sabato 23 agosto 2014

Domenica pomeriggio

 

Durante la bella stagione, la domenica pomeriggio amo sedermi in terrazza, all’ombra, e osservare la gente che passa per la strada. La mia casa è sulla via che taglia in due il paese, è dunque una strada di scorrimento che consente di raggiungere poi lungo le tante traverse altri luoghi.

Così vedo la vedova che va al camposanto: sul cestino della bicicletta ha i fiori da portare al marito defunto - li ha appena colti nel suo giardino, oppure li ha comprati dalla fiorista che c'è all’ingresso del paese e che tiene aperto anche di domenica. E poi le tante famigliole che, sempre in bicicletta, intraprendono la gita sull’alzaia: variamente composte quanto al numero dei figli, ma generalmente con il padre a tirare il gruppo e la madre a chiuderlo, come una chioccia. E ancora i cicloamatori che sfrecciano via sulle loro biciclette da corsa o da montagna in un sibilare di copertoni: mi fanno pensare spesso a un’opera futurista di Boccioni, quell’inno alla velocità che è tutto un susseguirsi di raggi e di ruote. Ci sono poi gli sfaccendato che si dirigono lentamente verso i bar: fumando quasi abulici, camminano come se non avessero una meta o come se non sapessero in che modo impiegare il loro tempo. In realtà so che li aspetta un pomeriggio di giochi di carte - la briscola chiamata, lo scopone scientifico - o di biliardo, mentre la televisione sospesa passa gli avvenimenti sportivi della giornata e le birre e i bianchini si alternano sui tavoli. E poi i ragazzini che si avviano festosi, a piedi o in bicicletta, chi verso l’oratorio, chi verso altri luoghi di divertimento o di raccolta, dove fioriscono le prime cotte e i primi amori come virgulti di piante ancora deboli nella loro prima primavera.

Io sono lì, sospeso a tre metri d’altezza, e nutro l’illusione di avere condiviso quelle loro esistenze, di avere fatto parte, anche se solo per pochi istanti, di quelle vite, la domenica pomeriggio.

 

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JAKE WINKLE, “WIMBORNE MINSTER”

sabato 16 agosto 2014

La cintura di fuoco

 

Great Gull Island, Orient NY, 12 settembre 2066

Siamo in fuga, noi pochi rimasti, noi sopravvissuti al contagio del virus ribattezzato “Caino”. Dobbiamo agire e pensare durante il giorno, quando la luce impedisce ai malati di uscire e li obbliga a rimanere rintanati nei loro covi bui e polverosi. L’umanità è sull’orlo del suo annientamento, della catastrofe finale: solo una soluzione miracolosa, un medicinale che ci salvi dalla peste, un siero che possa debellare il virus potrebbe ridare un senso alla parola “futuro”. E anche le nostre città sono purulente e putrescenti, anch’esse come infette dallo stesso virus. Ora sì conosciamo in tutta la sua terribile grandezza la parola che troppe volte i giornali e le televisioni hanno adoperato a sproposito: apocalittico.

Perché questo è un vero apocalisse: “Caino” è l’attuazione esatta del secondo verso del capitolo 16: “Partì il primo e versò la sua coppa sopra la terra; e scoppiò una piaga dolorosa e maligna sugli uomini che recavano il marchio della bestia e si prostravano davanti alla sua statua”. Il morbo, partito dal cuore dell’Africa, ha trasformato migliaia di persone dapprima, milioni poi, in bestie spaventose assetate di sangue. Basta essere morsi per incubare il virus e diventare un’altra bestia: così, in breve tempo, le attività lasciate a se stesse hanno riportato indietro la Terra di centinaia di anni, l’hanno ridotta a una landa oscura e grigia degna del peggior Medioevo: è come se un vulcano avesse eruttato fango e su quel fango fossero poi spuntate giungle e foreste.

Ora tentiamo l’impossibile: isolarci sulla Great Gull Island per respingere di notte gli assalti dei “Caini” e studiare di giorno la struttura del virus. La scorsa notte la nostra protezione ha retto: Jonathan Coen, che aveva lavorato a Hollywood, ha disposto una cintura di fuoco attorno all’isola, alimentata di continuo. I “Caini”, come le belve, temono il fuoco e non possono sopportare la sua luce. All’interno, dove abbiamo trasportato viveri e attrezzature, due premi Nobel studiano il virus e le sue mutazioni, provano a contrastarne la forza, a individuarne i punti deboli per riuscire finalmente a debellarlo. È l’unica speranza che ci è rimasta. È la sola speranza cui ci affidiamo quando il tramonto incendia l’oceano e comincia un’altra notte.

 

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sabato 9 agosto 2014

Il rimpianto

 

Il rimpianto è il ricordo tristemente amaro di qualche cosa che si è perduto: una persona che si è amata nel corso della nostra vita e che poi per colpa nostra o per le contingenze del vivere ha preso un’altra strada; una cosa che ci stava a cuore e che poi fatalmente è andata distrutta, siamo stati costretti a vendere, si è persa nei labirinti dei giorni; o ancora – e soprattutto! – di una strada che abbiamo scelto invece di seguirne un’altra, di un’occasione che abbiamo lasciato passare convinti che sarebbe un giorno o l’altro ritornata. Quello mi sembra essere il vero significato del rimpianto: in esso si cristallizza tutta quanta la nostalgia, come fa il miele in un vasetto di vetro lasciato troppo a lungo sullo scaffale più alto dell’armadio. Ugualmente la nostalgia può apparire dolce sul principio, dolcissima,un sottile piacere persino, ma alla fine quello che davvero ti lascia è quel retrogusto amaro. Un sapore di errori, di sconfitte, di fallimenti. E forse è  terribilmente vero quello che scrisse Emil M. Cioran, un vero teorizzatore del rimpianto, che lui considerava la sola vera funzione della memoria: “Qualcuno ha detto molto giustamente: «Io sono quello che non ho fatto». Con questo si deve intendere che gli atti che non abbiamo compiuto, per il fatto stesso che vi pensiamo di continuo, sono il solo contenuto del nostro essere. In altri termini, io sono i miei rimpianti”.  Però, alla fine, se io sono i miei rimpianti, sono anche le volte che ho scelto la strada giusta, sono le gioie che ho provato, sono i piaceri, anche quelli semplicissimi come guardare la luce del giorno spegnersi nel cielo allagato dal tramonto.

 

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sabato 2 agosto 2014

Come le strade

 

Ti conosco come le strade di questa città dove ogni tanto mi capita di tornare. La prima volta avevo forse tre anni, l’ultima è stata lo scorso maggio. Gli oleandri, le palme, il giardinetto davanti alla chiesa, la via centrale dove si aprono tutti i negozi, la fontana azzurra al fondo. Non ci si può dimenticare, è come andare in bicicletta, come fare l’amore: una volta appreso, quello è.

Eppure, l’ultima volta - non ero solo, c’era gente con me che non era mai stata lì - mi è capitato di prendere una traversa sbagliata. Come succede ai calciatori che sbagliano un gol per troppa sicurezza o che per troppa confidenza compiono un retropassaggio troppo corto e l’attaccante avversario ne approfitta. Non ho fatto una piega, ho finto che fosse proprio quella la strada che dovevo prendere. E del resto sapevo che sarebbe sboccata comunque sulla via traversa. Lo speravo almeno. Chi era con me avrà creduto che volessi prendere una scorciatoia, che avessi scientemente voluto passare per quella strada. Che era sbagliata me ne accorsi a metà, quando mi apparve un ristorante che non avrebbe dovuto essere lì. Ma, come ho detto, finsi di nulla e tirai avanti finché con sollievo ritrovai la via che era la nostra meta. solo un centinaio di metri più avanti nel normale.

E allora ti conosco così, amica mia, ti conosco alla perfezione anche se talvolta mi sorprendi e forse per errore mio oppure perché così deve essere, perché l’imprevedibilità è un sale che può dare maggiore sapore alla nostra tranquilla felicità amorosa.

 

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HALL GROAT II, “TIMES SQUARE”

sabato 19 luglio 2014

Noi

 

    Dico che non è una cosa importante, minimizzo, ma alla fine succede spesso che mi sorprenda a pensare – l’ultima volta ieri, mentre ero seduto in treno e la sera esplodeva in un virulento tramonto – a pensare, dicevo, se tu faccia parte della mia vita in modo ormai inscindibile, se i legami si siano stretti talmente da essere indistricabili anche se tu sei di un altro ormai.
   
    E poi, come un sognatore che costruisca castelli in aria, mi perdo a fantasticare incontri che mi facciano dimenticare te, che mi facciano dimenticare questo amore – “amore” sì, lo devo definire così perché ogni altro termine è inadeguato, amore vivo, amore eterno – anche se so che nessun’altra donna potrà mai farmi battere il cuore così come fai tu.

    E allora, come posso tollerare che stasera tu stai con un altro, e cento altre sere, e cento altre notti, che sarà lui a sfiorare la tua pelle di seta, a tenere i tuoi seni tra le mani? Come posso sopportare senza impazzire questa idea? Come posso immaginare i gesti che gli fai, le parole che gli dici? Solo pensando che facendolo tu stia ancora pensando a me, che se sfiori la sua pelle è la mia che invece dentro di te sogni di sfiorare, che lo baci ed è me che baci, che piangi ed è per me che piangi.

    Ed è bugia quello che dici a tutti, ai nostri amici, alle tue amiche con cui dividi la palestra e i segreti: “Non lo amo più”. Io lo so che non è vero, tu lo sai che non è vero. Io so, tu sai che siamo ognuno parte della vita dell’altro, che nonostante tutto – anche divisi, anche lontani – non siamo io e te, siamo ancora noi.

   
[basato sulla canzone Ogni volta di Antonello Venditti]

 

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sabato 12 luglio 2014

Un lampione giallo

 

C’è una fotografia di qualche anno fa in cui sorridiamo abbracciati. Tu indossi una maglietta turchese e porti i capelli biondi sciolti sulle spalle. Io ho una camicia a quadri e lo sguardo un po’ stupito che mi viene nelle fotografie. Allora, quando la notte stanco posavo il capo sul cuscino, tu eri il mio rifugio. Con te dimenticavo il buio che avvolge la realtà oltre la finestra e le imposte, dimenticavo tutte le tensioni del giorno accumulate alla base del collo. Ascoltavo il tuo respiro accanto a me e mi immergevo nel sonno del tuo amore come in un lago di montagna, puro e cristallino.

Un mattino di primavera, quando quel nostro amore era ancora ai suoi esordi, eravamo fermi a guardare lo splendore dell’Adda dalla balaustra del traghetto: il cielo era una pioggia di riflessi e scomponeva il tuo viso alla luce, piccole onde passavano frangendo la superficie scura di quello specchio. Pensavo che finalmente ero insieme a te e i piccoli anatroccoli dei cigni lungo il fiume ben rappresentavano il nostro amore, un grigio batuffolo di piume.

E passeggiando per i parchi che l'autunno tingeva di giallo il tempo vestiva la tua maglia chiara, la luce accendeva l'oro dei capelli. Il cielo di Milano si riversava come un fiume nelle cascate rapide delle ore: ti ascoltavo e le tue parole davano sussulti, mi aggrappavo al profumo di menta delle tue labbra. Dove tu posavi la borsa fioriva un mondo – la sedia del caffè, ad esempio – e i discorsi galleggiavano, attinie nel mare del pomeriggio, nella noia grigia che frantumavi già solo con la tua presenza. Ridevi, e spalancavi universi in cui precipitavo sereno e lieve senza più il peso di tutti i miei affanni.

Come quel giorno che mi chiedesti se la felicità esiste o è solo una giornata tirata a lucido,

un tempo levigato come un ciottolo di fiume, un filo teso tra due estremi di noia, di insofferenza o di disinganno. «Accarezzami» risposi, «tienimi stretto, lascia che ci scorra addosso la luce, non ti curare di questi pensieri, del mondo fuori, delle circostanze. Felicità è il tempo strappato al nulla». Ero forse conscio che un giorno ti avrei perduta, così come ti avevo trovata.

Eppure, ora il vento che taglia in due la notte e spazza i viali mulinando foglie secche non riesce a cancellare il silenzio di te che mi rimbomba al centro della testa. Nella strada un lampione giallo brilla più intenso degli altri, come il tuo ricordo lungo i bastioni dei miei pensieri.

 

Pink show

LEONID AFREMOV, “PINK SHOW”

sabato 5 luglio 2014

Una primavera a Merano

 

Alle cinque il maresciallo Peruzzello e i Carabinieri salirono sulle loro auto e se ne andarono, come ogni sera, attraverso il cancello verde che uno dei tre ragazzi aveva aperto. La primavera diffondeva i suoi effluvi, con i ciliegi in fiore sulle colline circostanti; un tepore piacevole aleggiava nell’aria. Andrea chiuse il cancello, poi lanciò una pallina da tennis nel cortile. I ragazzi cominciarono a giocare a calcio con quella piccola sfera utilizzando il solido cancello verde come porta. Al di là dell’inferriata pulsava la vita: scorrevano automobili, motorini, biciclette; gli autobus arancioni dell’azienda municipale sostavano e ripartivano caricando e scaricando gente, quelli blu della società Dolomite entravano nel vicino deposito, altri ne ripartivano. Il sole calava e nella conca dei monti scendeva l’oscurità. Andrea pensava che mancavano pochi giorni al congedo, si beava di quella situazione, sentiva che tutti gli sforzi di un anno svanivano lentamente nel sapore della libertà che si apprestava a gustare di nuovo.

Ora non si vedeva quasi più, si accendevano le luci della strada, si illuminavano le finestre dei palazzi. Andrea raccolse la pallina e chiuse l’ufficio. Ferrola serrò la porta del Nucleo Carabinieri. I tre ragazzi si avviarono verso la camerata per farsi una doccia e cambiarsi prima di uscire.

Quella sera decisero di cenare al ristorante cinese Kota Radija: forse fu la primavera a imporre la scelta. Entrarono attraverso la porta adorna di lampioni di carta e di ideogrammi. Presero posto ad un tavolo da cui si vedeva il giardino: nel centro c’era un albero gigantesco e sui rami centinaia di gemme erano pronte ad esplodere in verdi foglie. Una dolce musica orientale suonava. La cameriera, una giovane ragazza orientale minuta e molto carina, portò birra di Shangai e “nuvole di drago”, riso alla cantonese e pollo alle mandorle. Provarono a mangiare con i bastoncini, solo Andrea continuò per tutta la cena. “Sono un veterano” pensò con un sorriso ricordando la prima volta che era stato lì e la cameriera che gli aveva insegnato l’uso delle bacchette posizionando le dita con le sue mani morbide.

 

1997

 

Ferrario e Rossi

  FOTOGRAFIA © DANIELE RIVA