzo al mare, con il vento che scompigliava i capelli, aveva baciato Anna: la sua bocca sapeva di rosa, i suoi occhi erano pieni d'amore.

Paolo riandò subito col pensiero al loro addio, quella stessa estate: Anna cambiava città e lui non poteva seguirla, così legato ai suoi luoghi, agli amici, agli studi, c'erano troppe sensazioni, troppe emozioni che lo trattenevano lì. Era stata una bella estate quella del 1982, con la follia che aveva preso l'Italia per le imprese della Nazionale di calcio trionfatrice del Mondiale spagnolo. Paolo riandò con il pensiero alla notte dell'11 luglio, subito dopo la consegna della Coppa del Mondo nelle mani di Zoff, quelle mani grandi che avevano contribuito alla vittoria che sollevano al cielo il trofeo. E con Anna era sceso in strada, avevano un grosso tricolore e le lacrime agli occhi per la gioia, cantavano a squarciagola "Fratelli d'Italia" e sfottevano i tedeschi che affollavano quella località balneare.

Anna, poco incline alla passione per il calcio, quella volta invece cominciò a scaldarsi durante Italia-Argentina e si scalmanò per i gol di Rossi al Brasile. E al termine della partita si erano abbracciati, la voce roca per il tanto gridare e l'intuizione che ormai era fatta: nessuno avrebbe più potuto fermare gli "azzurri". Paolo ricordava poi le canzoni urlate sulla spiaggia, la sera con gli amici: "Es un sentimiento nuevo che mi tiene alta la vita, la passione nella gola, l’eros che si fa parola…" e le risate ritornando per Viale a Mare ormai de­serto. Ricordava le gite in bicicletta, le serate al cinema all'aperto con le zanzare e Anna che si stringeva a lui.

Paolo sentì la nostalgia prendergli il cuore: non riusciva a staccare gli oc­chi da quella fotografia. E con i ricordi gli sorgevano domande sulla sorte di Anna: si chiese che lavoro facesse, se fosse sposata, magari con dei bambini. E soprattutto si chiese se Anna si ricordasse ancora di lui e di quell'estate.

 

tardelli

sabato 14 giugno 2014

Lettera non spedita (X)


Cara P.,

quante cose non ti ho saputo dire, quante altre non ti ho voluto dire: l’estate correva con i suoi giorni di sole come cavalli sulla riva del mare e io invece credevo di avere tanto tempo per esprimerti i miei sentimenti, per raccontarti il futuro come lo vedevo. Credevo di avere davanti dei secoli allora e invece erano solo giorni, ore, minuti, e tutto quello che dovevo fare con te non l’ho fatto, per timore di ferire te o me, oppure per mancanza di coraggio, se vuoi metterla così.

Il risultato di ciò è che infine sono precipitato nel rimpianto di te, quando il ricordo di un tempo ormai perduto avvelena una gioventù che svapora, che si allontana sorda ai richiami di chi grida per chiamarla, certo che infine si volterà. Non si è voltata, non si volta mai: è una donna perduta per sempre, come te.

E tutte le cose che dovevo dirti allora non te le dirò adesso: il tempo che talora è balsamo per certe ferite talvolta si rivela invece veleno – farmaco è parola greca che consente entrambe le accezioni – così non mi umilierò, non mendicherò pietà, non mi prostrerò davanti a una dea che forse per misericordia o convenzione fingerebbe di udire le mie parole sorridendo senza dire. Semplicemente metterò questa lettera nel cassetto, insieme alle altre che non ti ho mai spedito.


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FOTOGRAFIA © PETAR MILOSEVIC