sabato 30 luglio 2016

Dopo quarant’anni

 

Oggi, dopo quarant’anni, ho rivisto una mia compagna di classe delle elementari. Il mio percorso scolastico, dopo la scuola in paese con i miei coscritti, mi portò lontano da qui, verso posti sempre più lontani. Insomma, ci perdemmo di vista dopo l’esame di quinta elementare, dopo l’oratorio, dopo i nostri undici anni.

Certo, da soli quasi certamente non ci saremmo riconosciuti, ma lei era con sua madre e io con mio padre: sono stati loro a “riconoscere” in noi gli antichi compagni di classe. Ci siamo scambiati le informazioni indispensabili su questi quarant’anni: lei si è sposata, ha tre figlie, abita in un paese distante una quindicina di chilometri, più all’interno nella provincia. Era curiosa della sorte di alcuni dei compagni, che ha nominato. Chissà, tasselli nella memoria, visi di bambini che avevano allora un certo interesse.

Mi sono sentito addosso il tempo, non come un enorme macigno, come un peso piuttosto, ma un peso naturale, come lo zaino dell’escursionista che affronta la montagna: come quello ha l’equipaggiamento, la bussola, la torcia, la borraccia con l’acqua, noi abbiamo i nostri dolori, i nostri studi, le nostre gioie, gli amori, le illusioni…

Sono bastati cinque minuti a raccontarci sommariamente, mentre le cicale cantavano sotto i cipressi del camposanto – sì, perché quello è il luogo dove ci siamo incontrati, dove riposa mia madre, dove da qualche mese è sepolto suo padre. Ed è un altro sintomo del passaggio di questi quarant’anni: sempre più spesso incontro i miei compagni delle elementari in questo piccolo e ordinato cimitero di paese, ognuno di loro ha i suoi cari da onorare con un fiore e una preghiera, e spesso accompagna il genitore che è rimasto, ormai anziano, ricambiando amorevolmente le cure che ne aveva ricevuto.

Ci siamo salutati con un ciao, come quando da bambini lasciavamo l’aula e tornavamo a casa con le nostre biciclettine, e questi quarant’anni – nonostante tutto – non sembravano poi così tanti.

 

Saia

PASTELLO DI TERESA SAIA

sabato 23 luglio 2016

Ho sognato il mare

 

Ho sognato il mare. Era un mare di maggio, mare mosso, mare in contraddizione che si perdeva sulla riva in larghe pozze calde di bassa marea. Ho sognato il mare, quel nostro mare. Dalle parti delle Terme già c’era la gente sulla spiaggia con magliette e giubbetti di jeans, che camminava e discorreva. Due ragazze si divertivano a fare la ruota in quell’acqua bassa, schizzavano riflessi dorati tutt’intorno.

Il vento del mattino accarezzava la baia, agitava il gran pavese colorato steso al di là della spiaggia. Le sue scarpe da tennis bianche e rosa erano appoggiate sulla sbarra dove legano i pattini, un peschereccio indefinito navigava al largo. Nel suono ipnotico della risacca il sole ingialliva il cielo ad Est, le barche rovesciate sulla riva, i riflessi danzanti sulle onde. Il cielo stava per cadere in me o forse solamente si attorcigliava sui miei capelli, sui miei vestiti, sulla mia figura e l'ombra lunga bagnava la battigia. Rimanevo lì come stordito, come se un pugno avesse centrato il mio viso – come il Catullo di Ille mi par esse deo videtur avevo il respiro mozzato, mi sentivo le gambe molli, più non mi reggevo in piedi. Così la bellezza mi aveva colpito, una sera di luglio ormai lontano. Non ho potuto mai dimenticare quei colori, quel suo dolce sorridere.

Credo di averle dato più rispetto di quanto meritasse: il mio errore principale fu quello e lo ammetto. Ma come possono virtù ed amore considerarsi difetti? Avrei dovuto ledere la mia morale? Tra i dubbi neppure oggi lo farei, pur avendo piazzali di alibi per fuggire. Sono sempre il timoroso e il prudente di allora: rischi solo calcolati. Eppure la rispetto ancora; nel ricordo, nel sogno, nella mente. Ero il buon compagno gozzaniano, il good fellow, penso davanti allo specchio inseguendo ricordi nel mattino. La radio passa canzoni come sottofondo: sanno di nostalgia in questa nuova estate. E mi guardo con le guance e il mento insaponato e ricordo il bravo ragazzo che fui, quello che sempre ascoltava, che sapeva far ridere le donne...

Ho sognato il mare ma lei non c’era.

 

Spiaggia

FOTOGRAFIA © ANGIE MACKENZIE

sabato 16 luglio 2016

Diarietto amoroso

 

25 luglio

Luce di solleone, noia del pomeriggio. Un sottile languore, un'apatia tipica delle lunghe giornate d'estate. Un sonnellino di un quarto d'ora sembra lenirla, poi ritorna questa abulia, come un velo di sudore. Nella strada passano automobili, lontano c'è un motore che ronza, forse una motosega, forse qualche altro macchinario. Di tanto in tanto si leva un filo di brezza, lo si sente sulla pelle, lo si vede lieve accarezzare appena le fronde. E tutto galleggia in questo svuotamento della volontà.

29 luglio

“L'amore è come la poesia: o è amore o non esiste”.
DE RITA, MAIURI, SALERNO, Sceneggiatura di “Eutanasia di un amore”, 1976

11 agosto

Che cosa romantica stasera restare fuori ad osservare le stelle per scorgerne una cadente ed esprimere un desiderio stipato in un cassetto del cuore.

15 agosto

Dicono che talvolta mi lamento nel sonno. Chissà quali torture o dolori - o quali piaceri - incontro in quella momentanea follia che è il sogno.

20 agosto

“…quella che ha tutto e non ha niente… di me” cantano i Pooh adesso alla radio . Sono io “il vero uomo da avere accanto”, il respiro che lei respirerebbe, la scelta per la vita?

…piccole cose, come andare insieme all’Ikea e scegliere qualcosa per la casa: un tappetino per il bagno, una lampada, un copri piumone per il letto matrimoniale. E ancora andare a fare la spesa, cogliere tra gli scaffali come fiori soltanto quello che ci serve. E passeggiare insieme, piano, senza meta, guardando i giardini, le cose, tenendoci per mano. Molto romantico e vagamente ingenuo.

23 agosto

Si invecchia, anzi, si cresce. nulla più.

25 agosto

Mi manca. È nell’assenza, nella lontananza che tutto si amplifica. Il desiderio di lei diventa addirittura insopportabile a volte, come un’ansia d’aria, una sete inestinguibile che continua ad aumentare. Racconto di lei al vento, alla luce, la mimetizzo tra le rose del giardino. E allora sì, mi manca un po’ meno.

2 settembre

“Non esistono amori felici / ma per noi due c’è il nostro amore”.
LOUIS ARAGON

9 settembre

«Cosa siamo?» mi chiede, «Noi due cosa siamo?». «Di più» le rispondo.

Noi siamo entrambi Florentino Ariza, il tempo, il destino, il futuro è Fermina Daza - alla fine la nostra attesa sarà premiata.

11 settembre

Chiama questo suo porsi “sentimento”, domanda se anche io lo provi, in caso contrario se ne rattristerebbe. No, tranquilla, anche io lo provo.

12 settembre

“Sai tu che in un bacio mi regali una poesia?
WANG JINGZHI, Vento di Hui

15 settembre

Ho sentito l’amore palpitare nelle sue parole, non come un lampo, piuttosto come un’onda, una dolcissima onda calda e setosa.

18 settembre

“Quando siamo amati, lo sentiamo. Il sentimento s'imprime in tutte le cose e attraversa lo spazio.”
HONORÉ DE BALZAC, Papà Goriot

 

Conversazione

RAFAL OLBINSKI, “CONVERSAZIONE”

sabato 2 luglio 2016

Viaggio in tram

 

Piove sulla città e sui taxi bianchi, piove sui Navigli e le grosse gocce disegnano cerchi sull’acqua d’onice sempre più fitti, sempre più concentrici. E un vortice di bottiglie di plastica ostinato si infrange sulla diga sotto le bancarelle del mercato mentre si aprono gli ombrelli come funghi. Piove sui nuovi tram trasformati in deambulanti réclame. Questo è il 2, che parte da Piazzale Negrelli, davanti al Naviglio e ora attraversa Via Torino per curvare in Via Orefici, prima del Duomo, e poi, dopo aver scavallato il Cordusio e costeggiato il Parco Sempione, andare a morire come un fiume in Piazza Giovanni Bausan, al Dergano. Pubblicizza una vacanza ai tropici e allora è vero che chi inventò il viaggio inventò anche l’attesa ed insieme la nostalgia. O almeno è quello che mi vogliono fare credere i copywriter che hanno disteso quel mare azzurro e quelle palme su un tram che scivola sul lucido pavé come una enorme limaccia.

Ma no. Sono amaro e caustico perché sono deluso, perché credevo di credere all’amore e invece ho poi scoperto che mi ingannavo. Non riuscivo a staccare gli occhi da lei: era la luce di interi universi. O almeno lo sembrava quando assumeva quella angelica postura, incrociando le mani sopra il seno nudo quasi fosse la modella di uno scultore. Forse era soltanto quel suo fascino di carne e spirito, o almeno così io mi ostino a credere. “TU SEI LA MIA VITA MARY” ho visto scritto su un muro da qualche parte nell’Isola. Anch’io un tempo credevo che una donna valesse la mia vita, che la sua presenza fosse il respiro e saperla mia mi facesse palpitare il cuore. Se lei era davvero la mia vita, allora mi illudevo.

Anche di donna, che splendida anfora: e non versano acqua, ma la vita. Questa ragazza che cammina sul marciapiede di Viale Stelvio con una borsa di Prada pratica la danza della seduzione forse inconsciamente. Certo anche lei così compita e seria, anche lei, quando è nell’intimità… Oh, voglia d’amore che mi gonfi il cuore, resta con me a lungo, voglia d’amore. - Dici che chi ci guida è la ragione? - Magari! Spesso ci guida l’istinto. Adesso parlo anche da solo. No, non parlo. Semplicemente dibatto tra me e me. Ma l’ho sempre saputo di essere scisso in cuore e ragione, sono sempre stato un seguace di Pascal. Ma anche di Charlie Brown: c’è quella striscia in cui Lucy piega Linus da una parte perché lui vuole che in sé prevalga l’amore. L’ho sempre detto: Linus è il filosofo della compagnia.

La verità spesso ci sta davanti. Noi però, purtroppo, guardiamo dietro… Siamo soltanto povere cose di carne, siamo uomini che provano a vivere con tutti i turbamenti e tutti i dilemmi. Alla fine si può dire che quell’amore che mi logora la vita (che credo che mi logori la vita) – il nostro amore pomposamente lo chiamavo – non sia neanche nato: probabile che prima di partorire lo abortimmo. Il fatto è che adesso non ho più lo stupore di allora di fronte a quel che c'era e che non c'era, l’innocenza è perduta, il tempo è passato come una lama a recidere i fili.

Torna il sole, quel sole che un mattino baciò Eraclito e che adesso ride ancora sulle nostre teste. Il cielo adesso è tutto sull’asfalto, dipinge i marciapiedi d’azzurro e i riflessi scintillano leggeri galleggiando sul lucido granito.

 

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FOTOGRAFIA © YORICK39

sabato 25 giugno 2016

Il marinaio immobile

 

Il cielo è quello tipico delle località del mare al primo mattino - le nuvole sospinte verso la costa, la foschia sottile che avvolge i moli come un fruscio prima di svanire nei vapori dell'alba per lasciare il posto all'aria carica di sale. Lei dorme ancora tra le lenzuola bianche, giace prona schiacciando il seno sul materasso, le gambe appena piegate, i capelli sparsi fanno pensare a un'attinia che si muova nella corrente di un fondale. Io invece, seduto al tavolino guardo dalla finestra l'alba che irrompe, il taffetà cangiante del mare, pescherecci lontani che si apprestano a rientrare.

È questo il mio Tropico, questa la mia avventura: sono il marinaio immobile che scopre la grazia nelle luci che tremolano evanescenti, nelle fiamme che guizzano sulle onde. Così, quando la notte intuisco la costa nel buio, sento la gioia venire fino a me, una felicità umile e gentile, una commozione dolce e divina che mi avviluppa al caldo, che nelle coltri dell'oscurità mi fa sentire sicuro e libero di andare, anche se so che non partirò: ne sono comunque permeato, illuminato da questa certezza. Altri andranno ad affrontare il maelstrom, a perdersi nei ghiacci delle banchise, a inseguire i loro fantasmi sulle baleniere, a sporcarsi di carbone su inaffondabili Titanic, oppure perderanno l'ago della bussola nelle tempeste magnetiche.

A me basta questo cielo paglierino che ora riflette i suoi stendardi di nuvole nella superficie del caffè, la tazza un lago dove i pensieri navigano sdruciti per approdare poi sicuri alle rive. A me basta questo presente di giorni uguali scanditi solo dallo scorrere della stagione e condividere la vita con lei che adesso naviga lontano nei sogni e che presto si sveglierà per chiedere nuovo amore. È dolce ricordare da un porto sicuro le tempeste passate.

 

Daines

DIPINTO DI SHERREE VALENTINE DAINES

sabato 18 giugno 2016

Il fruscio del vinile

 

“La voce di una giovane ragazza
cantava dolcemente queste parole”.
THOMAS PYNCHON, V.

Un vecchio disco suona i miei ricordi e mi sorprende il fruscio del vinile, l'imperfezione che mi apre gli occhi e mi dice quanto tempo sia passato - del resto non ho nemmeno più l'abitudine a estrarre il disco dalla busta, spolverarlo con l’apposita spazzolina antistatica, collocarlo sul giradischi e infine posare attento la puntina tra un microsolco e l'altro: sono impacciati i miei gesti, desueti, da fruitore di nuove tecnologie, da ascoltatore di brani in mp3 scaricati da iTunes, di canzoni digitali suonate su Spotify, ora che non ho bisogno più neppure dell’asettica custodia dei CD.

Ascoltando quella musica, mi ha subito sopraffatto il senso del mio tempo perduto: come un succo denso di ore irrimediabilmente passate, lontane, come se soltanto adesso mi fossi reso conto del trascorrere del tempo, del suo volgere continuo, eracliteo. Anche i ricordi sembrano diversi, lontani, come se li avesse vissuti un altro. Sembrano assumere addirittura una rilevanza diversa, mi sembra che sia insignificante ciò cui davo valore e viceversa più importante ciò che ignoravo perché consideravo irrilevante. I dettagli si ingigantiscono, la lente del tempo riesce a mettere finalmente a fuoco le distanze, a collocare nel loro giusto incastro le tessere di quel puzzle.

C’è quella canzone dei Matt Bianco che piaceva a lei, che ci piaceva tanto: la ascoltavamo in spiaggia sulla radio, la cantavamo sulle biciclette, la ballavamo la sera dentro i bar... Shua Doo Doo-Ah Sneaking out the back door with a grin I move along when things are going wrong la voce della corista, l’assolo delle trombe, le percussioni... Mi sembra di risentire distintamente il profumo dello shampoo alla mela con cui si lavava i capelli, riesco a immaginarmi con precisione il suo volto, i gesti consueti con cui mi invitava, la vedo riempire cruciverba con una matita verde mordicchiando il gommino, il movimento con cui si legava i capelli con il nastro… Ma il mio amore per lei – ora sì lo posso dire, ora che tanto tempo è passato e finalmente vedo chiaramente nelle cose – era un grumo di nostalgia, in esso avevo impastato la malinconia che contrassegna certe gioventù. Non poteva durare.

Quanto ho amato quegli anni perduti quanto ho amato quei dischi di plastica – ci sembravano brutte le canzoni, invece se ascolti quelle di adesso, le confronti ed erano proprio belle. Quanto ho amato quei giorni in cui si badava ad apparire piuttosto che ad essere e invece io ero anticonformista anche più di ora. E li ho amati, quegli anni, perché ho amato lei. E chissà dove è adesso e che cosa farà la ragazza che avevo ribattezzato «Miss Shua Doo Doo-Ah»…

Tolgo il vinile con gesti insicuri e lo ripongo nella sua custodia riponendovi anche i miei ricordi.

 

LP

FOTOGRAFIA © AUDIOKLASSIKS

sabato 11 giugno 2016

La punizione

 

Solitamente chi sbaglia e viene scoperto, paga. Chi commette un illecito, chi parcheggia in divieto di sosta, chi va contro una norma o un regolamento imposto dallo stato o da qualsiasi comunità. Anch’io ho pagato le mie multe, ho subito i miei castighi. Ma, della mia vita, ricordo queste due occasioni in cui la meritata punizione non arrivò.

La prima: avevo 17 anni, frequentavo la seconda liceo classico e quel mattino tutta la scuola partecipò nei locali della Borsa a una conferenza su Luigi Pirandello. Noiosa assai, barbosa, pallosa. Fuori la città pulsava nel sole di primavera, il cielo era azzurro, i negozi erano aperti e invitanti. Dopo l’intervallo, presi e me ne andai raccogliendo per strada anche un ragazzo di prima liceo. Pur non essendoci lezione, tecnicamente bigiammo, anzi “impiccammo”, come si diceva a Bergamo: erano le 11 e la conferenza sarebbe durata fino alle 12.45, l’ora in cui mi fiondavo in stazione per prendere il treno dell’una; nessuno si sarebbe accorto che mancavo. Prendemmo la vicina funicolare e salimmo in Città Alta, girovagammo per i vicoli medievali, comprammo una focaccia ciascuno e ci sedemmo a mangiarla sulle Mura guardando in basso il formicaio della città muoversi nel sole di maggio. Scendemmo per tempo e all’una, salutato il mio occasionale Pinocchio (dovevo essere io Lucignolo, se l’idea era stata mia), presi il treno e rincasai. Il giorno seguente la professoressa di latino e greco, appena entrata e sistemata sulla cattedra, mi chiamò - era diventata rossa, sintomo inconfondibile che segnalava la sua collera, anche se teneva un tono di voce perfettamente normale. «Ti è piaciuta la conferenza su Pirandello?». Raccolsi tutto il mio candore, rimasi perfettamente calmo e risposi «Sì», senza neppure arrossire. La prof disse «Bene» e lo disse in un modo in cui mi fece capire di sapere perfettamente cosa avevo fatto. La storia finì lì e non fui sospeso, come avevo temuto. Non bigiai più...

Sei anni dopo non ero più un adolescente ma un ragazzo di 23 anni. Ero un soldato semplice dell’esercito italiano da un paio di mesi appena, un alpino - anche se secondo i gradi di caserma ero al posto più basso, “nipote di terza”. Mi trovavo al campo estivo di Ponte di Legno, nei boschi della Val Sozzine, alle pendici dell’Adamello. Quel giorno, erano i primi di luglio del 1988, l’intero campo era in fermento per l’arrivo di Giovanni Paolo II, che avrebbe celebrato messa in quota. Sarebbe atterrato con l’elicottero in un prato non lontano da noi e ci era stato tassativamente ordinato di non salire fino al punto di arrivo. Ma io quel giorno non avevo servizio - ed era un caso raro, perché ai “nipoti di terza” venivano affibbiati quasi ogni giorno. E a perdermi, come nel caso della conferenza di Pirandello, fu la noia, associata a una curiosità di vedere da vicino il pontefice polacco, che ho sempre stimato moltissimo. Così salii  lungo il pendio tenendomi chino tra l’erba alta. Non ero solo: arrivato al prato, scoprii che altri quattro o cinque alpini avevano avuto la mia stessa idea. L’elicottero con il papa atterrò, ma non riuscii a vederlo, perché spuntò il maggiore C. con la sua barba da ufficiale e qualche bicchierino già in corpo. Fuggimmo veloci, ci precipitammo lungo la discesa a rotta di collo. All’adunata della sera, il maggiore puntò la sua faccia paonazza verso la truppa radunata nello spiazzo tra i larici dove era stato collocato il pennone con la bandiera. «Avevo detto di non salire dove sarebbe atterrato l’elicottero!» disse con un’ombra di accento piemontese, «ma qualcuno non ha ascoltato le mie parole. Perciò i seguenti stiano puniti, 3 giorni di consegna semplice» e snocciolò i nomi di quelli che erano con me. Non il mio. Mi feci piccolo piccolo per quanto possibile, nascosi ancora di più il viso sotto la tesa del berretto da stupidi. Ma tutto finì lì né certo nessuno dei miei commilitoni fece la spia. Mi domandai perché nella lunga e fredda notte di guardia: forse, conclusi, essendo io da meno di un mese in quella caserma, il mio nome al maggiore C. non era ancora noto. Rigai dritto da lì in avanti, come avevo fatto a scuola dopo quella conferenza su Pirandello. Conclusi il mio anno di militare senza aver mai preso neppure un giorno di consegna.

E da allora ho fatto mio un motto dai Proverbi della Bibbia: «La punizione degli stupidi è la stupidità».

 

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